domenica 8 dicembre 2024

Alla salute Oliver



Nel 1999, durante le riprese de #IlGladiatore, Oliver Reed bevve otto pinte di birra, dodici rum e quattordici whisky in un pub a Malta. Dopo una gara di bevute con cinque marinai, un infarto improvviso lo stroncò. Il bar conserva ancora il loro ultimo conto, mai pagato, e cambiò nome in "Ollie's Last Pub". Alcune scene del film furono rifatte con CGI, aumentando il budget di 3 milioni. Il film fu dedicato alla sua memoria.

Regole contro cibi immondi!


 

Vai di addobbi!

 



Massimo musicale


Tutta la musica spiega il mondo
È L’ESSENZA DELLA FILOSOFIA - Come diceva Nietzche. Perciò anche una melodia che non ci piace, poniamo il “rap” e la “trap”, va ascoltata con attenzione perché esprime un periodo storico, una generazione
DI MASSIMO FINI
Il maestro Riccardo Muti che oggi ha 83 anni ha concesso una splendida intervista al Corriere per la firma di Aldo Cazzullo che è bravissimo nei ritratti (memorabile quello di Albano) mentre diventa “cerchiobottista” nei commenti, com’è peraltro nella tradizione di quel quotidiano, sia nella sua storia passata che in quella più recente, scuola Mieli.
Fra le mille cose interessanti che dice il Maestro c’è che noi italiani siamo abilissimi nel non valorizzarci: “Seul ha 22 orchestre sinfoniche, di cui quattro nate negli ultimi anni. Noi ne abbiamo due”. È una cosa che c’è in quasi tutti i campi. Prendiamo il vino. I francesi hanno il Beaujolais, il Bourgogne, noi l’infinità di vini regionali che sono almeno pari se non migliori. Insomma, non sappiamo venderci.
Quello musicale è un universo infinito non solo perché, come dice Muti, tutto è musica, “fanno musica gli uccelli che cantano, il tuono che rimbomba, il mare che si muove, le foglie che vibrano”, ma perché la musica è strettamente legata alla filosofia, è anzi filosofia (La nascita della tragedia dallo spirito della musica, Nietzsche).
Io sarei il meno autorizzato a parlar di musica perché come diceva mia madre, tanto per incoraggiarmi, ho “un orecchio da elefante” e nelle gite scolastiche non osavo nemmeno unirmi ai compagni nei cori. Il mio canto sarebbe così stridulo (dico sarebbe perché tuttora non oso cantare) da non essere accettato nemmeno nel vastissimo e generoso universo musicale di Riccardo Muti. Però lo stesso Muti mi autorizza ad avere un mio particolare universo musicale perché dice che bisogna “stare lontani dal competente”. Da ragazzo, per imparare un po’, andavo al Conservatorio di Milano, ma ne sono fuggito quasi subito: era zeppo di melomani con i capelli lunghi fino al collo, alla Beethoven (cioè lontanissimi dai “cappelloni” dei miei tempi), melomani che sono più pericolosi dei cinefili e anche dei cinofili.
A me è sempre piaciuta la musica classica, in particolare Beethoven e oso dire che dopo la Nona e il Chiar di luna si sarebbe potuto anche finire di far musica. Il russo Bakunin, capofila del mondo anarchico, diceva: “Distruggeremo la borghesia ma salveremo comunque la Nona”. La borghesia non è stata distrutta ma almeno la Nona ci è rimasta. Di Beethoven mi commuove anche il fatto che diventò sordo all’età di trent’anni, cioè è l’unico che non ha potuto ascoltare la sua musica (il dio Fato, l’unico dio esistente, è crudele: Beethoven l’ha fatto sordo, Galileo cieco e il più modesto Fogar che aveva nel suo Dna il movimento, l’ha paralizzato).
Da ragazzo ascoltavo ovviamente la musica leggera italiana, sono figlio del mio tempo, ma soprattutto quella americana perché è nei ghetti degli States che è nato il jazz che poi ha partorito il rock e tutta la musica leggera, chiamiamola così, moderna. Un vantaggio era rappresentato dal fatto che, al di là di Elvis the pelvis, uno dei più gettonati (era nato il Jukebox, invenzione fondamentale) era il canadese Paul Anka che cantava un inglese molto elementare: “You are my destiny”, lo capisce anche un bambino. Nelle scuole italiane l’inglese si insegnava in modo canino, lo apprendevamo non da docenti madrelingua ma italiani e quello che so oggi di inglese l’ho imparato viaggiando anche se l’inglese mi viene facile ascoltarlo se parlo, poniamo, con un tedesco, ma mi diventa quasi incomprensibile se parlo con un inglese perché gli inglesi, popolo coloniale da sempre, non si prendono la briga di darti una mano. Basta che tu dica station con un accento non perfetto e quelli non capiscono o fanno finta di non capire. La musica anglosassone di oggi, in stretto slang digitale, non la capisco proprio.
Beethoven o Mozart? L’eterno dilemma. Appartengono a due mondi diversi. Mozart al Settecento e quindi rappresenta la leggerezza del Settecento, Beethoven all’Ottocento e quindi alla profondità dell’Ottocento tedesco che si esprime non solo nei suoi musicisti ma nei suoi pensatori, da Hegel a Kant a Fichte e compagnia cantante, è il caso di dirlo. Ed è fatale che una grande cultura, una cultura che è arrivata all’apice, e quindi paralizzata dall’impossibilità di andare oltre, finisca in un qualche orrore. Friedrich Nietzsche è invece “hors catégorie” come si ci esprime in gergo ciclistico per indicare una montagna che supera tutte le altre. Nietzsche non è del suo tempo, è nato postumo e a più di un secolo e mezzo dalla sua morte non è solo tuttora attuale, ma è qualcosa di più perché il suo pensiero si proietta nel futuro.
La musica si connette strettamente alla scrittura. La scrittura è un’espressione musicale. Un buon articolo è musicale. Non va appesantito con troppa cultura, cosa che inavvertitamente forse sto facendo anch’io adesso. Mi spingo a dire che per un bel giro di frase, cosa in cui Montanelli era maestro, sono disposto a cambiare, almeno in parte, l’orientamento del mio articolo.
Anche una musica che non ci piace, poniamo il rap o la trap, va ascoltata con molta attenzione perché esprime un tempo, una generazione. Anche i cantautori – e noi ne abbiamo di grandissimi, da De André a Battiato a Guccini a Fossati, e anche in questo siamo superiori ai francesi, che hanno solo Bécaud e il pur grandissimo Jacques Brel ma quando è cantato da Battiato (La canzone dei vecchi amanti) – vanno ascoltati con altrettale attenzione, non tanto per il contenuto ma per la disposizione delle parole: perché ha messo quel termine lì e non sopra o più in là?

Come ho detto, in musica classica sono un incompetente e in ciò giustificato da Riccardo Muti. Ma non tanto da non distinguere i “geni”, come li chiama Fabio Capello, da altri sia pur grandissimi. Ho avuto la fortuna di ascoltare al piano, alla Scala, Arthur Rubinstein che suonava Chopin, e certamente era qualcosa di molto diverso, di molto più alto, di quando Chopin lo faceva un altro. Più recentemente all’auditorium Mahler, in un concerto dedicato a Mendelssohn, Schumann e Schubert, ho avuto la sorte di assistere alla prestazione di un genio del violino, lo svedese Daniel Lozakovich. È giovanissimo, ha solo 23 anni. Ma ne sentiremo sicuramente parlare in futuro. Magari dallo stesso Riccardo Muti. 

Vai di Romania!

 

Vacanze romene
di Marco Travaglio
Per la serie “dicesi ‘ingerenza russa’ ogni elezione vinta da chi non piace alla Nato”, ricapitoliamo il caso Romania. Anche perché i prossimi potremmo essere noi. Governati da 30 anni da partiti corrotti e screditati, i romeni votano alle Presidenziali e al primo turno arriva primo l’outsider nazionalista indipendente Calin Georgescu, il meno atlantista e guerrafondaio sul conflitto ucraino al confine. Come in tutte le elezioni, dall’Ue agli Usa. Ma, anziché farsene una ragione e cambiare postura, Ue e Usa gridano ai brogli di Putin tramite Tik Tok: avendo contro tutte le tv e i giornali governativi, Georgescu ha preferito fare campagna su quel social anziché coi segnali di fumo. La Consulta ordina il riconteggio, che però dà lo stesso esito: elezioni regolari. Allora il presidente uscente Klaus Iohannis declassifica per la Corte cinque file dei servizi segreti, ovviamente segreti, per dimostrare che, sì, Georgescu ha preso il 23% perché il 23% dei votanti ha scelto lui, ma solo perché i russi hanno investito ben 400 mila euro per i suoi spot su Tik Tok. E si sa che, appena vedi uno su Tik Tok, cadi in stato di ipnosi e corri a votarlo. Anche gli altri candidati erano su Tik Tok e Georgescu l’han votato soprattutto contadini e anziani, non proprio fan del tiktokismo, ma lasciamo andare. E i sondaggi che danno Georgescu al 63% al ballottaggio? Semplice: Putin, con la sola forza del pensiero o rispondendo alle telefonate dei sondaggisti al posto del campione, ha taroccato pure quelli.
Poi, stanco morto, s’è distratto un attimo: infatti, sette giorni dopo le Presidenziali, i romeni han votato alle Parlamentari e lì, non essendoci Georgescu, han vinto i partiti governativi. Quindi o i truccatori russi dormivano, o TikTok funziona solo alle Presidenziali. Infatti le Parlamentari sono valide, mentre le Presidenziali vengono annullate dalla Consulta due giorni dopo averle avallate e due giorni prima del ballottaggio, mentre i residenti all’estero stanno già votando. Purtroppo la sentenza nessuno può leggerla perché non esiste: le prove dei brogli russi sono o non sono segrete? Brogli occidentali non possono esisterne, poiché mai Nato e Ue interferirebbero in un’elezione, tanto meno nel Paese a cui gli Usa vogliono donare la più grande base Nato d’Europa: non sarebbe da loro (anche se alla vigilia del voto il Dipartimento di Stato ha avvisato che non tollererà cambi di politica estera a Bucarest). Ora, appena si rivota, Georgescu rischia di prendere ben più del 63%, a meno che non lo arrestino o lo mettano fuorilegge. Quindi si rivoterà a oltranza finché il popolo non si deciderà a votare come gli ordinano quelli che non interferiscono. Ma ci sono anche soluzioni più pratiche: abolire Tik Tok, o i telefonini.

L'Amaca

 

Il complotto dei complottisti
DI MICHELE SERRA
Recenti elezioni nell’est Europa (l’ultima in Romania, invalidata dalla Corte costituzionale) secondo fonti diverse sarebbero state fortemente manipolate dalla disinformazione sistematica di siti russi e dal massiccio invio di rubli ai candidati amici.
Non che le ingerenze esterne siano, in politica, una novità rilevante. L’intera Europa, nel Novecento, è stata il campo di battaglia di americani e russi. Ma troneggiava, al centro della scena, l’ideologia. Capitalismo contro comunismo. Usa contro Urss. Qui lo scontro è meno evidente, anche meno decifrabile. Nel caso in questione, il complotto contro le libere elezioni in Georgia e Romania sarebbe stato ordito da complottisti. Sono gli stessi siti e le stesse centrali politiche che da anni raccontano la democrazia europea come semplice copertura dei poteri forti, le migrazioni come strumento della sostituzione etnica programmata da Soros, i Paesi occidentali come luogo della corruzione dei costumi allo scopo di negare Dio e distruggere la Patria e la Famiglia, e in ogni pagina della storia vedono solo la foglia di fico che copre un complotto; sono poi proprio loro quelli che avrebbero complottato per falsare le elezioni.
Forse chi vede complotti ovunque non sa, alla fine, a quale altro metodo affidarsi, e dunque complotta a sua volta. O anche: vede complotti ovunque perché solamente quello è il suo livello di lettura del mondo. Al di fuori di quello schemino, non sa spiccicare parola. Difatti si legge che, secondo la Lega, il voto in Romania è stato annullato “perché il risultato non è gradito a Bruxelles, al politicamente corretto e a certi potenti come Soros”.

Nessuno ne parla!