sabato 7 dicembre 2024

A proposito di...

 

A sostegno del “Re sòla” torna l’intervista all’imparziale Renzi
DI DANIELA RANIERI
Allo stadio terminale in cui è ridotta in Francia la presidenza Macron, chi possiamo intervistare per analizzare in modo lucido e imparziale i motivi del fallimento del governo Barnier costruito a tavolino dallo stesso Macron e magari, perché no, dargli anche qualche consiglio per risollevarsi e sbaragliare l’opposizione di destra e sinistra unite contro di lui? Ma è naturale: Renzi!
Su Repubblica, ieri, la consueta pagina di intervista al politico più perdente del globo era tutta un elogio del Re Sòla: “La storia un giorno sarà gentile con Emmanuel Macron che per due volte è riuscito a impedire l’affermazione di Marine Le Pen”. Come no: infatti, dopo aver perso le Europee prendendo la metà dei voti della Le Pen arrivata prima, Macron ha sciolto l’Assemblea nazionale e ha costretto i francesi ad andare a elezioni, dove il Rassemblement National di Le Pen è arrivato primo al primo turno; al ballottaggio, nonostante gli appelli disperati di Macron allo “spirito repubblicano contro il fascismo” e contro la “sinistra antisemita”, ha vinto il Nuovo Fronte popolare, l’unione delle sinistre capeggiate da La France Insoumise di Mélenchon, mentre il genio dell’Eliseo è riuscito nella formidabile impresa di arrivare secondo e perdere 86 seggi, e Mélenchon e Le Pen ne hanno guadagnati rispettivamente 49 e 53. Se non è una doppia vittoria questa. Adesso l’intervista di Renzi, il colpo di grazia: “Voi vi sentite ancora?”, gli domanda Concetto Vecchio, e lui: “Non come prima”, il che spiega forse perché Macron è arrivato solo secondo e non quindicesimo, ma interpellato circa la popolarità a picco del presidente odiato dal 60% dei francesi, Renzi insegna: “La popolarità di Macron è stata bassa anche nella prima legislatura”, a riprova che ormai la democrazia è spartizione del potere come cassaforte del Capitale, non certo potere del popolo come la mera etimologia potrebbe far pensare e la Costituzione italiana indurrebbe scioccamente a credere. Anzi, meno voti si hanno meglio è: “Era al 9% nel 2019, appena due anni dopo la prima vittoria. In Italia l’avrebbero cacciato subito, il sistema francese invece gli concede cinque anni garantiti. Lo sfrutti per cercare di recuperare consensi”, infatti Macron si avvicina asintoticamente al 2%, che sarebbe la perfezione. Oppenheimer ha inventato la bomba atomica, Renzi ha inventato Italia viva, posto che i superstiti di Hiroshima erano forse di più dei suoi elettori, il che gli dà agio di sermoneggiare: a Parigi “avrebbero bisogno di un’expertise italiana”, così davvero i francesi rifanno la lama alla ghigliottina. Infatti Macron ha nominato primo ministro Michel Barnier, esponente di Les Républicains, il partito di destra arrivato ultimo alle elezioni col 6,5%, ed è andata benissimo.
Poi è tutto renzismo, cioè calembour, frittura, paranza semantica: “Paradosso: si vince al centro, non vince il centro”, il che vuol dire che si è accorto che non paga fingere di essere “il Centro” o “Terzo Polo”, come si faceva chiamare tempo fa essendo sesto, ma converrebbe occupare abusivamente un posto di destra o di sinistra (è uguale) e prendere i voti dei moderati, operazione che tanta fortuna gli ha portato. Ribaltamento sublime della realtà: “È ancora macroniano?”. “Sono orgoglioso che la nostra esperienza del 2014-2016 abbia ispirato Macron”, di cui lui imitava pure i pranzi al sacco in maniche di camicia bianca, “e che il suo riformismo abbia frenato le destre. Questo resterà negli annali”, o almeno nei manuali su come si rovina un Paese. Vecchio: “Gli consiglia di lasciare?”. Ma figuriamoci: “No, perché è proprio quello che vuole Le Pen, che così si prenderebbe la Francia”, che evidentemente preferisce la fascista al ragazzo-spazzola dei Mercati. “Resti al suo posto fino al 2027. Spero che il mio amico Francois Bayrou diventi premier”, così sappiamo anche il nome del prossimo premier francese che cadrà miseramente nella cenere.

I golpe mascherati

 

I golpisti democratici
di Marco Travaglio
È stato ingenuo, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol. I golpe moderni, democratici e occidentali, quindi buoni e a fin di bene, non si fanno più con l’esercito e la legge marziale, sennò ti sgamano subito. Molto meglio la soluzione romena: se vince il candidato sgradito a Washington e a Bruxelles, si annullano le elezioni al grido di “Ha stato Putin” (o, ancor più esilarante, “Ha stato Tik Tok”). O quella georgiana: se gli elettori disobbediscono a Usa e Ue e votano per i propri interessi anziché per i nostri, si appoggia la presidente sconfitta che non vuole sloggiare e aizza la piazza contro il Parlamento appena eletto e il premier appena confermato col 54% (contro il 37% delle opposizioni): cioè fa quel che fecero i trumpiani quattro anni fa a Capitol Hill, tra gli strilli indignati di chi allora strillava al golpe e ora tifa per la golpista. Ma l’opzione migliore resta quella francese: Macron perde le Europee, scioglie l’Assemblea e perde pure le Legislative: al primo turno vince la destra, al secondo la sinistra e lui fa un governicchio di centro guidato da una mummia del partito meno votato, che crolla dopo appena tre mesi. Allora Macron se la prende con i francesi, colpevoli di non averlo capito, e con i due partiti più votati, colpevoli di avere i consensi che lui non ha e di voler governare. E, mentre i francesi continuano a non capirlo (due su tre lo vogliono a casa), fa shopping nei migliori cimiteri di Parigi per riesumare un’altra salma da mettere alla guida di un altro governo di centro senza voti che farà la fine del precedente.
Tutti vedono il golpe bianco tranne le cancellerie europee e i media italiani. La Stampa titola “Francia ostaggio dei populisti” (cioè della destra e della sinistra che hanno vinto le elezioni) e accusa gli odiati Le Pen e Mélenchon (odiati perché sono i più votati) di “alleanza rosso-bruna” perché sfiduciano tal Barnier, idolo dei media perché non rappresenta nessuno. E sono uniti da un “sogno” inaudito: “far cadere Macron e andare all’Eliseo”. Roba da matti: fanno politica per vincere le elezioni e governare, refrattari alla prima regola della nuova via golpista alla democrazia: governa chi perde. Infatti, per il Corriere, la Le Pen è “la stratega del caos” e Mélenchon “il tiranno che si sente Cyrano”; e, per gli altri giornaloni, due “narcisisti”. Il vero democratico è l’umile Macron, che pretende di governare contro il suo popolo. In Italia invece il “rosso-bruno” è Conte che, non pago di “voler tornare a Palazzo Chigi” (mentre gli altri leader aspirano a non governare) e “non dichiararsi di sinistra” (contro un preciso obbligo di legge), osa financo votare contro Ursula come la Lega e altri. Quindi, siccome la Dc governò 40 anni contro il Pci e il Msi, i primi “rosso-bruni” furono Berlinguer e Almirante.

L'Amaca

 

Lo spavento del camionista
DI MICHELE SERRA
Leggendo il bell’articolo di Marco Belpoliti (Repubblica di ieri) su come l’apertura dell’autostrada del Sole cambiò l’Italia, mi è tornata in mente la piccola meravigliosa storia, molto metaforica, che mi fece molti anni fa un giovane camionista insieme al quale (troppo lungo spiegare perché) portai un carico di biscotti da Milano a Bitonto.
Anche suo padre era camionista.
Un camionista italiano del dopoguerra.
Meridionale e quasi analfabeta. Appena inaugurata l’Autosole, si avventurò nel tratto tra Firenze e Bologna, che fino a lì aveva percorso, lemme lemme, lungo i tornanti della Futa e del Raticosa (per andare da Roma a Milano, e viceversa, si passava da Monghidoro, Gianni Morandi se lo ricorda bene). Al primo viadotto, lungo e vertiginoso, sospeso sopra vuoti fino a lì impensabili, il camionista venne preso da sgomento (oggi si dice: attacco di panico). Fermò il camion, reclinò la testa sul volante e disse, anzi si disse: io di qui non mi muovo. Si bloccò il traffico. Arrivò in soccorso la polizia stradale, che convinse l’uomo a rimettersi in marcia, con le dovute cautele, e lo scortò dall’altra parte del viadotto.
Il mio compagno di viaggio non ricordava se suo padre, una volta raggiunta l’altra sponda, proseguì lungo l’autostrada oppure uscì al primo casello. Spero per lui, come per noi tutti, nella prosecuzione del viaggio.
Ma lo spavento di quel camionista, di fronte al mondo che cambia senza curarsi di avvertirlo, ancora oggi mi commuove.
Quel camionista è tutti noi, che dall’altra parte del viadotto contiamo di arrivare anche senza l’assistenza della stradale, ma la testa sul volante, ogni tanto, la recliniamo.

venerdì 6 dicembre 2024

Concettualmente Elena

 

L’occidente è in guerra, il dissenso ora si unisca
DI ELENA BASILE
Ho letto il 29 novembre sul Fatto Quotidiano l’articolo “Ue malata di guerra da Angela a Sahra” di Gad Lerner, che in un suo libro recente mi ha regalato una pagina di insulti, arrivando persino a considerarmi “untuosa”. Poiché i conflitti personali sono lontani dal mio interesse e, anche se non esito a chiamare per nome i tanti “public opinionmaker” da Mieli a Panebianco a Mauro, l’intenzione è di confliggere con le loro idee e non certo con loro come persone che poco conosco. Leben in ideen (“vivere nel mondo delle idee”), come affermava il filosofo tedesco Humboldt, fa bene all’anima.
Riprendo quindi l’articolo di Lerner senza alcuna acrimonia, sottolineando come esso riesca a mettere il “dito nella piaga” e stimoli una riflessione che dovrebbe stare a cuore all’intellighentia e a tutti coloro che vorrebbero contrastare la deriva irrazionale, bellicistica dell’Europa. Le élite neoliberali, neoliberiste e filoatlantiche riescono attraverso i moderati e il centro-sinistra a raggiungere la maggior parte dei consensi. Sono forti di una tradizione che dalla rivoluzione francese in poi, detiene il patrimonio dei valori universalistici, la parte bella del nostro Occidente che si è tuttavia affiancata alla sua barbarie. L’insieme di partiti e movimenti che costituiscono l’area del dissenso, sono particolarmente frammentati, annaspano, non riuscendo a condividere una cultura altrettanto forte e nobile. Il contrasto alla guerra in nome di una politica che riporti al centro la persona, votata quindi ai beni comuni materiali e spirituali delle masse, dalla sanità all’istruzione , alla ricerca e innovazione, alla reale libertà di espressione contro il monopolio dell’audience mainstream, al senso di comunità e di partecipazione democratica attraverso i corpi intermedi, è portato avanti da movimenti e partiti in maggioranza volti al passato, ai valori di nazione sovrana, tradizione, autorità, conservatorismo culturale.Viene quindi rispolverata la tradizione di destra, anche come reazione all’estremismo libertario, al suo rifiuto delle distinzioni di genere, all’utilizzo del neutro nelle scuole e all’obbrobrio dei cambiamenti di sesso per i minori.
In molte occasioni mi è capitato di invitare pubblicamente i vari movimenti del dissenso all’unità, evitando i distinguo identitari, in quanto il potere che oggi accomuna l’estrema e la destra moderata nonché il centro-sinistra (di fatto la Democrazia cristiana del Pd, in cui la componente di sinistra mi sembra assai esigua) può trovare un argine solo in un’opposizione unitaria. Mentre scrivo si svolge a Roma una manifestazione dei lavoratori, in grado di riunire Cgil e Uil e sindacati di base, movimenti per il disarmo, la politica dal Pd a Rifondazione, e ne sono felice. È essenziale il contrasto alla guerra in nome della giustizia sociale, di politiche statali che limitino la belva sfrenata del mercato capitalista, degli interessi delle oligarchie della finanza. Questa è la strada.
È necessaria tuttavia una riflessione che ci aiuti a rafforzare il patrimonio culturale e ideologico del dissenso. La modernità, i diritti umani, la libertà individuale, il multilateralismo, l’internazionalismo che sconfigge il gretto orizzonte nazionale, fanno parte dei nostri geni. Non vanno rinnegati per anacronistici ritorni a comunità rurali, alle piccole patrie. Non si può buttare il bambino con l’acqua sporca. Il nostro orizzonte è tragicamente europeo. Il problema è come cambiare questa Unione europea, espressione burocratica delle élite guerrafondaie e riesumare il sogno socialdemocratico, le convergenze tra i popoli in nome di un bene comune, tra creditori e debitori, per i diritti umani senza doppi standard, per una migrazione integrata, per il commercio ed il mercato regolamentati, per aree regionali coese, per l’ uguaglianza di genere e la protezione delle minoranze omosessuali e transgender, non per la retorica aberrante odierna contro l’identità sessuale.
Molti movimenti, nella loro purezza politica, vorrebbero un’Italia fuori dalla Nato e dall’Europa neoliberista, da due organizzazioni che oggi sono complici dello sterminio di una generazione di ucraini e della pulizia etnica dei palestinesi. Capisco la purezza ma siamo costretti alla politica. Enrico Berlinguer dichiarò di voler restare nella Nato non perché temesse l’invasione sovietica, ma per evitare il destino cileno, il colpo di Stato della Cia in Italia. Il sogno di Edgar Morin di un’Europa neutrale, che dialoghi con gli altri poli dell’universo multipolare va perseguito costruendo l’autonomia strategica di una nuova Ue.

Aiuto natalizio


Siete poco amanti dell'inglese? Vorreste evitare figuracce sotto l'albero per le classiche sdolcinate dove sembriamo tutti buoni? 

Ecco un aiutino per chi dovrà ahimè affrontare il mielismo oramai alle porte! 


 

Canaglie politiche

 



Però...