Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 13 settembre 2024
Anche gli altri però
Ufficio Sinistri
di Marco Travaglio
Quando la destra è in difficoltà, di solito non per merito delle opposizioni ma per i leggendari auto-complotti dei suoi Cdd (Coglioni di destra), basta aspettare qualche ora. Poi state pur certi che arriverà qualche Ids (Idiota di sinistra) a ridarle fiato e argomenti. Ieri il governo annaspava ancora nel bicchier d’acqua del caso Boccia-Sangiuliano (dove non si capisce più di che si sta parlando: c’è chi trema perché forse, chissà, Dio non voglia, la Boccia potrebbe rivelare che Arianna Meloni parlava col ministro della Cultura del suo partito). Poi, provvidenziale, ecco il compagno Christian Raimo, insegnante di liceo, scrittore, attivista, editorialista, candidato di Avs trombato alle ultime Europee, concionare alla festa del partito e additare il ministro Valditara come “un bersaglio debole da colpire come si colpisce la Morte Nera”. Si potrebbe pensare che quel “colpire” sia una licenza poetica, se nel marzo scorso il dolce stilnovista, in un talk show del mattino, non avesse difeso Ilaria Salis con queste memorabili parole: “Cosa bisogna fare coi neonazisti? Secondo me bisogna picchiarli, Ilaria ha fatto bene. Io lo insegno a scuola ai miei studenti (ai quali va tutta la nostra solidarietà, ndr): picchiare i neonazisti penso che sia giusto, la democrazia si fonda su una violenza giusta”. Roba che, se la dicessero gli avvocati della Salis ai giudici ungheresi, sarebbe ergastolo assicurato. Per sua fortuna non l’hanno mai detto, anzi hanno sempre negato che la neoeurodeputata di Avs abbia menato chicchessia. Anche perché, se per essere dei veri antifascisti si dovessero picchiare i fascisti, non si riuscirebbe più a cogliere la differenza fra gli uni e gli altri. E così, grazie a questo genio, dopo giorni passati a inseguire i deliri della millantatrice pompeiana, i destronzi hanno finalmente qualcos’altro da dire per esercitare il loro sport preferito: il vittimismo molesto. Contro il prototipo del sinistrista che, se non esistesse, se lo fabbricherebbero con le proprie mani a proprie spese.
Non bastando lui, c’è pure chi fa di tutt’erba un fascio nel giro di vite governativo contro chi protesta in piazza e chi occupa abusivamente case destinate a domicilio altrui (peraltro già punito dalla legge). Il diritto di protestare (pacificamente) è sacrosanto e ogni legge che lo limiti o lo vieti è indecente e incostituzionale. Ma quello di occupare case destinate a chi ne ha diritto (il proprietario o l’affittuario per quelle private, l’assegnatario per quelle popolari) non esiste in nessun Paese del mondo. Si può, anzi si deve contestare lo sgombero immediato per morosità incolpevole di chi non ha un altro tetto. Purché sia chiaro che il diritto alla casa non è quello di entrare in quella d’altri. A meno che non sia la Casa delle Libertà di Corrado Guzzanti
L'Amaca
La realtà come complotto
DI MICHELE SERRA
Donald Trump è un bugiardo seriale, ma non lo sa. Crede sia vero tutto ciò che gli piace, e falso tutto ciò che gli dispiace. E dunque, se qualcuno lo contraddice per richiamarlo alla realtà dei fatti (come hanno fatto i conduttori del match con Harris, applicando in buona coscienza le regole del loro mestiere) si indigna, e con lui i suoi elettori, considerando questo richiamo alla realtà una mossa sleale e faziosa.
Siamo così abituati a pensare alla politica come a uno scontro di verità differenti, ma relative a una stessa realtà, che stentiamo a mettere a fuoco questa variante sconvolgente: un pezzo consistente della politica occidentale (degli altri posti del mondo sappiamo troppo poco per poter capire davvero come vanno le cose), così consistente che potrebbe vincere per la seconda volta le elezioni americane, non ha come proposito quello di cambiare la realtà, ma di farne finalmente a meno. Di stabilirne l’irrilevanza e di considerarla, per intero, un complotto nemico da sventare.
Questo tema mi ossessiona da anni (credo con ragione) e mi rendo conto di averne già scritto già troppe volte. Per non ripetermi troppo, vi rimando a tre libri, uno vecchio, uno seminuovo e uno nuovo, che possono aiutare a inquadrare meglio, anche storicamente, questo processo di progressiva dismissione della realtà. Il saggio di Richard Hofstadter “Lo stile paranoide della politica americana”, un classico degli anni Sessanta. “Infocrazia” di Byung-Chul Han, uscito in Italia un paio di anni fa. E “I demoni della mente” di Mattia Ferraresi, appena pubblicato. Nessuno di questi libri ha la minima probabilità di essere letto dalle persone di cui parlano.
Non lo sapevo
Per un pugno di yen
Le battute smarrite e i giapponesi infuriati I retroscena del film in cui nessuno credeva
DI ALBERTO CRESPI
Il 16 settembre la Cineteca di Bologna fa uscire in sala la copia restaurata diPer un pugno di dollari .Sono passati sessant’anni dalla prima uscita, a fine estate del 1964. Sempre la Cineteca, dal 23, riproponeLa sfida del samurai di Akira Kurosawa (1961). È un’accoppiata splendida, unita da una storia pazzesca che inizia quando La sfida del samurai ,già passato a Venezia nel ’61, esce in Italia. Sergio Leone va a vederlo. È recente il successo diI magnifici sette , dichiarato remake diI sette samurai : Kurosawa è un cineasta da tenere d’occhio. Leone pensa subito che potrebbe diventare un ottimo western. A margine: anche Mario Monicelli lo vede e si ricorderà del ciuffetto di Toshiro Mifune (il samurai protagonista) nel ‘66, quando metterà un ciuffo molto simile in testa a Vittorio Gassman inL’armata Brancaleone .
E ora cominciano i racconti che chi scrive ha ascoltato più volte negli anni. Spesso leggendari ma, come dice John Ford (cineasta caro sia a Leone sia a Kurosawa) inL’uomo che uccise Liberty Valance , se la leggenda diventa realtà, stampate la leggenda.
Un giorno del 1964 Giuliano Montaldo si reca alla Jolly Film di Arrigo Colombo e Giorgio Papi con i quali, anni dopo, realizzeràSacco e Vanzetti .
«Sento arrivare da una stanza rumori di spari, cavalli al galoppo, urla... penso stiano proiettando un western, invece è Leone che racconta Per un pugno di dollari ai produttori. Faceva tutti i rumori, era come vedere il film. Sergio era il numero uno in una specialità che ogni regista dovrebbe imparare: raccontare i film a voce. Lo chiamavano Dieci in Orale ». Papi e Colomboproducono Per un pugno di dollari in economia: il film è un “recupero”, Leone utilizza il set spagnolo di un western più ricco, Le pistole non discutono di Mario Caiano. Lo raggiunge, per dirigere la seconda unità, Franco Giraldi, futuro regista di film raffinati come Un anno di scuola e La giacca verde : «Arrivai nella Spagna degli anni 60, nonostante Franco fosse ancora vivo si allentava la cappa della dittatura. Nella troupe c’era un solo fanatico del caudillo e tutti lo insultavano: “Taci, fascista”. Gian Maria Volonté non si perdeva una corrida. Io girai con lui le scene in cui Ramón stermina i soldati con la mitragliatrice, e la strage notturna dei Baxter. Sì, le più efferate». Il film viene girato muto, tutti sarebbero stati doppiati: al ritorno a Roma, Leone si è perso la sceneggiatura e nessuno ricorda più cosa diavolo dicessero gli attori, devono riscrivere tutto in moviola, con Enrico Maria Salerno che doppia Clint Eastwood e Nando Gazzolo che doppia Volonté.
Nessuno, alla Jolly Film, crede inPer un pugno di dollari . Tranne Tonino Valerii, futuro regista diIl mio nome è nessuno . Lui, addetto all’edizione, vede per primo il girato e avverte Papi e Colombo che hanno in mano un film paragonabile aI magnifici sette .Lo prendono per matto e distribuiscono il film in agosto. Ma accade un miracolo. In un “pidocchietto” di Firenze il film incassa 400 mila lire il venerdì, 500 mila il sabato, 800 mila la domenica e un milione 400 mila il lunedì, cosa incredibile.Comincia il tam-tam. E cominciano i guai. Qualcuno, a Tokyo, lo vede. E arriva alla Jolly una telefonata: “Scusate, il vostro film somiglia veramente un po’ troppo aLa sfida del samurai ”. Papi e Colombo regalano alla Toho Film i diritti per il mercato giapponese, cosa che a distanza di decenni faceva ancora imbufalire Leone: «Ha fatto più soldi in Giappone che in Italia, e non ho mai visto uno yen». Ma prima, in vista di una possibile causa, gli avvocati consigliano la Jolly di trovare un’opera letteraria la cui trama ricordi vagamente il film, per imbrogliare i nipponici. «Fui incaricato di trovare quest’opera — raccontava Valerii — e tirai fuori Arlecchino servitore di due padroni , vergognandomi un po’. Ebbi 300 mila lire di premio, la causa poi non ci fu. Leone, qualche volta, si è rivenduto questa storia di Goldoni ispiratore dello spaghetti western». Se andrete a vedere La sfida del samurai , occhio: potreste scoprire non solo che Per un pugno di dollarine è praticamente la fotocopia, ma anche che Kurosawa era più bravo di Leone. Ma ne vale la pena.
giovedì 12 settembre 2024
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