mercoledì 4 settembre 2024

L'Amaca

 

La dittatura del miliardo
DI MICHELE SERRA
Il Cristo più grande del mondo dovrebbe sorgere in Armenia, in cima a un monte, alto una settantina di metri (30 di statua, 40 di piedistallo) e fosforescente, così che di notte si veda da quasi tutto il Paese. Dalle simulazioni si capisce che sarà un Cristo zeffirelliano (il contrario del Cristo pasoliniano, che per rispetto della storia aveva il volto semita). Non lo ha deciso un governo, non lo ha deciso un’istituzione pubblica, non lo ha deciso la Chiesa armena, lo ha deciso una persona sola, di quelli che chiamiamo oligarchi, o magnati. L’uomo più ricco dell’Armenia.
Ha comperato tutto, il monte, il paesaggio, i giornalisti portati in gregge ad ammirare i lavori in corso. Il governo armeno (vedi l’articolo di Luna De Bartolo su Repubblica )sta sostanzialmente patteggiando con questo signore per non sembrare troppo sottomesso, e proteggere quello che resta di un sito archeologico (pre-cristiano) che il riccone ha già spianato per metà.
Ogni governo, in teoria, dovrebbe rappresentare un popolo. Un miliardario cafone (esistono anche i miliardari signori, ma sono in netta minoranza) rappresenta solo se stesso. Eppure in tutto il mondo, non solo in Armenia, il potere di singoli individui maschi imbottiti di soldi è in costante ascesa, e sembra in grado di bypassare qualunque vincolo pubblico o interesse collettivo, per la serie: decido io, e voi non contate un (chissà come si dice cazzo in armeno).
Una soluzione facilitante è stata trovata in Russia, dove oligarchi e governo, grazie a Putin, sono attori coincidenti, o quasi.
Chissà se nel resto del mondo esistono ancora margini per contenere la dittatura del miliardo.

Da sempre lo sospetto

 



La lobby occidentaleche difende “Bibi”

POLITICA OPACA E PULIZIA ETNICA - Chi critica Israele viene diffamato come “antisemita”. La strategia colonizzatrice del Paese è storicamente sostenuta da una lobby sionista danarosa e attiva soprattutto in Usa e GB

DI BARBARA SPINELLI

Per la seconda volta nell’ultimo decennio l’accusa di antisemitismo si abbatte su politici di primo piano e li trasforma in appestati.

Nel 2018 toccò a Jeremy Corbyn, leader del Laburismo che difendeva i diritti dei palestinesi senza mai mettere in questione l’esistenza di Israele. Oggi tocca a Jean-Luc Mélenchon, capo del primo partito di sinistra in Francia, politicamente demolito in piena guerra di Gaza per aver sostenuto i palestinesi e messo in guardia contro tutti i razzismi, sia islamofobi sia antisemiti. Mélenchon è considerato ben più minaccioso di Marine Le Pen. Jacques Attali, già consigliere del presidente socialista Mitterrand, lo ha accusato di “genocidio simbolico”, in occasione dell’attentato alla sinagoga del 24 agosto nel sud della Francia a La Grande-Motte.

La diffamazione scatta in automatico, come un tic. È brutale e può distruggere un’ambizione politica. Ha dietro di sé la forza dei giornali mainstream, dei talk show in Tv, dell’establishment politico ed economico. Il linguaggio dei diffamatori è ripetitivo, se di linguaggio si può parlare quando vengono reiterate compulsivamente formule e aggettivi mai spiegati. È il lessico propagandistico (hasbara, in ebraico) di uno dei più potenti e antichi gruppi di pressione: la lobby sionista israeliana.

Non importa quel che accade a Gaza: più di 41.000 morti, soprattutto bambini e donne. Da tempo ha cessato di essere una rappresaglia. Non importano le proteste sempre più diffuse in Israele – parenti degli ostaggi, sindacati, giornali come Haaretz – e nelle università europee e statunitensi. Il sionismo inteso come progetto coloniale vacilla ma la lobby, finanziariamente molto influente, non se ne cura. Se osteggi le politiche di Tel Aviv, difendi i palestinesi e chiedi di metter fine all’invio di armi a Israele, vuol dire che sei antisionista, dunque automaticamente antisemita, dunque indifferente al genocidio subito dagli ebrei nel Novecento: questo il sillogismo ricorrente, arma della lobby. Il peso abnorme esercitato dai gruppi di pressione israeliani, specie negli Stati Uniti, è un dato difficilmente confutabile. È una delle tante verità israeliane mai ammesse, sempre opache.

È opaca la denominazione dello Stato, definito ebraico pur essendo abitato per oltre il 25 per cento da non ebrei (arabo-palestinesi musulmani e cristiani, cristiani non arabi, drusi, beduini, ecc.). È opaca la formula che descrive Israele come “unica democrazia in Medio Oriente”, perché la democrazia non si concilia con l’occupazione coloniale o l’assedio dei palestinesi. È opaca la forza militare di Israele, che dagli anni 60 dispone di un armamento atomico senza mai ammetterlo. Secondo il giornalista Seymour Hersh, Tel Aviv ha già minacciato una volta l’uso dell’atomica, nella Guerra del Kippur del 1973 (The Samson Option, 1991).

Ma più opaca di tutte le politiche è l’esistenza di una lobby sionista estremamente danarosa e attiva – soprattutto in Usa e Regno Unito – che fin dalla nascita dello Stato di Israele sostiene le sue politiche di colonizzazione, e che oggi appoggia l’ennesimo tentativo di svuotare la Palestina dei suoi abitanti. Si dice che Netanyahu sta spianando Gaza e attaccando anche la Cisgiordania solo per restare al potere, senza un piano per il futuro. Quasi un anno è passato dalla strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre, e una rettifica si impone. È vero che Netanyahu teme di perdere il potere, ma un piano ce l’ha: la pulizia etnica in Palestina.

La lobby sionista ha istituzioni secolari negli Stati Uniti e Gran Bretagna e filiali ovunque. Influenza i giornali e li monitora, finanzia i politici amici. Denuncia regolarmente l’antisemitismo in aumento, mescolando antisemitismo vero e opposizione alle guerre di Israele. Nei Paesi europei operano vari gruppi di pressione tra cui l’Ong Elnet (European Leadership Network).

È chiamata a volte lobby ebraica, ma con l’ebraismo non ha niente a che vedere. Ha a che vedere con il sionismo, che è una corrente politica dell’ebraismo e che dopo molti conflitti interni ha finito col pervertire la religione. È nata nella seconda metà dell’800 e culminata nei testi e negli atti fondatori di Theodor Herzl e Chaim Weizmann. Per il sionismo politico, l’ebraismo non è una religione ma una nazione, uno Stato militarizzato, edificato in Palestina con uno slogan che falsificando la realtà era per forza bellicoso: la Palestina era “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, data da Dio agli ebrei per sempre. Secondo il filosofo Yeshayahu Leibowitz, che intervistai nel 1991, Israele era preda di un “nazionalismo tendenzialmente fascista”. Non stupisce che Netanyahu e i suoi ministri razzisti si alleino oggi alle estreme destre in Europa e Usa.

Non tutti gli ebrei approvarono la ridefinizione della propria religione come nazione e Stato. In parte perché consapevoli che la Palestina non era disabitata, in parte perché la lealtà assoluta allo Stato israeliano imposta dalla corrente sionista esponeva gli ebrei della diaspora a sospetti di doppia lealtà.

Indispensabile per capire questa fusione tra religione e Stato militarizzato è l’ultimo libro di Ilan Pappe (Lobbying for Zionism on Both Sides of the Atlantic, 2024). Lo storico racconta, proseguendo lo studio di John Mearsheimer e Stephen Walt sulla lobby (2007), la nascita del sionismo nella seconda metà dell’800, e cita fra gli iniziatori le sette messianiche evangelicali negli Stati Uniti. Sono loro che con più zelo promossero e motivarono il movimento sionista. L’idea-guida del sionismo millenarista è che Israele ha un diritto divino a catturare l’intera Palestina. Se il piano si realizza, giungerà o tornerà il Messia. Questo univa nell’800 sionisti ebrei e cristiani. C’era tuttavia un tranello insidioso: per i sionisti cristiani, il Messia arriva a condizione che gli ebrei alla fine si convertano in massa al cristianesimo.

Il sionismo colonizzatore è oggi in difficoltà. “Non in mio nome”, è scritto sugli striscioni degli ebrei che manifestano contro la nuova Nakba (“Catastrofe”, in arabo) che il governo Netanyahu infligge a Gaza come nel 1948. E che infligge in Cisgiordania dal 28 agosto.

Ciononostante i governi occidentali accettano l’equiparazione fra antisemitismo e antisionismo, per timore delle denigrazioni e manipolazioni della lobby. Quasi tutti hanno fatto propria la “definizione operativa” dell’antisemitismo adottata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (cosiddetta Definizione IRHA, legalmente non vincolante). Tra gli esempi indicati, l’antisionismo e le critiche di Israele. Il governo Conte-2 si è allineato nel gennaio 2020.

Difficile in queste condizioni monitorare e combattere l’antisemitismo. L’unica cosa certa è che la politica di Israele non solo svuota la Palestina e crea nuove generazioni di resistenti più che mai agguerriti, non solo rende vano l’appello ai “due popoli due Stati”, ma mette in pericolo gli ebrei in tutto il mondo. Nel lungo termine può condurre Israele stesso al collasso.

Sana cultura


È Bobbio il nostro Socrate
Un nuovo saggio sul filosofo e giurista novecentesco ne svela la statura intellettuale
DI GUSTAVO ZAGREBELSKY
Una delle caratteristiche dei discorsi e degli scritti del professor Bobbio è stata la brevitas o breviloquenza. Per esplicito riconoscimento, preferiva i saggi brevi su questioni specifiche alle teorie onnicomprensive alle quali si dedicano di solito i filosofi del diritto, della giustizia, della politica, anche se non è affatto impossibile cogliere i nessi e organizzarli in “sistema”.
A parte i corsi universitari, la dimensione dei suoi scritti, funzionale alla limpidezza del discorso e dell’esposizione delle idee con le quali si confrontava e invitava a confrontarsi, corrispondeva al cruccio costante in lui, proprio in lui che riconosciamo maestro di precisione e comprensibilità, di mescolare temi eterogenei che avrebbero influito sulla chiarezza. Solo quando si è giunti a chiarire le idee per se stessi, si può essere brevi e non tediosi nell’esporle. Avrebbe potuto riconoscersi nel Socrate che, sfiancato dalla prolissità del suo interlocutore, un sofista (Protagora 335-36) che mena il can per l’aia sconclusionatamente – la questione era l’unità o la divisibilità della virtù: una questione, s’intende, cruciale – preferisce, come si dice, prendere cappello e andarsene via accompagnato dall’autoironia che gli era propria: «Io sono uno smemorato, e se uno va per le lunghe, dimentico di che si stia parlando. Come dunque, s’io fossi un po’ sordo, a voler ragionare con me crederesti necessario d’alzar la voce più che con gli altri, così anche ora, poiché ti sei imbattuto in uno smemorato, compendia le risposte e falle brevi, se vuoi ch’io ti segua». «Io ritenevo», aggiunge, «che fossero due cose distinte il discutere insieme conversando e il parlare dinanzi a un’assemblea ». Davanti a una «assemblea» può essere una tecnica utile tirare «in lungo fino a che la maggior parte degli uditori si scordino del punto a cui si riferiva la dimanda» e, nella confusione, ci si possa lasciar andare a «bisticciarsi gli uni con gli altri» come fa l’«infinita […] turba degli sciocchi». «Ho capito», dice Socrate, non Bobbio ch’era una persona molto educata, «che per me non c’era più ragione di rimanere in quel convegno» e, «detto ciò, mi son levato per andarmene».
Il pensiero dicotomico, al di là di quel che si potrebbe dire circa il suo fondamento ontologico o teologico, cioè circa l’anzidetto omnia dupliciabiblico, è uno strumento importante, forse essenziale, del «pensar chiaro». Anzi, spesso, è «l’altra faccia della medaglia », quella che ci consente di vedere meglio, più chiaramente rispetto al nostro personale e più facile punto di vista. Ma, affidarsi ad esso non è cosa da farsi con superficialità. Si tratta di mettere a raffronto idee bene costruite che possano dirsi “rivelatrici” dell’essenziale del concetto.
Ma, come sanno coloro che operano con le idee e, prima di tutti, gli ideologhi e i facitori di idee, non c’è nulla di più volatile delle idee. Possono disperdersi in molti rivoli, frivolezze e sentieri illusori. Verso le metafore, le immagini, le similitudini che possono colpire la fantasia e l’emozione ma spesso ostacolano l’intelligenza e il ragionamento, occorre essere sospettosi e usarle con parsimonia solo quando chiariscono, non quando sembrano poetiche e seduttive. Le idee rivelatrici sono quelle che colgono il punto principale, da cui logicamente dipendono tutti i discorsi che ruotano attorno a quel certo punto, senza intromissioni, oscurità, adulterazioni dettate da preconcetti teorici, dottrinali e metodologici. E sono, altresì, le idee che servono alla costruzione dicotomicadi un discorso ben fondato.
Nel campo del diritto, le idee non sono mai evidenti e chiare in sé. Non sono le idee che compongono il vasto campo delle realtà oggettive che si offrono alle intuizioni evidenti o alle speculazioni ontologiche dei metafisici. Sono costrutti concettuali di origine culturale che stanno alla confluenza di tanti apporti, storici, filosofici, esperienziali, eccetera, entro la quale occorre sapere scendere per cogliere quanto c’è di profondo ed essenziale e quanto di superficiale e accessorio.
Ma questa ricerca non ha a che vedere con la ricerca della verità. Ha a che vedere con l’intelligenza fedele delle posizioni che si confrontano dicotomicamente, vere o false che siano rispetto a criteri di verità esterni alle posizioni ideali che sono in gioco.
In breve, ciò che importa a prima vista non è che cosa è il diritto o la politica, ma che idee ne hanno coloro che si confrontano o si scontrano dicotomicamente. Non si tratta di scoprire chissà cosa, né di ricevere illuminazioni di sorta, né di farsi “ragionamenti chiari e sicuri” per penetrare nella verità profonda delle “cose che sono”. Si tratta di comprendere le “cose pensate” per poterle mettere a confronto veritieramente, rispettosamente e onestamente.
Insomma, la metodologia di Bobbio non è il metodo di Cartesio anche se l’espressione «ragionamenti chiari e sicuri» del secondo sarebbe probabilmente piaciuta assai al primo, ma non nel senso della via per tentare «e avanzare per quanto possibile nella conoscenza della verità, seguendo il metodo che mi ero prescritto».
Al contrario, il metodo dicotomico presuppone che, per sua natura, la conoscenza “per quanto possibile” si svolga muovendo strutturalmente entro un binario a due rotaie. Colui al quale ci rivolgiamo come il massimo estimatore della chiarezza, nemico bensì delle «illuminazioni» e amico dei «ragionamenti chiari e sicuri», era convinto dell’esistenza della Verità e della sua capacità di raggiungerla, fino al punto di credere, nel suo intellettualismo estremo, di poter arrivare dimostrativamente all’esistenza di Dio, non un dio interiore, ma un dio della ragione per così dire meccanica, né stoico né neoplatonico, che lavora nel mondo naturalisticamente tramite evidenze, deduzioni, induzioni, inferenze, eccetera, accessibili all’intelletto umano. 

martedì 3 settembre 2024

Vade retro!



Con tutto il rispetto per gli intolleranti al lattosio. Ma questo prodotto con ceci e sciroppo di riso al posto del latte, mi sconquassa oltremodo lo spirito, come se Geolier cantasse Sweet Child O’ Mine dei Guns, il Ministro Sangiuliano presentasse un evento culturale, Donzelli tentasse di fare un discorso di senso compiuto, Gasparri comprendesse il discorso di Donzelli, la Santanché dirigesse una sua azienda onestamente, Barbareschi leggesse un discorso di Gramsci, Pino Insegno facesse un’audience superiore al 0,2%. Insomma: non si profana la sacra crema! Cambiate nome (Risella, Cecella) e confezione!

Trottolino




Sii lodata madonna umiltà!



Il Santo d’Assisi ci aveva visto bene: benedetta madonna umiltà, tanto reietta e temuta ma, dopo l’ascolto di questo podcast, strabenedetta, adulata, agognata. Per fortuna non sono nato ricco, sia lode al fato che ha deciso di mantenermi comune mortale. Fiuuuu! 
Un concierge (portiere d’albergo) narra a Mincuzzi alcune stranezze dei riccastri di quel covo di diversamente umani che è Montecarlo. Ignobili idiozie rasentanti la pazzia affiorano dalla narrazione: sapevate ad esempio che se un babbeo, dal mio punto di vista, prendesse in affitto un appartamento a prezzi folli necessitante di un corso di rieducazione umana, e, trovandolo con arredamenti degli anni ‘60, perché quando te li affittano sono così,  rimodernasse gli interni a prezzi allucinanti, una volta che lasciasse l’appartamento, lo dovrà riportare allo stato iniziale, smembrandolo, gettando via marmi e quant’altro per riconfigurarlo col materiale iniziale, custodito nelle cantine del palazzo? Porcaccia miseria: se tu sbraiti in un centro commerciale ti sottopongono ad un Tso, se invece ammoderni un’abitazione spendendo centinaia di migliaia di euro e poi, lasciando la casa, riporti tutto allo stato iniziale, ti lasciano libero e pure ti adulano! Ma vaffanculo! 
Si narra di migliaia di piante gettate nella spazzatura perché non approvate dall’architetto di fama - strafulminateli! - di pavimenti in marmo di Carrara distrutti dalle scelte del nuovo inquilino. Una montagna di denaro sperperato in quel posto merdifero ed incivile che è Montecarlo, che mai più visiterò se non per rallegrarmi della mia pochezza finanziaria! State allegri normodotati! Ridursi così è quanto di più triste possa capitarvi! Che rimangano reclusi in quell’enclave di stupidità, lontano da noi e dalla vita! 
Vamos!

Hic!