giovedì 22 agosto 2024

Sallustimente

 

Labirintite da complotto
di Marco Travaglio
Alessandro Ballusti non dava tante soddisfazioni da quando finì ai domiciliari in casa Santanchè per una delle sue leggendarie bufale e poi, siccome nessuno capiva (all’epoca) cos’avesse fatto di male la Santanchè per espiare una simile condanna per conto terzi, tentò la fuga sul pianerottolo e si beccò un processo per evasione in aggiunta a quello per diffamazione. Allora tentò il martirio: rifiutò di chiedere i servizi sociali per finire in galera e dimostrare che siamo il Paese del giustizialismo, ma non ci riuscì neppure impegnandosi allo spasimo e dimostrò che siamo il Paese di Pulcinella. Ora, dopo avere svelato una miriade di complotti contro B. (tutti falsi, tanto pagava B.), ne sfodera uno fresco fresco per indagare Arianna Meloni per colpire Giorgia Meloni per rovesciare il governo per favorire Renzi che al mercato Bin Salman comprò. Da quattro giorni farfuglia frasi prive di senso compiuto per dimostrare che è tutto vero in base a “riscontri” e “fonti autorevoli” su “indagini su Arianna” per traffico di influenze, anche se lui dice “di influenza” perché confonde il Codice penale col bugiardino dello Zerinol (a meno che Arianna, nel tempo libero, non spacci virus a borsanera).
Il guaio è che i complotti sono cose troppo serie per essere affidate a tipi come lui. A fine anno Crosetto lo bruciò sul tempo e denunciò un complotto autunno-inverno di fake news contro il governo. Sallusti, pensando di fare cosa gradita, sparò in prima pagina sul Giornale una fake news: “Inchiesta su Crosetto”. Crosetto, che evidentemente non ci teneva a passare per indagato, gli fece causa e la vinse: non Sallusti, ci mancherebbe, ma gli Angelucci l’hanno risarcito con 35 mila euro. Ora Sallusti spara un’altra fake news per lanciare il complotto primavera-estate a base di fake news contro il governo di cui fa parte anche Crosetto, a sua volta vittima della fake news di Sallusti sul precedente complotto di fake news evocato da Crosetto con una fake news. Il complotto al cubo ha gettato il povero Sallusti nella più cupa labirintite, tant’è che non sa più come uscirne. L’articolo 656 del Codice penale prevede tre mesi di arresto per chi “pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”. Ma, trattandosi di Sallusti, nessuno si è turbato tranne lui. L’altra sera in tv Peter Gomez gli ha chiesto quale Procura indagherebbe su Arianna per le nomine, ammesso e non concesso che farle, per una dirigente di partito, sia un reato. Lui prima ha vacillato, poi ha bofonchiato che forse non è una Procura, ma “un’agenzia”. Di stampa? Di viaggi? Probabilmente un’agenzia immobiliare. Si esclude però l’Immobildream di Roberto Carlino: quella non vende sogni, ma solide realtà.

mercoledì 21 agosto 2024

Vannacci sui!


Generalissimo. Che lavoraccio essere Vannacci: se ne inventa una al giorno

di Alessandro Robecchi

Bei tempi quando il voyeurismo nazionale dibatteva del giallo dell’estate, del calciomercato, delle ondate di caldo, delle ondate di freddo, di amorazzi dei vip, di corna e controcorna. Ora la società è peggiorata e si dibatte su Roberto Vannacci. Farà un partito? Non lo farà? Lo farà nei giorni pari? Solo al giovedì? In che orari, esattamente? Ecco, prendere un piccolo elemento e guardare le mosche che ci girano intorno sembra il gioco di fine estate. Chi lo fa per ego ipersviluppato, chi per difesa d’ufficio, chi per distrazione, tanto per non parlare di decine di miliardi da trovare nelle tasche degli italiani, segnatamente dei poveracci, da qui a qualche mese; oppure soltanto perché Vannacci è un caso mediatico, come i tutorial su come si sbuccia il mango o si cucina l’uovo sodo. Insomma, uno spettacolo modernissimo.
Nega il Salvini, ovvio, che già ha i suoi problemini con un partito in picchiata. Tra un’elegia per il suo mirabolante ponte e un video di istruzioni culinarie, è anni che sposta la Lega verso destra, più a destra della destra estrema di Giorgia, e ora vedere uno che mette la freccia e va più a destra ancora lo infastidisce non poco. Di questo passo – sorpasso a destra dopo sorpasso a destra – avremo presto il partito di Gengis Khan, il club “amici di Pinochet”, il “Nosferatu fan club”, e quanto a “Hitler non era poi così male” ci siamo già quasi arrivati, basta aspettare.
Ma insomma, Vannacci. L’impressione è che sia un alunno di seconda media che gioca a fare Proust, surfando sul vocabolario, depistando significati e significanti, inneggiando alla “Decima” per poi dire che non era quella Decima là, invece sì, invece no. E ci pensano i suoi sodali e gerarchetti a spiegare il pensiero del capo: “Era uno dei più gloriosi reparti d’Italia”, dice un tale Filomeni, anche lui parà come il generale, che però tranquillizza tutti: “Se mi chiede se ci sarà un golpe le assicuro che non lo stiamo preparando”. Brividino, eh!
Ma andiamo con ordine. Il “movimento culturale” (ossignur, ndr) di Vannacci Roberto diventa un “movimento politico”, e questo è sempre il Filomeni. Più criptico il generale (che Filomeni chiama “la nostra Bibbia”) che dice e non dice. Smentisce di voler fare un partito, ma poi racconta l’evoluzione del suo “popolo” (una parola su cui ci vorrebbe una moratoria di una decina d’anni): questo “movimento” che prima seguiva il generale, poi lo scrittore e ora segue il politico, “quindi sta cambiando la sua ragione sociale”. Bello. Cosa vuol dire? Niente, come quasi tutte le cose che dice Vannacci, ma senza l’eleganza sopraffina e democrista delle “divergenze parallele” o del vecchio caro politichese, più come il ripetente che litiga col professore e pretende di aver ragione perché ha conosciuto al bar uno che la pensa come lui. Poi dicono del populismo.
Intanto, è un duro lavoro, deve inventarsene una al giorno, chiamare “camerati” i suoi sodali – una parola che persino gli ex missini hanno dovuto ammorbidire in “patrioti” – o presentarsi come “attivista eterosessuale”, che fa ridere un bel po’, ma non come crede lui. Insomma, fare il Vannacci è un lavoraccio, perché parlare alla pancia del Paese sono buoni tutti, ma per la pancia costipata, coi crampi identitari, con spasmi ipernazionalisti, metà complottisti e metà razziali, ci vuole uno come lui, uno capace di parlar chiaro senza dire niente, un calembour vivente, una distrazione ambulante. Tipo quei tiktoker che “spaccano”: guarda come taglio le zucchine! Cinquemila follower! Me’ cojoni!

Terribile e vergognoso




Raffinata Basile

 Il tornaconto degli Usa nella invasione di Kursk

DI ELENA BASILE
L’approccio analitico agli eventi porta a sottolinearne la complessità, l’entrata in gioco di fattori molteplici. La sintesi, al contrario, nella ricostruzione storica coglie l’essenziale.
Non sono una stratega militare e, più che le logiche autonome e i minimi spazi, mi interessa il nocciolo dei problemi. Mi è difficile quindi dare all’Ucraina una soggettività indipendente dalla volontà della Cia e degli altri attori del Blob statunitense. Kiev è la capitale di un Paese distrutto, che sopravvive economicamente e militarmente grazie agli aiuti occidentali. La sua classe dirigente è asservita agli interessi statunitensi e passerà alla storia per avere venduto il suo popolo, avere massacrato una generazione di giovani, i membri della gloriosa resistenza nazionale (secondo i giornali del mainstream ) che ora fuggono all’estero, si nascondono in casa, si rompono le ossa per poter non andare al macello.
La guerra alla Russia non è più nemmeno una guerra per procura: diviene gradualmente uno scontro tra Nato e Mosca. I mesi precedenti le elezioni statunitensi sono i più pericolosi perché i Democratici devono esibire agli elettori qualche scalpo per poter giustificare gli enormi finanziamenti a spese del contribuente riversati in una guerra suicida. L’operazione di Kursk, come sta inevitabilmente emergendo, è stata realizzata con armi e mercenari occidentali e con l’intelligence angloamericana. Lo scopo è sempre lo stesso. Sin dall’inizio gli strateghi del Blob erano consapevoli che la guerra russo-ucraina, se la Nato non avesse scelto la vera competizione con truppe e conquista dei cieli, sarebbe volta a favore di Mosca. L’obiettivo era tuttavia la destabilizzazione del regime, la sua caduta. A Kursk, più che una battaglia militare, si conduce un attacco terroristico contro i civili russi. Portarli in ostaggio in Ucraina o costringere Mosca a sacrificarli per sterminare i soldati ucraini affinché il popolo russo assaggi le ferite della guerra è il fine della strategia occidentale, non solo ucraina. La Russia, al contrario, ha finora scelto la stabilità, è avanzata lentamente nonostante la netta superiorità di uomini, munizioni e armamenti perché tutto proceda all’interno della Russia come se la guerra avvenisse in una dimensione parallela, preoccupandosi persino di non spargere troppo sangue fratello. Come abbiamo ripetuto, la Corte Penale Internazionale (Cpi) ha emesso un mandato di arresto per Putin che conduce battaglie militari contro obiettivi militari più che civili, mentre non ha potuto fare la stessa cosa per il criminale di guerra Netanyahu che massacra ancora oggi donne e bambini a Gaza. Questo è l’“Ordine internazionale basato sulle regole” che le più stimate cariche istituzionali europee raccomandano di difendere nella guerra in Ucraina. Di fatto, come il “resto del mondo” sa, si tratta soltanto di una pax americana basata su doppi standard e normative create e utilizzate a beneficio degli interessi del cosiddetto Occidente collettivo.
La tattica prevale sulla strategia, per cui non è rilevante se a Kursk alla fine i russi prevarranno con un massacro di militari ucraini e di civili russi: è invece essenziale che sui giornali più letti si possa parlare di sorpresa di Mosca, di inefficienze russe, del valore ucraino al fine di inorgoglire i bellicisti democratici (in Usa come in Europa) e il loro elettorato. Mi viene da sorridere quando ascolto gli interventi di ex generali, personalmente conosciuti, che si affannano a dimostrare come la difesa dell’Ucraina e l’attacco al territorio russo siano due facce della stessa medaglia. Chissà come mai invece, quando vi era a Mosca un rivale strategico e ideologico, le guerre tra Usa e Urss nei vari teatri del mondo non hanno mai preso in considerazione un attacco militare sui reciproci territori. Dal 2002, con l’uscita unilaterale di George W. Bush dal trattato ABM contro la proliferazione di armi nucleari offensive, il Blob ha perseguito la possibilità del primo attacco nucleare, evitando i danni “maggiori” per gli occidentali. L’obiettivo di una destabilizzazione della Russia potenza nucleare è dato per scontato. Non viene analizzato nelle sue conseguenze disastrose. Smantellare la Federazione che possiede 6000 testate nucleari o sostituire Putin con un falco? Domande inutili. Gli strateghi del Blob hanno interessi a breve termine da servire, altrimenti non sarebbero stati gli artefici dei disastri in Afghanistan, Iraq e Libia. I benefici immediati sono molteplici, in termini di campagna elettorale, di iniezioni di liquidità e guadagni delle oligarchie delle armi e dell’energia. La destabilizzazione delle aree del mondo, confine orientale dell’Europa o Medio Oriente, è una finalità in sé. Non prevede approfondimenti di lungo termine. Kursk va bene così, indipendentemente dall’esito finale. Le vittime, si sa, hanno sempre avuto nella storia una loro utilità.

Democrazia?

 

Che bella democrazia
di Marco Travaglio
Il Parlamento ucraino mette al bando la Chiesa ortodossa russa e ordina al clero di aderire entro 9 mesi alla Chiesa ortodossa ucraina: quella che nel 1992 (dopo l’indipendenza dall’Urss) proclamò lo scisma dal Patriarcato di Mosca, cui sottostava dal Seicento. Zelensky esulta per “la nostra indipendenza spirituale”, fregandosene del fatto che, del 71% di ucraini ortodossi, un terzo segue il culto russo. Fatti loro? No, nostri: l’Ucraina è candidata a entrare nell’Ue a tempo di record ed è tenuta artificialmente in vita dai miliardi occidentali. Ma le autorità europee hanno perso la favella. Come sempre in questi casi.
Quando, nel 2014, fu rovesciato il legittimo presidente Janukovich, si rivotò e vinse l’oligarca Poroshenko, che nominò quattro ministri neonazisti e inglobò nella Guardia Nazionale il battaglione neonazista Azov, tutti zitti perché il neoeletto era amico nostro, quindi un sincero democratico.
Quando Poroshenko iniziò a bombardare i russofoni in Donbass (14.400 morti nella guerra civile 2014-‘22) e abolì il russo come seconda lingua ufficiale in un Paese dove un terzo è russofono e il russo lo sa chiunque, tutti zitti perché i russofoni sono difesi da Putin.
Quando le truppe di Kiev in Donbass trucidavano 40 giornalisti sgraditi, fra cui l’italiano Andrea Rocchelli, tutti zitti perché i cronisti li uccide solo Putin.
Quando, dopo l’invasione russa, Zelensky mise fuorilegge gli 11 partiti di opposizione, arrestò il capo del più votato e oscurò le tv che rifiutavano di confluire nella piattaforma unica governativa, tutti tacquero perché Kiev non è Mosca.
Quando un commando ucraino fece esplodere i gasdotti russo-tedeschi NordStream, tutti accusarono Mosca di esserseli bombardati da sola, così come quando gli 007 di Kiev uccisero a Mosca Darya Dugina, figlia di un filosofo putiniano, perché l’unico terrorista è Putin.
Quando Zelensky proibì per decreto di negoziare con Mosca, tutti zitti perché la Nato arma l’Ucraina per negoziare meglio con Mosca.
Quando Kiev arresta migliaia di giovani ucraini che fuggono dalla leva, tutti tacciono perché i giovani ucraini non vedono l’ora di morire in una guerra persa in partenza.
Quando Zelensky rinviò le elezioni restando al potere, tutti zitti perché l’Ucraina è una democrazia.
Quando gli ucraini invasero la regione russa del Kursk, tutti parlarono di “legittima difesa” e di “spinta ai negoziati”, poi si scoprì che avevano fatto saltare i nuovi negoziati a Doha e sguarnito le difese nel Donbass, dove i russi ora dilagano.
Ora che Zelensky abolisce pure la libertà di culto, tutti zitti perché l’unico che strumentalizza la Chiesa a fini politici è Putin.
Una trascurabile curiosità: ma questi famosi “valori della democrazia occidentale” che l’Ucraina difende con i nostri soldi e le nostre armi, esattamente quali sarebbero?

martedì 20 agosto 2024

Quando parla lui…





Non so perché ma stasera corro a confessarmi…

Ansia e pigrizia



Ansia e scocciatura, sentendolo con le dita ci sarà si e no ancora materiale per due o tre sedute. E poi il cambio. Se da un lato la psiche è rasserenata dai ricambi - mai meno di tre perché se scoppiasse uno sciopero, una guerra, occorre aver polmone - dall’altra la sostituzione nuoce gravemente alla placidità, quel cilindro di cartone va portato in cucina - che palle! - depositandolo nella carta. Il panchinaro è in attesa da molto tempo, non sia mai che si resti a secco sul più bello! La sostituzione avviene fulminea, sogghignando, ma quel cilindro, ah quel cilindro, il viaggio per riporlo, tedioso, lezioso, urticante! Se non si è soli in casa, un po’ di precisione, magari un velo di stitichezza e oplá! Il nuovo rotolo a qualcun altro!