Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 11 luglio 2024
Recalcati e Joe
L’arte di saper tramontare
DI MASSIMO RECALCATI
In più occasioni Nietzsche ha ricordato che l’arte più alta che un essere umano può esercitare è quella di saper tramontare. Con una aggiunta che non dobbiamo trascurare. Saper tramontare, scrive, “al momento più giusto”. Si tratta di un drammatico problema che investe attualmente la figura tristemente patetica e sfinita di Joe Biden, ma che, in realtà, definisce più in generale il carattere essenziale di una leadership politica all’altezza del suo compito. Un vero leader, infatti, dovrebbe lavorare sin dal primo giorno del suo incarico per preparare la sua successione, per rendere il suo gruppo di appartenenza non dipendente dalla sua azione, per trasmettere il senso più fecondo dell’eredità. In questo senso lo scacco evidente di una leadership com’è quella di Biden mette sotto accusa non solo il soggetto in questione e il suo entourage più familiare, ma un intero partito e una intera cultura politica.
Come è possibile che nel corso degli anni non sia stata coltivata con la giusta attenzione un passaggio di consegne generazionale, la trasmissione efficace di una eredità? L’arte di sapere tramontare dovrebbe guidare un leader degno di questo nome sin dal giorno del suo insediamento. Circondarsi non dai mediocri ma dai migliori, guardare con cura alle nuove generazioni, ai loro talenti, affidare a loro compiti e responsabilità, attivare un principio di delega diffuso, non accentrare il potere sulla propria persona. Si tratta di una versione non patriarcale — non edipica — della leadership che non si struttura più verticalmente ma secondo una orizzontalità plurale. Operazione complessa, più facile a dirsi che a farsi, che ha come presupposto l’idea che il leader non si manifesti essenzialmente attraverso un comando esercitato dall’alto e destinato a trasmettersi gerarchicamente verso il basso, ma come una luce che s’irradia. La versione verticale della leadership è una versione fallica del potere. Non a caso essa si identifica spesso con il corpo vigoroso o carismatico del leader esibito come un feticcio pubblicitario. Esaltare la potenza virile del leader dovrebbe offrire una garanzia di solidità e affidabilità. Spesso queste raffigurazioni autoritarie della leadership si sono storicamente impaludate in forme diverse di paranoia. Più, infatti, il potere si concentra nelle mani di un solo uomo e più fatalmente aumentano i nemici potenziali. Stalin elimina unodopo l’altro i membri del comitato centrale del suo partito accusati di tradimento della Causa. In questo senso lo sguardo del leader che rifiuta il tramonto non vede mai nei suoi figli dei degni successori ma solo dei potenziali parricidi. Questa percezione distorta del rapporto tra le generazioni rafforza inevitabilmente il suo legame con il potere e la difficoltà a staccarsi dalle sue leve. È un problema che ha attraversato anche il nostro paese. Ne abbiamo visti leader che anziché passare il testimone alle nuove generazioni si sono confusi con il partito che dirigevano come se fosse una loro proprietà. In gioco nell’arte di saper tramontare come virtù fondamentale di ogni leadership è il rapporto del leader con la morte. Tanto quanto la rappresentazione fallica del leader pretenderebbe di oscurarne la presenza facendosi addirittura in alcuni casi simbolo religioso di una immortalità incorruttibile dal tempo, tanto quanto il corpo tremante e smarrito — totalmente svirilizzato — di Biden rivela, come accadde a quello di Berlusconi nella parabola finale della sua carriera politica, una fragilità sconcertante che contrasta con il ruolo che si candida irresponsabilmente a ricoprire. Poiché il vero problema di questa inverosimile candidatura non è tanto quello di vincere la competizione con Trump, ma l’eventualità sciagurata di una sua vittoria. Come potremmo immaginare un uomo così debilitato, confuso, evidentemente a fine corsa, alla guida degli Stati uniti?
Il caso Biden dovrebbe spingerci a pensare a forme femminili della leadership dove l’ingombro fallico non offuschi la visione, dove l’attaccamento al potere non è questione di vita e di morte.
Bisognerebbe ricordare altresì che il tramonto non è solo il tempo di un indebolimento fatale della luce del sole, il tempo della fine desolante della giornata, ma l’incanto di una bellezza struggente, uno spettacolo straordinario che ogni volta ci colpisce. Dovremmo allora modificare il nostro sguardo per vedere nell’arte del saper tramontare un gesto nobile di trasmissione dell’eredità più che l’esito di un destino crudele, di una caduta senile del leader, di una sconfitta dettata dall’inesorabilità del tempo che passa; un gesto grande che ha in sé la bellezza infinita dei tramonti, il dono di una eredità che resta viva solo grazie a questo dono.
Pidinamente
Il Pd è tornato, purtroppo
di Marco Travaglio
Bisogna ringraziare il Pd, perché ogni tanto fa il Pd e ci ricorda cos’è il Pd: quel partito che, anche quando portava altri nomi, ci ha regalato 10 anni di governi B. (evitando di opporglisi) e 4 e mezzo di governi con B. (alleandosi con lui), porcate sulla giustizia come il “giusto processo”, la bozza Boato, l’immunità extra-large, il lodo Maccanico, l’abolizione dell’ergastolo e dei pentiti di mafia, le proroghe a Rete4 in barba alla Consulta e varie schiforme costituzionali: quella renziana bocciata dagli italiani; il Titolo V che ora consente alla destra di rifilarci l’Autonomia differenziata; e il premierato, proposto dall’Ulivo in Bicamerale, che ora la destra copia e traduce in legge. Si dirà: acqua passata, ora c’è il nuovo Pd di Elly Schlein e guai a criticarlo: il popolo chiede unità. Magari. Il Pd continua a votare con le destre contro i giudici che chiedono di usare intercettazioni e chat nei processi ai parlamentari. E l’altroieri si è superato con l’ordine del giorno Serracchiani per cancellare parte della legge Severino (votata da tutti nel 2012) e lasciare al loro posto gli amministratori regionali, provinciali e comunali condannati in primo grado, salvo per delitti “di grave allarme sociale”: chi spara a qualcuno o fa rapine a mano armata o spaccia droga deve andarsene; chi intasca solo tangenti o arraffa soldi pubblici o abusa del suo potere può restare fino alla Cassazione. A FI e Lega non è parso vero, infatti hanno votato Sì, mentre il M5S ha votato No e persino FdI si è astenuto.
Vien da chiedersi con che faccia il Pd chieda le dimissioni di Toti, agli arresti domiciliari senza neppure una condanna in primo grado. La risposta è semplice: con la faccia del Pd. Che fino all’altro ieri adorava pure l’Autonomia differenziata, tant’è che Bonaccini la chiese per l’Emilia Romagna al governo Gentiloni nel 2018, senza fare retromarcia neppure quando la Schlein divenne sua vice. “Un accordo di portata storica a beneficio di un territorio virtuoso”, esultò il sito del Pd. E il ministro Boccia esaltò l’Autonomia come “nuovo patto sociale per la lotta alle disuguaglianze, al Nord come al Sud”. Ora il Pd, senza aver mai chiesto scusa né spiegato perché ha cambiato idea, sale sulle montagne della Resistenza referendaria all’Autonomia differenziata. Ma è tutta scena. L’altro ieri, alla Regione Campania, il Pd ha votato due quesiti: uno (che rischia di non passare alla Consulta) per l’abrogazione totale della legge Calderoli; l’altro per l’abrogazione parziale, ma molto parziale, talmente parziale da far gridare il costituzionalista Massimo Villone all’“imbroglio politico” di chi “finge di voler bloccare Calderoli e in realtà gli spiana la strada”. Se questo è il partito-guida dell’opposizione, la Meloni può dormire fra due guanciali.
L?Amaca
L’ anticiclone Freddy Krueger
DI MICHELE SERRA
Oramai il meteo (per non generalizzare: la maggioranza dei siti meteo) sta all’allarme climatico come il cinema horror sta alle nostre paure. Ci costruisce sopra uno show, e passa all’incasso. “Sarà un’estate terrificante”, promise testualmente quest’inverno uno dei guru del settore. E siccome almeno un paio delle ultime estati italiane, se non proprio terrificanti, sono state effettivamente durissime, con temperature vicine ai 40 gradi già nel mese di giugno, e rarissime pause di frescura, io gli ho creduto.
Ma fin qui, soprattutto al Nord (nel quale vivono parecchi milioni di italiani), l’estate è stata invece piuttosto gentile, dopo una primavera piovosissima (e non prevista da alcun sito, anche perché le previsioni meteo sono attendibili solo nel breve) che ha portato sì qualche danno, ma ha finalmente riempito i bacini e le falde duramente provati da un lungo ciclo siccitoso. Fa più caldo, come è prassi, mano a mano che si scende a Sud, e il famigerato anticiclone africano (che nei titoli di giornale ha la parte di Freddy Krueger nella serie Nightmare )prende il sopravvento. Faremo ampiamente in tempo a boccheggiare, ma fin qui il bilancio è meno “terrificante” di precedenti estati, sicuramente di quella del 2023, rovente e funestata da una inquietante penuria d’acqua.
Ora: siccome il riscaldamento del pianeta è un problema serio, e un fenomeno accertato (lo rilevano tutti gli strumenti disponibili), sarebbe bello poterne parlare con un certo raziocinio, possibilmente a bassa voce (con questo caldo…) e al riparo da effetti speciali.
C’è un aplomb da mantenere, di fronte alle avversità. Se si strilla, si suda molto di più.
mercoledì 10 luglio 2024
L'Amaca
Un aeroporto poco milanese
DI MICHELE SERRA
Giudicando inopportuna e sgarbata la decisione di intitolare l’aeroporto di Malpensa a Berlusconi, il sindaco di Milano Sala non fa che interpretare l’opinione e i sentimenti (contano anche i sentimenti) di una larga parte, molto probabilmente la maggioranza, dei cittadini milanesi. La replica del Salvini, come era prevedibile, è quella di un bullo che divide gli altri in due categorie: o fanno parte del suo clan o sono nemici da disprezzare, e dunque non può essere nemmeno sfiorato dal dubbio che esistano anche le ragioni degli altri.
Non ce la fa proprio. La riflessione non è il suo ramo. Di qui, forse, il suo sistematico sgarbo: lo esime da ogni discussione nel merito.
Il paradosso, nel caso specifico, è che è stata soprattutto la Lega a pretendere che Milano, non volentieri, digerisse Malpensa come suo aeroporto internazionale. E dunque, conterà qualcosa l’opinione del sindaco di Milano e dei milanesi sul nuovo nome di Malpensa, oppure Salvini, che a Milano conta meno del due di picche, può permettersi il lusso di opporgli il suo “me ne frego”?
È molto improbabile che nel governo qualcuno raccolga il malessere di mezzo Paese, e dei tre quarti di Milano, per una intitolazione che suona per metà ridicola e per metà sfrontata. Il pezzetto “moderato” della maggioranza non può, in questo caso, moderarsi, perché esso stesso è intitolato a Silvio Berlusconi.
Prepariamoci dunque a vedere gli stranieri transitare da Malpensa con un sorrisetto di compatimento, o ribattezzarlo aeroporto Bunga Bunga come già ventilano i buontemponi sui social. La sola cosa che potremo dire loro sarà “noi non c’entriamo nulla”. Ci siamo già abituati da parecchi anni, del resto.
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