domenica 28 aprile 2024

Sul frottolaio

 

I pistola fumanti
di Marco Travaglio
Oltre a mandarci i migranti dall’Africa, a pilotare le fake news, a far vincere la Brexit, a far eleggere Trump, a far rincoglionire Biden, a ispirare Dostoevskij e Cajkovskij prim’ancora di nascere, a dirigere occultamente il Fatto e tutte le altre cose brutte che accadono sull’orbe terracqueo da tre secoli a questa parte, ora Putin vuole “favorire l’astensionismo in Italia”. L’ha detto il sottosegretario Alfredo Mantovano, dunque dev’essere vero. Anche perché i suoi toni non ammettono dubbi: “Non si può escludere che ci siano ingerenze russe nella campagna elettorale per le Europee. In Spagna ci sono state, non per favorire una parte o l’altra, ma per delegittimare l’intero sistema. E può accadere anche in Italia”. Apperò: è quel che si dice la pistola fumante.
Non sappiamo in Spagna, ma in Italia il sistema lo delegittima e l’astensionismo lo fomenta la Meloni che, come Schlein e Tajani, si candida alle Europee già sapendo che al Parlamento europeo non metterà neppure piede. Promette di abolire le accise e abolisce lo sconto sulle accise. S’impegna a “tutelare i diritti del Superbonus e migliorare le agevolazioni edilizie”, poi dice che “il Superbonus è una tragedia contabile, la più grande truffa ai danni dello Stato”. Si tiene ministri imbarazzanti tipo Santanchè e poi fa la morale agli inquisiti (e pure ai non inquisiti) altrui. Promette legalità contro mafie e corruzione, poi fa approvare una ventina di leggi pro mafia e corruzione e prepara un indulto mascherato, ma solo dopo il voto per fregare meglio gli elettori. Offende i contribuenti onesti definendo le tasse “pizzo di Stato” e varando 18 condoni fiscali in due anni. Vaneggia di blocchi navali e piani Mattei, intanto gli sbarchi di migranti triplicano. Mette sul lastrico centinaia di migliaia di poveri, insultandoli pure come fancazzisti. Giura di abolire la Fornero, poi la riesuma riuscendo financo a peggiorarla. Predica il sovranismo e poi appalta la politica estera a Biden, Stoltenberg, Ursula e Zelensky e quella finanziaria agli euro-falchi. Strilla all’Ue “la pacchia è finita”, poi si genuflette all’Ue firmando un Patto di Stabilità tutto lacrime e sangue, infine si astiene sul medesimo. In privato, a due comici russi scambiati per ambasciatori del Catonga, dice che fra Ucraina e Russia urge “soluzione che sia accettabile per entrambe le parti”, ma in pubblico continua ad armare Kiev “fino alla vittoria”. Non spende una parola sul massacro di palestinesi a Gaza e si astiene all’Onu sulla tregua. Annuncia una tassa sugli extraprofitti bancari, poi torna indietro dopo una telefonata di Marina B.. Intanto piazza ai posti di comando i parenti suoi e dei suoi. Putin, lo sappiamo, è il diavolo in persona. Ma come spingitore di astensionisti, al confronto, è una pippa.

Totalmente d'accordo!

 

Il caso
Il partito pigliatutto Quei sintomi inquietanti di democrazia illiberale
DI STEFANO CAPPELLINI
ROMA — La foto di Pescara, con i manager di Stato trasformati in testimonial di Giorgia Meloni, è meglio di un abbecedario per spiegare quali sono i sintomi di una democrazia illiberale. Cos’è la democrazia illiberale? È quella democrazia che conserva i rituali formali, in primo luogo le elezioni, e al contempo perde la sostanza. Si svuota di quei meccanismi che regolano la distinzione dei ruoli, la terzietà delle istituzioni e la separazione dei poteri. È una democrazia menomata dove chi vince le elezioni si ritiene naturalmente proprietario dello Stato e di tutto ciò che lo Stato partecipa o il governo controlla, come appunto le aziende pubbliche o le agenzie nazionali. Una democrazia azzoppata nella quale il consenso elettorale viene brandito come un clava per ridurre o eliminare i contrappesi e poteri autonomi, dalla magistratura ordinaria a quella contabile, dalla libera informazione alle figure di garanzia.
Nello specifico italiano, la presidenza della Repubblica, il principale bersaglio della riforma istituzionale già incardinata in Parlamento, il cosiddetto premierato, che punta ad abbattere l’arbitro del sistema per eccellenza, il Quirinale, affinché chi è investito del voto popolare non debba rendere conto a nessuno se non agli elettori e nemmeno tutti, solo i suoi, secondo la logica perversa di un sovranismo plebiscitario. Per questo, negli intenti della riforma, anche il Parlamento va messo nelle condizioni di non poter esprimere in corso di legislatura un presidente del Consiglio alternativo a quello indicato dalle urne: la chiamano norma anti-inciucio, per vellicare i più bassi istinti populisti, mentre invece è un altro passo verso quei pieni poteri invocò invano dal Papeete Matteo Salvini. Il quale, caduto nel frattempo in disgrazia, contribuisce come può alla devastazione di ogni grammatica candidando Roberto Vannacci, generale dell’esercito in attività sebbene ormai fuori controllo.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di ingerenza, invasione e interdizione, in diverse direzioni. Ci sono stati gli attacchi ripetuti alla Corte dei conti, rea di aver acceso un faro sulla riscrittura del Pnrr e sul rischio concreto di mancato raggiungimento degli obiettivi prefissi. Per ritorsione, lo scorso gennaio il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto, altro esponente di FdI, ha sottratto alla nostra magistratura contabile la nomina del rappresentante italiano presso la Corte dei conti europea, affidando l’incarico a un suo fedelissimo. Ci sono gli sfregi al Parlamento, ultimo dei quali è l’incredibile caso accaduto alla Camera dei deputati, in commissione Affari costituzionali, sull’autonomia differenziata. Il governo è andato sotto in una votazione a causa dell’assenza di alcuni parlamentari di maggioranza. Nessun problema: il presidente della commissione Nazario Pagano, in questo caso di Forza Italia, ha congelato l’esito per poter chiudere lavotazione a ranghi completi e così ribaltare il risultato. C’è la vicenda della censura in Rai al discorso sul 25 aprile dello scrittore Antonio Scurati. Al di là dell’evidenza dei fatti, rivelante è il particolare che, scoppiato il caso, a intervenire per replicare alle accuse di censura è stata Meloni in persona, di fatto rivendicando l’intervento («Propaganda a spese dei contribuenti») e facendo cadere anche l’ultimo velo di finzione su quella che la presidente del Consiglio considera la vera catena di comando aziendale.
Ma la foto di Pescara restituisce anche la debolezza di una classe dirigente, quella di nomina politica, che scambia l’investitura ricevuta per una forma di vassallaggio che incorpora dunque l’omaggio al feudatario. Il problema è duplice: da una parte un partito di governo cheritiene naturale trasformare in cartelloni pubblicitari due importanti boiardi mettendo loro in mano una maglietta con lo slogan elettorale di FdI; dall’altra i due dirigenti - Stefano Pontecorvo, presidente di Leonardo, la più grande azienda italiana insieme a Eni, e l’ex prefetto Bruno Frattasi, capo dell’Agenzia per la Cybersicurezza, la cui importanza non ha bisogno di essere spiegate – che la ostendono sorridenti e compiaciuti a favore di obiettivo. Se il gesto voleva rappresentare una adesione militante alla campagna elettorale meloniana, la gravità e il danno ai rispettivi incarichi sono evidenti. Ma anche a prendere la loro disponibilità allo scatto per altra cosa, un atto di malintesa cortesia davanti a una richiesta dei padroni di casa, le conclusioni sono persino più inquietanti: se non si sentono in grado nemmeno di declinare in pubblico una proposta irricevibile, cioè l’arruolamento coatto in una foto di propaganda, c’è da dubitare su quale possa essere il loro grado di autonomia di fronte alla telefonata proveniente da un ministro o da Palazzo Chigi.
Fratelli d’Italia è un partito dichiaratamente sovranista che, come tutte le forze politiche gemelle nel resto d’Europa, insegue e alimenta questa confusione tra partito e governo, partito e Stato, partito e aziende pubbliche. All’ultima assemblea dei dirigenti di Leonardo, il giorno dopo la presentazione del piano industriale da parte dell’ad Roberto Cingolani, il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti ha mandato un composto videomessaggio, quello della Difesa Guido Crosetto si è invece presentato di persona e ha tenuto un discorso. A un certo punto ha pronunciato una frase che faceva così: dicevano che io fossi in conflitto di interesse con l’azienda, io invece sono in conflitto di interessi con voi, perché vi conosco tutti e so quando dite la verità e quando no. Dietro l’ironia, un’altra rappresentazione plastica di un rapporto non proprio equilibrato tra un ministro e un’azienda quotata che ha tra i suoi clienti anche il governo. Un mese dopo quell’assemblea, il presidente di Leonardo è sul palco di Pescara, insieme a Crosetto, a esibire lo slogan che accompagna la corsa di Meloni a Strasburgo: «L’Italia cambia l’Europa». Se questo è il cambiamento, si può solo sperare che l’Europa resista.


L'Amaca

 

Un cane e la sua padrona
DI MICHELE SERRA
Invece di braccare i fagiani, il giovane pointer Cricket inseguiva le galline, con grave detrimento dell’onore venatorio della sua padrona cacciatrice.
Che dunque lo ha eliminato sparandogli una fucilata,“perché andava fatto”.
Sarebbe solo una delle tante storie di brutalità e idiozia umana a discapito delle bestie, non fosse che la signora in questione è l’attuale governatrice del South Dakota, Kristi Noem, e ha raccontato l’esecuzione a freddo del suo cane in un libro autobiografico, con una certa fierezza: una specie di prova di iniziazione (a che cosa?), la dimostrazione che Kristi, di fronte alle difficoltà della vita, non arretra. Come un vero ometto.
Mal gliene incolse: un inevitabile putiferio politico e mediatico ha accolto il racconto, effettivamente ripugnante, dell’uccisione di Cricket. E poiché la signora Noem è una delle più accreditate candidate alla vicepresidenza — ovviamente al fianco di Trump — è fortemente possibile che questa storia le costi la candidatura. Per una ragione specifica: non esiste argomento più trasversale dell’animalismo, e sparare a un cane o a un gatto non solo è reato perfino laggiù nel South Dakota, ma genera uno stigma immediato, con grande rimbalzo sui social. Poi c’è una ragione più generale: il tasso di intelligenza di una persona che non solo ammazza il suo cane per futili motivi, ma lo racconta pure, è con ogni evidenza piuttosto basso. È probabile che questo secondo argomento, in una campagna elettorale, sia meno importante. Vale comunque la pena ribadirlo, inviando nel contempo un malinconico saluto a Cricket.

Scherzosamente

 


Se avete tempo e voglia

 


Il Longform di Repubblica su Ucci Ucci Angelucci! 
Occorre tempo, voglia e Maalox per leggerlo. 


Angelucci, l’impero

dell’uomo nero

DI GIULIANO FOSCHINI CLEMENTE PISTILLI

Quella di Angelucci Antonio, detto Tonino, è una storia che non ci si crede. È il sogno italiano: l’ex portantino dell’ospedale San Camillo, con la licenza di scuola media, che diventa il re delle cliniche, con fatturato da 148 milioni di euro all’anno e un vitalizio annuo dalle sue aziende di quattro milioni, oltre allo stipendio e ai benefit da parlamentare. Bingo. Ma è anche la sintesi, e un poco la vergogna, di un certo modo di fare politica, e dunque potere, in Italia: «Giuro che è così: guardi qui, in quattro legislature il deputato Angelucci non ha mai tenuto un intervento in aula. Ecco il numero degli interventi: zero, zero, zero, zero» dice, con un ghigno tra il beffardo e il rassegnato, un vecchio funzionario parlamentare, uno di quelli che le ha viste tutte in più di trent’anni di lavoro, ma no, una cosa così mai. Tonino Angelucci è il contrario di ogni cosa. È il parlamentare più ricco ed è quello più assente: più del 99 per cento in questa legislatura, 96 nella scorsa, 99,59 di assenze in quella precedente, più del 70 alla prima. È un imprenditore che dà le carte alle politica, controllandola. Ma lo Stato è anche il suo primo cliente: se un giorno i soldi pubblici dovessero venire meno, il suo impero crollerebbe. È l’uomo più esposto (editore di giornali, padrone entusiasta di media: non c’è trattativa nel mondo dell’editoria, per l’acquisto di agenzie di stampa, radio, televisioni, in cui non spunti il suo nome) e insieme l’uomo più nascosto: non solo in Parlamento, ma anche fuori, non si ricorda una sua parola, una presa di posizione pubblica. È un muto con il megafono, «perché così anche i silenzi possono fare un grande rumore», racconta uno dei signori della sanità italiana, che Tonino lo conosce da più di cinquant’anni.

La politica

Fare «rumore con i silenzi». Tra le doti di Tonino Angelucci, questa deve essere la più importante, o sicuramente una delle più importanti. Non si spiegherebbe altrimenti la carriera politica di questo imprenditore che nonostante numeri e attività parlamentare da avere vergogna, ha nel curriculum ben quattro legislature e con due partiti diversi (Forza Italia di Silvio Berlusconi prima e la Lega di Matteo Salvini poi) . Perché eleggere per venti anni il re dell’assenteismo? E soprattutto: se così disinteressato alla politica, nel senso di attività di aula; se così distratto dai microfoni e dai riflettori, per quale motivo uno degli uomini più ricchi e influenti d’Italia, proprietario di un impero nella sanità, nell’editoria, nel mattone, impone la sua (non) presenza in Parlamento?

Le risposte possibili sono diverse. Nel senso che sono tante e articolate.

Innanzitutto: Tonino Angelucci è un buon amico. Lo sa Denis Verdini, che quando non immaginava di finire in manette, dopo che la Banca d’Italia commissariò il suo Credito cooperativo fiorentino di cui era presidente, riuscì a ripianare il rosso – così come gli era stato imposto da via Nazionale – soltanto grazie a un prestito del re delle cliniche (che in cambio ottenne un’ipoteca di Villa Gucci, la grande villa fuori Firenze di proprietà della famiglia Verdini). Ma lo sanno anche i dirigenti della vecchia Alleanza Nazionale (Gianfranco Fini in primis), quelli di Forza Italia e ora della Lega, con cui il gruppo Angelucci è sempre stato generoso, nel finanziare le campagne elettorali. Lo sa Matteo Salvini che a casa Angelucci si sente quasi in famiglia, tanto da festeggiare anche i suoi compleanni. E lo sa pure Giorgia Meloni: perché con Antonio ha sempre avuto un rapporto diretto di assoluto rispetto e soprattutto perché tante sono state le serate passate con suo figlio, Giampaolo, detto Napoleone, che al momento tira le redini della holding. E che ha un rapporto importante - si vedono spesso insieme nelle serate romane - con l’ex compagno della premier, Andrea Giambruno: erano spesso insieme, e ancora oggi li raccontano in rapporti di assoluta amicizia dunque, candidare e fare eleggere Antonio Angelucci significa portare in Parlamento un ottimo amico. Un uomo che sa essere sempre riconoscente.

Ma ancora: dalla prospettiva di Tonino, perché scegliere il Parlamento, per poi diventare il re degli assenteisti? Certo denaro e potere non possono essere in questo caso una leva. Ce n’è già abbastanza, in partenza. Raccontano che venti anni fa a spingere Angelucci verso la politica sia stata un’esigenza: l’immunità parlamentare. Ai tempi della prima elezione (siamo nel 2008) il gruppo Angelucci era inseguito da inchieste giudiziarie, cosa che in realtà non è mai smessa, seppur nessuna condanna definitiva sia stata mai emessa. La procura di Bari nell’estate del 2006 aveva arrestato Giampaolo e in un’indagine che vedeva indagato anche l’allora governatore, oggi ministro, Raffaele Fitto. Diverse inchieste coinvolgono poi direttamente Antonio (sempre a cavallo tra sanità ed editoria) ma viene sempre assolto: a oggi resta in piedi un’indagine della procura di Roma con l’accusa di aver tentato di corrompere l’ex assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato. Accusa che Angelucci, come vedremo, ha sempre respinto. D’Amato è stato il candidato governatore, sconfitto, per il centrosinistra alle ultime elezioni regionali nel Lazio. E ha avuto nell’onorevole Tonino il suo più grande avversario.

Ecco: il senso della politica per il gruppo Angelucci passa inevitabilmente anche per gli affari.

è in grado infatti di ricostruire in maniera analitica la situazione finanziaria del ramo sanitario, quello decisamente più importante, del gruppo Angelucci. Che ha un unico grande cliente: il Servizio Sanitario nazionale. Stando ai bilanci del 2022 sono stati i fondi pubblici a garantire il 94 per cento dei ricavi complessivi delle aziende. Senza i soldi delle Regioni, e di due in particolare, il Lazio e la Puglia, l’impero di Tonino Angelucci crollerebbe. Dunque, grida Tonino il muto: «Lunga vita allo Stato».

Dal Lussemburgo a Velletri

Se però gli affari sul campo si trovano principalmente tra Lazio e Puglia, il cuore economico dell’impero degli Angelucci è lontano dall’Italia, in Lussemburgo, dove è blindata la cassaforte di famiglia, la Holding Three. Come per primo raccontò negli anni scorsi il Sole 24 ore, si tratta di una struttura sociale abbastanza complessa. Che vede Three come un veicolo alimentato da due polizze vita milionarie. Il quotidiano Domani, sulla base di un documento dell’Uif, l’unità di intelligence finanziaria della Banca d’Italia, spiegò come il tutto si regga su tre polizze dal valore di 190 milioni che il deputato della Lega ha sottoscritto presso la Swiss Life Luxemburg Sa. Con quei fondi, gli Angelucci controllano la società Spa di Lantigos Sca, all’interno della quale c’è la Holding Three e, a cascata, le società italiane. Sia quelle sanitarie che fanno capo al San Raffaele di Roma sia quelle editoriali che invece fanno riferimento alla Tosinvest.

Perché una struttura di questo tipo? Quei fondi erano rimasti segreti fino al 2009 quando Angelucci ha approfittato dello scudo fiscale voluto dal suo allora compagno di partito, Giulio Tremonti, e - appoggiandosi a una delle società più attive nel rientro di capitali - ha scudato il suo tesoro rendendolo evidente anche in Italia. In questa maniera, non c’è più niente da nascondere. E soprattutto è stato possibile passare le quote a suo figlio, che oggi è il beneficiario delle polizze, senza pagare tasse.
Dunque, la cassaforte è in Lussemburgo. E a leggere gli ultimi bilanci presentati, è in buona salute. La Holding Three ha chiuso il 2022 con un utile di oltre 5,5 milioni rispetto ai 2,3 dell’anno precedente. Inoltre è indicato un calo della situazione debitoria, diminuita di circa 6 milioni (da 37,8 a 31).

I numeri delle società italiane raccontano, però, uno scenario più complesso che lega mani e piedi la stabilità del gruppo ai passi della politica. E, come vedremo, in particolare a quanto accade in due regioni dove l’impero degli Angelucci è particolarmente presente: il Lazio e la Puglia.
Le attività sanitarie di Angelucci fanno capo al San Raffaele di Roma che gestisce complessivamente 22 strutture, divise per cinque regioni italiane: 15 in Lazio, quattro in Puglia e una ciascuna in Basilicata, Sardegna e Abruzzo. Il core business è la riabilitazione oltre alla gestione delle Rsa, le Residenze sanitarie per anziani. Due settori che hanno subìto il maggior contraccolpo dalla pandemia, con il blocco degli interventi non urgenti che ha drasticamente diminuito le sale operatorie ortopediche (e dunque i trattamenti riabilitativi successivi) e la diffusione del virus nelle Rsa. Tutto questo si comprende plasticamente analizzando il fatturato delle cliniche passato dai 147,7 milioni del 2019 ai 117 del 2020, per poi tornare nel 2021 e nel 2022 ai vecchi livelli. I dati da tenere sott’occhio però sono diversi. Per esempio: il “capitale circolante netto consolidato” – ossia il dato sul quale viene parametrata le possibilità di fare cassa, rimborsare i debiti a breve termine e investire nella crescita aziendale futura – era positivo per 322 mila euro nel 2019. Ma dall’anno successivo ha portato il segno meno, arrivando a un -24,9 del 2022. In sostanza i livelli di passività sono superiori alle attività correnti. Come mai? Il problema principale riguarda le esposizioni verso le Amministrazioni regionali, sostanzialmente gli unici clienti del gruppo Angelucci. Perché, è vero, le Regioni pagano. Ma lo fanno sempre con tempi incerti e con ritardi che a volte diventano irragionevoli. Il punto è che non si tratta di situazioni straordinarie, ma di prassi: Lazio e Puglia - le due principali regioni dove si muove il gruppo San Raffaele - escono da piani di rientro sanguinosi. Non a caso, gli altri principali competitor hanno scelto un percorso di differenziazione degli investimenti, puntando sui clienti privati con prestazioni pagate direttamente dalle famiglie o sui fondi assicurativi, anche attraverso le piattaforme welfare. Cosa che invece gli Angelucci non hanno voluto fare, lasciando come si diceva il 94 per cento dei ricavi legato al rapporto con il Servizio sanitario. Non serve cambiare, pensano, anche perché per i soci le cose non vanno affatto male: sono stati distribuiti dividendi per 24 milioni e l’onorevole Tonino si è riconosciuto un vitalizio da quattro milioni che lo rende, appunto, il parlamentare più ricco.

La galassia editoriale

Nel bilancio del gruppo San Raffaele sono iscritti crediti per 239 milioni (+81 rispetto al 2021) verso società del gruppo, e in particolare nei confronti della Finanziaria Tosinvest, il ramo di impresa a cui fanno riferimento le imprese editoriali. Tosinvest (come d’altronde l’intero comparto) è in affanno tanto da aver drenato gran parte degli extra introiti arrivati grazie alla vendita di alcuni asset. In sostanza: la sanità procede, seppur con fatica, ma gran parte della zavorra per i conti arriva dall’editoria. In questo momento Angelucci controlla tre quotidiani,

Libero , Giornale e Tempo e a breve dovrebbe prendere il controllo, con la benedizione del governo Meloni, anche di un’agenzia storica come l’ Agi, di proprietà dell’Eni (e fa niente se si tratta di una controllata del ministero dell’Economia, guidata da un compagno di partito, il leghista Giancarlo Giorgetti). Perché allargare in un momento non semplice questo ramo del business? Tonino Angelucci è un buon amico. E i suoi giornali rappresentano uno straordinario mezzo per il governo per amplificare o silenziare (vedi l’inchiesta su Tommaso Verdini) il messaggio di giornata. Ma non è tutto: l’impero mediatico è anche e soprattutto un attrezzo cruciale per la casa madre. In particolare su quei territori in cui si fanno gli affari di casa Angelucci. È Tosinvest il megafono magico che fa risuonare le parole di Tonino il muto.

Non è un caso che negli ultimi tempi siano arrivati “in casa” i giornali milanesi. E che Milano possa essere la nuova casa dell’ Agi. Il sogno mai nascosto dell’impero Angelucci è infatti l’espansione in Lombardia, fallita fino a oggi grazie alla presenza salda delle principali concorrenti del gruppo, l’Istituto Maugeri su tutti. Contemporaneamente, però, è necessario puntellare quello che già c’è. Quando in Lazio si decise che l’ex commissario della Croce Rossa, Francesco Rocca, sarebbe stato il candidato del centrodestra a governare la Regione, a casa Angelucci tirarono fuori le bottiglie delle grandi occasioni. Un amico alla Pisana fa sempre bene. Così come, domani magari, potrebbe tornarne uno anche nella cara vecchia Puglia.

Il caso Lazio

È la fine degli anni ’50 quando l’allora adolescente Antonio Angelucci, con in tasca la sola licenza media e un’infanzia di fatiche nel paesino abruzzese di Sante Marie, arriva a Roma. «Sono 70 anni che lavoro» ha raccontato di sé a Report anni fa, in una delle sue pochissime interviste. «Mi ricordo mio padre che mi svegliava alle quattro della mattina per andare ai Mercati Generali. Avevo cinque anni». Angelucci sbarca dunque nella capitale nel momento migliore per uno che voleva, come lui, «mangiare il futuro»: il boom economico era vicino e, iniziando come commesso in una farmacia e trovando poi un posto come portantino al San Camillo, l’attuale deputato leghista e ras della sanità nazionale quelle opportunità le seppe cogliere al volo. «Lavorai come portantino per nove mesi, forse un anno» ha ricostruito sempre Angelucci con Report . «E non è vero, come qualcuno ha messo in giro, che la mia fortuna fu incontrare Cesare Geronzi, che era il capo di Banca di Roma, che finanziò le mie attività. E il presidente socialista dell’epoca, Santarelli, che convenzionò le mie strutture. Sono favole. Geronzi lo conosco in quanto correntista della banca. E Santarelli ha fatto il suo, non mi ha dato una mano, perché l’accreditamento che ha dato a me l’ha dato anche agli altri. Niente di eccezionale».

Nelle corsie ospedaliere si fa largo abbracciando le battaglie sindacali. Non aveva risorse, ma la capacità di capire che la sanità privata, grazie agli accreditamenti, è una gallina dalle uova d’oro. Riuscito a far partire una clinica a Velletri, il centro più a sud dei Castelli Romani, ha così costruito un impero. Mattone dopo mattone. Oggi nel Lazio il gruppo gestisce 17 delle 24 strutture italiane: l’Irccs in via della Pisana, il centro di riabilitazione, la Medica Group, il San Raffaele Portuense, Monte Mario, Termini, Flaminia e la casa di cura Villa Grazia. E ancora: Nepi, il San Raffaele a Viterbo, Cassino, Monte Compatri, Rocca di Papa, Trevignano, Sabaudia, Borbona e Velletri. Insomma: chi nel Lazio ha bisogno di cure prima o poi è destinato a varcare la soglia di un ospedale dell’onorevole. Ancor di più da dodici mesi a questa parte, da quando alla guida della Regione è arrivato il meloniano Francesco Rocca, che quando si è trattato di dare i primi 23 milioni di euro ai privati, sostenendo che servisse acquistare posti letto per decongestionare i pronto soccorso, la metà li ha diretti al gruppo dell’amico parlamentare.

L’impero Angelucci nasce da una vecchia casa di cura sulla via dei Laghi, la strada che da Velletri si inerpica verso Nemi. Proprio da quella clinica però, quando il deputato era già uno dei signori della sanità italiana, nel 2009 sono arrivati i primi guai per il gruppo San Raffaele. Travolta da un’inchiesta su un raggiro da 170 milioni di euro con i rimborsi ottenuti dal servizio sanitario regionale. Un colpo durissimo per la società, già alle prese con lo scandalo della sanitopoli abruzzese ai tempi di Ottaviano Del Turco. Il San Raffaele Velletri alla fine ha chiuso i battenti. Il processo è però finito dieci anni dopo con l’assoluzione di tutti gli imputati, partendo da Tonino e dal figlio Giampaolo. Tanto che ora il principale obiettivo di Angelucci è proprio quello di riuscire a riaprire la struttura, battaglia su cui si è già speso anche Matteo Salvini. A Velletri poi, oltre che durante la campagna elettorale, il leader della Lega si è recato anche per andare a cena nel gettonatissimo “Benito al bosco”, insieme alla compagna e a Tonino. Ma la clinica di Velletri è finita al centro anche di un secondo processo, scaturito da una denuncia dell’ex assessore regionale Alessio D’Amato che ha sostenuto di aver subito un tentativo di corruzione da parte dell’onorevole, che per ottenere i crediti vantati dal San Raffaele di Velletri gli avrebbe proposto una mazzetta da 250mila euro. Angelucci ha sempre negato: dopo un percorso processuale tortuoso siamo all’udienza preliminare.

Certo è che una strada Tonino la trova sempre. Nel pieno dell’emergenza Covid, nel 2020, il San Raffaele di Rocca di Papa si trasformò in un maxi cluster. Vennero registrati tra i pazienti 168 contagi e 43 decessi. Con i militari fuori dall’ospedale e, mentre i Nas indagavano e la Procura di Velletri apriva un’inchiesta, sempre D’Amato fece revocare l’accreditamento alla struttura. Ecco però chenel novembre 2022, alla fine della seconda legislatura Zingaretti, con un subemendamento bipartisan alla legge di stabilità regionale, presentato dal leghista Pino Cangemi, dal dem Fabio Refrigeri e dall’azzurro Giuseppe Simeone, venne aperta la strada per far tornare il centro nel servizio sanitario regionale, come ha poi fatto successivamente Rocca.

Tutto passa, come l’inchiesta del 2014 per associazione a delinquere finalizzata a reati tributari, quella per presunti abusi edilizi relativi a un pollaio per struzzi nella villa del deputato nel Parco dell’Appia Antica e la condanna di primo grado nel 2017 (un anno e quattro mesi di reclusione) per tentata truffa e falso sui finanziamenti pubblici ricevuti per i quotidianiLibero e Il Riformista. Tante inchiestema mai nessuna condanna definitiva.
Rocca, si diceva, è un vecchio amico di famiglia. È stato presidente del Cda della Fondazione San Raffaele, costituita dalla famiglia Angelucci e impegnata nella gestione del centro riabilitativo di Ceglie Messapica, e ha mantenuto quell’incarico fino al 14 novembre 2022, quando cioè l’attuale presidente della Regione ha deciso di scendere in campo. Da giocatore, insomma, si è trovato a diventare arbitro. Il governatore è stato inoltre presidente di Confapi sanità, nel cui consiglio c’era pure “Napoleone”. Appena insediato in Regione ha destinato 10,2 milioni di euro alle strutture di Angelucci. Nel dicembre scorso, dopo l’incendio dell’ospedale di Tivoli in cui hanno perso la vita tre pazienti e mentre ospedali come il Pertini scoppiavano non riuscendo a far fronte anche ai pazienti dell’ospedale tiburtino, ha stanziato altri 10,3 milioni, per acquistare altri posti letto dai privati, e 826mila euro sono andati al San Raffaele di Montecompatri. Infine un mese fa, per evitare il collasso del pronto soccorso del “Goretti” di Latina, sempre Rocca ha messo sul piatto quasi 8 milioni di euro per le strutture private accreditate e Angelucci è stato della partita anche in terra pontina, con un milione e mezzo di euro diretto alla Rsa San Raffaele di Sabaudia. Tonino nega di aver ricevuto favori dalla politica e minaccia querele.

Intanto gli affari vanno avanti a gonfie vele. E mentre attraversa Roma in Ferrari - a proposito: il prefetto di Viterbo aveva anche concesso all’autista di famiglia, “in via eccezionale e temporanea” la qualifica di “agente di pubblica sicurezza”, che consentiva loro di sfrecciare con il lampeggiante anche in città - con orgoglio guarda anche la statua di papa Giovanni Paolo II davanti alla stazione Termini: l’ha voluta e pagata lui.

Il caso Puglia

A Bari, invece, qualcuno era arrivato prima di lui: a regalare la statua di San Nicola, davanti alla Basilica, ci ha pensato vent’anni fa Vladimir Putin. Eppure Tonino Angelucci si sarebbe volentieri affidato al protettore di una città dove le cose non sono quasi mai andate come avrebbe voluto. Siamo negli anni 2000 quando il gruppo San Raffaele entra pesantemente nel mercato anche grazie a un bando che la regione, all’epoca guidata da Raffaele Fitto, “protesi” allora di Silvio Berlusconi e oggi potentissimo ministro del Pnrr nel governo di Giorgia Meloni, bandisce un appalto da 198 milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite. Quasi contemporaneamente Giampaolo Angelucci, che cominciava a prendere le redini dell’azienda insieme con il padre, decideva il finanziamento per 500mila euro de “La Puglia prima di tutto”, il movimento politico personale che Fitto aveva creato per lanciare la sua ricandidatura. Per la procura di Bari - e due giovani pm, Roberto Rossi e Renato Nitti - quella era una corruzione, o per lo meno un finanziamento illecito. Per questo arrestarono Angelucci e chiesero (senza ottenerla) anche l’autorizzazione per Fitto. Che, nel frattempo, dopo aver perso contro ogni previsione le elezioni regionali che portarono Nichi Vendola sulla poltrona di governatore, era diventato deputato. Il processo – dopo una condanna in primo grado – si è trascinato per anni ed è finito con assoluzioni piene e prescrizioni (c’è ancora qualche strascico civile). Certamente, quel finanziamento non è stato considerato una corruzione. Ma sicuramente non ha aiutato gli affari del gruppo, che negli anni successivi non hanno brillato.

Ora quegli interessi si trovano di fronte a un importante bivio. Dopo venti anni di governo in Regione del centrosinistra – Vendola prima, Emiliano poi – c’è infatti la possibilità che il centrodestra torni a governare una Regione che, quasi per caso, si è trovata a diventare una roccaforte rossa. La disinvoltura politica, e le indagini giudiziarie, sembrano aver infatti intaccato il consenso della “primavera pugliese”. Dando la concreta possibilità al centrodestra di riprendersi la Regione. A mettersi nel mezzo c’è però il sindaco di Bari e presidente dell’Anci, Antonio Decaro. Che, in scadenza dopo due mandati, correrà ora con il Partito democratico alle elezioni europee per poi, era naturale immaginare, concorrere per la presidenza della Regione. Non sarà semplice. Come è noto, il Viminale ha insediato la commissione per valutare lo scioglimento del Comune. Non solo: interessante è quanto sta accadendo nella commissione Antimafia, a guida della meloniana Chiara Colosimo. Sul caso Bari è stato aperto un fascicolo. E grande attenzione e tensione c’è su una dichiarazione di un pentito che riguarda proprio Decaro: aveva raccontato di averlo incontrato prima di una campagna elettorale. La Procura per questo aveva indagato il sindaco per poi chiederne l’archiviazione, non trovando riscontri a quelle parole. La commissione ha chiesto copia di quel documento, e ha cominciato a fare domande sul punto a diversi auditi, come se dietro ci fosse qualcosa di strano. Hanno convocato Decaro. E, soprattutto, il capo della Procura di Bari che gli arresti e quell’archiviazione ha voluto: «Non faremo sconti» diceva ancora qualche giorno fa un deputato di maggioranza. «Hanno cominciato provando a macchiare i politici e ora proveranno con magistrati », racconta ancora un’altra fonte della Commissione che conosce un particolare eloquente: nelle scorse settimane, mentre sulle prime pagine di tutti i giornali c’era il “caso Bari”, alcuni cronisti giravano per le strade della città alla ricerca, senza fortuna, di una fotografia di qualche evento privato con il sindaco e il procuratore. Il procuratore di Bari si chiama Roberto Rossi. Ed è il pubblico ministero che venti anni fa arrestò a Bari un Angelucci.

sabato 27 aprile 2024

Pienamente d'accordo

 

Il 25 aprile si parli di Matteotti: lì i Palestinesi non ci azzeccano
DI MARCO LILLO
Quando Luigi de Magistris in tv su Re-Start a Rai3 tira fuori la Nakba (l’esodo forzato dei palestinesi nel 1948) e Aldo Cazzullo parla del Gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini (alleato di Hitler nel 1943) si capisce che hanno vinto loro. Il talk è la prova che la questione israelo-palestinese ha oscurato il fascismo e l’antifascismo. Il centenario di Matteotti e il discorso censurato di Scurati sono in secondo piano.
In piazza a Roma c’erano da un lato giovani di sinistra che cantavano “Ve ne annate o no” all’indirizzo non dei fascisti ma dei ‘sionisti’ della ‘Brigata ebraica’. Dall’altra, gli ebrei romani, alcuni con atteggiamenti da ultras, li invitavano ad avvicinarsi: “Viè quaaaaa!’ Ve fate difende da quelli che avete menato, M..deee!”. In tv un’inviata della Rai a Re-Start osava parlare di “carica della Brigata ebraica” (effettivamente un eccesso verbale) e in diretta l’ex presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, con il tono del capo, la bacchettava. La conduttrice Annalisa Bruchi gli dava ragione e concedeva un collegamento riparatore. Così Pacifici spiegava perché il popolo palestinese, “se vogliamo così definirlo”, non avrebbe legittimazione a stare in piazza il 25 aprile per via della storia del Gran Muftì filonazista, già trattata da Aldo Cazzullo in trasmissione nemmeno fosse il tema centrale della Liberazione. A questo punto De Magistris, giustamente, interveniva per difendere il diritto dei palestinesi a essere un popolo ricordando la Nakba.
Benvenuti alla Festa della Liberazione a Roma. Si è visto di tutto. Sono state lanciate da mani ignote quattro bombe carta contro i filo-palestinesi, una delle quali è caduta dentro lo zaino di un ragazzo che non si è ustionato perché ha avuto la prontezza di gettarlo in terra. E un seguace della Brigata è arrivato ad augurare lo stupro alle donne con la kefiah come alle vittime del 7 ottobre.
La questione israelo-palestinese è un tema importante, intendiamoci. Il punto è che non c’entra nulla con la nostra Liberazione. Parliamone tutto l’anno, ovunque, difendendo i diritti umani e la pace. Non a Porta San Paolo il 25 aprile. Qui sono opportuni cartelli che ricordino Giacomo Matteotti nel centenario della morte non gli slogan antisionisti o le foto del Gran Mufti con Hitler. Chi porta in piazza la bandiera ucraina, israeliana o palestinese può farlo come un ospite rispettoso del “padrone di casa” che è l’antifascismo. Anche perché quelle bandiere, ieri o oggi, hanno mostrato talvolta di non avere tutte le carte in regola per sfilare accanto ai partigiani. Michele Serra a Milano deve aver visto una scena simile. Su Repubblica ha scritto: “Il 25 aprile è di quella grossa fetta di milanesi che vogliono festeggiare la sconfitta del nazifascismo e la nascita della democrazia italiana (…) solo che quando i centomila sono arrivati in piazza, nella loro piazza, hanno dovuto sistemarsi tutto attorno all’insediamento precedente, gremito di bandiere palestinesi e, non si capisce perché, del tutto avulso dal contesto che lo circondava”.
In tv come in piazza la storia è stata usata come un manganello per escludere i rivali.
Sul punto però è bene chiarirsi: i componenti della Brigata ebraica, se fossero vivi, avrebbero più titolo storico dei palestinesi a stare in piazza. Perché 5 mila volontari hanno combattuto il nazifascismo e 51 sono morti sul fronte italiano. Ci sono stati volontari palestinesi islamici che hanno combattuto anche con gli inglesi però è indubbio che il Gran Mufti di Gerusalemme stava con i nazisti. Tutto ciò però non autorizza a fare insultare le filo-palestinesi del 2024. Gli ebrei romani hanno tutto il diritto a stare in piazza il 25 aprile in rappresentanza dei loro avi morti sulla linea gotica. Non possono pretendere di sfilare in difesa di uno Stato che ha ucciso, dopo il pogrom infame del 7 ottobre, migliaia di bambini. Se non altro perché nessuno sa cosa ne direbbero oggi gli ebrei partigiani.

Ah beh! Quand'è così...