venerdì 12 aprile 2024

Bravo!

 


Travaglio!

 

La drôle de guerre
di Marco Travaglio
Due notizie fresche fresche trasformano anni di narrazione atlantista – buoni contro cattivi, democrazie contro autocrazie, Occidente contro Oriente – in puro avanspettacolo. 1) Il Wall Street Journal rivela che i droni forniti dagli Usa all’esercito ucraino per combattere quello russo (che li compra dall’Iran) sono troppo costosi, fragili, mal funzionanti, difficili da riparare e incapaci di resistere ai sistemi di disturbo elettronico dei russi. Così, udite udite, Kiev acquista droni cinesi meno cari e tecnologicamente più avanzati. Avete capito bene: li compra con i nostri soldi dalla Cina di Xi Jinping, il cattivone amico di Putin e nemico dell’Occidente, che va tenuto a distanza revocando a spron battuto le Vie della Seta perché forse arma sottobanco i russi e minaccia noi buoni democratici. E ora il buono e democratico Zelensky, che combatte con le nostre armi per difendere l’Europa dall’invasione militare di Putin e dall’invasione commerciale di Xi Jinping, che fa? Bussa alla porta dell’amico del nemico per combattere il nemico con l’aiuto dell’altro nemico. Non è un amore? Il paradosso fa il paio con quello dell’Ucraina che ci ordina di sanzionare sempre più duramente la Russia e seguita a incassare da Mosca i diritti di transito del gas russo sul suo territorio, visto che l’Ue si guarda bene dal disdire l’accordo trilaterale con Mosca e Kiev (l’unica via di transito del gas russo che rifornisce Slovacchia, Austria, Ungheria, Italia e altri paesi Ue dopo la distruzione dei Nord Stream è proprio l’Ucraina).
2) Lloyd Austin, segretario americano alla Difesa, intima al regime ucraino di “concentrare gli attacchi su obiettivi militari russi”, cioè a piantarla di bombardare le raffinerie petrolifere di Mosca. Altrimenti i prezzi dei carburanti, già alle stelle, impazziscono e l’inflazione galoppante danneggia la già pericolante campagna elettorale di Biden. Così però il governo Usa ammette che anche l’Ucraina è uno Stato terrorista che attacca obiettivi civili, cosa che peraltro già si sapeva – anche se non si poteva dire – dopo la distruzione dei gasdotti russo-tedeschi Nord Stream 1 e 2 (con complicità della Cia), l’autobomba ucraina che uccise a Mosca Darya Dugina, rea di essere figlia di un filosofo amico di Putin, e gli omicidi di giornalisti sgraditi a Kiev rivendicati dai servizi ucraini. E la cosa sarà ancor più evidente quando si arriverà a un cessate il fuoco e bisognerà disarmare tutte le milizie irregolari e mercenarie che infestano l’Ucraina con le armi regalate dall’Occidente in questi 10 anni. Sempreché nel frattempo non se le siano prese i russi per spararci contro, come sempre avviene quando armiamo i buoni contro i cattivi, poi scopriamo che i buoni scarseggiano e finiamo sempre per spararci nei coglioni.

L'Amaca

 

Gli ultras della curva Lepanto
DI MICHELE SERRA
Sentire in televisione una europarlamentare leghista che, infastidita dalle celebrazioni del Ramadan in Italia, rivendica la battaglia di Lepanto come baluardo della cristianità, è certamente ridicolo. Ma è anche desolante, perché la religione come movente di guerra, in Occidente, è un ordigno ideologico che ha fatto strage per generazioni, ma per fortuna è remoto nel tempo; e vederlo maneggiare da una nostra contemporanea, anche se culturalmente non consapevole di quello che sta dicendo, come se fosse una cerbottana, un giochetto propagandistico tra ultras, mette tristezza.
A quella parte fanatica e minoritaria dell’Islam che chiama gli occidentali “crociati”, non parrà vero avere trovato una sponda politica delle nostre parti. I nostri neocrociati, per altro sprovvisti di investitura religiosa (questo Papa li prenderebbe volentieri a sberle, ma non può farlo per ragioni d’ufficio) non solo niente sanno della Costituzione, che recide alla base ogni possibile appiglio politico e giuridico a chi fa leva sulle differenze di fede; né del Cristianesimo, che è emancipato dal proprio integralismo e pratica il dialogo interreligioso come valore evangelico; ma nemmeno capiscono — e dal loro punto di vista è perfino più grave — che il solo vero vantaggio rispetto a buona parte dei Paesi islamici, in Europa, è la laicità dello Stato; è su quella che noi europei possiamo fare legittima leva come elemento di modernità e di libertà rispetto a ciò che ci appare arcaico (la religione come cemento istituzionale).
Quelli che strillano “Lepanto!” sperperano in una sola battuta il solo vero bonus guadagnato nei secoli dagli europei. Che il loro Dio li protegga da se stessi, ammesso che abbia tempo da perdere.

Mannaggia!

 


Reduce dalla semi disfatta di San Siro - De Rossi cambia e sorprende, il piolismo mai! - cazzeggiando oltre la mezzanotte, entro nel giorno del lancio di Pastiche, il nuovo lavoro di Francesco il Poeta assieme a Checco Zalone che Apple Music m'agevola a sparare in coclea e che, ahimè, corrobora l'ennesimo viziaccio di inforcare, prima di consegnarmi a Morfeo, gli AirPods, auto rassicurandomi di poterle toglierle in tempo prima del quotidiano viaggio notturno. 

Ed ecco dunque Pastiche con l'inedito "Giusto o sbagliato" del Maestro, corroborato alla grande da Checco, del quale Francesco canta Alejandro, La prima Repubblica, sempre accompagnato da Zalone al piano, che se la cava alla grande. 

Morfeo al solito mi stacca dal sensoriale e una volta terminato l'album, ecco che il random appleiano mi spara in cervice Ruggero dei Timidi con la sua Torna! che, ronfando, mi convince di essere arrivato nelle Malebolge - il ritornello "Torna a Udine" è veramente infernale - capolinea probabile, me tapino, a seguito dell'insano scialacquare. 

Ora signori della mela morsicata: che random utilizzate? Se uno ascolta De Gregori, come potete proporgli, con tutto il rispetto, Ruggero dei Timidi? Come passare da Proust a Vannacci! 

(Comunque Pastiche lo consiglio caldamente. Francesco e Checco, "Giusto e Sbagliato" ampiamente degregoriana.) 

Vamos!       

giovedì 11 aprile 2024

Desiderio




Similitudini

 


Quanto ti stimo Daniela!

 

Marx e il capitale nella borsa chic
LAVORO E VALORE - Le teorie del grande economista tedesco spiegano perfettamente le pratiche odierne della produzione del lusso: come le sacche pagate al produttore 90 euro e rivendute nei negozi a 1.800
DI DANIELA RANIERI
Peccato non avere più una sinistra in Italia: qualche parlamentare avrebbe potuto alzarsi dai banchi su cui oggi i politici vecchi e giovani passano il tempo chattando su WhatsApp o scrivendo scemenze sui social, o prendere il microfono nel corso di una di quelle interviste per strada da cui si ricavano pastoni di stronzate per i Tg, per dire perentoriamente che è ora di smetterla con lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti.
Roba vecchia, obsoleta, già rottamata da apposito Jobs Act renzista con conseguente cancellazione dell’articolo 18 e ridicolizzata come fissa da parrucconi dai giornali progressisti.
Quel che emerge nell’ambito dell’inchiesta per sfruttamento del lavoro con cui il tribunale di Milano ha messo in amministrazione giudiziaria la Giorgio Armani Operations è la pedissequa prova che Marx aveva ragione, e aveva descritto tutto al dettaglio. Libro Primo, capitolo 23 de Il Capitale: “La forza-lavoro non è comprata per soddisfare mediante il suo servizio o il suo prodotto i bisogni personali del compratore”; vale a dire che Giorgio Armani, coi suoi soci compratore ultimo della forza-lavoro, non sfrutta il lavoratore cinese per vivere nel lusso; “lo scopo del compratore è la valorizzazione del suo capitale, la produzione di merci che contengano una maggior quantità di lavoro di quella che paga, che contengano quindi una parte di valore che a lui non costa nulla e che ciò nonostante viene realizzata mediante la vendita delle merci”. Per capirci: Giorgio Armani vende una borsa a 1.800 euro. Vedendola luccicare dalla vetrina o sulle riviste patinate, ci si immagina fabbriche lucenti in cui lavorano geni della moda che cuciono a mano mentre Giorgio vigila sorridente. Invece, la Armani appalta la produzione della borsa ad aziende appaltatrici italiane; queste, per il sistema piramidale tipico di ogni settore del lavoro attuale (non del 1848), non hanno nemmeno una sede di produzione, e subappaltano la produzione ad altre aziende, cinesi. Perché cinesi? Per abbattere il costo del lavoro, sfruttando il più possibile i lavoratori. Cucire borse 16 ore al giorno consumandosi gli occhi e il naso con coloranti chimici per 2-3 euro l’ora è uno dei lavori che gli italiani divanisti non vogliono più fare. Le aziende italiane oggetto dell’inchiesta della Procura sono la Manifatture Lombarde e la Minoronzoni, che comprano la borsa finita a 93 euro e la rivendono a Armani a 250, la quale Armani (non indagata), la rivende a 20 volte il prezzo di produzione. Ma Armani lo sa? Quando i carabinieri di Tutela del Lavoro sono entrati in uno di questi opifici cinesi vi hanno trovato un ispettore della Giorgio Armani Operations che faceva il “controllo di qualità”. Delle condizioni dei lavoratori? No, dei prodotti. Verificava che le colle usate fossero resistenti al sole, che la pelle fosse morbida, etc., come la clientela di lusso esige da un marchio tanto. Come dice Marx, “la produzione di plusvalore o il fare di più è la legge assoluta di questo modo di produzione”. Cosa vuol dire “fare di più”? Che il capitalista deve aumentare sempre di più la quota di lavoro non retribuito necessario per produrre una merce e “rivestirla” di plusvalore. Altrimenti, “si ottunde lo stimolo del guadagno”.
I salari potrebbero pure aumentare, senza che ciò faccia diminuire i profitti degli imprenditori (è ciò che succederebbe se si facesse finalmente una legge sul salario minimo, voluta dal M5S, prima osteggiata poi debolmente appoggiata poi voluta anche dal Pd, avversata dai liberali, da alcuni sindacati e dalla finta underdog Meloni); solo che, mannaggia, così si ridurrebbe l’accumulazione di capitale, che è come l’accelerazione crescente di un razzo supersonico.
Armani, come altri marchi simbolo del lusso italiano per cui i ricchi turisti russi, arabi, giapponesi fanno follie, è un’azienda la cui merce luccica perché possiede una patina ulteriore assicurata dalla comunicazione e dal marketing: comprando una borsa Armani non si compra solo un prodotto fatto di materiale resistente ai raggi solari e pelle morbida, ma l’eleganza, l’abbondanza, il fascino italiani, anche se è stata materialmente fabbricata da cinesi sfruttati che lavorano senza misure di sicurezza (nelle aziende lombarde erano stati rimossi i dispositivi di sicurezza dei macchinari, gli estintori erano senza revisione e i materiali chimici e infiammabili non erano custoditi correttamente) e dormono in fabbrica su materassi accatastati per terra coi cucinini dentro i bagni.
Ha voglia il ministro del “Made in Italy” Urso a dare avvio in pompa magna al “nuovo ciclo di attività del Consiglio Nazionale per la Lotta alla Contraffazione e all’Italian Sounding”, per difendere “la Proprietà Industriale dalla concorrenza di operatori economici sleali”, fingendo di non vedere che la borsa tarocca e quella ‘vera’ sono prodotte dallo stesso operaio sfruttato e che i concorrenti sleali (di forza-lavoro) sono in casa nostra. E non è detto che lo sfruttato sia cinese: quanto prende il fattorino del corriere che ci consegna la borsa Armani quando la compriamo sul sito del venditore?
Nel sistema piramidale del capitale ogni nodo della filiera è truccato, a garanzia del padrone e dei padroni politici che gli reggono il moccolo. Basta non fare nessuna legge e ignorare l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma davvero?
Marx lo dice così: “La grandezza dell’accumulazione è la variabile indipendente, la grandezza del salario quella dipendente, non viceversa”, brutale e chiarissimo.