martedì 2 aprile 2024

L'Amaca

 

Nuove armi vecchia guerra
DI MICHELE SERRA
Le varie propagande di guerra diffondono notizie di raffinate e fantascientifiche strategie, fasci di microonde russe che mandano in pappa il cervello dei bersagli occidentali, chip innestati nel cranio dei terroristi dell’Isis per mandarli a fare strage a Mosca. Accuse incrociate di un uso efferato delle nuove tecnologie: e subito viene da pensare a un ulteriore salto di qualità dell’odio, con svariati Stranamore all’opera per escogitare sistemi di annientamento e di tortura sempre più diabolici.
Ma a ben vedere quello che davvero ci ha sorpreso e sconvolto, negli ultimi anni, non è l’escalation tecnologica della violenza; semmai è il suo primitivismo immutabile, la brutalità fisica, le decapitazioni e gli sgozzamenti tanto amati dai jihadisti, le fanterie feroci e fameliche che avanzano bruciando i villaggi e razziando la povera gente, le fosse comuni per nascondere i civili ammazzati, il pogrom ululante di gioia nei kibbutz, gli ospedali bombardati a Gaza con i bambini dentro, la fame e la sete dei palestinesi come arma di annientamento, lo spettacolo arcaico e immutabile dei corpi scempiati e delle case ridotte in macerie. Le trincee di fango e ghiaccio, come nella Prima Guerra. La gente che scappa negli scantinati mentre gli aerei bombardano, come nella Seconda Guerra.
Non è cosa cambia, è cosa non cambia a doverci terrorizzare. Se ancora potessero ammazzarsi a colpi di clava, o d’ascia, i capitribù del mondo (seguiti dalle loro tribù entusiaste) lo farebbero comunque.
Poterlo fare anche con i chip e le microonde cambia di poco la sostanza, che è la vocazione a massacrare gli altri. Il cervello umano spaventa già così com’è, anche senza che chip e microonde arrivino a pervertirlo.
Già è pervertito abbastanza.

Grande risposta!

 

Grande risposta di un grande uomo, padre di una grande donna!
Vamos Ilaria!
La risposta alla lettera di Furio Colombo
Mia figlia è migliore di me pronta a finire in catene per difendere i suoi ideali
DI ROBERTO SALIS
Caro Furio Colombo, la ringrazio per la sua lettera piena di affetto. Il sostegno dell’opinione pubblica è di grande aiuto per me e soprattutto per Ilaria che, senza di esso, avrebbe ancora più difficoltà a sopportare la dura prova cui è sottoposta.
Ilaria espia la colpa di chi se la va a cercare: sono quelli che, anche se personalmente hanno tutto da perdere, non esitano ad assumere iniziative che ritengono doverose e irrinunciabili sulla base unicamente delle proprie convinzioni ideologiche. Il Giorno dell’onore, la vergognosa celebrazione di un atto di guerra delle Waffen SS e della Wehrmacht agli ordini di Hitler, che si celebra ogni 11 febbraio a Budapest, rappresenta per Ilaria un tentativo degli irriducibili nazisti di rinfocolare un braciere che deve rimanere spento. Ilaria ha ragione: non si può stare a guardare questi tentativi di riesumazione dell’ideologia nazista o fascista, bisogna darsi da fare perché l’Unione europea renda intollerabili nel suo territorio queste manifestazioni. Ilaria è fatta così. Il suo avvocato ungherese, Gyorgy Magyar, il giorno prima dell’udienza del 28 marzo ci raccontava che mai nella sua carriera professionale ha avuto occasione di imbattersi in un cliente che, dopo la durissima detenzione imposta ai carcerati in Ungheria, continuasse a mantenere la dignità e la determinazione che ha visto in Ilaria. Il suo collaboratore Balint Gyene una volta le ha chiesto se con le compagne di cella andasse tutto bene e se avesse avuto da carcerate di etnia rom tentativi di aggressione o furti, ricevendo da lei questa risposta: «Ma tu che cosa hai contro i rom?». Ed io nel sentire queste parole mi immagino la scena del suo dito alzato e del suo sguardo fulminante.
Caro Colombo, lei cita che il 28 marzo Ilaria è stata condotta per la seconda volta in manette, ceppi e catene di fronte a un giudice in un tribunale della Ue. In realtà è peggio di così. Ilaria è stata condotta nello stesso modo davanti all’equivalente del nostro Gip il 14 febbraio, il 9 giugno, l’11 agosto e il 14 novembre del 2023, sempre in presenza di un addetto dell’ambasciata italiana. Inoltre nello stesso modo è stata condotta due volte per una perizia antropometrica e una volta per una visita medica. Quindi un totale di 9 volte. Purtroppo, a parte il 29gennaio e il 28 marzo, non c’erano le telecamere a documentare le violazioni dei diritti umani.
Durante queste violazioni, che perdurano in media per 6-8 ore, i suoi polsi e le sue caviglie sono segnate dalle stesse escoriazioni, giudicate guaribili in 5-8 giorni, che hanno subito le vittime degli attacchi di cui lei è accusata e ai quali lei sostiene di non aver partecipato. Siamo di fronte a un Paese illiberale in cui Orbán cerca di ritornare al tempo della legge del taglione. Da ultimo porto la sua attenzione sulla palese incongruenza tra la decisione della Corte di Appello di Milano, che scagiona Gabriele Marchesidagli stessi reati per cui è imputata Ilaria, rifiutando l’estradizione e rilasciandolo in libertà, rispetto alla debole azione di difesa di Ilaria da parte d el potere esecutivo italiano che merita un ulteriore approfondimento.
L’articolo 3 della Costituzione recita che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. La saggezza dei nostri Padri costituenti li aveva portati a non aggiungere aggettivi qualificativi, non c’è scritto alla legge italiana.
Ci sono dei valori che condividiamo e che ci facciamo carico di difendere non solo nel nostro Paese ma come valori assoluti. Se chi rappresenta il potere esecutivo e il potere legislativo condivide i valori della nostra Costituzione si deve adoperare perché questi valori siano difesi per i nostri cittadini indipendentemente da quale legge di quale Stato sia su di loro applicata. E questa difesa non può solo essere delegata al potere giudiziario. Quanti credono di poter evitare di prendere posizione nella questione di Ilaria, sostenendo che non è soggetta alla legge italiana, non sono veri patrioti.
Vede caro Colombo, io e mia moglie ci riteniamo genitori privilegiati. Abbiamo generato una creatura molto migliore di noi, verso la quale ci sentiamo in debito per ciò che concerne gli insegnamenti ideali. Fintanto che lei, io, mia moglie e tutti quelli che sostengono i valori per cui Ilaria lotta continuiamo nel nostro sforzo, il progresso avanzerà mentre le tenebre ed i suoi artefici saranno destinati a una ineluttabile sconfitta. E la luce vincerà splendente. Grazie ancora per il meraviglioso senso di solidarietà!

domenica 31 marzo 2024

Non proprio pasquale!

 


Pasqua e pennivendoli

 

Con scappellinamento
di Marco Travaglio
Da quando, martedì sera su Rete4, Alessandro Orsini gli ha dato del cretino, Stefano Cappellini si è impegnato allo spasimo per dargli ragione. E ieri ci è riuscito senz’alcuna fatica. Nella quotidiana missione che lui stesso si è dato di decidere chi può parlare e chi no, ha stabilito che il fisico Carlo Rovelli non può parlare di guerra atomica. Rovelli aveva twittato contro le Sturmtruppen che preparano il terzo conflitto mondiale: “Fermatevi, pazzi! State trascinando l’Europa in una guerra enorme, in una catastrofe colossale… solo perché non siete più capaci di smettere di litigare dopo tutti gli insulti di cui vi siete riempiti la bocca per due anni!”. Apriti cielo. Il caporaletto di giornata l’ha zittito con una citazione ad mentula canis di Nanni Moretti in Sogni d’oro: “Parlo mai io di astrofisica?”. Peccato che Moretti si riferisse a chi parla di temi specialistici senza conoscerli, mentre Rovelli è un fisico teorico (non un astrofisico) e conosce benissimo le armi atomiche. Ma qui non discettava di fissione nucleare, bensì delle fregole belliciste degli sgovernanti europei. E quelle le vedono tutti e ciascuno è libero di temerle e denunciarle. Prima che uno scienziato, Rovelli è un essere vivente che tiene a restarlo. È un cittadino italiano ed europeo che ha tutto il diritto di criticare i governanti italiani ed europei su questioni tanto cruciali. Ed è un intellettuale che usa il suo prestigio per smascherare le imposture del potere, come hanno sempre fatto gli intellettuali prima di essere confusi con un Cappellini qualunque.
Un altro fisico teorico, Albert Einstein, tormentato dai sensi di colpa per l’uso che si fece dei suoi studi per fabbricare la bomba atomica e per aver convinto Roosevelt a dotarsene in funzione anti-nazista, chiese scusa e proclamò: “Non basta essere pacifisti, bisogna essere pacifisti militanti”. È un peccato che Cappellini non fosse nato, altrimenti avrebbe zittito anche lui. Ora, se Rovelli non ha titolo per parlare di guerra atomica, resta da capire che titolo abbia Cappellini per parlare di qualsiasi cosa (a parte l’astrofisica, da cui si astiene). Di solito parla di politica, ma non ci capisce nulla e colleziona figurine di emme più ancora di quando si avventura nella giudiziaria e negli esteri. Nel 2022 vaticina “la fine grillina”, poi rinviata a mai da una congiura degli elettori; si eccita per l’accordo Letta- Bonino-Calenda un minuto prima che Calenda molli i due per mettersi con un altro frequentatore di se stesso, Renzi; suggerisce al Pd di candidare la Moratti in Lombardia, grande “opportunità per indebolire la destra di governo” e ora quella si candida alle Europee con FI rafforzando la destra di governo. Potrebbe sempre darsi all’ippica, ma poi si zittirebbe da solo: “Sei forse un cavallo?”.

Lettera di Furio

 

Mi unisco a Furio Colombo per solidarizzare con Ilaria a cui vorrei dire di portare pazienza, perché non si è mai visto che alla lunga i fascisti abbiano mai vinto qualcosa! Non prevarranno! Vamos Ilaria!
Caro Roberto, non siete soli vi sostiene l’Italia antifascista
DI FURIO COLOMBO
Caro Roberto Salis, chiedo a questo giornale, che fin dal principio ha difeso Ilaria, lo spazio per creare un rapporto personale che le dica e le ripeta vicinanza, solidarietà piena e lotta in comune. Il governo italiano ha trattato le catene di Ilaria come una variabile del tutto ragionevole di ciò che può accadere in un’aula di tribunale (siamo in un altro Paese e ognuno ha le sue usanze) e ha sbadatamente invitato a non politicizzare un enorme fatto politico, voluto e guidato da un capo di Stato e capo politico fra i più discussi nell’Unione europea di cui è parte e nemico.
È importante che lei e Ilaria non vi sentiate soli anche se vi sono state manifestazioni pubbliche di sostegno. Per la seconda volta Ilaria è entrata e uscita in catene da un’aula di tribunale dell’Unione europea, e l’Unione europea e il governo italiano non hanno avuto nulla da dire, come se unproprio cittadino (dell’Unione e dell’Italia) potesse solo (e anzi dovesse), accettare gli usi di un regime barbaro. È vero: Ilaria, come lei, come me, come tanti italiani, è antifascista, una colpa che non si sconta neanche con tredici mesi di prigione preventiva, e le catene per la seconda volta (dunque una conferma e una deliberata provocazione). Infatti ripetere il macabro rito allarga l’offesa al Paese colpito e anche ai leader di quel Paese. Ma loro fingono dinon essere coinvolti.
La morsa resta stretta, e conta, certo, che nessuno in Europa abbia chiesto di tornare alla normalità. Quanti italiani tollerano che all’udienza, prevista per maggio, nel tribunale di Budapest, Ilaria compaia ancora una volta con le catene? Certo: Ilaria Salis è caduta nella trappola del rapporto strano fra due leader di due Paesi amici e nemici (la sua casa e la sua prigione). Un rapporto in cui, con grandesorpresa, gli italiani scoprono di essere il Paese debole che si sottomette alla volontà del predatore e non avanza obiezioni.
Anzi: è interessante e stupefacente constatare quanti commentatori di prima fila del partito di governo italiano difendano, anche con battute e sarcasmo, l’altro governo e le sue ragioni contro la cittadina italiana. Anche per loro, la macchia imperdonabile è l’antifascismo.
Ecco perché le scrivo, Roberto Salis.
Perché altri le scrivano, perché Ilaria e lei non siete soli, perché gli italiani che si ribellano alle catene delle aule giudiziarie ungheresi e fasciste sono per forza in tanti, altrimenti non avremmo la Costituzione che abbiamo. E non avremmo la forza e la persuasione dell’antifascismo, che i partigiani ci hanno consegnato dopo aver vinto la guerra contro le catene e il disprezzo.

Finalmente la Pina si svela!

 

Fantastica Pina! Il suo pensiero, dai chiamiamolo così, le sue dinamicità, culo incollato alla poltrona, le sue certezze, il suo modo d'intendere la politica, di parlare politichese, di "fassinare" l'aria, i valori, quella oramai banale idea di servizio che la politica dovrebbe possedere e che dinosauri imbolsiti le hanno sottratto da tempo immemore, trasformando appunto il servizio in lavoro, lautamente pagato e protetto da maleodoranti privilegi. 

Leggete Pina, molto innervosita dal probabile arrivo dell'ex direttore di Avvenire Tarquinio. Leggete l'intervista e capirete. Tenete il Maalox a portata di mano però! 


Intervista all’eurodeputata dem
Picierno
“Penalizzate noi uscenti le liste non sono l’isola dei famosi”
DI GIOVANNA CASADIO
ROMA. «Non posso accettare che siano marginalizzate le dirigenti del Pd e, più in generale, gli europarlamentari dem uscenti. Il “panino” si mangia al bar. Si può accettare di non essere candidati, non si può pretendere che si accettino formule vuote». Pina Picierno è la vice presidente dell’Europarlamento, l’unica italiana a rivestire un ruolo-chiave a Strasburgo. Non è una che le manda a dire. Sulle liste ipotizzate dalla segretaria Elly Schlein ha dato battaglia. Casertana, 42 anni ma una lunga militanza dem, dice di essere «dispiaciuta» per le liste bazar e ilmetododa Isola dei famosi . Se ci fosse Schlein terza al Sud, potrebbe non esserci lei.
Picierno, lei è stata tra i primi a sollevare il problema della composizione delle liste del Pd per le europee. Cosa teme, la rottamazione degli uscenti?
«Noi eurodem siamo stati protagonisti di una legislatura importante e complessa, affrontando sfide epocali: dalla pandemia al Next generation Eu, all’aggressione cruenta dell’Ucraina da parte di Putin. Ci siamo mossi nel solco di David Sassoli, mostrando visione e autorevolezza. Nel gruppo S&D, di cui il Pd fa parte, siamo a Bruxelles un modello e punto di riferimento.
Questo è un patrimonio che non va disperso».
Quale è il problema, troppi esterni civici?
«Innanzitutto c’è un problema di metodo. Il nostro partito è democratico di nome e di fatto.
Sono gli organismi dirigenti regionali e nazionali e i militanti a discutere e indicare le decisioni.
Questa è una caratteristica a cui il Pd non può rinunciare per diventare il partito della donna o dell’uomo solo al comando. Io ho appreso la testa di lista della “mia” circoscrizione Sud da una trasmissione tv. La politica è una cosa seria, i nostri elettori non sono follower».
Lei si è sfogata: sembra l’Isola dei famosi.
«Si moltiplicano nomi, figure certo autorevoli. Il Pd ha sempre accolto indipendenti nelle sue file, ma è una anomalia sostituire il gruppo dirigente con esterni scelti come capolista. Soprattutto poi, se i nomi che circolano non rispecchiano la linea che il Pd si è dato in Italia e in Europa su questioni molto importanti, a cominciare dalla guerra in Ucraina».
Perché non vede di buon occhio l’ipotesi di candidare Marco Tarquinio?
«Il Pd è con nettezza a sostegno di Kiev e per l’invio delle armi perché l’Ucraina è stata aggredita in un disegno egemonico di Putin che minaccia le nostre democrazie liberali. Il Pse nel suo programma ha scritto con nettezza che non può mancare il sostegno, anche militare, a Kiev. Nella prossima legislatura noi dovremo affrontare il nodo della politica di sicurezza e difesa comune, in un coordinamento con la Nato ma anche in modo complementare. Dovremo sostenere inoltre lo sviluppo delle industrie europee per la difesa».
E Tarquinio?
«Ne rispetto le convinzioni. Ma la domanda è: lui condivide il programma del Pse? Altrimenti diventa un caos. Tanto più, ripeto, perché andremo incontro a una legislatura costituente con la riforma dei trattati. Le liste del Pd non possono essere un bazar. Se però il problema di Schlein è che la linea tenuta finora non è giudicata convincente, allora bisogna dirlo esplicitamente e aprire una discussione. Non si può fare adottare un cambiamento di rotta politica al Pd attraverso le candidature».
Ma c’è un caso donne dem penalizzate o è una faccenda appunto politica?
«È una questione politica, dentro la quale c’è quella di genere. Il Pd ha fatto del femminismo il suo tratto identitario. Ora se solo donne esterne guideranno le liste (senza il giusto riconoscimento del lavoro svolto dalle uscenti) e ci sarà la segretaria in una ipotesi “panino”, sulla base del meccanismo delle preferenze, io per essere eletta dovrei invitare gli elettori a non votare la capolista o la segretaria. Le pare comprensibile?».
Schlein si deve candidare?
«Sono convinta che se ci si candida in Europa, poi si debba svolgere quella funzione. Certo come capolista sarebbe un valore aggiunto, ma come capolista».