giovedì 28 marzo 2024

Vuoi dire che...

 

Tutte d’un prezzo
di Marco Travaglio
La sempre autorevole Repubblica informa che Putin ha avviato la campagna primavera-estate delle fake news: “I troll russi dietro i complottismi sulla salute della principessa Kate” (che invece, com’è noto, gode di ottima salute). Ma i troll russi una ne fanno e cento ne inventano, infatti hanno messo in bocca a Elly Schlein la candidatura di Lucia Annunziata alle Europee. Una bufala clamorosa, visto che l’Annunziata aveva lasciato la Rai il 3 settembre 2023 per non diventare una collaborazionista di quest’orrendo governo e giurando solennemente al Corriere: “Non mi candiderò mai e poi mai alle Europee. Né con il Pd, né con nessun altro partito. Spero che questa smentita sia chiara abbastanza per mettere tranquilli tutti”. Chiunque abbia minima contezza della sua tetragona coerenza può mettersi tranquillo: mai e poi mai troveremo il suo nome nelle liste del Pd o di alcun altro partito. Stiamo parlando di Lucia Annunziata, mica di una pagliaccia qualunque.
Un’altra fake news, talmente dozzinale da non poter che essere putiniana, è quella che vuole un’altra donna tutta d’un pezzo, Emma Bonino, alleata di Renzi e Cuffaro. Anche lei ha parlato chiaro e, quando parla, non cambia più idea. Il 1° agosto dichiarò al Corriere: “L’accordo è possibile, fermiamo la destra putiniana. Renzi in coalizione? No”. Perché “non vivo di rancori, a differenza sua”. Lui del resto nel 2014 l’aveva cacciata dalla Farnesina (“Non sapevo nulla, mi ha fatta fuori dal governo senza nemmeno una telefonata”). E lei l’aveva poi accusato di aver chiesto all’Ue “che gli sbarchi dei migranti avvenissero tutti in Italia in cambio di sconti sull’austerità”, cioè di aver “barattato i soccorsi con la flessibilità sui conti, violando di fatto Dublino”. Figurarsi se la leader di +Europa potrebbe mai allearsi in Europa con chi strinse quel “patto scellerato” con l’Europa. Ne andrebbe della sua cristallina linearità che le ha garantito poltrone e sofà dal lontano 1976 passando dai Radicali di Pannella a Forza Italia di B., Previti e Dell’Utri all’Ulivo di Prodi allo Sdi di Boselli alla Rosa nel Pugno alla Lista Sgarbi-Pannella al Pd a Tabacci ad Azione di Calenda e di nuovo al Pd di Letta. E figurarsi se potrebbe mai entrare in una lista “Stati Uniti d’Europa” dopo aver formato a Bruxelles nel 1999 il Gruppo tecnico dei deputati indipendenti con i peggiori nemici dell’Europa: quelli della Lega e del Msi-Fiamma Tricolore, i fascisti xenofobi belgi di Blocco Fiammingo e l’intera delegazione del Front National di Le Pen (non la moderata Marine: il suo fascistissimo padre Jean-Marie). Casomai servissero altre prove della falsità della notizia, ne basta una: un serio favoreggiatore della mafia come Cuffaro non si mescolerebbe mai con gente tipo Renzi e Bonino.

L'Amaca

 

Un giudice non basta
DI MICHELE SERRA
Il caso Acerbi è la prova (ennesima) che non è possibile, né lecito, affidare a una sentenza il compito di sollevarci dal nostro giudizio etico, culturale, politico. La giustizia ha un limite “tecnico” evidente e necessario: non può condannare senza prove. La selva di telecamere schierate attorno alle partite di calcio non è stata in grado di documentare l’insulto razzista. Per questo il giudice sportivo non ha voluto/potuto condannare il difensore dell’Inter. Questo non vuol dire che Acerbi non abbia insultato Juan Jesus (è molto possibile, anzi, che lo abbia fatto: non si spiegherebbe, se no, come mai Juan Jesus si sia offeso); né che il calcio (più sugli spalti che in campo, non dimentichiamolo) non sia razzista. Vuol dire, semplicemente, che non tutte le questioni, le ingiustizie, le offese che gravano su una collettività possono essere risolte a colpi di sentenza. Nessun giudice, sportivo e non, può sentirsi investito di una “missione morale” che influenzi le sue decisioni. Il giudice sportivo in questione, per sua fortuna, non aveva il compito di combattere il razzismo; aveva il compito di stabilire se in quello specifico caso fosse provato un comportamento razzista, e ha ritenuto di non averne le prove. I comportamenti sbagliati, discriminatori, persecutori, si combattono adottando, nella vita quotidiana, comportamenti opposti. Dunque con la cultura, con la politica, con la battaglia delle idee. Non ci sono scorciatoie. I fallimentari precedenti di “giustizialismo” (ovvero: l’illusione di poter sostituire alla politica le carte bollate) dovrebbero avercelo insegnato. Del caso Acerbi, non essendo giudici, sappiamo comunque abbastanza per farcene un’opinione e inquadrarlo nel mondo del calcio, non solo italiano, così com’è. E un’opinione non è una sentenza.

mercoledì 27 marzo 2024

Saggezza




Sapevate?

 


Ancora lui!

 


Gazzetta Gene

 


Robecchi!

 

Unire i puntini. Frigo vuoto e cannoni pieni: salgono i poveri, cresce la guerra
di Alessandro Robecchi
“Unire i puntini” è quel famoso gioco enigmistico che consente di tracciare linee tra vari punti apparentemente incongrui per formare un disegno di senso compiuto. È anche il mettere insieme indizi e segnali per arrivare a una visione più complessiva (e complessa) della realtà. Così potrebbe capitarvi, con in mano un quotidiano, di tracciare piccole linee mentali tra le prime pagine dense di guerra, minacce di mobilitazioni, invio di truppe, spese militari, carri armati da acquistare al più presto, arsenali da riempire, e le pagine interne, lontane lontane, dove si dice che in Italia (ma anche in Europa, in misura minore) aumenta vertiginosamente la povertà. Per restare alle (brutte) metafore, si può dire che nelle prime pagine si chiedono a gran voce cannoni, e a pagina trenta, o anche più avanti, si registra sommessamente che manca il burro.
Puntuale come le cambiali, infatti, ecco il rapporto Istat che fotografa l’Italia del 2023, un disastro. Il 9,8 per cento degli italiani vive sotto o al limite della soglia di povertà, cioè fatica a procurarsi beni essenziali (era il 9,7 nel 2022, era il 6,9 nel 2014, dieci anni fa). Diventano più poveri anche gli occupati, l’8,2 per cento combatte con il frigo vuoto pur avendo un lavoro, precario, o malpagato, o ridotto in ore e diritti. Quasi un milione di famiglie (944.000) si collocano sotto la soglia di povertà pur avendo un lavoratore dipendente al loro interno, quei lavoratori che la leggenda italiana vuole più protetti e garantiti, una leggenda, appunto.
Si potrebbe continuare per ore, le statistiche sono fonte inesauribile di paragoni, confronti, misurazioni, ma naturalmente non è lì la verità. La verità si può trovare forse nelle facce, nelle vite, nelle storie di fatica quotidiana che fanno donne e uomini sottoposti a questa privazione costante e continua di bisogni e desideri, a questa ingiustizia. Se volete unire i puntini, potete farlo agevolmente: tracciate una linea dritta tra l’abolizione dell’unica misura a sostegno dei “poveri” – il reddito di cittadinanza abolito dal governo Meloni – e i dati sui nuovi poveri, quelli che per anni furono accusati e sbeffeggiati, insultati e derisi perché erano “fannulloni sul divano”. O, se volete un’altra linea dritta, tracciatela tra i poveracci che non possono riempire il frigorifero e gli extraprofitti delle banche (più 80 per cento nel 2023) che si dovevano tassare e poi non se n’è fatto niente, perché le banche hanno una lobby forte, e i poveri no.
Poi ci sono altri puntini da unire, apparentemente più lontani, quelli del vento di guerra che spira tutto intorno a noi. E se andate a vedere da vicino è una faccenda che intreccia geopolitica e finanza, geopolitica e economia, poteri forti e fortissimi, lobby danarose e miliardarie, apparati industriali, politici che di quegli apparati industriali sono solerti camerieri e servitori benemeriti. Chi vuole mandare truppe, comprare più armi, aumentare le spese militari – parlo dei politici, ma anche dell’informazione – è ascrivibile al sistema delle élite. L’Europa – parlandone da viva – che auspica (testuale) “un’economia di guerra” è a loro che pensa e si rivolge, non a quei numeri delle statistiche che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Perché la guerra è un affare di ricchi e ricchissimi che pagheranno i poveri. Qui, in Ucraina, in Russia e ovunque. Lo diceva Bertold Brecht, ed è passato quasi un secolo, e i puntini sono ancora tutti lì, praticamente uguali, vergognosamente uguali, bisognerebbe unirli.