Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 16 marzo 2024
Spero riattivi neuroni
Interessa l’articolo?
di Marco Travaglio
È così raro trovare oggi un capo di Stato o di governo con due o tre neuroni attivi che, quando accade, va subito segnalato. Dunque è con grande giubilo che riportiamo le parole di Mattarella a Cassino, città-martire della Seconda guerra mondiale: “Gli storici ci consegnano un numero terrificante di vittime (quasi 200 mila morti, ndr) delle diverse armate (gli Alleati e i tedeschi ex-alleati, ndr) e della popolazione civile in 129 giorni di combattimenti”. Uno dei tanti orrori che dettarono ai Padri costituenti le parole definitive dell’articolo 11: “Nella Costituzione c’è un’affermazione solenne: il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Lì ci sono “le ragioni, le premesse del ruolo del nostro Paese nella comunità internazionale: costruire ponti di dialogo e collaborazione con le altre nazioni, nel rispetto di ciascun popolo”. Il discorso stride con quello di Macron, che persevera nella follia di inviare truppe Nato in Ucraina, cioè di scatenare la terza guerra mondiale. Dopo aver avallato con parole, opere e omissioni due anni di escalation, spostando ogni giorno più in là la linea rossa dell’indicibile (a Kiev solo armi difensive, anzi anche offensive ma leggere, anzi anche pesanti, anzi anche i tank, anzi anche i mega-carri armati, anzi anche i missili a corto raggio, anzi anche a medio, anzi anche a lungo, anzi pure i caccia), il Quirinale pare spaventato dall’ultima inevitabile conseguenza della bulimia bellicista della Nato, speculare a quella russa. E riscopre l’articolo 11, calpestato dai governi Draghi e Meloni ininterrottamente dal febbraio ‘22, prima che l’Italia sia trascinata in un nuovo conflitto mondiale, il primo tutto nucleare. Un bel progresso rispetto alle giaculatorie sulla “pace giusta”, che non esiste perché dipende dalla guerra, che non è mai giusta: chi l’ha vinta decide e chi l’ha persa deve accettare dolorosi compromessi. Come finora ha osato dire l’unico leader mondiale rimasto lucido: il Papa.
Purtroppo lo stesso allarme non si riscontra nel governo Meloni: qualche ministro pigola che non invieremo truppe per non perdere voti alle Europee, ma nessuno ha gli attributi per chiedere un immediato vertice Nato che isoli Macron e le sue fregole guerrafondaie e avvii una mediazione di pace. Del resto le destre, come il Pd e i vari centrini, hanno appena votato al Parlamento europeo la demenziale risoluzione Von der Leyen che impone il riarmo di Kiev a spese nostre fino alla riconquista delle regioni perdute, inclusa financo la Crimea. Cioè in saecula saeculorum. Chi non andrà a votare alle Europee per estinguere questi pazzi scatenati potrebbe pentirsene amaramente, sempreché sopravviva.
venerdì 15 marzo 2024
Non propriamente un Lonely Planet
Quest'anno ricorre il centenario della morte di Giacomo Puccini e le fondazioni a lui dedicate stanno per pubblicare epistole del grande maestro, il quale, come si evince qui sotto, non parrebbe essere un grande amante dei viaggi; anzi puccinianamente s'era rotto gli zebedei.
Ecco alcuni stralci:
1907.01.14.
Alla sorella Ramelde, da bordo della Kaiserin Auguste Victoria
“Scrivo dunque dalla mia cabina – magnifica con camere da bagno accanto e salottino – ci ho 70 lampade elettriche – È un vapore enorme. 25.000 tonnellate 40.000 cavalli di forza ci sono salotti salottini giardino d’inverno con fiori e palme colossali veri – due ristoranti – una grande birreria – sale per ginnastica elettrica con cavalli di legno che trottano elettricamente e le bùone di americane tutti i giorni ci montano e si fanno sballottare l’utero c’è la banda – e due orchestrine – due giornali si pubblicano – uno in inglese e uno in tedesco colla telegrafia Marconi sempre si hanno le notizie del mondo intero – acqua calda e fredda sempre – riscaldamento elettrico anche gli accendisigari sono elettrici c’è la sveglia a suon di tromba tutte le mattine e ai pasti tutto trombante – il vapore è seguito sempre da uccelli specie di gabbiani e pensare che siamo a 2000 miglia dalla costa, dove riposano? Questi poveri augelli mi danno pensiero – ! ma dopotutto questo vorrei essere a Tordellago! val più un cantuccio della mia cucina coll’odor di bistecche!
Ecco, il suon di tromba che avvisa il pasto – oggi pranzerò in cabina non ho voglia di vestirmi – poi faccio compagnia a Elvira – Giovedì si arriverà a New York – bel mi Tore! anche Chiatri – Ora proprio n’ho pieni i coglioni di questi viaggi”.
1908.02.2
Puccini alla sorella Ramelde, dalla nave Heliopolis
“Le piramidi il gamello le palme i turbanti i tramonti i cofani, le mummie, gli scarabei, i colossi, le colonne le Tombe dei rei, le feluche sul Nilo che non è altro che la Freddana ingrandita, i fez i tarabuch, i mori i semi mori, le donne velate, il sole le sabbie gialle, gli struzzi, gli inglesi, i musei le porte uso Aida, i Ramseti I. II. III etc il limo fecondatore, le cateratte. Le moschee, le mosche la valle del Nilo, l’ibis gli alberghi i bufali, i rivenditori nojosi, il puzzo di grasso, i minareti, le chiese copte, l’albero della madonna, i vaporini di cook, i micci, le canne da zucchero, il cotone, le acacie i sicomori, il caffè turco le bande di pifferi e tamburone le processioni, il bazar, la danza del ventre, le cornacchie i falchi neri, le ballerine, i dervisci, i levantini i beduini il kedive, Tebe, le sigarette, i narghilè l’aschich, bachich, le Sfingi, l’immenso Ftà, Iside, Osiride m’hanno rotto i coglioni e il venti parto per riposarmi – ciao tuoi barchi Egittrogolo”.
Opinioni Fini
Le nostre grinfie sull’Africa nera
NUOVO COLONIALISMO - Il Piano Mattei della premier Meloni non è una gita di anime pie. È il modo tutto occidentale di rapinare ancora il continente ridotto (da noi) alla povertà. Solo il Papa ha una visione
di Massimo Fini
Nella ormai famosa intervista alla Tv svizzera, Papa Bergoglio ha detto in termini laici e non religiosi, che negoziare non è peccato.
È curioso, bizzarro, ma indicativo, che la presa di posizione più netta sull’attuale crisi russo-ucraina sia stata presa non da un politico ma da un capo spirituale. Naturalmente il Santo Padre è stato sommerso dalle critiche, politiche e mediatiche, del cosiddetto mondo occidentale.
Nell’ultimo articolo dicevo che noi dovremmo imparare dal diritto latino. Ma dovremmo imparare qualcosa anche da quelle che sprezzantemente chiamiamo “culture inferiori”, in particolare da quella africana.
L’intera storia dell’Africa Nera, naturalmente prima che noi ne ibridassimo e distruggessimo la cultura, le tradizioni, l’economia, non col colonialismo classico, che era in un certo senso ‘romano’ (noi occupavamo e depredavamo, ma gli indigeni continuassero pure a vivere secondo le loro tradizioni e costumi) ma col più recente e devastante colonialismo economico, è caratterizzata dal negoziato. Scrive l’antropologo John Reader (Africa, 2001) parlando del Delta del Niger: “Il rischio di conflitti era altissimo: in termini antropologici il delta interno del Niger avrebbe dovuto essere un ‘focolaio di ostilità interetnica’. Eppure ciò che distingue la regione durante i 1600 anni di storia documentata non è la frequenza dei conflitti, quanto la stabilità di pacifiche relazioni reciproche”. E questo vale, sempre per Reader, per tutta l’Africa Nera. Ma com’è possibile, dirà il lettore, se attualmente l’Africa è attraversata da conflitti particolarmente feroci come quello in Sudan, mentre è ancora nella memoria di tutti il dramma del conflitto tra Tutsi e Hutu? Ma questo è lo stato delle cose “attualmente”, cioè più o meno dell’ultimo mezzo secolo, in cui è stata distrutta la comunità tribale. In questa non comandava il re, che era un simbolo, il meno libero della tribù, un po’ come il re o la regina d’Inghilterra, ma le decisioni venivano prese dalla collettività. È chiaro che se tu alla realtà tribale sostituisci le strutture di uno Stato moderno questo avrà bisogno di eserciti e di polizia con cui schiacciare i sudditi, non tanto diversamente peraltro da quanto avviene nelle moderne democrazie occidentali.
Ora, per non farci mancar nulla, l’Italia con l’appoggio esplicito o implicito della cosiddetta comunità internazionale (Ursula von der Leyen, Ocse, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) ha messo in piedi il cosiddetto “Piano Mattei”. È evidente che la Comunità internazionale agisce sotto l’impulso di un senso di colpa: dopo aver distrutto l’Africa Nera abbiamo il dovere morale di ricostruirla, soprattutto economicamente. A parte il fatto che per questo Piano non abbiamo consultato i diretti interessati, cioè gli africani, come ha lamentato Moussa Faki, il presidente dell’Unione Africana, l’Inferno, come si sa, è lastricato di buone intenzioni, anche ammesso e nient’affatto concesso che il Piano Mattei abbia buone intenzioni. Giorgia Meloni ha affermato che il Piano Mattei non ha “un approccio predatorio”. Excusatio non petita, accusatio manifesta. Il sottosuolo africano possiede il 30% delle risorse naturali e minerarie necessarie alla transizione energetica globale. E non è certamente un caso che al Piano Mattei sia molto interessata l’Eni, nota confraternita di anime pie (nel 2006 furono rapiti due tecnici Eni nel Delta del Niger perché lo sfruttamento del petrolio andava a tutto vantaggio della società italiana e non al popolo nigeriano. I capi del Mend, Movimento per la liberazione del Delta del Niger, dissero: “Noi non siamo criminali, ma voi ci costringete a esserlo”).
Ma l’Africa Nera non è interessante solo per le sue risorse, ma per il numero dei suoi abitanti, circa 700 milioni escludendo il Sudafrica che fa storia a sé. Insomma si vuol fare degli africani dei forti consumatori.
Consumatori di che non è molto chiaro visto che, come dicono tutti, l’Africa è alla fame. Lo è oggi, non lo era nell’immediato ieri. Ai primi del Novecento, l’Africa era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%) nel 1961. Ma da quando ha cominciato a essere aggredita dall’integrazione economica – prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante – le cose sono precipitate. L’autosufficienza è scesa all’89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere che è successo dopo non sono necessarie statistiche: basta guardare le migrazioni dei subsahariani che, passando dalla pericolosissima Libia di oggi (quando c’era Gheddafi la Libia era un Paese ordinato e nient’affatto pericoloso) e per la Tunisia, dove sono odiati dalla popolazione locale che tende a ricacciarli in mare.
Insomma in Africa Nera non è più questione di povertà ma di fame, della brutale fame. E non sarà certo il blocco navale progettato da Salvini a fermare questa gente.
Ritorniamo ai problemi, ai drammi, dell’agricoltura africana. “In un’economia mondiale integrata, di mercato e monetaria, il cibo non va dove ce n’è bisogno, va dove c’è il denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66% della produzione mondiale di cereali è destinato all’alimentazione degli animali dei Paesi ricchi. I poveri del Terzo mondo sono costretti a vendere alle bestie occidentali il cibo che potrebbe sfamarli” (Il vizio oscuro dell’Occidente, 2002). È la legge del mercato e del denaro.
L’interesse per l’Africa Nera non è dettato solo da ragioni economiche rapinatorie ma da interessi geopolitici. Si scrive che in Africa sono presenti i russi attraverso la Wagner. I russi non sono mai stati presenti in Africa, non hanno mai avuto interessi coloniali di tipo occidentale (alla Russia interessa ciò che accade nel proprio territorio e in quelli vicini, cioè territori europei o parzialmente asiatici) così come non fu né coloniale né neocoloniale il nazismo, Namibia a parte che, credo non a caso, è oggi il Paese più ordinato e tranquillo dell’Africa Nera. La fantomatica Wagner, che si dice che esista ma nessuno sa dire con precisione dove stia, è un pretesto per addebitare a Putin ciò che di Putin non è. Si dice che la Wagner sia presente in Mali. Le cose non stanno proprio così. Il Mali è diviso in due parti, il Mali del Sud sotto la Francia, non nei modi neocoloniali ma nei modi di un colonialismo in senso stretto scomparso da tempo (da quelle parti si batte una moneta francese, il Franco Cfa) e un Mali del Nord abitato da animisti, tuareg, islamici non radicali. Qualche anno fa alla Francia è venuta la bramosia di occupare anche il Mali del Nord.
Conseguenze: i tuareg si sono salvati perché nomadi, gli animisti sono stati spazzati via e gli islamici, fino ad allora quieti, sono diventati Isis.
All’epoca di un summit organizzato dal primo G7, i sette Paesi africani più poveri con alla testa il Benin organizzarono un contro-summit al grido: “Per favore non aiutateci più!”. Invece di fare le anime belle, con Piani Mattei e simili, dovremmo seguire questa volontà autoctona. “Oh che partenza amara, Meloni cara, Meloni cara”.
È curioso, bizzarro, ma indicativo, che la presa di posizione più netta sull’attuale crisi russo-ucraina sia stata presa non da un politico ma da un capo spirituale. Naturalmente il Santo Padre è stato sommerso dalle critiche, politiche e mediatiche, del cosiddetto mondo occidentale.
Nell’ultimo articolo dicevo che noi dovremmo imparare dal diritto latino. Ma dovremmo imparare qualcosa anche da quelle che sprezzantemente chiamiamo “culture inferiori”, in particolare da quella africana.
L’intera storia dell’Africa Nera, naturalmente prima che noi ne ibridassimo e distruggessimo la cultura, le tradizioni, l’economia, non col colonialismo classico, che era in un certo senso ‘romano’ (noi occupavamo e depredavamo, ma gli indigeni continuassero pure a vivere secondo le loro tradizioni e costumi) ma col più recente e devastante colonialismo economico, è caratterizzata dal negoziato. Scrive l’antropologo John Reader (Africa, 2001) parlando del Delta del Niger: “Il rischio di conflitti era altissimo: in termini antropologici il delta interno del Niger avrebbe dovuto essere un ‘focolaio di ostilità interetnica’. Eppure ciò che distingue la regione durante i 1600 anni di storia documentata non è la frequenza dei conflitti, quanto la stabilità di pacifiche relazioni reciproche”. E questo vale, sempre per Reader, per tutta l’Africa Nera. Ma com’è possibile, dirà il lettore, se attualmente l’Africa è attraversata da conflitti particolarmente feroci come quello in Sudan, mentre è ancora nella memoria di tutti il dramma del conflitto tra Tutsi e Hutu? Ma questo è lo stato delle cose “attualmente”, cioè più o meno dell’ultimo mezzo secolo, in cui è stata distrutta la comunità tribale. In questa non comandava il re, che era un simbolo, il meno libero della tribù, un po’ come il re o la regina d’Inghilterra, ma le decisioni venivano prese dalla collettività. È chiaro che se tu alla realtà tribale sostituisci le strutture di uno Stato moderno questo avrà bisogno di eserciti e di polizia con cui schiacciare i sudditi, non tanto diversamente peraltro da quanto avviene nelle moderne democrazie occidentali.
Ora, per non farci mancar nulla, l’Italia con l’appoggio esplicito o implicito della cosiddetta comunità internazionale (Ursula von der Leyen, Ocse, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) ha messo in piedi il cosiddetto “Piano Mattei”. È evidente che la Comunità internazionale agisce sotto l’impulso di un senso di colpa: dopo aver distrutto l’Africa Nera abbiamo il dovere morale di ricostruirla, soprattutto economicamente. A parte il fatto che per questo Piano non abbiamo consultato i diretti interessati, cioè gli africani, come ha lamentato Moussa Faki, il presidente dell’Unione Africana, l’Inferno, come si sa, è lastricato di buone intenzioni, anche ammesso e nient’affatto concesso che il Piano Mattei abbia buone intenzioni. Giorgia Meloni ha affermato che il Piano Mattei non ha “un approccio predatorio”. Excusatio non petita, accusatio manifesta. Il sottosuolo africano possiede il 30% delle risorse naturali e minerarie necessarie alla transizione energetica globale. E non è certamente un caso che al Piano Mattei sia molto interessata l’Eni, nota confraternita di anime pie (nel 2006 furono rapiti due tecnici Eni nel Delta del Niger perché lo sfruttamento del petrolio andava a tutto vantaggio della società italiana e non al popolo nigeriano. I capi del Mend, Movimento per la liberazione del Delta del Niger, dissero: “Noi non siamo criminali, ma voi ci costringete a esserlo”).
Ma l’Africa Nera non è interessante solo per le sue risorse, ma per il numero dei suoi abitanti, circa 700 milioni escludendo il Sudafrica che fa storia a sé. Insomma si vuol fare degli africani dei forti consumatori.
Consumatori di che non è molto chiaro visto che, come dicono tutti, l’Africa è alla fame. Lo è oggi, non lo era nell’immediato ieri. Ai primi del Novecento, l’Africa era alimentarmente autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%) nel 1961. Ma da quando ha cominciato a essere aggredita dall’integrazione economica – prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante – le cose sono precipitate. L’autosufficienza è scesa all’89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere che è successo dopo non sono necessarie statistiche: basta guardare le migrazioni dei subsahariani che, passando dalla pericolosissima Libia di oggi (quando c’era Gheddafi la Libia era un Paese ordinato e nient’affatto pericoloso) e per la Tunisia, dove sono odiati dalla popolazione locale che tende a ricacciarli in mare.
Insomma in Africa Nera non è più questione di povertà ma di fame, della brutale fame. E non sarà certo il blocco navale progettato da Salvini a fermare questa gente.
Ritorniamo ai problemi, ai drammi, dell’agricoltura africana. “In un’economia mondiale integrata, di mercato e monetaria, il cibo non va dove ce n’è bisogno, va dove c’è il denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66% della produzione mondiale di cereali è destinato all’alimentazione degli animali dei Paesi ricchi. I poveri del Terzo mondo sono costretti a vendere alle bestie occidentali il cibo che potrebbe sfamarli” (Il vizio oscuro dell’Occidente, 2002). È la legge del mercato e del denaro.
L’interesse per l’Africa Nera non è dettato solo da ragioni economiche rapinatorie ma da interessi geopolitici. Si scrive che in Africa sono presenti i russi attraverso la Wagner. I russi non sono mai stati presenti in Africa, non hanno mai avuto interessi coloniali di tipo occidentale (alla Russia interessa ciò che accade nel proprio territorio e in quelli vicini, cioè territori europei o parzialmente asiatici) così come non fu né coloniale né neocoloniale il nazismo, Namibia a parte che, credo non a caso, è oggi il Paese più ordinato e tranquillo dell’Africa Nera. La fantomatica Wagner, che si dice che esista ma nessuno sa dire con precisione dove stia, è un pretesto per addebitare a Putin ciò che di Putin non è. Si dice che la Wagner sia presente in Mali. Le cose non stanno proprio così. Il Mali è diviso in due parti, il Mali del Sud sotto la Francia, non nei modi neocoloniali ma nei modi di un colonialismo in senso stretto scomparso da tempo (da quelle parti si batte una moneta francese, il Franco Cfa) e un Mali del Nord abitato da animisti, tuareg, islamici non radicali. Qualche anno fa alla Francia è venuta la bramosia di occupare anche il Mali del Nord.
Conseguenze: i tuareg si sono salvati perché nomadi, gli animisti sono stati spazzati via e gli islamici, fino ad allora quieti, sono diventati Isis.
All’epoca di un summit organizzato dal primo G7, i sette Paesi africani più poveri con alla testa il Benin organizzarono un contro-summit al grido: “Per favore non aiutateci più!”. Invece di fare le anime belle, con Piani Mattei e simili, dovremmo seguire questa volontà autoctona. “Oh che partenza amara, Meloni cara, Meloni cara”.
Elena
I sonnambuli d’occidente vanno verso il precipizio
DI ELENA BASILE
L’Italia, scimmiottando il Regno Unito, la Francia e la Germania, si lega per i prossimi dieci anni, con un accordo di difesa militare, a una nazione in guerra, sostiene l’ingresso di Kiev nell’Ue e nella Nato e promette nel caso di “un futuro attacco della Russia” consultazioni nelle 24 ore per decidere il contrasto all’aggressione. Sembra sia stato negoziato direttamente dalla presidente del Consiglio senza che la Farnesina di Tajani abbia avuto un ruolo.
Il Patto di Stabilità, come nota Barbara Spinelli, prevede gli aumenti delle spese militari degli Stati membri, considerati alla stregua delle altre riforme adatte a evitare una procedura di infrazione. Biden, mangiando un gelato, menziona la tregua a Gaza, mentre di fatto blocca le risoluzioni Onu per il cessate il fuoco. L’Italia è il più zelante vassallo degli Stati Uniti ed è quindi complice dei crimini di guerra del governo Netanyahu, sottoposto all’inchiesta di genocidio, seguita alla domanda del Sudafrica, di fronte alla Corte di Giustizia internazionale. Il conflitto continua ad allargarsi con bombardamenti israeliani sul Libano, azione anglo-americana sugli Houthi e appelli ad attaccare l’Iran che pervengono dai politici statunitensi e dalla lobby ebraica che da tempo, come afferma John Merasheimer, ha perorato la guerra con Teheran. Il presidente francese, con una fuga in avanti ma riflettendo discussioni esistenti in Europa, non esclude truppe Nato in Ucraina. Il Papa, unica voce della ragione e dell’empatia in mezzo alla barbarie, chiede che altre morti e distruzione in Ucraina siano risparmiate. C’è più coraggio nella mediazione e nella pace che nel proseguimento di una guerra feroce che si sta perdendo e che non ha fini politici e strategici razionali.
Sconfiggere una potenza nucleare? Chi può essere così ignaro della storia e dei rischi del genere umano per ripetere un simile slogan? La guerra è stata provocata dall’Occidente. Un tabù che non può essere pronunciato se non si vuole finire sul tavolo degli imputati. Politologi e storici seri lo hanno dimostrato. La Russia utilizzerà l’arma nucleare se sarà messa alle strette. Questa è una guerra esistenziale per Mosca. Solo per la visione patologica occidentale essa è importante. Come Ipazia diceva dall’inizio: l’Occidente e l’Ucraina sarebbero più sicuri e sereni con l’Ucraina neutrale e una ricomposizione diplomatica dei diversi interessi che separano gli ucraini russofoni e quelli dell’ovest. Papa Francesco, odiato dagli integralisti cattolici e dai nuovi barbari, di tanto in tanto pronuncia parole cristiane e umane, che non vengono comprese e cadono nel deserto di odio e umanità che stiamo costruendo.
Le classi dirigenti europee come alla vigilia del 2014 marciano da sonnambuli verso il precipizio. Malgrado Mosca sia una potenza nucleare e abbia dimostrato una resilienza militare ed economica innegabile, quello che era impensabile col rivale imperialista e ideologico, l’Urss, sta divenendo probabile con la Russia di Putin. Gli elettori di tutti i partiti che trasversalmente sono contrari alla guerra per memoria delle atrocità del secolo scorso, sospendono il giudizio, continuano a votare per la destra, il centrodestra e un centrosinistra guerrafondaio. Si vota per conoscenze, si vota rassegnati, tanto si sa chiunque gestirà il potere si inchinerà al volere della Cia e delle oligarchie delle armi.
La situazione di Gaza scuote le coscienze. L’inferno visibile grazie ai social, le vittime inermi, commuovono l’opinione pubblica. I giovani che sembravano amorfi, hanno ritrovato il coraggio di manifestare contro l’ingiustizia, sono in strada sotto i manganelli della polizia. Il dissenso è ridicolizzato, delegittimato. Nel mio caso si arriva alla diffamazione e al totale oscuramento da Tv e radio. Il 5 marzo è uscito il mio libro di politica internazionale L’Occidente e il nemico permanente (PaperFirst), con introduzione di Luciano Canfora, già in ristampa. Mi domando se troverò una televisione del mainstream disposta a ospitarmi per illustrare agli spettatori il contenuto del libro. In questo clima di poli avversi e delle loro claque, la libertà di espressione man mano muore e con essa la fiducia nella democrazia liberale. I politici potenti querelano i cittadini privati, come è accaduto con la querela della premier contro lo storico Canfora. L’inflazione di querele è percepita come una politica intimidatoria. L’euromaccartismo è modulato in normative Ue nelle quali si bolla la disinformazione russa mentre quella ucraina è accettata senza verifiche. Coloro, giornalisti o meno, che criticano la narrativa della Nato divengono agenti di disinformazione. Il primo è Assange, torturato nel cuore dell’Europa e imprigionato da più di un decennio senza processo. Questo il panorama, c’è da avere paura.
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