venerdì 15 marzo 2024

A Carlo!

 

Vita da Carlo
di Marco Travaglio
Dite quel che volete, ma Carlo Calenda è un grande. Partito da Ferrari, Sky, Confindustria e Interporto Campano (tutto vero) coi risultati a tutti noti, entrò in politica con Italia Futura di Montezemolo che ne stava uscendo senza esservi mai entrato. Poi si candidò con Monti e fu trombato. Nel 2013 lo raccattò Letta come viceministro dello Sviluppo, e Renzi lo lasciò lì, ma due anni dopo lo paracadutò in Ue come rappresentante permanente dell’Italia. Durò due mesi, che per i suoi standard sono un’eternità, poi fu rimpatriato e promosso ministro. Scortò Renzi al Forum putiniano di San Pietroburgo per giurare che Mosca (già sotto sanzioni per la Crimea) era amica nostra: “Nessuna grande azienda italiana ha mai chiuso bottega in Russia, è un segno di amicizia. Qui ci sono tutte le grandi aziende, il premier, il ministro, le associazioni economiche, le banche. Più di così non potevamo portare, dovevamo traslocare il Colosseo!”. Ora dà la caccia ai putiniani. Confermato da Gentiloni, nel 2018 lasciò il ministero con la brillante operazione Mittal per l’Ilva. Si iscrisse al Pd (“Non servono nuovi partiti”) giusto in tempo per farsi eleggere eurodeputato nel 2019, poi mollò il Pd e fondò Azione (servono nuovi partiti). Si candidò a sindaco di Roma, furioso perché il Pd non lo appoggiava e arrivò terzo. Poi a ogni Amministrativa s’impegnò per far perdere il Pd. Visti i flop, disse che era colpa degli elettori che votano sempre centrodestra o centrosinistra e mai lui.
Nel 2022 si allea con Letta per cinque giorni, poi lo pianta all’altare e si mette con Renzi per il famoso Terzo Polo (sesto su sei). Divorzia anche da Renzi e vota le porcate del governo Meloni contro il Rdc e la giustizia. Ma per far perdere il centrosinistra gli va bene pure Renzi: vedi la geniale operazione Soru in Sardegna. In Abruzzo i due sfollagente capiscono che fanno più danni appoggiando i progressisti a insulti, e così fanno. Calenda dice peste e corna di Meloni, Schlein e Renzi che si candidano alle Europee, ma ora fa capire che si candida pure lui perché lo fanno gli altri. In Basilicata cede Azione in franchising alla famiglia Pittella e si dice pronto a sostenere la destra di Bardi. Pd e M5S scelgono il loro candidato e Conte preferisce lasciare Calenda a destra. Ma lui si mette a strillare: han fatto un tavolo senza invitarmi, Conte ha messo il veto su Azione, vergogna! Ci teneva a essere invitato al tavolo per farlo saltare. E nei commenti dei social è già leggenda: “Mamma, Ciccio mi tocca! Toccami Ciccio!”. “Oggi Pirandello è declassato ad autore minore”. “Mi ricorda Il ragazzo di campagna, quando Pozzetto rimane chiuso nel cassone di un camion e picchia i pugni da dentro urlando ‘Vi siete chiusi fuori!’”.

L'Amaca

 

Diffidiamo delle imitazioni
di Michele Serra
L'Aquila sarà capitale italiana della Cultura per il 2026, è una bella città ed è una bella notizia, il terremoto è un fantasma da scacciare e una cicatrice da sanare, pazienza per i sospetti che la nomina (governativa) valga come ricompensa per il voto quasi compatto degli aquilani per la destra. È il famoso spoils system (in italiano, spartizione del bottino), oggi a te domani a me, naturalmente contando che un domani sia ancora ipotizzabile.
Piuttosto, colpisce leggere che gli intendimenti dell’Aquila, espressi nelle carte presentate per la candidatura, siano così declinati, in cinque punti: multiculturalità, multiriproducibilità, multidisciplinarietà, multinaturalità, multitemporalità. Vengono le traveggole solo a leggerle, sembrano il parto della più efferata cultura di sinistra, parolaia e vaga, velleitaria, illeggibile. Cose da pierre, cose da comunicazione modaiola.
Ma come? Noi qui ad aspettare, sia pure da spettatori pronti alla critica e financo al pernacchio, la restaurazione dei bei tempi andati, le tradizioni in palmo di mano, la lenticchia e la patata, gli arrosticini e le volarelle (e Lollobrigida benedicente), le chiese e le fontane, le processioni e i miti fondanti, le pietre e i monti, i canti antichi e solenni, la catena delle generazioni, magari l’emigrazione potente e feconda degli abruzzesi come contributo decisivo al progresso del mondo (tutte le migrazioni lo sono), e insomma un’alternativa vigorosa, e reazionaria, a questa modernità modaiola e querula. E invece: questo multi-blabla? Manca solo qualche cenno alla trasversalità e a qualche work in progress. Ma siamo impazziti? Vogliamo una destra di destra (possibilmente non manesca, ma di destra).
Diffidiamo delle imitazioni.

giovedì 14 marzo 2024

Che bella idea!

 


Davvero originale La Nazione della Spezia, nella rubrica Trova Lavoro. 

Per cercare un barman in un bar di Vernazza "con buona esperienza e buona conoscenza della lingua italiana" che foto pubblicano?? Quella del killer di Giulia Tramontano, Impagnatiello!! 

Complimenti! Ottimo lavoro! 

Freddura

 


L'Amaca

 


Il Dio cattivo delle Nazioni

DI MICHELE SERRA

Nel Paese più popoloso del mondo (l’India) il governo nazionalista ha promulgato nuove leggi restrittive contro la minoranza musulmana.
L’induismo, sotto la presidenza di Modi, in carica ormai da dieci anni, è quasi religione di Stato.
È solo l’ultima di una lunga serie di notizie che riportano in primo piano l’uso identitario della religione e, di conseguenza, il suo sfruttamento politico. Niente galvanizza le masse come i terribili, primitivi “noi” e “loro” stratificati nei secoli dalle diverse appartenenze religiose. Il primo scorcio del terzo millennio (dalle Torri Gemelle in poi) è un ribadire ostinato, direi forsennato, dell’identità religiosa come smentita evidente di ogni illusione che l’umanità sia una sola. Non lo è; e per sommi capi, fatta eccezione per una minoranza temo trascurabile, non ha alcuna intenzione di esserlo. Provate a immaginare il tragico scenario mediorientale depurato dal fattore religioso; i palestinesi senza l’islamismo di Hamas e Israele senza i suoi ministri ortodossi; uno dei principali ostacoli, forse proprio il principale, alla comprensione reciproca e alla pace sarebbe infine rimosso.

Che questo uso discriminante e oppressivo della religione sia avversato e disprezzato dagli agnostici, i libertari, i non confessionali, è ovvio.

Mi chiedo però come facciano a tollerarlo i credenti di ogni fede, per i quali l’universalità di Dio dovrebbe rendere oscena e ridicola la sua riduzione a protettore di un popolo, di una Nazione, di uno Stato. L’idea stessa della religione è super-umana, guarda all’infinito e al cosmo, frantuma ogni confine. Che cosa c’è di più miserabile, e di più irreligioso, di un uso politico di Dio? Se fossi un prete, un rabbino, un imam, un sapiente indù, starei architettando una Internazionale di Dio, che maledica e combatta ogni forma di nazionalismo religioso.

Sfottò

 


Ancora sul senno

 

Gli incubi e la realtà
di Marco Travaglio
Il principio di realtà fatica ad affermarsi non solo nel dibattito sulla guerra in Ucraina, ma anche in quello sulla politica italiana. E a espellerlo sono proprio coloro che dovrebbero basarsi sui fatti: i giornalisti. Che continuano a scambiare i loro desideri (o quelli dei loro padroni) per la realtà, con effetti comici. Dopo la vittoria di Todde in Sardegna vaneggiavano delle magnifiche sorti e progressive del campo largo (che non c’era: Azione e Iv stavano con Soru portandogli sfiga), piangevano per la dipartita dell’amato Centro e attaccavano Conte perché non era morto neanche stavolta, anzi sognava di sorpassare il Pd e – orrore – di tornare al governo. Ora, dopo la vittoria di Marsilio, vaneggiano della fine del campo largo (che ha portato sfiga a chi ci stava), esultano per la rinascita dell’amato Centro e attaccano Conte perché è rimorto un’altra volta. I più ridicoli spiegano le cadute di Lega e M5S come la giusta punizione per le immaginarie nostalgie gialloverdi, il “populismo” e la ritrosia a prolungare la guerra fino all’ultimo ucraino, come se gli abruzzesi avessero votato compulsando Limes. Eppure le analisi dei flussi confermano che gli elettori, specie nelle elezioni locali, sono l’opposto di come li immaginano o li vorrebbero i giornaloni: se ne infischiano degli ordini dei partiti, dei campi più o meno larghi, del Centro, del populismo, del sovranismo, dell’atlantismo e di altre fumisterie politichesi. Badano al sodo: scelgono il candidato e la coalizione che ritengono il meglio o il meno peggio per i loro interessi.
E gli elettori non sono tutti uguali: quelli ideologizzati votano sempre centrodestra o centrosinistra; quelli sudditi-scambisti votano chi li ha favoriti o chi potrebbe favorirli; quelli liberi o “di opinione” fluttuano da una parte all’altra o si astengono a seconda di ciò che passa il convento. Il M5S pesca soprattutto in quest’ultimo bacino: quello di chi chiede onestà, trasparenza, coerenza, soprattutto diversità e rinnovamento. Se sente puzza di establishment, non vota. Apprezza la leadership Pd dell’outsider Schlein, ma in Abruzzo è rimasto in gran parte alla larga da una coalizione con Calenda e Renzi e da un candidato presidente troppo vicino al ras D’Alfonso. Gli elettori Pd sono di bocca più buona: negli anni han dovuto votare pure Renzi e Calenda, oltreché legioni di impresentabili, e ingoiare governi tecnici e ammucchiate con B.. Ma hanno digerito tutto (almeno quelli rimasti) per l’ansia di governare purchessia, non avendo nel sangue l’opposizione. Però, appena han potuto scegliersi il segretario, hanno affossato il cocco dell’apparato, Bonaccini, e svoltato su Elly. I vertici Pd e M5S ascoltino di più gli elettori e meno i commentatori: per vincere le elezioni non basta, però aiuta.