Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 13 marzo 2024
Lucrosamente guerra
Masters of war La guerra, il business principale: così si spiegano i piazzisti
di Alessandro Robecchi
Insomma, la guerra. La guerra di oggi, anzi le guerre, il genocidio della potenza coloniale israeliana ai danni del popolo palestinese, la carneficina senza fine in Ucraina, le altre guerre sparse per il pianeta (parecchie) che nemmeno arrivano ai media, i massacri, le popolazioni colpite, gli effetti collaterali, fame, malattie, disperazione. La guerra, insomma, che sembra una componente naturale, endemica, delle faccende umane, in qualche modo accettata e – è storia recente e recentissima – benedetta e sostenuta da un apparato informativo che sembra proprio quel che è: l’ufficio stampa della guerra.
La guerra “giusta”, la guerra “nostra”. Piazzisti.
Strabiliante: non c’è attività umana che non venga letta in termini economici, che non venga analizzata per quel che produce o consuma in termini di ricchezza. Sappiamo tutto di industrie, di mercati, di speculazioni, di guadagni, di dinamiche macroeconomiche di ogni settore, e non sappiamo niente – è una specie di tabù – dell’economia della guerra, di chi la gestisce, di chi ci guadagna, di chi ne fa core business. Il primo a nominare – e in qualche modo a battezzarlo – il “complesso militare industriale” fu Eisenhower, presidente americano che una guerra l’aveva vinta da generale. Correva il 1961 e lui metteva in guardia la prima potenza mondiale proprio da quell’intreccio inestricabile che poi avrebbe contagiato il mondo: la politica, l’industria bellica (nella neolingua tanto in voga da sempre, la guerra si chiama “difesa”), la finanza, alleate a gonfiare un apparato micidiale. Un sistema economico che doveva produrre armi, quindi usarle, quindi costruirne di nuove, quindi spingere sul comparto “ricerca e sviluppo” con esseri umani come cavie. E quindi combattere ogni voce di pace, quindi soffiare su ogni focolaio, su ogni principio d’incendio per farlo divampare.
Dalla guerra “Sola igiene del mondo” della macchietta futurista italiana, si è passati in pochissimi anni alla guerra come “Sola economia del mondo”. Difficile pensare a un comparto economico che aumenta il fatturato in doppia cifra ogni anno ininterrottamente da almeno trent’anni, il cui giro di affari è arrivato (fonte: Stockholm International Peace Research Institute) nel 2022 a 2.240 miliardi di dollari l’anno (in vorticosa crescita), il 40 per cento dei quali americani (seguono Cina, che spende un terzo degli Usa, e Russia, che spende un decimo). Non solo armi, ma tutto quel che ne consegue, personale, strutture, ricerca, apparati, informazione. Parliamo insomma della prima industria mondiale, il che dovrebbe chiarire a tutti e per sempre che ogni discorso bellico favorevole a questo o quel conflitto (abbiamo in questi giorni luminosi esempi, quelli che non saprebbero gestire una gelateria ma danno lezioni al Papa, per dire) può essere agevolmente letto come un’interessata attività di lobbing, di sostegno a tassametro, degli interessi tesi alla realizzazione della guerra.
Si parla, infatti, di uno stato di guerra permanente, con vari fronti, con varie declinazioni e vari gradi di intensità, ma con tutte le guerre – tutte – a esclusivo vantaggio di quell’apparato transnazionale controllato da non più di qualche migliaio di persone. Se esiste oggi una perfetta metafora del capitalismo, è la guerra: la disperazione di molti e il guadagno di pochissimi, quelli che un tempo si chiamavano “i signori della guerra”, sempre più signori e con sempre più guerre su cui lavorare, perché se l’affare è la guerra, la pace fa male agli affari. Ai loro.
Già la realtà!
Arrendetevi alla realtà
di Marco Travaglio
È incredibile la fatica che fa il principio di realtà a farsi strada nel dibattito sull’Ucraina, viziato dalla guerra ibrida della disinformatija atlantista. In pubblico, naturalmente, perché in privato anche gli atlantisti meno stupidi parlano come il Papa: la Nato e Kiev hanno perso, Putin ha vinto e, se non si negozia subito, la Russia può papparsi anche il resto del Paese. Paolo Mieli punta i piedi come i bambini capricciosi e, siccome è uno storico, insiste sul paragone farlocco con l’Europa dinanzi a Hitler nel 1940: ma allora Francia, Uk, Urss e Usa schierarono gli eserciti, mica fecero combattere i popoli invasi per procura come fa la Nato con gli ucraini. Oggi i numeri parlano da soli. La Russia, malgrado le mirabolanti controffensive costate 300-500 mila morti, controlla sempre le quattro regioni ucraine occupate due anni fa più la Crimea. L’Ucraina sta finendo i soldati e la Nato (a parte qualche svalvolato) non intende inviarne (sennò scatenerebbe la terza guerra mondiale, la prima tutta atomica), mentre Mosca può reclutarne quanti ne vuole. L’Ucraina ha finito le munizioni, mentre Putin ne produce il triplo di quelle che potrebbero sfornare fra due anni i Paesi Nato se si riconvertissero all’economia di guerra. L’Ucraina, per non fallire, necessita di 50-100 miliardi l’anno e, per continuare a combattere, altri 10-15 al mese; ma gli Usa han chiuso i rubinetti e l’Ue è a secco. Quindi game over: dispiace, ma è dai numeri che bisogna partire.
Il Papa ha indicato la strada: gli sconfitti Biden, Stoltenberg e il sottostante Zelensky vadano da Putin con la bandiera bianca non per arrendersi (c’è ancora l’80% dell’Ucraina libera da salvare), ma per trattare. Cosa? Un compromesso che parta dai risultati sul campo e non sia solo una tregua a bocce ferme (che potrebbe innescare altre guerre), ma una conferenza internazionale per nuovi assetti che garantiscano la sicurezza di Ucraina, Russia e tutto l’Est europeo. Si sarebbe potuto e dovuto farlo subito prima e subito dopo l’invasione: centinaia di migliaia di morti fa. Ma ora salta su il segretario di Stato vaticano Parolin che, con l’aria di spiegare le parole del Papa, le travisa: “A cessare il fuoco dovrebbero essere anzitutto gli aggressori”. Strano: da mesi Zelensky e gli atlantisti ripetono la fesseria che il cessate il fuoco è un regalo a Putin. E poi chiedere la tregua spetta a chi sta perdendo e ha più da perdere, non a chi vince. Certo, pure i russi dovranno smettere di sparare: ma quando inizierà il negoziato. È stata la Nato (e l’Ue nell’ultima ridicola risoluzione von der Leyen) a dire che la guerra finirà solo con la riconquista delle cinque regioni annesse dai russi. Ora che ha perso, sarebbe bizzarro se dicesse a Putin: “Ok, ci hai sconfitti, quindi cessa il fuoco e ritirati”.
martedì 12 marzo 2024
Fuori dal coro
Il coraggio del Papa fa paura ai guerrafondai
DI DOMENICO GALLO
Ci voleva il Papa per rompere il tetto di cristallo delle miserabili élite politiche europee, che hanno nascosto sotto la sabbia la parola negoziato e hanno cancellato persino il dubbio che la politica dovesse spendersi per la pace, invece di alimentare la guerra e impiantare nuovi cimiteri. La dichiarazione di Papa Francesco è coraggiosa: “È più forte chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca”, e “quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà?”.
Papa Francesco scompagina ogni opportunismo politico e lancia un appello accorato a fermare il massacro in Ucraina, invitando apertamente Kiev ad accettare un compromesso per la fine delle ostilità. “Oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali. La parola negoziare è coraggiosa”, ha detto il Pontefice nell’intervista alla Radiotelevisione svizzera. Per fermare i morti serve “negoziare in tempo, cercare qualche Paese che faccia da mediatore. Nella guerra in Ucraina ce ne sono tanti, la Turchia si è offerta, e altri. Non abbiate vergogna di negoziare prima che la cosa sia peggiore”. Ebbene, proprio la parola “negoziato” è la bestia nera delle Cancellerie dei Paesi europei e dei vertici dell’Unione europea, ispirati dal medesimo fondamentalismo politico della Nato. La pretesa di pervenire alla pace attraverso la “vittoria” sulla Russia, frutto del fondamentalismo della ragione politica occidentale, sta dimostrando tutta la sua tragica e dolorosa impotenza. Dopo il fallimento della controffensiva ucraina, annegata in un mare di sangue, nessuna resipiscenza è maturata nelle principali forze politiche, nei vertici istituzionali e negli organi dell’Unione europea.
Nessun ripensamento è emerso nei media mainstream che fanno da scorta mediatica alla Nato. Dopo aver incoraggiato e sostenuto la scelta insensata di una controffensiva che non aveva possibilità di successo, né le principali forze politiche, né i principali network hanno avuto nulla da ridire sulla strage insensata e sui sacrifici umani imposti alla martoriata popolazione ucraina per inseguire il miraggio di una “vittoria” impossibile. La lezione che è stata tratta dalla dura realtà dei fatti è che bisogna rilanciare il conflitto armato e puntare all’escalation, rifornendo l’Ucraina di armamenti sempre più offensivi per consentirle di conseguire la “vittoria”. Questa scelta politica, confermata anche dall’Italia con l’ottavo invio di armi, è descritta in modo plastico nell’ultima Risoluzione del Parlamento europeo che continua a istigare l’Ucraina a combattere fino alla “vittoria” e specifica nel dettaglio i sistemi d’arma che devono essere forniti per consentire una maggiore capacità offensiva all’esercito ucraino. Rimane, però, in piedi il dubbio che tutto questo “aiuto fraterno” non possa bastare e Macron ci fa sapere che, prima o poi, dovremo versare anche il nostro sangue mandando delle truppe nel teatro di guerra.
“Non dobbiamo giocare col martirio di questo popolo” ha ammonito il Santo Padre. Di fronte a questo impazzimento collettivo, le parole di realismo e di umanità del Papa rompono un tabù, aprono uno squarcio nella tela di menzogne, di irresponsabilità e di fanatismo con la quale tutti i principali attori politici cercano di nascondere la realtà di una tragedia che si consuma sotto i nostri occhi e che noi stessi continuiamo ad alimentare. Proseguire la guerra è un’inutile strage. Aprire un negoziato, cercare la mediazione degli interessi contrapposti, invece che la vittoria e l’umiliazione dell’avversario, è l’unica strada per evitare il martirio di un popolo, sacrificato sull’altare degli opposti nazionalismi e di opposte strategie di potenza e per evitare che il conflitto possa ulteriormente degenerare.
Le parole del Papa, inevitabilmente sono destinate a suscitare violente polemiche da parte del governo ucraino e di tutti coloro che investono le loro fortune politiche ed economiche sulla prosecuzione della guerra, però la cosa peggiore sarebbe ignorarle, stendendo un velo di silenzio. Queste parole sono come pietre, vanno al cuore dei problemi e mettono in braghe di tela la politica dell’Occidente, disvelandone il volto velleitario e necrofilo. Non dobbiamo consentire che siano pronunciate invano. Quelle del Papa sono un richiamo alla realtà e un monito al rispetto dei valori fondamentali dell’umanità. In questo frangente, il disconoscimento del principio di realtà è strumentale al perseguimento di una politica indifferente ai costi umani che essa stessa provoca. Quelle parole dobbiamo rilanciarle, dobbiamo costringere le forze politiche, i Parlamenti, i media, a confrontarsi con le verità semplici e tragiche che esse esprimono.
L'Amaca
Nemmeno monarchico
DI MICHELE SERRA
Della Royal Family, l’ho scritto più volte, mi importa quanto del campionato di hockey a rotelle (speriamo non si offendano i praticanti dell’hockey a rotelle).
Eppure quest’ultima faccenda della foto “ritoccata” da Kate Middleton (credo sia la moglie dell’erede al trono, e di conseguenza la futura regina; ma potrei anche confonderla con altre mogli di altri congiunti, tale è la mia renitenza alla materia dinastica); dicevo, questa faccenda della foto ritoccata, della quale è impossibile rimanere all’oscuro perché campeggia sui media di mezzo mondo, e forse ne parlerà anche il Papa all’Angelus di domenica prossima, mi fa riflettere.
Se ho ben capito, si tratta di una goffa sortita da quello che i giornali definiscono “tradizionale riserbo” della famiglia reale. Cioè: non dire mai niente e negare anche l’evidenza perché il ruolo della monarchia trascende le persone fisiche che la rappresentano e le loro miserabili vicende sanitarie e coniugali. E dunque aggiustare le foto, come l’ultima delle influencer, non è pratica consueta tra i membri di una istituzione che le foto, al massimo, le cancella. Devo farvi una confessione: questa non trasparenza, questa estraneità tenace al pubblico dominio, se non nelle forme consentite dalla gadgettistica pop, mi affascina. La società di massa ha aggravato la sensazione che niente e nessuno possa sottrarsi alle sue leggi. Ora sappiamo che anche la Royal Family sta per alzare bandiera bianca, e presto concorderà le copertine dei giornali come i cantanti e gli attori.
Stabilito ormai molti anni fa che non posso più essere comunista, adesso so anche che non posso più diventare monarchico. Chi cerca qualcosa di alternativo ai social e alla massificazione sappia che non lo troverà — se non nel romitaggio, purché non corredato da un profilo Instagram.
domenica 10 marzo 2024
Fantozzianamente
Scusa c’è un giornalaio vicino?
Si non ti puoi sbagliare sempre dritto poi alla chiesa vai a sinistra.
E mentre uscivo con una fitta nevicata - da spezzino doc - pensavo “ma perché usano gli ombrelli che la neve non bagna?”
A metà percorso sentivo già la neve, che non bagna, scorrere nella canala…
Le indicazioni probabilmente del gestore mi erano state date post trangugiata di genepy, perché seguendole stavo entrando in casa di due anziani impegnati a fare il formaggio. E più il dedalo di case aumentava e più s’ingigantiva la domanda “COME SI CHIAMA L’HOTEL???”
In preda al panico vedo un umano anche lui con l’ombrello a cui faccio chiarissimamente pena. “Scusi il giornalaio?”
Vieni con me che ci sto andando anch’io!
Che bella nevicata vero?
Fa schifo! La neve deve venire a novembre non a marzo (ometto una bestemmia trentina da Guinness)
Ah…
Ecco il giornalaio!
Grazie
Prendo la repubblica ed uscendo mi scivola in una pozza d’acqua
Rientro
Me ne da un’altra per il mio amico?
Ed ora il rientro verso l’hotel… Dolomiti?… Trentino?… la malga trentina?… Stokkazzo?
Cerco di trovare un appunto in cervice, ma quando sono in compagnia non memorizzo una mazza!
Girovago per le strade, fradicio e ora certo che la neve bagna, e se bagna!
Riconosco una coppia che alloggia nel mio hotel. Mi accodo. Entro e la signora, stranita, mi dice “come è zuppo! Perché non ha preso un ombrello?”
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