lunedì 15 gennaio 2024

Superkkè?

 

Superlega. Il Sarchiapone dell’era moderna: un’entità misteriosa che nessuno vedrà mai
di Paolo Ziliani
Quando il 15 dicembre 1995 la Corte Europea diede ragione al calciatore belga Jean-Marc Bosman che chiuso il suo rapporto con l’RFC Liegi aveva deciso di trasferirsi ai francesi del Dunkerque – trasferimento di fatto bloccato dal Liegi che pretendeva un indennizzo – stabilendo che i calciatori dell’Ue potevano trasferirsi gratuitamente a fine contratto a qualsiasi altro club di uno stato membro, gli argini saltarono e tutti i calciatori a scadenza furono liberi di trasferirsi da subito e gratis in un nuovo club senza che nulla fosse dovuto al vecchio. Il tappo era saltato, lo champagne prese a scorrere a fiumi.
Allo stesso modo, quando il 21 dicembre scorso la Corte Europea diede ragione alla società “A22 Sports Management” ideatrice della Superlega stabilendo che l’Uefa non può avere il monopolio dell’organizzazione dei tornei calcistici e che chiunque è libero di dar vita a una propria competizione, tutti pensavano che A22, e cioè Real Madrid, Barcellona e Juventus, che nella persona dell’allora presidente Andrea Agnelli avevano dato vita alla società, avrebbe annunciato di lì a poco la data di partenza della prima Superlega, il numero e il nome dei club partecipanti, i criteri di partecipazione e quant’altro. Dopo il prematuro annuncio della nascita della creatura (subito abortita) dato nella notte del 20 aprile 2021, al quale seguirono due anni e mezzo di acerrima battaglia contro l’Uefa prevaricatrice, il nulla osta della Corte Ue dava ad A22 la possibilità di realizzare il progetto Superlega liberamente e subito.
Che cos’è successo invece: A22, lungi dall’avere il prodotto pronto per essere lanciato chiavi in mano, non sa letteralmente che pesci pigliare e sta prendendo tempo. Quando partirete?, hanno chiesto al Ceo Bernd Reichart. “In questo momento non stiamo azzardando date – ha risposto –. La Superlega è una proposta importante e vogliamo fare le cose bene. Abbiamo l’ambizione di iniziare il prima possibile, ma senza speculare sulle date”.
E come vi rapporterete rispetto ai campionati nazionali differenziandovi dalle modalità seguite dall’Uefa? “La Superlega – ha spiegato Reichart – non invade il calendario nazionale: si accoppia e mantiene la dinamica competitiva di qualificazione che discende da una buona annata nel torneo domestico”.
Domanda: anche a voi queste parole suonano come una supercazzola? Se è vero che A22 muoverà contro l’Uefa schierando la Superlega contro la Champions, corazzata contro corazzata, Reichart dovrebbe spiegare: 1. Perchè la Superlega dovrebbe avere un appeal superiore alla Champions dovendo fare a meno di tutti i club inglesi (la Premier è il torneo più visto al mondo), di tutti i più importanti club tedeschi e francesi che già hanno declinato l’invito, di tutti i club italiani fatta eccezione per gli incerti, ad oggi, Juventus e Milan, di tutti i club spagnoli a eccezione dei rivoltosi Real e Barça e di altri club europei blasonati come Ajax, Shakhtar, Salisburgo e via dicendo; 2. Visto che l’Uefa qualifica alla Champions i club in modo meritocratico, cioè base al piazzamento in classifica, che farà A22? Raccoglierà le briciole lasciate dall’Uefa invitando le quinte, seste e settime classificate oppure andrà “a invito” scegliendo chi più le aggrada in omaggio al brand?
La verità è che la Superlega è destinato ad essere il nuovo Sarchiapone dell’era moderna: un’entità indefinibile, misteriosa, sconosciuta e che mai ad occhio umano sarà dato modo di vedere.

Nascondenti


Il governo nasconde Matteotti e ignora le vittime del nazismo
LA REPUBBLICA DEI FRATELLI D’ITALIA - La “nostra identità”. Viene da chiedersi se quella di Fdi interpreti la democrazia italiana o invece la rappresentazione fascista vista ad Acca Larentia giorni fa
DI TOMASO MONTANARI
Il programma elettorale di Fratelli d’Italia alla voce cultura prometteva nientemeno che la “Creazione di un nuovo immaginario italiano anche promuovendo, in particolare nelle scuole, la storia dei grandi d’Italia e le rievocazioni storiche. Valorizzazione del Giubileo 2025 e di Roma Capitale della Cristianità. Contrasto a cancel culture e iconoclastia che minacciano i simboli della nostra identità”. Tutto sta a capire cosa si intenda per “nostra identità’” quella della Repubblica italiana, o quella plasticamente visibile ad Acca Larentia qualche giorno fa?
La domanda è urgente, a giudicare dalla tacita, quanto inesorabile, azione di cancellazione che questo governo sta di fatto portando avanti verso la figura di Giacomo Matteotti, e verso la memoria dei crimini nazi-fascisti. Già, perché questa è la vera cancel culture: quella di chi cancella, avendo conquistato il governo, la memoria e la storia di una nazione. In questo caso di una nazione che ha scelto l’antifascismo, e bandito il fascismo: pensavamo per sempre.
Quando ciò avviene non attraverso leggi, o proclami espliciti, ma attraverso omissioni, silenzi, boicottaggi è necessario unire i puntini, esplicitare moventi, connettere fatti diversi. Uno di questi fatti è la sistematica opposizione dell’Avvocatura dello Stato alla liquidazione dei risarcimenti riconosciuti dai tribunali della Repubblica a vittime dei fascisti e dei nazisti.
L’erogazione dei fondi previsti da una legge voluta dal governo Draghi non è evidentemente paragonabile a quella dovuta quando lo Stato soccombe in giudizio: ma l’atteggiamento dell’Avvocatura è invece lo stesso. Di fronte alle polemiche, la Presidenza del Consiglio ha emesso una nota in cui difende questa linea, chiedendosi retoricamente perché “in un giudizio che vede come parte chiamata in causa lo Stato, quest’ultimo non debba costituirsi per concorrere alla verifica dei presupposti della richiesta di danni, tanto più quando dai crimini che sono alla base delle domande di risarcimento sono trascorsi 80 anni”. Ragionamento astrattamente comprensibile, ma che non spiega la natura in alcuni casi palesemente ostruzionistica della condotta dell’Avvocatura; e che non cancella, ma anzi avvalora, l’idea che, attraverso questa non formale resistenza, il governo intenda invece ribadire la continuità dello Stato tra fascismo e Repubblica. Insomma, non si sfugge all’idea che il governo si consideri controparte politica di quelle vittime. Vittime che, vista l’età, potrebbero in molti casi a questo punto non ricevere alcunché.
Non è possibile non collegare a questa costante azione insabbiante, la vergognosa gestione dei fondi all’anniversario di Matteotti. La legge approvata a luglio scorso (anche con i voti della destra) prevedeva che i bandi finanziati per le iniziative celebrative uscissero in settembre. Ma nonostante lettere, dichiarazioni pubbliche e proteste delle istituzioni coinvolte, ad oggi non ve n’è traccia. Di fronte alle polemiche, il sottosegretario Mantovano ha infine garantito che i bandi usciranno a fine gennaio, con ‘soli’ quattro mesi di ritardo. Considerando che l’anno è già iniziato, e che Matteotti fu assassinato dai fascisti il 10 giugno, non si tratta di una perdita di tempo sanabile: il centenario è ormai compromesso. Ed è veramente difficile credere ad un innocente ritardo: pare invece di assistere ad una tattica precisa. Visto che uccidere un’altra volta Matteotti votando contro il centenario è – almeno per ora – troppo esplicito, si vota la legge con la riserva mentale di boicottarne poi nei fatti l’attuazione.
Il punto è che per i nipotini di Giorgio Almirante, “servo dei nazisti” e “fucilatore di partigiani”, Matteotti non è certo uno dei “grandi d’Italia” da far conoscere nelle scuole. Pochi giorni fa, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Tommaso Foti ha gridato in Parlamento che al suo partito è particolarmente cara la frase con cui si chiude il Manifesto futurista (1909): “Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!…”. È un testo-incubatore del pensiero fascista. Poche righe sopra si legge: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”.
Quindi, ha terminato il suo intervento citando una canzone della Compagnia dell’Anello che adatta Tomorrow belongs to me, la canzone che in Cabaret canta un membro della Gioventù Hitleriana: un testo di matrice nazista, con passaggi palesemente antisemiti e trasparenti apologie del fascismo, che è l’inno del Fronte della Gioventù.

C’è una destra di strada che fa il saluto romano ad Acca Larentia, e c’è una destra di palazzo dice queste cose e contemporaneamente boicotta i risarcimenti alle vittime dei nazi-fascisti e il centenario di Giacomo Matteotti: ci sarà, o no, una qualche relazione tra le due? 

domenica 14 gennaio 2024

Così tanto per chiarire!

 


Grande Flagello




In albis



Ottemperando all’insegnamento del Maestrone - Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora, solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora- mi sono recato sul far dell’alba ad una delle prime messe mattutine cittadine; attendendo l’inizio della funzione il silenzio regnava sovrano; ma ecco entrare fulmineamente con direzione confessionale una Katia Ricciarelli travestita da pia donna, la quale, ottemperando alle rigide regole di Logorro, in la minore, ha iniziato a sciorinare una simil filastrocca a volume medio alto, udibilissima in tutta la chiesa e forse pure fuori in strada, inducendomi, vista la vicinanza, ad inforcare le cuffiette per non ascoltare quanto Katia la Sciorinatrice, stava propinando all’attonito confessore, in evidente crisi di panico, e questo per ben dodici minuti, ininterrotti, senza possibilità di fuga, di contrasto, di insonorizzazione. Terminata l’esposizione la signora si è seduta vicino a me che, alquanto terrorizzato, ho assunto le fattezze di Bernardo, il servo di Zorro, depotenziando in lei la probabile smania di rivolgermi la parola, magari chiedendomi un sunto delle letture già evaporate o, peggio ancora, trovando nel momento dello scambio della pace lo spunto per intrappolarmi in una vulcanica esposizione attorno alle sue problematiche, che ci avrebbe condotto alle feste pasquali di fine marzo!

Dedica a Marietto

 

Il Banal Grande
di Marco Travaglio
La nuova stagione di House of the Dragon è iniziata venerdì nella campagna di Bruxelles, dove Mario Draghi, incaricato dalla von der Leyen di stilare un report sulla competitività europea, ha incontrato a porte chiuse la Commissione Ue. E gli agiografi del culto mariano si sono subito raccolti in preghiera. Il Giornale racconta sobrio “i sorrisi, i baci, gli abbracci con la von der Leyen che gli parla e lo guarda estasiata… Tutti che vogliono mettersi vicino a SuperMario. La star. L’uomo che ha salvato l’euro e domani forse, magari, chissà” (qualunque cosa significhi). Per il Corriere “è parso molto immerso nel suo lavoro”, tipo l’uomo in ammollo. Stampa, Rep e Corriere lo descrivono “in modalità ascolto”. Per Rep “prende appunti e quasi sempre accompagna la sua attenzione con un cenno di assenso del capo”, tipo i pupazzetti sul retro dell’auto. L’esito è di quelli che cambiano la Storia: “non sarà una Bibbia”, ma “un programma di governo” o qualcosa che “gli somiglia molto” (Giornale). E vediamolo, il prezioso incunabolo pregno di rivelazioni folgoranti. Tra Covid e Ucraina, “l’economia Ue ha subìto un progressivo indebolimento… a beneficio di altri Paesi come Usa e Cina”. Ma va? “La guerra in Ucraina ha confermato la fragilità economica e geopolitica dell’Europa” e ora serve accelerare la “transizione green”. Ma non mi dire.
E mentre tutto ciò accadeva Lui era ovviamente su Marte. Mica tagliava le rinnovabili per puntare su fossili, rigassificatori, trivelle e nucleare. Mica guidava il governo meno europeista e più amerikano della storia d’Italia. Mica inviava armi e inventava sanzioni che dovevano piegare la Russia “entro l’estate” 2022 e invece hanno piegato l’Europa. I mariologi assicuravano che le sanzioni a Putin le aveva suggerite Draghi, all’Ue e persino a Biden e alla Yellen, ma sarà stato un sosia omonimo. Sennò non si chiederebbe a chi ha diffuso il virus di studiare il vaccino. Che poi è molto semplice, nella sua genialità: “definire una road map ampia e dettagliata” (non, come si pensava, striminzita e vaga), “identificare chiaramente le priorità” (ecco: non oscuramente), previa “analisi accurata” (giusto: non approssimativa), “aperta all’ascolto di tutti gli stakeholder rilevanti” (evitando quelli che non contano una mazza), “ai contributi di tutti coloro che siano interessati a darne” (bravo: chi non è interessato a darne non ne dà) e “a soluzioni incisive e ambiziose” (giusto: quelle mosce e rinunciatarie no). Quindi il più è fatto. Mancano soltanto gli ultimi lampi di genio: non ci sono più le mezze stagioni, Parigi è sempre Parigi, Venezia è bella ma non ci vivrei, quando c’è la salute c’è tutto, di mamma ce n’è una sola e comunque (per l’eventualità che la road map non funzioni) i soldi non fanno la felicità.

L'Amaca

 

L’uomo deformato dal denaro
DI MICHELE SERRA
Con la sua bella faccia da vecchio (ricorda Léo Ferré, gigante dimenticato della canzone francese) lo psichiatra Vittorino Andreoli, intervistato da Valeria Pini per Repubblica, dice un paio di cose decisive, di quelle che se ognuno le facesse proprie cambierebbe il mondo in cinque minuti: e se il mondo non cambia in cinque minuti, è proprio perché è molto complicato fare proprie le cose decisive.
Andreoli ha scritto un libro, La dittatura del denaro, il cui titolo già ci inchioda all’evidenza delle cose. Il denaro, dice, e mi scuso per l’estrema sintesi, era nato per facilitare gli scambi economici, ma è diventato potere. “Devo acquistare non perché mi è utile, ma perché devo dimostrare il mio potere”. Di qui le infinite patologie (Andreoli è psichiatra) che il rapporto con il denaro genera non solamente nei poveri, soprattutto in forma di ansia e depressione, ma perfino nei ricchi: “Tutti questi uomini potenti sempre in gara per prenderne di più, ancora di più”.
Il denaro libera dal bisogno, ognuno di noi lo sa, meglio di tutti lo sanno le donne assoggettate al maschio-padrone dalla dipendenza economica.
Ma quando diventa dio (non più strumento, ma idolo) il denaro imprigiona, obbliga, corrompe, deforma. Mi sono venuti in mente, ascoltando Andreoli, i Musk, gli Zuckerberg, e in versione caricaturale e nostrale i Briatore e i Vacchi, figure comiche a loro insaputa. Se ne intuisce la componente patologica, e se non fossero così ricchi — dunque: così smodatamente potenti — la tentazione sarebbe di compatirli. Andreoli invoca una “economia dell’umano”. Siamo, due secoli e mezzo dopo il socialismo utopistico, ancora in pieno sogno.