giovedì 11 gennaio 2024

Stai a vedere che...

 


alla fine ci lavorerà solo lui… nei sogni; bagnandosi pure!

Non litigate!

 

LA FINANZA
Successione Del Vecchio eredi a un passo dall’accordo

DI GIOVANNI PONS

MILANO — La famiglia Del Vecchio non ci sta a passare per litigiosa sulle ricchezze lasciate dal padre. E come hanno già fatto con successo gli eredi Berlusconi, si è messa al lavoro per risolvere le divergenze sorte finora. Gli ultimi tre mesi sono serviti ai sei eredi (i figli Claudio, Paola, Marisa, Leonardo Maria, Luca e Clemente) e ai due legatari (Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico), per riunirsi e ritrovare la compattezza perduta. Ora il traguardo sembra più vicino, visto che sette su otto si sono trovati d’accordo, anche se solo verbalmente, ad apporre due modifiche allo statuto della Delfin, la cassaforte di famiglia, che spianerebbero la strada all’accordo sulla successione.
Il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio ha lasciato la gran parte dei suoi averi in pancia a una holding lussemburghese, la Delfin, a partire dal 32% della multinazionale degli occhiali Essilux. E ha previsto che questa socità sia gestita in assoluta autonomia dal cda, composto da cinque persone, escludendo qualsiasi interferenza da parte degli otto soci, cioé i suoi sei figli, l’ultima moglie Nicoletta Zampillo e il primo figlio di lei Rocco Basilico. Del Vecchio ha previsto inoltre che queste regole si possono cambiare soltanto con il consenso unanime di tutti e otto i soci.
E così nell’ultima videoconferenza prima di Natale tutti, esclusa Marisa, si sono trovati d’accordo nell’incaricare un avvocato lussemburghese per apporre due modifiche allo statuto. La prima riguarda la durata in carica del cda e dei consiglieri di Delfin, che non sarebbe più a vita ma scadrebbe ogni tre o quattro anni. In questo modo l’operato dei consiglieri e del cda Delfin dovrebbe allinearsi all’interesse dei soci, sviluppando una dialettica tra management e azionisti che al momento non esiste. Il secondo punto che verrebbe modificato riguarda la distribuzione dei dividendi. Al momento, lo statuto prevede una maggioranza di almeno sei soci su otto per definire l’ammontare di utili da distribuire. Se non c’è questa maggioranza si procede con un ammontare minimo, pari al 10%. Ecco, l’idea degli eredi è quella di elevare la soglia minima distribuibile al 30-40%, cosicché gli utili possano affluire più copiosi nelle tasche dei soci anche in mancanza di un accordo per un ammontare superiore. Ma sempre tenendo conto del livello dei debiti.

L’estate scorsa, per esempio, gli utilirecord di Essilux che sono affluiti in Delfin (640 milioni) sono finiti in minima parte ai soci, solo 8 milioni a testa (il 10% del totale), proprio perché tre azionisti, Luca, Clemente e Paola, si sono opposti. Mentre a fine novembre gli otto azionisti di Delfin hanno potuto incassare 35 milioni a testa sotto forma di “interim dividend” deciso in autonomia dal cda senza bisogno del consenso dei soci. Soldi che potrebbero servire a pagare le tasse sui legati, da saldare tra qualche mese e che potrebbero essere superiori a 100 milioni.
L’accordo avrebbe l’effetto di sbloccare la successione e far rientrare i dubbi dei tre figli Luca, Clemente e Paola, i quali hanno accettato l’eredità con il beneficio di inventario. Ma senza il consenso di Marisa l’accordo non si fa, anche se a quel puntotutta la responsabilità cadrebbe su di lei, che al momento pare irremovibile a modificare le disposizioni lasciate dal padre.
Si vedrà nelle prossime settimane se gli eredi Del Vecchio riusciranno a trovare la quadra prima dell’assemblea Essilux di aprile che dovrà nominare il nuovo cda della società quotata a Parigi. Con le attuali regole spetta infatti all’azionista Delfin (32%) presentare una lista di maggioranza i cui componenti verranno votati uno a uno in assemblea. Dunque ilcda di Delfin composto da Francesco Milleri (presidente), Romolo Bardin (ad), Mario Notari, e due professionisti lussemburghesi presenterà una lista che dovrebbe vedere Milleri confermato presidente e ad di Essilux, Notari consigliere, e un paio di nuovi innesti di manager italiani che lavorano nel gruppo. Oltre agli esponenti dei lavoratori e dei fondi della Caisse des Depots presenti nel libro soci con quote minori. Nessun rappresentante della famiglia Del Vecchio verrà proposto per il cda Essilux. Anzi, gli otto azionisti non potranno in alcun modo partecipare alla formazione della lista, che compete esclusivamente al cda. Ma se l’accordo sul cambio di statuto arrivasse prima dell’assemblea qualche dubbio si insinuerebbe.

Anche questo

 

Il caso
Il silenzio del governo sulle stragi nazifasciste Muro sui risarcimenti ai familiari delle vittime

DI STEFANO CAPPELLINI

Nonostante il fondo istituito da Draghi, ora Palazzo Chigi, attraverso l’Avvocatura dello Stato, pone surreali obiezioni contro i diritti di chi ha subito quei crimini
C’è un’altra questione che rimanda agli anni più bui del Paese, oltre ai saluti romani di Acca Larentia, sulla quale il governo di Giorgia Meloni tace. Anzi, peggio. Una vicenda deplorevole, vera e propria vergogna di Stato, subita in prima persona dai parenti delle vittime delle stragi nazifasciste ma oltraggiosa per tutti i cittadini, anche perché a cercare di negare i risarcimenti stabiliti da alcune sentenze emesse nelle scorse settimane è proprio lo Stato italiano.

Per capire bene di cosa stiamo parlando bisogna spostarsi lontano dai cortili del quartiere Tuscolano in Roma e tornare indietro alla fine della Seconda guerra mondiale. Per esempio a Niccioleta, frazione di Massa Marittima, 13 giugno 1944. I partigiani liberano il Comune dai fascisti, che riescono a chiedere aiuto alle truppe naziste. Il giorno stesso i tedeschi fucilano sul posto sei uomini. Il giorno dopo ne radunano 150, li trasferiscono a Castelnuovo Val di Cecina e sterminano a mitragliate 77 di loro: è nota come la strage dei minatori, il mestiere di quasi tutti gli abitanti di Niccioleta. Pratale, frazione di Tavarnelle Val di Pesa, 23 luglio 1944. I nazisti in ritirata irrompono nelle case dei contadini, separano gli uomini dalle donne e dai bambini, fucilano i primi: in dodici sono ammazzati.

Pratale e Niccioleta sono solo due dei molti eccidi nazifascisti per i quali nei mesi scorsi alcuni parenti e discendenti delle vittime hanno intentato causa allo Stato tedesco. Hanno potuto farlo perché nel 2022 il governo Draghi, mettendo mano a una intricatissima vicenda giuridica, con un decreto legge ha istituito un fondo di 55 milioni di euro, poi arrivati a 61, per i risarcimenti. In pratica, siccome la Germania non paga, lo Stato italiano si fa carico delle somme decise dai tribunali a ristoro delle disgrazie patite dalle famiglie cui la guerra e la barbarie nazifascista hanno inflitto ferite incancellabili.

È grazie a questa legge che lo scorso dicembre Maria Pia e Giuliana Mannini, 84 e 82 anni, si sono viste riconoscere dal tribunale di Firenze 270 mila euro ciascuna per l’uccisione del padre, che fu fucilato a Castelnuovo e che era vedovo, cosicché le sorelle Mannini finirono in un istituto. In un altro procedimento, per Mirella Lotti, 88 anni, il cui padre fu trucidato a Pratale, è stato previsto un indennizzo di 50 mila euro. È di 25 mila euro per ciascuno la somma decisa a favore di Sergio e Katia Poneti, nipoti di Egidio Gimignani, un partigiano catturato dai nazisti a Tavarnelle Val di Pesa pochi giorni dopo la strage di Pratale, torturato affinché confessasse i nomi dei compagni e quindi ucciso.

Numerosi altri processi simili sono in corso di svolgimento e sono accomunati da un fatto: l’Avvocatura di Stato sta facendo di tutto per negare i risarcimenti, in rappresentanza di Palazzo Chigi e Ministero dell’Economia che hanno deciso di costituirsi in giudizio nonostante abbiano ricevuto solo la notifica del processo. Obiezioni giuridiche, eccezioni di merito, argomentazioni capziose e in molti casi surreali. Un muro. In un caso l’Avvocatura di Stato ha contestato un “difetto di prova” dei fatti storici, neanche ci fosse da appurare la matrice; in quattro casi ha contestato la sussistenza del danno biologico e morale portando a sostegno tesi come questa: «Dopo essere stato attinto dai colpi di arma da fuoco è sopravvissuto per un apprezzabile margine di tempo». Cioè, siccome il fucilato non è stato vittima «di morte repentina e violentissima», il danno non sussiste.
Notevoli anche le obiezioni sollevate nel caso delle sorelle Mannini: erano troppo piccole per provare una reale sofferenza quando loro padre è stato trucidato a Castelnuovo. Stesso argomento utilizzato per respingere le richieste di un altro parente: non ha diritto perché il padre è morto prima che lui nascesse. Con un impeto degno di miglior causa l’Avvocatura ha provato a smontare per intero i processi, contestando la legittimità della citazione dello Stato tedesco, e in un paio di situazioni ha sostenuto la prescrizione del diritto al risarcimento. In entrambi i casi — estromissione della Germania e prescrizione — mettendosi in palese contraddizione con i principi della legge varata da Draghi.

L’Avvocatura ha già presentato appello a tutte e tre le sentenze arrivate fin qui, il che significa anche che i risarcimenti già stabiliti in primo grado sono congelati in attesa del giudizio definitivo. Considerata l’età di molti dei ricorrenti, un ultimo sfregio alle loro sofferenze. In sostanza, un braccio dello Stato — il governo in carica nel 2022 — ha dato una speranza di giustizia alle vittime e un altro braccio dello Stato, l’Avvocatura, a distanza di meno di due anni, ma con un nuovo e diversamente colorato governo, fa di tutto per frustrare questa speranza. Perché? Per risparmiare? Per delirio da azzeccagarbugli? Per ostilità alle ragioni delle vittime?

È quello che si domandano con angoscia le famiglie interessate e i sindaci dei comuni coinvolti. Quelli di Stazzema, Fucecchio, Barberino Tavarnelle, Cavriglia, Montelupo Fiorentino si sono già riuniti per protestare insieme ed è notizia di queste ore la fondazione di un coordinamento di lotta a livello nazionale. Dice il sindaco di Barberino Tavarnelle che «è un’assoluta vergogna che lo Stato italiano ostacoli, invece di portare avanti, il percorso giudiziario che vede coinvolta la Germania nell’assunzione di responsabilità dei crimini nazifascisti». Ha provato a chiedere spiegazioni a Palazzo Chigi e al Mef anche il senatore toscano del Pd Dario Parrini, con una interrogazione parlamentare nella quale si domanda a Meloni e Giorgetti cosa intendano fare per evitare che l’atteggiamento dell’Avvocatura «vanifichi il diritto delle vittime dei crimini nazifascisti e dei loro discendenti ad ottenere il doveroso ristoro per quanto subito». Risposta: né bi né ba. Silenzio assoluto.
Difficile dissentire da quanto il giudice di Firenze ha messo nero su bianco nella sentenza favorevole alle sorelle Mannini: le tesi dell’Avvocatura sono «in palese contrasto con gli interessi del popolo italiano». Presidente Meloni, quelli dell’Avvocatura sono i suoi avvocati, i nostri avvocati: nulla da dire?

mercoledì 10 gennaio 2024

L'Amaca

 

La vera forza di Trump
DI MICHELE SERRA
Per quel poco (ma non pochissimo) che valgono i sondaggi, gli elettori repubblicani che giustificano l’assalto a Capitol Hill sono il 30 per cento. Tanti: ma meno di un terzo del totale. Il vero problema, sulla base dei numeri, è rappresentato dagli altri due terzi dell’elettorato repubblicano, quelli che non hanno condiviso l’assalto al Parlamento, ma voteranno ugualmente Trump nonostante sia stato lui il motore conclamato di quell’atto eversivo.
A fare veramente paura non è il pazzoide con l’elmo cornuto. Sono i miti benpensanti conservatori per i quali Trump è il male minore rispetto a quello che considerano il male assoluto: l’eventualità che vincano “gli altri”.
Micidiali, in questo senso, le parole di Anne Applebaum, giornalista e saggista (ha vinto il premio Pulitzer, nel 2004, con un libro sui campi di concentramento sovietici), studiosa del totalitarismo. Definisce i repubblicani non trumpiani che voteranno Trump «collaborazionisti», e dice di loro: «Non sono del tutto d’accordo col demonio cui si affidano, ma odiano troppo l’altra parte per essere ragionevoli. Considerano Biden un marxista per certe sue concessioni che non tollerano, nonostante sia un classico centrista. Sono accecati da un odio che gli fa giustificare, appunto, il loro collaborazionismo».
Non è una novità. I dittatori e i capipopolo contano, per prendere il potere, su manipoli di esaltati. Ma la loro vera arma vincente è l’acquiescenza della “gente per bene” che senza urlare, senza partecipare a moti di piazza, senza impugnare armi, premia la prepotenza pur di continuare a farsi i fatti propri senza scocciature. Peggio dei fascisti ci sono quelli che appoggiano il fascismo senza sporcarsi le mani.

Vamos!

 


Daje!

 


La selezione

di Marco Travaglio 

Si dice che la Meloni non fa selezione delle sue classi dirigenti. Ma è un’infame calunnia di chi non ha ancora compreso appieno i rigorosi criteri di accesso a FdI e al governo.

La Santanchè manda a ramengo le sue società ed è inseguita dai creditori, incluso lo Stato: subito promossa ministra del Turismo, anche per fare vetrina all’estero.

Emanuele Pozzolo sta nella Lega, che però lo sospende per “indegnità politica e morale”. Allora trasloca in An, che però lo sgama come “violento estremista verbale”,ergo – ricorda Fini – “capimmo che era un balengo e lo accompagnammo alla porta: via, andare”. A quel punto, non esistendo più l’Udeur e non ancora Iv, l’ingresso in FdI è d’obbligo. Pare che lo noti Crosetto, noto talent scout: abile e arruolato.

Guido Crosetto, intervistato da Tpi il 18.8.2022, esclude di diventare ministro della Difesa: “Mi sembrerebbe inopportuno, dato il mio lavoro” (è presidente dell’Aiad, Federazione delle aziende militari e senior advisor di Leonardo). E il 29.9.22 rincara la dose su Twitter: “Se aspetti me Ministro, muori di vecchiaia”. Infatti un mese dopo è ministro della Difesa. E l’estate scorsa pensa bene di traslocare in un attico e superattico di Carmine Saladino, presidente e socio di Maticmind, colosso della cybersecurity affiliato all’Aiad, appaltatore di vari ministeri fra cui la Difesa, partecipato da Cdp (cioè dal Mef): cosa inopportuna anche se pagasse l’affitto, che peraltro nei primi quattro mesi non paga.

Vittorio Sgarbi nel 1996 viene condannato a 6 mesi e 10 giorni in Cassazione per truffa aggravata e continuata ai Beni culturali. Dunque prima B. e poi Meloni lo promuovono sottosegretario ai Beni culturali per competenza specifica. Ora è indagato per furto e riciclaggio di beni culturali per un quadro rubato in un castello e ricomparso in mani sue con l’aggiunta di una candela dipinta sullo sfondo alla maniera di Mister Bean (oltreché per sottrazione fraudolenta al pagamento delle tasse di 715 mila euro, che fa sempre punteggio). E se lo tengono come sottosegretario ai Beni culturali per dargli un’altra chance.

Altro che mancata selezione: questi si regolano come Mel Brooks in Mezzogiorno e mezzo di fuoco. C’è il cattivo che deve arruolare una sporca dozzina per assaltare il villaggio si siede dietro un banchetto ed esamina i curricula dei candidati in fila indiana: “Precedenti penali?”. Il primo risponde: “Stupro, assassinio, incendio doloso, stupro”. E lui: “Hai detto due volte stupro”. “Sì, ma mi piace tanto lo stupro!”. “Ottimo, firma qua. Avanti il prossimo. Precedenti penali?”. “Atti di libidine in luogo pubblico”. “Non è mica tanto grave”. “Sì, ma in una chiesa metodista!”. “Ah carino! Arruolato, firma qua!”.

martedì 9 gennaio 2024

Capito??



Hai capito il Ragnato? Prima vive, con la propria signora, regalmente e sfacciatamente sfruttando la visibilità mediatica e poi quando la marmellata viene intaccata dalle dita impreziosite da noci brillanti oplà! Come d’incanto i giornalisti sotto casa stonano, danno noia! Altro che due pesi e due misure! E  mi raccomando: okkio alla colomba pasquale…