Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 3 dicembre 2023
Senso giudiziario
Il processo telepatico
di Marco Travaglio
Non sapendo più cosa inventarsi per suffragare il complotto più ridicolo dell’anno, il ministro Crosetto tira la palla in tribuna con un numero a caso: “30.778 innocenti in manette negli ultimi 20 anni”. Il dato si riferisce agli ultimi 30 anni (non 20). Ed è la somma delle persone che nel 1992-2022 sono state risarcite dallo Stato perché finite in carcere o ai domiciliari e poi archiviate o prosciolte o assolte (30.556: 1500 l’anno), o hanno visto ribaltare la condanna definitiva nel processo di revisione (222: 7 l’anno). Ma nessuno può dire se fossero innocenti o colpevoli: in base alla convenzione chiamata “giustizia”, si può dire solo che non sono stati condannati. Se il reato l’avessero commesso o no, lo sanno loro e il Padreterno. Si può essere assolti anche da colpevoli: se il giudice ritiene le prove insufficienti, o se le prove sono sufficienti ma una legge le dichiara inutilizzabili o depenalizza il reato. Com’è accaduto decine di volte negli ultimi 30 anni. Quindi fra quei 30.778 ci sono innocenti e colpevoli che l’han fatta franca.
Fino al 2000 se uno accusava i coimputati, patteggiava e si cuciva la bocca nel processo agli altri, il giudice poteva leggere il suo verbale reso al pm: col “giusto processo” il verbale divenne carta straccia. Oggi il corruttore patteggia per aver corrotto Tizio e Caio, i quali vengono assolti dall’essere stati corrotti da lui perchè le sue accuse sono utilizzabili contro di lui ma non contro di loro. Un tempo gli spacciatori intercettati da una centrale di ascolto della polizia o dei carabinieri venivano condannati; poi le intercettazioni extra-Procure divennero inutilizzabili e giù assoluzioni di spacciatori (tutt’altro che innocenti: spacciano davvero). Il sindaco Pd Uggetti finisce ai domiciliari per aver truccato un appalto: dopo una condanna, un’assoluzione e un annullamento, nel secondo appello viene assolto perchè ha truccato l’appalto, ma il reato è “tenue” grazie alla schiforma che salva chi delinque solo un po’. Legge Cartabia: truffe e furti sono punibili solo a querela. Così il truffatore e il ladro non querelati dal truffato e dal derubato vengono assolti anche se colpevoli. Senza contare che per arrestare servono meno elementi che per condannare: per la custodia cautelare la legge richiede “gravi indizi di colpevolezza”; per la condanna la prova “oltre ogni ragionevole dubbio”. Sarebbe bello avere giudici onniscienti che arrestano solo colpevoli. Purtroppo il processo telepatico non è stato ancora inventato: in tutto il mondo si arresta prima del processo per salvaguardarlo da chi inquina le prove e da chi fugge. Se poi alla fine viene assolto, è giusto che lo Stato lo risarcisca. Ma è ridicolo che un ministro se ne scandalizzi. A meno che non abbia studiato diritto all’Università di Arcore.
L'Amaca
Il senso del meteo per la neve
DI MICHELE SERRA
Lunedì e martedì nell’Italia nord-occidentale arriveranno nevicate di una certa intensità. Per ragioni inspiegabili, i siti meteo dicono che è in arrivo “Big Snow”, e io vorrei tanto cambiare prima di tutto Paese, poi forse anche secolo. “Grandi nevicate”, o anche “tanta neve”, fa così schifo? Non è abbastanza espressivo, o preciso, o eloquente? E ammesso che l’italiano corrente non ci basti a definire le mirabolanti strategie aziendali (nelle aziende ormai anche cambiare la carta igienica nei cessi si dice toilet papering,così sembra tutta un’altra cosa, fichissima, modernissima), almeno la neve possiamo continuare a chiamarla così?
I patriottismi e i purismi linguistici sono ridicoli, ma altrettanto ridicolo è sparare ogni tre secondi una parola inglese, o piuttosto inglesoide (vedi i patetici “reputescion” e “destinescion” di Santanchè) per sembrare al passo con i tempi, come impiegatini ansiosi di fare bella figura con il manager (se avessimo continuato a chiamarlo capufficio, il mondo sarebbe migliore).
Per capire quanto sia insensato chiamare “Big Snow” una forte nevicata, proviamo a immaginare se un sito meteo in lingua italiana titolasse così: “È in arrivo Grosse Schnee”; “Da domani Grande Neige, o Impresionante Nieve (gli spagnoli esagerano sempre)”. O ancora, in omaggio a chi di neve se ne intende, Bra Snö (svedese), Loistava Lumi (finlandese), Flott Snoe (norvegese). Nel caso ci sia qualche errore o imprecisione, nelle mie spensierate versioni multilingue, sappiate che mi sono servito del traduttore automatico. Lo stesso che invece di scrivere “tanta neve” scrive big snow.
sabato 2 dicembre 2023
L'Amaca
Solo un pezzo di palinsesto
DI MICHELE SERRA
Per piacere, basta con Filippo Turetta. Ne sappiamo quanto basta per capire come è andata, purtroppo. Un Paese intero è insorto contro quel delitto. Perché dunque, a caso chiuso, trasformare una ragazza e il suo assassino nei protagonisti di una serie noir ,dilungandosi (da settimane) sui dettagli macabri, sulla vita privata delle due famiglie (con tanto di indicazioni stradali: abitano qui!), su una cronologia della violenza che ha un evidente interesse per i vari periti e per chi dovrà giudicare, e che potrà magari fare la gioia dei patiti di questo genere di show, ma per noi è solamente un peso, un accanimento inutile, uno strascico sadico?
Che senso ha rivedere ogni trenta secondi le immagini di lei, che tutto avrebbe desiderato tranne diventare l’icona del martirio quotidiano di migliaia di donne? Non si usava dire, rispettosamente, “riposi in pace”? Forse che la morte violenta rende impossibile averne diritto, alla pace e al rispetto? E che senso ha tracciare una specie di mappa ossessiva dell’estradizione, degli interrogatori, dei colloqui di lui con genitori e avvocati, come per riempire le puntate che mancano al nuovo picco di ascolti, che sarà il processo?
Poi alla fine tutto diventa una specie di rito stravisto, strasentito e indistinto, l’inviato del tigì davanti al carcere o alla procura o a qualunque delle anonime facciate della burocrazia giudiziaria, che cuce qualche parola attorno al nulla purché il filo della trama, anche se è ormai esilissimo, rimanga integro. E si cambia canale, questo è il risultato: il delitto più simbolico e più doloroso dell’anno torna a essere un pezzo di palinsesto risaputo, identico agli altri.
Testimonianza estrema
So quanto è faticoso tenere a bada il mostro
DI MICHELA MARZANO
Com’è possibile spegnersi così, senza nessun problema economico, professionale o sentimentale? Giorgio Perinetti non si dà pace. Ha perso sua figlia, Emanuela. Che aveva 34 anni, era una manager dello sport e, apparentemente, aveva tutto. Apparentemente, appunto. Visto che soffriva di anoressia e, quando si scivola nella spirale infernale dei Dca ,non c’è ragione che tenga, non c’è motivo razionale, non ci sono spiegazioni né giustificazioni né colpe né vergogne. Non c’è niente di niente cui appigliarsi: non serve invocare la crisi dei valori o il trionfo della perfezione, l’oggettività della riuscita o la forza di volontà. C’è un mostro dentro che divora e che obbliga ad affamarsi – se mangi ti anniento! urla il mostro, sebbene sia lui ad annientare; la fame non perdona, la fame consuma, la fame uccide. Chi soffre di anoressia muore di fame, sì, anche se il cibo è lì, a disposizione, basterebbe aprire la bocca e inghiottire, ma come si fa a buttare giù quella roba se dentro c’è una voce che intima di non farlo: dai, forza, resisti, ce la puoi fare, ancora uno sforzo, l’ultimo, domani, forse! anche se domani è di nuovo la stessa identica storia.
Non. Puoi. Anzi, peggio: non devi .Ma perché non devo? Si chiede chi precipita nell’abisso dell’anoressia. Peccato che le risposte tardino e che, pure quando arrivano, siano parziali, bucate, fallaci, approssimative. Poi, per carità, ci sono mille strade che si possono seguire per guarire, come si dice oggi, sebbene non sia affatto chiaro cosa significhi guarire. Quand’è che si guarisce? quando si riprende peso? quando papà e mamma smettono di soffrire per causa nostra? quando si riesce a ricominciare a studiare o lavorare? quando ci si fidanza o ci sposa? quando si diventa madri? Per carità, c’è la psicoterapia, c’è la psicanalisi, ci sono gli approcci integrati, cura del corpo e cura dell’anima, ci sono i gruppi di auto-mutuo-aiuto, ci sono i percorsi spirituali, e chi più ne ha più ne metta, ma si guarisce davvero? Una volta per tutte? Per sempre? E non venitemi a dire che sono disfattista, che tolgo la speranza, che non so, non conosco, non ho il diritto di scrivere o dire certe cose. Perché sono anni che, con quel mostro, ci convivo.
Sì, per carità, ho scritto che ne sono uscita, che dopo vent’anni di psicanalisi l’anoressia l’ho sconfitta, ed è pure vero. Ma. Chi ne esce davvero del tutto, completamente, perfettamente? Chi smette di fare i conti con le calorie? Il cibo resta comunque una dannazione o una ricompensa, un pericolo o un regalo: quanto hai prodotto oggi? te lo sei guadagnato il pane quotidiano? te lo meriti? Certo, sono viva, ho cinquantatré anni, non sono più stata ricoverata, ho un lavoro bello, scrivo, faccio conferenze, salgo in cattedra o su un palcoscenico e mi diverto pure, e divento rossa quando mi dicono: brava. Ma sono davvero brava oppure? Lui, il mostro, resta dentro. E talvolta rimette in discussione tutto, persino il senso della mia esistenza. Valgo?
Sono importante? Merito di vivere? Il mostro, oggi, ha una voce più flebile, talvolta tace, ma altre volte torna all’attacco, e allora è tutto un gioco di compromessi: dai, lasciami stare! dai, zitto! dai, in fondo, anch’io ho diritto di riposarmi, coccolarmi, lasciarmi andare, perdere tempo. Ma. Sfido chiunque abbia sofferto di anoressia a dirmi che quel mostro non l’ha mai più sentito, sfido chiunque a dirmi che non si è più sentito in colpa per aver detto (o non detto) e fatto (o non fatto) qualcosa – anche se con il cibo le cose vanno bene, mi giuri che hai smesso di controllare il resto: la pulizia della casa, i conti, il numero di passi, le vasche in piscina, gli articoli che scrivi, le mail cui rispondi, le parole, i pensieri, le opere o le omissioni?
Vorrei consolare papà Giorgio, ma faccio fatica. È come se avessi di fronte mio padre che, in fondo, non l’ha mai capito come fosse possibile che la sua bambina, che aveva tutto, avesse tutto tranne la gioia di vivere. Dall’esterno non si capisce. E anche dall’interno, ve l’assicuro, non è facile. Perché razionalmente quel tutto c’è. Ma il mostro pretende il contrario. E quella bambina indifesa e triste che sono stata, talvolta cede ancora al mostro e crede a lui, piuttosto che all’oggettività delle cose e a sé stessa, nonostante abbia pian piano (e faticosamente) imparato ad ascoltarmi.
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