Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 22 novembre 2023
martedì 21 novembre 2023
L'Amaca
Una scintilla da custodire
DI MICHELE SERRA
No, non cambierà granché, neanche questa volta. Ma qualcosa forse sì. Si è visto nei tigì (in servizi troppo brevi) il raduno degli universitari di Padova — erano migliaia — per salutare Giulia. Quel grido collettivo, quelle lacrime di insurrezione avevano qualcosa di “prima volta”, come di una scintilla politica. Per nessuna questione importante esiste, del resto, altra soluzione e altra strada, se non la trasformazione di un’esperienza collettiva in azione sociale e culturale, dunque in politica. Qualunque cosa voglia dire, questa parola, per i ventenni di oggi.
Solo pochi giorni fa un leghista, in Parlamento, definiva «una porcheria e una nefandezza» la proposta di introdurre nelle scuole, fino dalla materna, l’educazione sessuale e sentimentale.
Oggi, di fronte a delitti come questo, quasi tutti ne parlano come di una necessità. Ma quando la bolla mediatica si affloscerà (così funzionano i media, per rapida successione di bolle) si tornerà all’evidenza di un governo refrattario perfino all’uso del concetto di “genere” e dei suoi derivati: vedi Meloni che si fa incredibilmente chiamare “il presidente”.
Impossibile pretendere da un governo simile qualunque parola o atto che rimetta in discussione quel “così è sempre stato” che è la vera base di ogni pensiero conservatore.
Quelle ragazze e quei ragazzi in lacrime devono saperlo, che la loro forte emozione di questi giorni svanirà come rugiada al sole se non vorranno e sapranno sedimentarla. Studiare, parlare, organizzarsi, non accontentarsi delle schermaglie sui social. Il privato è politico, si disse. Con i distinguo del caso e le mutazioni degli anni, bisogna dirlo ancora.
Al di là dei soloni
Un po’ di silenzio
di Marco TravaglioIl giornalismo è un bel mestiere: ogni giorno scrivi e sfoghi ciò che hai dentro. Ma ci sono momenti in cui vorresti fare l’eremita, senza nessuno che ti chieda di dire la tua, di sfoderare una soluzione pronta cassa e a pronta presa. E questo accade quando una soluzione non c’è o, se c’è, è più grande di te. Per esempio di fronte al male assoluto nascosto in un ragazzo apparentemente normale che – almeno secondo le indagini – scanna l’ex fidanzata prima che si laurei e la getta in un burrone. Siccome ne parlano tv, social e giornali, bisogna parlarne sempre di più e ogni giorno aumentano gli spazi in cui se ne parla, anche se diminuiscono le cose da dire. Ne parlano i politici rinfacciandosi colpe più o meno vere o proponendo leggi più o meno utili o improvvisando mea culpa più o meno ridicoli pur di arraffare un titolo, un sommario, una didascalia che parli di loro. Ne parlano scrittori, artisti, psicologi, giornalisti: tutti con la loro panacea pronta all’uso, tutti sicuri che è colpa della famiglia, no delle madri, no dei padri, no della scuola, no della società, no del patriarcato, no dei politici, no della destra, no della sinistra, no del governo, no dello Stato, no delle leggi mancanti (ovviamente “bipartisan”) in una cacofonia che stona almeno quanto gli applausi ai funerali. E rende ancor più prezioso il valore del silenzio. Dinanzi alla morte si tace. Chi crede prega, chi non crede riflette, tutti dovrebbero tacere. Soprattutto se non hanno nulla di utile da dire.
Poi, con calma e sottovoce, potrebbero provare a stare vicino a chi è genitore, a chi è figlio, a chi è marito, o moglie, o fidanzato, o fidanzata, ad ascoltarlo, a parlargli della fatica della vita, del dolore da fallimento, dello smacco da rifiuto, della noia da bambagia, dell’elaborazione del dolore, del valore di battere la testa e di mordersi la lingua e di frenare le mani, della differenza tra l’amore e il possesso e fra la realizzazione personale e il successo (o, peggio ancora, la famoseria), della caducità dei sentimenti, del rispetto per la libertà dell’altro, dell’importanza di lasciarlo andare e di rimettersi in gioco, sempre con fatica, con rispetto e senza scorciatoie. Poi si potranno fare tutti i giri di vite che si vuole, ammesso e non concesso che i femminicidi uccidano perché non sanno che è vietato e si rischia l’ergastolo o poco meno. E si potranno organizzare tutti i corsi scolastici di “educazione all’affettività”, sempreché si potesse insegnarla dalla cattedra in un’aula avulsa dai veri educatori dei nostri tempi: cioè i social network, la tv, il cinema, la strada, gli amici e tutti i “modelli” di riferimento” che oggi arrivano molto prima e molto meglio dei maestri, dei professori e dei genitori. E alla fine vincono, nella cacofonia che ha ucciso il silenzio.
lunedì 20 novembre 2023
Eccolo
E alla fine di ogni vicenda, anche la più tragica, spunta sempre il Coglione, in questo caso consigliere regionale leghista… nomen omen…
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