venerdì 10 novembre 2023

Cessi dorati

 


Non potrei mai diventare ricco anzi, riccastro, per le ovvie ragioni in foto! A parte che non posseggo la "evve" moscia, ma m'immagino lo stress nel caso in cui, mentre fossi pronto ad acquistare ninnoli per Pier Onofrio Jr, o per Matilde Agata Fiorenza, m'attaccasse il solito bastardo nemico rigurgitante in me a cui Rolex fa una pippa, preannunciante una solenne evacuazione nel solito e terrificante brevissimo lasso di tempo! Come potrei intaccare luoghi tanto maestosi? Mettiamo il caso che nello strisciare una delle innumerevoli carte per qualche decina di migliaia di euro, dopo aver svolto il devoto atto chiedessi, leggermente con fronte imperlata, all'addetta ossequiosa: "scusi dov'è il bagno?" e m’infilassi in uno di questi gioielli per una fragorosa espulsione: come potrei poi ritornare nello sfavillante ambiente senza aver terrore dei miasmi lasciati e sicuramente successivamente scoperti? Forse da Chanel sarei agevolato dalla certa presenza di profumi che spargerei in aere. Ma da Rolex, dove temo ci sia alla parete un glaciale cronometro scandente il tempo (che è essenziale, come in casa di amici: se resti nei due minuti avranno l'idea che sei impegnato in placida minzione, oltre è cagarone) come fare? E da Tiffany? Non servirebbe neppure la tattica "espulsione - primo tiro d'acqua per evitare stazionamenti provocanti miasmi - pulizia veloce - secondo tiro finale."

No, no, meglio la turca del bar a 1,20 euro per il caffè, addirittura ci metto pure la carta di giornale! 

Senza considerare il fatto che, a mio parere, i ricchi defecano diversamente da noi...

Questa sì che è una bella notizia!

 



Fastidioso Vespa

 

Il Natale di Vespa: inchini a Renzi, Meloni e Zelensky
DI DANIELA RANIERI
Le anticipazioni del libro di Bruno Vespa, il regalo di Natale alternativo al set taglia-unghie per la media borghesia semi-alfabetizzata, arrivano tutti gli anni puntuali con un battage sui media tale da far credere che l’ultima fatica contenga chissà quali segreti rivelati dai politici a Vespa (invece contiene comizietti incorniciati da tesi reazionarie), come se intervistati e autore non fossero volponi parigrado che tutto vogliono fuorché entrare in inimicizia. Quello di quest’anno, “un incalzante racconto in presa diretta”, si intitola Il rancore e la speranza. Ritratto di una nazione dal dopoguerra a Giorgia Meloni in un mondo macchiato di sangue, chiaramente per farci stare dentro tutto: Israele, l’Ucraina, Renzi, Berlusconi, Calenda (come a Porta a Porta; mancano solo i fanghi sciogligrasso e il plastico della casa di Cogne), ma soprattutto lei, la potente del momento, una Meloni ormai scontata (schietta, tenace, ma in fondo umana). Del resto l’inchino al potente è il caposaldo delle strenne di Vespa: nel 2017 il titolo era Soli al comando. Da Stalin a Renzi etc. (il claim: “Che differenza c’è tra Kennedy e Trump? E tra Stalin e Putin? Tra Renzi e De Gasperi?”; soprattutto sulle differenze tra gli ultimi due c’era bisogno di scrivere un libro, perché possono essere confusi); nel 2015 era Donne d’Italia. Da Cleopatra a Maria Elena Boschi, presentato al Tempio di Adriano proprio da Renzi, a riprova che di tutto si trattava fuorché di cultura.
L’abbiamo letto per voi. Meloni parla come se Vespa fosse in trance, tipo scrittura automatica, in lunghi semi-monologhi passivo-aggressivi molto laschi (a un certo punto dice che in Europa “dobbiamo essere leader non follower”, una fola copiata a Renzi, per dire). Meloni si sfoga: “A volte mi dicono ‘mi manchi’, e io rispondo ‘anch’io mi manco’. Questo è un ruolo che ti toglie tutto… Puoi farlo, certo, se sei molto vanitosa – e non è il mio caso – o se sei troppo responsabile… Appena risolto un problema, vedo solo che ne ho altri cento davanti”. L’autore si guarda bene dal chiederle quali problemi abbia risolto esattamente, e se tra questi annovera l’aver lasciato 169 mila famiglie a pane e acqua col taglio del Rdc. Così Meloni può rappresentare ai lettori il dramma di tutti i salvatori della Patria: “Non esiste programmazione. L’emergenza è la tua unica certezza”. Vespa, spietato: “Una tragedia, per una come lei’, commento. ‘Infatti. Io sono del segno del Capricorno. Molto schematica’”. Il senso del comico non la sfiora: “In India è scoppiata la Melodimania, i social hanno rilanciato i miei incontri con Modi montando i nostri scambi con le musiche di Bollywood”.
Non poteva mancare Zelensky, che Vespa tentò di portare a Sanremo (“Non gli fu concesso… E l’Italia fece una pessima figura”). Se pensate che l’incontro al Vittoriano coi giornalisti che lo “intervistavano” insieme a Vespa sia il non plus ultra della cortigianeria, leggetene il resoconto. Dall’Altare della Patria Vespa gli mostra Roma: “E, lì in fondo, la cupola di San Pietro, il Vaticano, dove lei oggi è stato ricevuto dal papa’. Ebbi la sensazione che Zelensky s’irrigidisse, e me l’aspettavo: ‘Con tutto il rispetto per Sua Santità’ mi disse ‘noi non abbiamo bisogno di mediatori, noi abbiamo bisogno di una pace giusta’”. Invece avevano bisogno di mediatori, visto che la controffensiva è fallita facendo guadagnare terreno alla Russia (ma per Vespa ha solo “rallentato”, “pochi metri ogni giorno”, quindi dovrebbe finire nel gennaio 4078 circa).
Delizioso il “dialogo” con Renzi, una lunga recriminazione piena degli slogan gassosi dell’ex potente, di cui Vespa già che c’è sponsorizza anche il prossimo “libro”. Ma con Meloni, ospite prediletta della sua masseria in Puglia, c’è piena sintonia: “Che cosa l’ha colpita dell’attacco di Hamas a Israele?”. E lei: “…quando si decapita un bambino e se ne diffondono le immagini, devi chiederti perché lo fanno”. Devi chiederti pure perché una presidente del Consiglio e il giornalista che la intervista rilanciano una notizia mai verificata su bambini decapitati, partita da una reporter israeliana che l’aveva sentita dire da alcuni soldati e di cui non esiste nessuna prova, come peraltro ha ammesso un portavoce dell’esercito israeliano.
Mille facezie sorrette da una tesi forte: “Nel nostro Paese la guerra civile non finì il 25 aprile 1945 ma nel giugno 1949, perché per tre anni dopo il silenzio delle armi ci fu una spietata caccia al fascista”. In realtà gli storici dicono che molti fascisti, gerarchi, squadristi e repubblichini (come Almirante, faro della Meloni) si salvarono dalle epurazioni e rientrarono agilmente nella pubblica amministrazione per poi essere inglobati dentro le istituzioni repubblicane in chiave anti-comunista.
Quanto allo stile, il libro di Vespa è scritto in basic italian, per essere capito dai più ignoranti tra gli italiani: i politici che lo hanno aiutato a scriverlo.

Familiarmente

 

Attacco alla famiglia
di Marco Travaglio
Per i parenti dei potenti, l’aria si fa ogni giorno più irrespirabile. Si sa che in un Paese meritocratico, peggio che calvinista, come l’Italia, chiunque porti un cognome famoso, anche per pura omonimia, rischia grosso. Dalla politica all’università, dalla cultura alla tv allo sport. Riteniamo dunque non solo giusto, ma sacrosanto, che il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano abbia promosso Geronimo Stilton La Russa nel Cda del Piccolo Teatro di Milano per sottrarlo dalle prevedibili rappresaglie dei veri privilegiati d’Italia: i figli di nessuno. Il rampollo del presidente del Senato completa così (solo provvisoriamente, si spera) una collezione di poltrone che Barbacetto riepiloga a pag. 11 e che possiamo immaginare con quante lacrime e quanto sangue si è conquistato malgrado il cognome che porta. La grama esistenza dei figli di papà, ma anche di cognati, nipoti, mogli, fidanzate e amici dei Vip è nota a tutti e ogni indennizzo ai malcapitati è benvenuto. Si pensi soltanto all’ostracismo subìto nella Pa dai congiunti di Napolitano e Mattarella o dagli allievi di Cassese e al repentino dimenticatoio in cui la dipartita di B. ha relegato i pargoli Marina e Pier Silvio presso FI e il governo. Sfido io che Gravina, presidente di Federcalcio, ha prontamente assunto la figlia di Giorgetti e il figlio di Tajani: un gesto caritatevole per metterli al riparo dalla vita di stenti cui li avrebbe costretti l’infausta parentela.
È la stessa logica che ha issato il cognato d’Italia Lollobrigida al ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, la sorella d’Italia Arianna Meloni a capo della segreteria politica del partito (inspiegabilmente denominato “Fratelli d’Italia”), il cugino del ministro Fazzolari all’Iss, la fidanzata del viceministro Cirielli a capo della segreteria tecnica del ministro Schillaci (“ma solo in base al suo curriculum”, garantisce il fidanzato), la figlia della colf di Sgarbi nello staff del sottosegretario, che in precedenza aveva promosso il suo ex autista rimasto senza patente assessore all’Antimafia nel comune di Salemi: il furore parentofobico tipico dell’Italia li avrebbe fatti a pezzi. E non perché siano legati a uomini di governo. Nunzia De Girolamo, ex ministra forzista del governo Letta e moglie del capogruppo Pd Boccia, è stata risarcita per il doppio handicap con un bellissimo programma su Rai3, Avanti popolo. Ma il popolo si sta accanendo contro di lei boicottando proditoriamente il programma a colpi di telecomando solo per farle pagare la sua incolpevole parentela. Era già capitato al povero Cetto La Qualunque: “Vogliono negare a mia figlia il posto di primario di chirurgia con la scusa che non è laureata. Ma a che cazzo serve la laurea!? Mia figlia ha due mani da fata: può operare”.

L'Amaca

 

La carota istituzionale

DI MICHELE SERRA

La forma è sostanza, dice il saggio, ma è un concetto che, come comunità, abbiamo dimenticato da tempo immemorabile. Quando un membro della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai accoglie un giornalista “sotto esame” mostrando carota e cognac, come ha fatto l’esponente di Forza Italia Gasparri, vuol dire che confonde le istituzioni con il suo tinello: ovvero le abita (nel suo caso da una vita intera) non come uno dei momentanei rappresentanti, ma come un inquilino stabile, e in ciabatte. Non ha alcun rispetto non solo per il cittadino venuto a rendere testimonianza; neppure per il ruolo istituzionale che in quel momento ricopre.

Già quel ruolo è antipaticamente ingombrante: che il Parlamento sia dotato di uno strumento di controllo – nella sostanza uno strumento censorio – sulle attività del servizio pubblico televisivo è un malinteso al quale si sarebbe dovuto mettere fine da tempo. Se poi lo si ricopre, quel ruolo, senza alcuna percezione del proprio potere di intimidazione e di interferenza, come Gasparri ha fatto per molti anni (eguagliato, forse, solo dal renziano Anzaldi), sentenziando sul lavoro altrui senza capirne nulla, distribuendo pagelline e anatemi; e infine, forse ritenendolo spiritoso, si introduce un’udienza mostrando carota (??) e cognac (??) al cittadino che sta per essere ascoltato; beh, significa che la forma (che è sostanza) non è più percepita come un vincolo che riguarda tutti, e tutti ci rende uguali.

Lo si dice sempre, vale la pena ripeterlo. Un comportamento come questo, negli Stati Uniti e in altri Paesi con senso delle istituzioni, sarebbe inconcepibile. Un giudice o un deputato o un rappresentante dello Stato si sente, in quel ruolo, obbligato a una forma solenne e inderogabile. Lo spiritoso – se gli riesce - lo fa a casa sua.