martedì 31 ottobre 2023

Ritorna!!




Premiazion cagaron

 



Scanzi e il Cazzaro

 

Salvini ha un’unica dote: non sa nulla di quello di cui parla
di Andrea Scanzi
La politica italiana è quasi sempre orrenda e avvilente, ma se non altro riesce ogni giorno a oltrepassare i confini del ridicolo e dell’assurdo. Vedere Matteo Salvini che accusa Amnesty International di “razzismo”, prendendo a pretesto la scelta di Amnesty di non partecipare a Lucca Comics per via del patrocinio dell’ambasciata di Israele, è qualcosa che va contro ogni umana immaginazione. Siamo ben oltre il “mondo al contrario” del fine linguista Vannacci. Salvini che accusa Amnesty International di razzismo è come Sgarbi che accusa Gandhi di essere scurrile. Come Rocco Siffredi che accusa la Roccella di essere disinibita. Come La Russa che accusa Guccini di essere troppo di destra. Siamo davvero un Paese meraviglioso (e ampiamente irrecuperabile).
Salvini ha una grande dote: non sa mai nulla di quello di cui parla. Interviene per sentito dire, ha una naturale propensione alla gaffe (chiamiamole così) e ogni sua dichiarazione è un distillato di qualunquismo, ignoranza e xenofobia latente. Sul Medio Oriente, a modo suo, ha le idee molto chiare: loro sono il Male e noi il Bene. L’Islam è – tout court – ricettacolo di terroristi, mentre lui (e i suoi tre o quattro adepti rimasti) incarna invece le sacre scritture della Bibbia, a cui come noto si rifà con comportamenti intrisi di empatia e umanità. Se Meloni ha spesso avuto in passato – come tutta la destra sociale – posizioni pro-Palestina, e adesso infatti tradisce imbarazzo nel fingersi da sempre vicina al popolo ebraico (come ha avuto il coraggio di dire l’orgoglioso camerata Ignazio), Salvini non sa nulla della secolare guerra tra Israele e Palestina e (dunque) in merito vanta solo certezze. Non nutrire dubbi, del resto, è “fortuna” e requisito antico di chi non legge e non studia, ma si limita a sproloquiare, tifare e sentenziare.
Salvini, a cui nessuno aveva peraltro chiesto un parere perché ormai il suo punto di vista interessa giusto Porro, si è buttato sul caso Zerocalcare-Lucca Comics con consueta grettezza dialettica. Ha scomunicato (a caso) il primo e celebrato (giustamente) la seconda, splendida manifestazione a cui non mancherà di partecipare. E qui a Salvini andrà di lusso, perché a Lucca non incontrerà i veri Tex Willer e Kit Carson ma solo quelli immaginari, altrimenti i due ranger lo avrebbero senz’altro “spedito a suonare l’arpa sopra una nuvola”, inesorabile destino che tocca a tutti i giuggioloni da loro incontrati.
Nella vicenda si è poi inserita Amnesty International, che per bocca del portavoce Riccardo Noury ha motivato una posizione analoga a quella di Zerocalcare, autore che da sempre si batte meritoriamente per la causa palestinese. Amnesty e Zerocalcare sono stati attaccati dal vicedirettore del Foglio (che non sapevo neanche esistesse), Andrea Marcucci (che non sapevo ancora esistesse) e Salvini. Mancano solo Pigi Battista, Sechi, Donzelli, Magliaro, la Gegia, lo Scrondo del Missouri e siamo a posto. In questo caravanserraglio di geni contemporanei, Salvini non ha mancato di svettare, accusando appunto di “razzismo” Amnesty International. E in effetti, lui, di razzismo (almeno quello) un po’ se ne intende. Le sue posizioni su rom, arabi e (più in generale) “extracomunitari” sono note. Ancora risuonano alcune sue parole sature di tolleranza come queste: “Con gli immigrati che arrivano in Italia è in corso una sostituzione etnica vera e propria. Bisogna scaricarli sulle spiagge, con una bella pacca sulla spalla, un sacchetto di noccioline e un gelato”. Quanta saggezza, quanta lucidità. Da qui a breve, come minimo, Salvini accuserà il Papa di bellicismo efferato, Scorsese di regia debole e Gasparri di intelligenza straripante. Che statista di primaria grandezza!

Mieli travagliato

 

Il giuramento di ipocrita
di Marco Travaglio
Se all’inizio della guerra Russia-Ucraina gli atlantisti de noantri mostrarono i primi sintomi di allergia alla logica, con l’ennesima guerra Hamas-Israele sembrano aver perduto il ben dell’intelletto. Non ci riferiamo ai dobermann da talk e da social che distribuiscono patenti di terrorismo e tagliagolismo a chiunque azzardi critiche al governo israeliano un po’ meno feroci di quelle della stampa israeliana. E nemmeno a quel minore del renzismo che twitta “Il Fatto è pieno di giornalisti antisemiti”, meritandosi una citazione in tribunale e una nel più vicino reparto psichiatrico. Ma a personaggi di ben altro spessore, abituati a studiare e a ragionare, anche per giungere a conclusioni diverse dalle nostre. Come Paolo Mieli, giornalista e storico. Già ci aveva sorpreso definendo “giustificazionista” di Hamas il discorso anti-giustificazionista di Guterres. Ma ieri, su La7, si è superato: “Vorrei fare una riflessione sugli ipocriti italiani. Quando fu invasa l’Ucraina, dicevano a Zelensky ‘ritirati perché la Russia è troppo più potente’. Ora nessuno dice al capo di Hamas di arrendersi. Sono propagandisti a cui non frega niente”. A parte il fatto che nessuno disse a Zelensky di ritirarsi (e da dove, visto che gli invasori erano i russi e lui era l’invaso?), semmai di negoziare un compromesso col nemico prima che il suo popolo subisse i guai peggiori che sta tuttora subendo, dopo il fallimento della controffensiva ucraina e l’inizio di quella russa, una domanda sorge spontanea: Mieli sta forse paragonando la “democrazia ucraina” al gruppo politico-terroristico Hamas? Nemmeno noi, che la democrazia ucraina non l’abbiamo mai granché notata, specie dopo la messa fuorilegge dei 12 partiti di opposizione e gli atti terroristici compiu oltre confine, ci saremmo sognati un accostamento così offensivo per Zelensky.
Di analogie fra le due guerre ce ne sono, ma molto diverse alla scombiccherata equazione mieliana. Israele, come la Russia, occupa territori non suoi. E l’Ucraina nega ai russofoni del Donbass l’autonomia promessa in due accordi a Minsk. Ma Israele e l’Ucraina sono nostri alleati, la Russia e Hamas no. E con gli alleati l’Occidente ha voce in capitolo e mezzi di pressione per farsi ascoltare, con i nemici no. Quindi i veri ipocriti e propagandisti sono quanti pretendono dal nemico Putin che si ritiri dalle regioni ucraine occupate, ma non pretendono dall’amico Zelensky che conceda l’autonomia al Donbass e un referendum per far decidere a quel popolo con chi vuole stare, né dall’amico Netanyahu che si ritiri dalla Cisgiordania, come Israele si impegnò a fare gradualmente nel 1993 a Oslo. Ecco, non vorremmo che Mieli, a furia di indagare sugli ipocriti e i propagandisti, scoprisse che il primo è lui.

L'Amaca

 

Salviamo la motosega
DI MICHELE SERRA
Vi prego di cercare in rete le immagini del candidato “anarco-liberista” argentino, Milei, che sbraita come un ossesso con una motosega in mano. Poi ditemi se vale la pena nutrire anche un solo briciolo di fiducia sul futuro non solo dell’Argentina, ma del genere umano.
Fisicamente, Milei sembra Cetto Laqualunque che ha deciso di partecipare a un concorso di sosia di Elvis Presley. Vestito un po’ da Presley, un po’ da Cetto. Come molti famosi leader populisti (vedi Berlusconi e Trump) deve avere un problema con i capelli, perché ha una pettinatura mai vista prima al mondo. Ma a spaventare è soprattutto la motosega, brandita come fa il Salvini con il rosario, con il motore in fuorigiri e i fumi della miscela sparacchiati in faccia a una povera ragazza: se è una del suo staff, va detto che se lo merita.
Leggendo qualche articolo su Milei (amo l’horror, soprattutto i B-movie come questo) ho appreso che la motosega, per l’estrema destra di molti Paesi latino-americani, è un vero e proprio simbolo politico: dev’essere per via dell’Amazzonia, che se potessero raderebbero al suolo con tutti gli indios dentro. Avendone due, di motoseghe, e tenendole nella massima considerazione, ci sono rimasto male. Si tratta di una macchina onesta e utile, come tutti i componenti della grande famiglia degli attrezzi da lavoro. Se ben tenuta e con i denti della catena bene affilati, è in grado di dare grandi soddisfazioni nella manutenzione del bosco e nell’approvvigionamento di legna.
Mi chiedo se ci sia, in Argentina, un movimento per la salvezza della motosega, che non merita di diventare un accessorio per energumeni.

Coralmente

 


Il Maestro continua ad illuminarci

 

L’ARTE DI SCRIVERE
“Così è nato Il nome della rosa”
In questo testo inedito il grande semiologo racconta la genesi, ispirata, del suo romanzo medievale

DI UMBERTO ECO

All’inizio del 1978 una mia amica, che stava lavorando per un piccolo editore, mi ha detto che stava chiedendo a non-romanzieri (a politici, a sociologi, a clinici) di scrivere un breve racconto poliziesco. Le ho detto che non ero interessato alla scrittura creativa e che ero sicuro di essere assolutamente incapace di scrivere buoni dialoghi. Avevo concluso (non so perché) che comunque, se per caso avessi dovuto raccontare una vicenda poliziesca, ne sarebbe uscito un volume di cinquecento pagine, e la vicenda si sarebbe svolta in un monastero medievale. La mia amica mi disse educatamente che non era interessata a un tomo commerciale poco ispirato, e il nostro incontro fini lì.

Appena tornato a casa, mi misi a frugare in un cassetto e ritrovai un appunto scritto qualche anno prima dove avevo annotato alcuni nomi di monaci. Il che vuol dire che in una qualche piega della mia mente l’idea di un romanzo stava già crescendo senza che me ne rendessi conto. A quel punto ho pensato che sarebbe stato interessante avvelenare un monaco mentre stava leggendo un libro misterioso, e lì mi fermai. E così iniziai a scrivereIl nome della rosa .
Quando il libro è uscito mi è stato chiesto perché avevo deciso di scrivere un romanzo e le ragioni che davo (che variavano a seconda del mio umore) erano probabilmente tutte vere – segno che erano tutte false. Alla fine avevo concluso che la sola risposta sincera era che a un certo momento della mia vita mi era venuta voglia di farlo – e credo che quella fosse una spiegazione sufficiente e ragionevole. Quando in un’intervista mi chiedono “Come scrive i suoi romanzi?”, di primo acchito rispondo “Da sinistra a destra”. Capisco che non è una risposta soddisfacente e che può produrre un certo spiazzamento nel caso venga data in un paese arabo o in Israele. Ora ho modo di dare una risposta più dettagliata.

Nello scrivere il mio primo romanzo ho imparato alcune cose. Anzitutto “ispirazione” è una brutta parola che i cattivi scrittori usano per sembrare artisticamente rispettabili. Come dice il celebre adagio inglese “genius is ten percent inspiration and ninety percent perspiration”, il genio è fatto al dieci per cento d’ispirazione e al novanta per cento di traspirazione, sudore. Si racconta che il poeta francese Lamartine avesse descritto a più riprese le circostanze magiche in cui era nata una delle sue poesie migliori; sosteneva che fosse nata come per folgorazione una notte che passeggiava in un bosco. Poi alla sua morte hanno trovato nel suo studio molte versioni di quella poesia, scritta e riscritta nel corso degli anni.

I primi recensori deIl nome della rosa avevano detto che era stato scritto sotto l’influenza di una luminosa ispirazione ma che, a causa delle sue difficoltà concettuali e linguistiche, era per un ristretto numero di lettori. Poi, quando il libro ha iniziato a vendere un inatteso numero di copie, milioni di copie, gli stessi critici hanno scritto che, per mettere insieme un bestseller destinato a un successo di massa, dovevo aver seguito una ricetta segreta. Più tardi hanno scritto che il successo era dovuto a un programma computerizzato – dimenticando che i primi personal computer con un programma di scrittura maneggevole erano apparsi solo all’inizio degli anni ottanta, dopo che il mio libro era già uscito. Quando lo scrivevo, negli anni 1978-1979, anche negli Stati Uniti circolavano solo dei piccoli computer (mi pare si chiamassero Tandy) che nessuno avrebbe potuto usare se nonper scrivere qualche lettera. (…) Visto che parliamo di lentezza dell’ispirazione, devo dire che Il nome della rosa mi era costato solo due anni di lavoro perché non avevo dovuto fare alcuna ricerca sul Medioevo. Come ho detto, la mia tesi era stata sull’estetica medievale e in seguito avevo continuato ad approfondire questi temi. Avevo visitato tante abbazie romaniche e cattedrali gotiche, e così via. Quando ho deciso di scrivere il romanzo, è stato come se avessi aperto un armadio dove per quasi trent’anni avevo ammassato centinaia di schede. Tutto quel materiale era ai miei piedi, e dovevo solo scegliere ciò di cui avevo bisogno.

Per i romanzi successivi la situazione è stata diversa (anche se, se scelgo un certo argomento, è perché con quello ho già qualche familiarità). Ecco perché i romanzi successivi mi hanno preso più tempo: otto anni per Il pendolo di Foucault , sei per L’isola del giorno prima eBaudolino . Per La misteriosa fiamma della regina Loana ci ho messo solo quattro anni perché riguarda le letture che ho fatto da bambino fra gli anni trenta e quaranta, e ho potuto utilizzare molto materiale che avevo a casa, come albi di fumetti, registrazioni, riviste o quotidiani – in breve, la mia collezione completa di ricordi, nostalgia e cianfrusaglia.
Cosa faccio negli anni di gestazione di un romanzo? Raccolgo documenti, visito luoghi e faccio mappe, schizzo la pianta interna di edifici o, come nel caso de L’isola del giorno prima , di navi; e talora disegno i volti dei miei personaggi. Per Il nome della rosa ho disegnato i volti di tutti i monaci. Insomma, passo questo periodo di preparazione come in un castello incantato o, se preferite, in uno stato di rifugio autistico dal mondo reale. Nessuno sa che cosa stia facendo, neppure i membri della mia famiglia o gli amici più intimi. Faccio finta di fare altro, ma cerco in realtà continuamente idee, immagini, parole per la mia storia. Voglio dire che se, mentre immagino vicende ambientate nel Medioevo, vedo passare per strada una macchina rossa che attira la mia attenzione, annoto mentalmente (o su un foglio) quel colore, che prima o poi giocherà un ruolo o apparirà, che so, nella descrizione di una miniatura.