Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 27 ottobre 2023
Pluto!
Cliccate qui sopra e farete un viaggio su Plutone con la sonda della Nasa che l'ha sorvolato a 80.000 km.
Un pianeta di panna con velature di cacao!
L'Amaca
La cancel culture che ci vorrebbe
DI MICHELE SERRA
“Gli Usa non hanno l’esclusiva dei problemi mentali, statisticamente simili a quelli di tutti gli altri paesi comparabili del mondo. La differenza è che negli Stati Uniti le armi sono a portata di mano di chiunque, e chi vuole usarle riesce a farlo troppo facilmente. La verità evidente è questa, ma il Paese non riesce ad affrontarla per una malintesa interpretazione del Secondo emendamento della Costituzione, che garantisce il diritto di avere fucili e pistole; per gli interessi della lobby dei produttori; e per i politici soprattutto repubblicani che ci speculano sopra. Perciò il problema non viene risolto e centinaia di innocenti continuano a morire”.
Questa è la conclusione della più recente cronaca del corrispondente di Repubblica da New York, Paolo Mastrolilli. La riporto nella sua implacabile oggettività — non è un’opinione, è una sintesi dei fatti — perché non saprei scrivere di meglio, ovvero senza farmi influenzare dal mio disgusto, quasi fisico, per le armi. Mastrolilli racconta l’ennesima strage di passanti, attuata nel Maine da un istruttore di armi uscito di testa: diciotto morti, il corrispettivo di un’azione di guerra. Si aggiungono alle decine di migliaia di vittime degli ultimi anni: ne sono morti di più per le strade di America, crivellati dalle pallottole di mentecatti e maniaci di svariata estrazione (quasi sempre maschi bianchi) che nella guerra del Vietnam.
Alle parole di Mastrolilli mi sento di aggiungere solo questo: i “politici che ci speculano sopra” sono, con tutta evidenza, i veri mandanti della strage. La sola vera e opportuna cancel culture che l’America non è capace di mettere in campo è quella contro la sua mania suicida per le armi. È più facile abbattere una statua che bloccare un grilletto.
Per la serie "Perché siamo ridotti così!"
Il nonnetto dove lo metto
di Marco Travaglio
Eravamo in pensiero per Giuliano Amato, rimasto col culetto al freddo dopo una vita al calduccio alla tenera età di 85 anni. Prematuramente scaduto dalla Consulta, speravamo che le sue sparate retrattili sulla strage di Ustica inducessero la Rai a riesumare Telefono Giallo per affidargliene la conduzione: se ha un programma Nunzia De Girolamo, c’è speranza per tutti. Invece niente. Fortuna che FI, tradizionalmente sensibile al dramma degli anziani disoccupati, gli è corsa in soccorso nominando l’emerito indigente alla presidenza della Commissione Algoritmo: che non è uno scherzo, ma l’organo consultivo del governo sull’Intelligenza Artificiale. Molto più fico del Comitato Calderoli per valutare il nuovo Porcellum dell’autonomia differenziata, in cui Amato si era fiondato con agile balzo, per poi dimettersene subito dopo. Perché lui fa sempre così: agguanta una poltrona per aggiungerla alla collezione, poi si annoia e se ne va. Non per nulla, nella sua quarantennale vita politica – quattro ministeri, una vicepresidenza e due presidenze del Consiglio, cinque mandati parlamentari col Psi e col centrosinistra e mezza dozzina di candidature al Quirinale – diede tre volte l’addio alla vita politica: nel 1992, nel ’97 e nel 2008.
Intanto, fra un ritiro e l’altro, collezionava un’ottantina di poltrone in 40 anni: presidente dell’Antitrust e della Treccani, docente alla Sapienza, membro del Comitato nazionale e del Coordinamento nazionale del Pd (qualunque cosa significhino), presidente della “commissione Attali” all’amatriciana del sindaco Alemanno, consulente Deutsche Bank, presidente onorario della Fondazione Ildebrando Imberciadori, presidente dei Garanti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, garante del Codice etico-sportivo del Coni, vicepresidente della Convenzione Ue, presidente del Comitato per riscrivere la Carta Ue, consulente di Monti sui fondi ai partiti, presidente della Scuola Sant’Anna di Pisa nonché dei relativi ex-allievi, ma pure dell’International advisory board di Unicredit, presidente onorario del Circolo Tennis Orbetello, giudice poi vicepresidente poi presidente della Corte costituzionale e tante altre belle cose. Il tutto a sua insaputa, visto che in una straziante intervista a Rep dichiarò: “Io non faccio parte della Casta” (come se qualcuno l’avesse mai sospettato). Voi capite la drammatica astinenza da cadrega e la nobiltà del gesto caritatevole di FI. Ora purtroppo corre voce che la Meloni voglia levargli di bocca pure l’Intelligenza Artificiale, come vendetta trasversale contro FI, cioè Mediaset, per Giambruno. Non sia mai: il poveretto potrebbe non riaversene più. Giorgia, non farlo: con tutti i guai che ti dà la famiglia, adotta un nonno.
giovedì 26 ottobre 2023
Ragionamento
L'Amaca
L’affondamento del Salvini
DI MICHELE SERRA
Si attende un chiarimento tra il Salvini e il Giorgetti, che secondo autorevoli indiscrezioni farebbero parte dello stesso partito. Il secondo ha tirato una riga, con il pennarello, sopra i chilometri di parole spese dal primo, lungo gli anni, contro la legge Fornero. Il Salvini, al culmine dell’ira, ebbe anche modo di organizzare nel 2016 un tristo bivacco sotto la casa torinese della ministra, con quei modi da Griso che gli si confanno. Ma lei, che non è don Abbondio, non si lasciò intimidire e ancora oggi, dimostrando fiducia a oltranza nelle buone maniere, pretende le scuse del suo stalker politico.
Non le otterrà mai. Ma oramai è acqua passata. Ora il problema, a ben vedere, è tutto interno al governo, anzi interno alla Lega. Meloni non ha fatto che controfirmare la durezza neo-forneriana dei provvedimenti del Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze, rimangiandosi in buona parte anche le grida elettorali sue e del suo partito. Ma il vero colpito e affondato della situazione è il vicepremier, il Salvini, che sull’affondamento della Fornero (la legge, si spera non la persona) aveva speso quasi più energie che sulla battaglia navale contro i barconi.
Come facciano, il Salvini e il Giorgetti, a convivere sotto le stesse bandiere, è uno dei misteri del nuovo millennio. In tempi remoti, per mettere le carte in tavola e litigare con trasparenza (anche di fronte agli elettori) c’erano i congressi di partito. Non usa più. La resa dei conti tra il Giorgetti e il Salvini rimarrà invisibile al pubblico, ed è un vero peccato. Ci divertirebbe molto assistere al match, perfino su una piattaforma a pagamento.
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