giovedì 26 ottobre 2023

Coronamente

 

Un Corona al governo
di Marco Travaglio
Incredibile ma vero, nel 2023 siamo ancora qui a occuparci di Sgarbi. Come se non avesse passato la vita a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la sua assoluta incompatibilità con qualsiasi incarico pubblico. Un motivo a caso, tratto dalla collezione: nel ’96 la Cassazione l’ha condannato a 6 mesi e 10 giorni per truffa aggravata e continuata e falso ai danni del ministero dei Beni culturali perché era dipendente della Soprintendenza del Veneto, ma non ci metteva quasi mai piede, esibendo falsi certificati medici e inventando malattie immaginarie (dal “cimurro”, tipico dei cani, all’“allergia ai matrimoni”), che naturalmente non gli impedivano di insultare ogni sera i migliori pm a Sgarbi quotidiani su Canale 5. Ora è sottosegretario ai Beni culturali che ha truffato. E la colpa non è neppure sua. È di chi ce l’ha messo (B.) e rimesso (Meloni). Di chi l’ha fatto eleggere cinque volte al Parlamento e una all’Europarlamento. Di chi gli ha regalato una collezione di poltrone almeno pari a quella di dipinti (comprati non si sa come, visto che risulta sempre nullatenente), aiutandolo a usare le casse dello Stato come un bancomat: sindaco di Salemi (subito sciolto per mafia), S. Severino, Sutri e Arpino, prosindaco di Urbino, assessore in Sicilia e a Viterbo, consigliere regionale in Lombardia, commissario a Codogno, presidente di Ferrara Arte, Mart di Trento, Mag di Riva del Garda, Gypsotheca del Canova… Poi, regolarmente, chi l’ha promosso se ne pente e scopre chi è con l’aria del “chi l’avrebbe mai detto”. Come il povero ministro Urbani, che Sgarbi accusò di favoritismi a un’attrice in cambio di compensi indicibili (per noi, non per lui) e ne fu accompagnato all’uscio. Ora tocca a Sangiuliano, che non lo voleva, non gli parla e non vede l’ora di liberarsene.
Tre mesi fa il nostro stilnovista impreziosì il Maxxi con una dotta prolusione sul suo pene e la sua prostata (“questa troia puttana di merda”) e, quando qualcuno obiettò, si paragonò nell’ordine a: Pasolini, Califano, Battisti, Mozart e Da Ponte. Ma nessuno pensò di congedarlo: anzi, avercene. Ora il Fatto documenta che ha continuato, da sottosegretario, a fare ciò che ha sempre fatto, assetato com’è di denaro per risarcire tutti quelli che ha insultato: il juke box. Infili il soldino e canta la tua canzone preferita. Il guaio è che, stando al governo, la legge lo vieta in nome di quella strana cosa che l’art. 97 della Costituzione chiama “imparzialità dell’Amministrazione”. Ma lui è il Fabrizio Corona della politica: più danni fa, più se lo contendono. Quasi quasi ne chiederemmo le dimissioni, se non temessimo di fare ciò che ha già fatto Striscia con i fuorionda di Giambruno: un favore al governo. Ma è uno sporco mestiere e qualcuno deve pur farlo.

mercoledì 25 ottobre 2023

Forza ragazzi!


 

Nefasta acquisizione

 


Domandina

 


Artistico

 


A seconda dei momenti

 

Privacy retrattile
di Marco Travaglio
Ogni tanto la politica è scossa da una gran fregola di privacy. Accade di solito quando qualche politico di destra finisce nei casini per vicende private inconfessabili che, riguardando un politico, private non sono quasi mai. Men che meno quando quel politico usa le sue vicende private (quelle confessabili) per acchiappare voti. Era accaduto con B., sta riaccadendo con la Meloni per via dei bollori dell’ormai ex fidanzato. Ma il problema non è la premier, a parte la sua ossessione per i nemici esterni che le impediscono di vedere quelli di casa. Il problema sono i cultori della privacy retrattile, intermittente, a seconda di chi ci va di mezzo. Libero è il giornale della “patata bollente” Virginia Raggi, a cui avevano inventato (non solo Libero: pure Repubblica) un amante inesistente, Salvatore Romeo, quello delle polizze, oltre a diversi altri, trasformandola nella nuova Messalina. Ora Libero di Sechi, che starnutisce appena la Meloni prende il raffreddore, piagnucola: “Il concetto di privacy non va cestinato”. E dedica a un’intervista alla Roccella lo strepitoso titolo: “È la famiglia il vero bersaglio della sinistra” (dove non si capisce bene chi svolga il ruolo della sinistra nella vicenda: Giambruno? Mediaset? Il Gabibbo?). Filippo Barbano, avvocato d’ufficio delle cause perse, definisce i fuorionda di Striscia “una ferita alla democrazia”. E Alessandro Campi, sul Messaggero, lacrima per la “politica che guarda nel buco della serratura”, come se uno studio televisivo fosse un’alcova. Anche il Giornale di Sallusti e Feltri è affranto perché “nessuno ha pensato ai diritti di Giambruno” (neppure Giambruno) e perché Report dà notizie sull’eredità di B. (“fango infinito a urne aperte”, ma a bara abbondantemente chiusa).
Non vorremmo sbagliarci, ma i campioni destroidi della privacy sono gli stessi che invocavano (giustamente, trattandosi di personaggi pubblici) il diritto di cronaca per le foto di Silvio Sircana, portavoce di Prodi, che dava un’occhiata a un viado e finì sulla prima del Giornale; per il video girato da quattro carabinieri ricattatori su Piero Marrazzo, presidente Pd del Lazio, a un festino con trans e coca e gentilmente offerto in visione privata a B. (che poi telefonò a Marrazzo per fargli sapere che sapeva tutto ed era molto dolente) e poi finito su Libero; e per l’informativa di questura pubblicata dal Giornale che dipingeva Dino Boffo, il direttore di Avvenire reo di criticare il puttanaio di B., come “noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”, informativa che però era un falso. È pur vero che Sircana, Marrazzo e Boffo non erano minimamente paragonabili a B. e a Giambruno: si erano scordati di iscriversi alla destra.

L'Amaca

 

Verso un finale psichiatrico?
DI MICHELE SERRA
Si legge che una candidata di punta del partito di destra favorito per le elezioni argentine (quello di Javier Milei, “anarco-capitalista”, chissà che accidenti vuol dire) è terrapiattista; nega che nel suo Paese (quello dei desaparecidos) sia mai esistita una dittatura militare; è una appassionata praticante del cosplay, cioè si veste spesso da Catwoman. È una signora bionda molto appariscente e ha una marea di follower.
Non so se qualcuno lo sta già facendo, ma bisognerebbe collezionare le notizie congeneri (ce ne sono a bizzeffe).
Convergono verso una ipotesi abbastanza terrorizzante, e però non liquidabile con un’alzata di spalle: che l’umanità, specie nella sua parte chiamata genericamente “Occidente”, sia entrata in una fase di collasso psichico che non solo non deve farci sorridere, ma deve preoccuparci parecchio. Con il Welfare così malmesso, una pandemia di tipo psichiatrico non ha la minima possibilità di trovare la dovuta assistenza.
Sulla scelta di avere come seconda identità un fumetto non mi pronuncio, dopotutto anche io penso, nei pensieri del dormiveglia, che avrei potuto essere il centravanti dell’Inter. Però preferisco non presentarmi in società con la maglia nerazzurra numero nove. Ma sul terrapiattismo è più difficile sorvolare. Il terrapiattista è uno che abbandona la realtà, ha deciso di sortirne, di farne a meno: e la realtà è la sola cosa che ci unisce. Che una terrapiattista (vestita da Catwoman) possa dunque diventare una influente leader politica significa che non lei, ma la società nel suo complesso, è in serie difficoltà mentali. E siccome stiamo parlando di persone come noi, che vivono in mezzo a noi, limitarci a fare due risate è puro cinismo.