mercoledì 6 settembre 2023

Belle notizie



Le belle notizie. Soprattutto la fornitura delle munizioni ad uranio impoverito da parte del baluardo della democrazia mondiale riempie il cuore. Sovrabbondiamo di letizia. Okkegaudio!

Interessantissimo

 Povera Sanità 

di Nino Cartabellotta - Presidente Fondazione GIMBE

Ogni anno, in occasione della discussione sulla Legge di Bilancio, va in scena la stessa farsa: un déjà-vu che si ripete ormai da almeno 15 anni. Il dibattito politico sulle risorse da assegnare alla sanità inizia con la richiesta, spesso consistente, del Ministro della Salute, poi regolarmente ridimensionata o rispedita al mittente dal Ministro dell'Economia e delle Finanze. Infatti, anche per il 2024 il Ministro Schillaci, consapevole della grave crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e delle richieste delle Regioni, chiede almeno 4 miliardi di euro in più. Il Ministro Giorgetti, prima possibilista seppur al ribasso, da Cernobbio annuncia che "sarà una manovra prudente", confermando in politichese puro che, ben che vada, per la sanità non ci saranno tagli o forse rimarrà qualche briciola.
Questa farsa annuale segue un copione in tre atti, fedelmente interpretato da Governi di tutti i "colori". Nel primo atto la spesa sanitaria viene identificata come la fetta di spesa pubblica più facilmente aggredibile: una sorta di salvadanaio sempre aperto, a cui è possibile attingere per qualsiasi necessità, che si tratti di reperire risorse per risanare la finanza pubblica, o più spesso di soddisfare il proprio elettorato. Il secondo atto dimostra che il saccheggio ripetuto alla spesa sanitaria non crea dissenso nel breve e medio termine, perché gli effetti del definanziamento sull'organizzazione dei servizi sanitari organizzazioni sanitarie si vedono dopo qualche anno, quelli sull'accesso alle cure dopo lustri e le conseguenze sulla salute delle persone dopo decenni. Nell'ultimo atto si sceglie di non investire in sanità per la stagnante crescita economica, ignorando che il grado di salute e benessere della popolazione è una determinante dello sviluppo economico del Paese.
E con l'annuale messa in scena della stessa farsa da un lato arrivano disservizi e disagi per cittadini e pazienti, dall'altro i confronti internazionali restituiscono numeri impietosi. Nel 2022 in Italia la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,8% del PIL a fronte di una media OCSE del 7,1% e dei paesi europei: un -0,3% che non ci dà la misura del baratro che appare in tutta la sua profondità guardando alla spesa sanitaria pubblica pro-capite. Dove l'Italia nel 2022 ha speso $ 3.255, al di sotto della media OCSE ($ 3.899) e della media dei paesi europei ($ 4.128): meno di noi in Europa spendono solo i paesi dell'Est (Repubblica Ceca esclusa), oltre a Spagna, Portogallo e Grecia. E sorprendentemente il gap si è ampliato con la pandemia, quando l'aumento di oltre € 11,4 miliardi di finanziamento pubblico nel triennio 2020-2022 (peraltro insufficienti a mantenere in ordine i conti delle Regioni) sembrava una manna dal cielo rispetto agli esigui investimenti degli anni precedenti. E così, dopo 15 anni di definanziamento pubblico oggi raccogliamo frutti amari: al cambio corrente dollaro/euro l'Italia spende € 808 pro-capite in meno della media europea; ovvero, oltre € 47,6 miliardi in meno. Per non parlare dell'impietoso confronto con i Paesi del G7, di cui nel 2024 l'Italia avrà la presidenza. Siamo fanalino di coda da sempre, ma se nel 2008 tutti i Paesi del G7 destinavano alla spesa pubblica pro-capite una cifra compresa tra $ 2.000 e $ 3.500, nel 2022 i gap sono incolmabili: la Germania spende quasi $ 7.000 pro-capite e la Francia oltre $ 5.500.

Pur in questo contesto di imponente sottofinanziamento della sanità pubblica nessun Governo, nessun Ministro della Sanità accetterà mai che la politica ha intenzione di privatizzare il SSN. Tralasciando che il mancato potenziamento della sanità pubblica spiana la strada alla forma peggiore di privatizzazione, quella strisciante e occulta. Con un finale della farsa già scritto: il progressivo indebolimento del SSN porta sempre più la popolazione a cercare nel privato le risposte ai propri bisogni di salute, al punto che la sanità privata non è ormai più una libera scelta, ma diventa una necessità. Scivolando silenziosamente da un servizio sanitario nato per tutelare un diritto costituzionale ad un sistema sanitario regolato dal libero mercato.

Ecco perché bisogna riscrivere interamente il copione. Uscire innanzitutto dalla "manutenzione ordinaria" del SSN e dall'annuale tira e molla sulle cifre da assegnare alla sanità pubblica in Legge di Bilancio. Avviare una radicale e moderna riorganizzazione dei servizi sanitari, che non può prescindere da un progressivo rilancio del finanziamento pubblico. Ovvero, non serve solo conoscere quante risorse saranno destinate alla sanità nella Legge di Bilancio 2024, ma quale trend si prevede per la spesa sanitaria a partire dall'imminente Nota di Aggiornamento del DEF. Ridefinire le regole della leale collaborazione tra Governo e Regioni che, in sanità, configura proprio quella Repubblica che "tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività", accantonando sia nostalgiche ipotesi di un neo-centralismo sanitario, sia le pericolose derive regionaliste dell'autonomia differenziata, destinate ad aumentare diseguaglianze regionali e migrazione sanitaria e a dare il colpo di grazie al SSN. Qui occorre semplicemente potenziare, con strumenti già disponibili, le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, al fine di garantire l'uniforme erogazione delle prestazioni essenziali. Favorire la collaborazione tra tutti gli attori della sanità, rendendoli consapevoli che il momento storico che vive il SSN richiede di rinunciare ai privilegi acquisiti per salvare il bene comune. Sensibilizzare l'opinione pubblica che la perdita del SSN avrà un impatto non solo sulla salute e il benessere della popolazione, ma anche sull'economia e sulla società del Paese. Last, but not least, se la politica vuole mantenere un SSN equo e universalistico e finanziato con la fiscalità generale, deve avviare serie politiche per contrastare l'evasione fiscale. Oggi il nemico pubblico numero uno del SSN.

Archiviata!




Finalmente qualcuno ne parla!

 

Stragi sul lavoro Guerra da mille morti l’anno: profitti privati e perdite collettive
di Alessandro Robecchi
Le notizie dalla guerra sono frammentarie, occupano le pagine per qualche ora, o giorno, sull’onda dell’emozione, poi spariscono di nuovo fino al prossimo attacco e ai prossimi morti. La guerra del lavoro, intendo. Quella che fa ogni anno in Italia oltre mille morti, tre al giorno, più o meno, e alcune centinaia di migliaia di feriti, senza che nessuno vada in tivù quotidianamente a dare il bollettino, a fare una conferenza stampa con statistiche, dati, cause, nomi dei defunti, patologie o condizioni dei feriti. E soprattutto responsabili.
La tragedia di Brandizzo, per restare alla cronaca, rivela a ogni ora che passa anomalie, dolo, stratagemmi produttivi, cose che non si possono fare (ad esempio stare sui binari finché passano i treni) ma che si fanno lo stesso, perché i tempi sono stretti, se non si lavora in fretta si erode il profitto, la ditta appaltatrice subappalta a un’altra, che subappalta a un’altra ancora, e via così a cascata, cosa che nell’edilizia, per esempio, è una prassi consolidata. In Piemonte, sempre per restare in zona, la probabilità che un’azienda subisca un controllo dell’Ispettorato del Lavoro è di una visita ogni vent’anni, perché le aziende sono tante e i controllori pochi, pochissimi. La più giovane delle vittime di Brandizzo, Kevin Laganà, 22 anni, era assunto a tempo determinato, prendeva 800 euro al mese, era insomma, una recluta mandata al fronte. Un fronte – quello del lavoro – dove la sicurezza dei soldati è considerata un costo, un rallentamento, una rottura di palle, una seccatura.
Luana D’Orazio, 22 anni, venne risucchiata dall’orditoio su cui lavorava (era il 2021), in un’azienda tessile di Montemurlo (Prato), perché alla macchina era stata tolta una griglia di protezione che rallentava la produzione – si disse in sede di indagini – dell’otto per cento. Dunque la vita di una ragazza di 22 anni è perfettamente calcolabile in una frazione del fatturato e del conseguente profitto, che è considerato variabile indipendente, mentre tutto il resto – dalla qualità della vita di chi contribuisce a produrlo, alla sua salute, alla sua sicurezza – è considerato variabile dipendente, cioè sacrificabile a piacere.
Se la metafora della guerra non vi piace – lo capisco – aggiungerò questo, come nelle guerre è l’obiettivo che conta, e l’obiettivo è il famoso Pil, territorio da aumentare e conquistare, consolidare, allargare, e se per farlo servono sacrifici umani e perdite, be’, pazienza. Se la tensione securitaria – lo scandalo e la paura per la piccola delinquenza, per lo scippo, per l’aggressione – che ogni giorno leggiamo sui media si contagiasse al mondo del lavoro, alle vittime che cadono su quel fronte, non ci basterebbe la carta da stampare, e quindi pare un’autodifesa della società considerare le morti sul lavoro come tragiche fatalità, incidenti, disgrazie senza veri colpevoli, tipo il tamponamento in autostrada. Un costo accettabile, insomma. Con il vantaggio, che risparmiare sulle norme di sicurezza aiuta quasi sempre il profitto privato, mentre il costo sociale (comprese le cure del Servizio Sanitario Nazionale per centinaia di migliaia di feriti) pesa su tutta la comunità, un’altra clamorosa conferma della prassi nazionale: i profitti sono privati e le perdite sono di tutti. Se le aziende che producono morti e feriti dovessero, una volta accertate le responsabilità, pagare le spese sanitarie e iscriverle a bilancio, la sicurezza diventerebbe – allora sì – una priorità. E avremmo meno morti sul fronte del lavoro.

Bin Sala Bin!

 


Scelte cretine

 

La Via della Sega
di Marco Travaglio
La prevalenza del cretino di Fruttero e Lucentini uscì nel 1985, ma il titolo sembra fatto apposta per l’estate che sta finendo. Difficile trovare uno sprazzo d’intelligenza nelle femministe italiane che a Venezia contestano Woody Allen, troppo intelligente per loro, dandogli dello “stupratore” in barba a due sentenze di tribunale che l’hanno scagionato, come quei geni dei produttori americani che lo costringono a vagare per il mondo in cerca di qualcuno che finanzi il suo prossimo capolavoro. E che dire dell’astuta mossa del Rignanese che si candida alle Europee con Il Centro per raccogliere “i delusi di FI e Pd” e non s’è ancora accorto che il più deluso dagli altri non lo sarà mai quanto lo è da lui? Poi c’è Tajani, che sta all’intelligenza come Dell’Utri all’antimafia e vola in Cina per uscire un po’ dalla Via della Seta, pronto a danneggiare le imprese italiane pur di fare un dispetto a Conte e una marchetta a Biden. Intanto Urso, altro ministro famoso per la sagacia, firma un’intesa d’affari con i campioni di diritti umani dell’Arabia Saudita, il cui premier Bin Salman mandò i killer ad assassinare e tagliare a pezzi con la sega circolare il giornalista Khashoggi: dalla Via della Seta alla Via della Sega. Brillantissimo anche l’editoriale su Rep di Folli, così accecato da furore anti-Conte da sposare le balle delle destre su Superbonus (“insostenibile”, “populista”) e salario minimo (“suggestione”) e accreditare il governo di “un profilo rigoroso, quasi da Destra storica”. Ora, per coerenza, dovrà suggerire ai nuovi Quintino Sella una misura davvero di sinistra: la tassa sul macinato.
In tanto buio, un lampo d’intelligenza ce lo regala Benedetta Scuderi, attivista dei Verdi, incautamente invitata a Rete4 da Andrea Giambruno. Questi la interroga sulle assurde accuse di Saviano al governo della fidanzata per l’abbattimento dell’orsa e lei gli ritorce contro la sua celebre sparata sul nesso fra tasso alcolico delle ragazze e lupi stupratori: “Potremmo dire che è responsabilità dell’orsa perché, se non fosse uscita di notte da sola, non avrebbe incontrato il cacciatore, o il lupo…”. La sequenza delle espressioni sul volto del principe consorte nei successivi 12 secondi è una via di mezzo fra il remake di The mask e una gallery di Francis Bacon: mano sinistra che gratta orecchio destro; sopracciglia corrugate e risolino tirato tipo Joker; pollice-indice sotto mento pizzuto per darsi tono; occhi strizzati e indice-medio-anulare su boccuccia a cul di gallina; testolina che fa sì-sì; sguardo disperato verso sinistra in cerca di soccorsi in studio perchè ha finito le facce; cameraman pietoso che lo oscura e stacca sulla foto già mostrata prima. Qualcosa ci dice che non vedremo più la Scuderi chez Giambruno. Ma ne sarà valsa la pena.

L'Amaca

 

Quei roghi già accesi
DI MICHELE SERRA
Per quanto piccola, è davvero triste la folla inquisitrice che, a Venezia, ha invocato la cacciata dello “stupratore” Woody Allen, mai condannato per violenze o molestie sessuali. Tanto è rovente e dolorosa, quella materia, tanto odioso e controproducente è il suo uso facilone e sommario, l’urlo che accusa senza conoscere, lo stigma affibbiato senza esitare. Neppure un colpevole riconosciuto merita quegli strilli sguaiati, quell’odio che scempia i volti. Perché dunque deve subirli un non colpevole?
Ne abbiamo le scatole piene dei fanatici. Ci ammorbano la vita dalla notte dei tempi, le torme dei linciatori, i bigotti furibondi, i fan di forche e patiboli, i giudici autonominati che escono di casa con la sentenza già in tasca, i puri che si nutrono della persecuzione degli impuri. Sono le stesse, eterne folle orrende e ridicole che salgono al castello con torce e forconi per bruciare Dracula, e in assenza di Dracula hanno optato per altri bersagli, a conferma del fatto che l’importante non è chi appendere all’albero della colpa, ma il gesto di appendere in quanto tale. Il piacere di farlo. Ieri linciavano l’eretico o la strega, oggi il molestatore non importa se presunto, domani chissà. Toccherà ad altri peccati, perché è chiaro a tutti, ormai, che questo è il tasto sul quale si batte: il peccato, la colpa, la macchia da cancellare.
Niente di buono, e nemmeno di decente, è mai sortito dalle insorgenze dei purificatori. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi per tornare indietro, e i roghi saranno già accesi.