mercoledì 6 settembre 2023

L'Amaca

 

Quei roghi già accesi
DI MICHELE SERRA
Per quanto piccola, è davvero triste la folla inquisitrice che, a Venezia, ha invocato la cacciata dello “stupratore” Woody Allen, mai condannato per violenze o molestie sessuali. Tanto è rovente e dolorosa, quella materia, tanto odioso e controproducente è il suo uso facilone e sommario, l’urlo che accusa senza conoscere, lo stigma affibbiato senza esitare. Neppure un colpevole riconosciuto merita quegli strilli sguaiati, quell’odio che scempia i volti. Perché dunque deve subirli un non colpevole?
Ne abbiamo le scatole piene dei fanatici. Ci ammorbano la vita dalla notte dei tempi, le torme dei linciatori, i bigotti furibondi, i fan di forche e patiboli, i giudici autonominati che escono di casa con la sentenza già in tasca, i puri che si nutrono della persecuzione degli impuri. Sono le stesse, eterne folle orrende e ridicole che salgono al castello con torce e forconi per bruciare Dracula, e in assenza di Dracula hanno optato per altri bersagli, a conferma del fatto che l’importante non è chi appendere all’albero della colpa, ma il gesto di appendere in quanto tale. Il piacere di farlo. Ieri linciavano l’eretico o la strega, oggi il molestatore non importa se presunto, domani chissà. Toccherà ad altri peccati, perché è chiaro a tutti, ormai, che questo è il tasto sul quale si batte: il peccato, la colpa, la macchia da cancellare.
Niente di buono, e nemmeno di decente, è mai sortito dalle insorgenze dei purificatori. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi per tornare indietro, e i roghi saranno già accesi.

Crosetti in ricordo

 

La fatica, i sorrisi Quanta vita a un passo dalla morte
DI MAURIZIO CROSETTI
Adue minuti dalla morte si ride e si vangano pietre. C’è tantissima vita, a due minuti dalla morte. A due minuti dalla morte ci sono i riccioli di Kevin, un affresco, un putto rinascimentale che tra qualche istante diventerà carne da cannone. C’è la sua felpa arancio e i suoi occhioni scuri, un po’ spaesati e luccicanti.
A due minuti dalla morte c’è rumore di sassi, un raschio nell’aria della notte e nel cuore. Gli operai stringono un tridente preistorico e contadino, lo usano per spostare i sassi sotto le traversine. I lavori forzati dei film abitano a due passi dalle nostre case, il loro risultato scivola sotto i treni dove dondoliamo silenziosi ed elettrici dentro esistenze ad alta velocità. Il risultato è il lavoro e il rischio di troppi poveri cristi. In questi terribili 6 minuti e 48 secondi, nel video sulla frontiera dell’incredibile c’è esattamente il lavoro che non ci immaginiamo neanche. Sì, erano operai: della specie più nobile perché più tragica. Erano ragazzi schiavi.
A due minuti dalla morte vive la nostra contemporaneità, la diretta video continua, il flusso che riversiamo nel mondo attraverso i social. Ma i ragazzi non sanno, Kevin non sa. Lui e i suoi soci, come li chiama scherzando, sono compagni di squadra in uno spogliatoio sotto la luna dove si gioca, ci si sfotte, si ride, si dicono parolacce per far passare il tempo e scassare l’attesa che è anche una sottile paura del treno che ancora deve passare. Imparare una via di fuga, immaginarla. «Di qua!» dice il ragazzo ingoiando un’altra risata, una delle ultime di una vita neanche incominciata.
A due minuti dalla morte si spostano pezzi di ferro, si svitano bulloni e si sta chini come servi. I cinque galleggiano in una luminescenza lattea e opaca. Contro il buio si stagliano aloni che sembrano anime, ma questo è anche un Far West, un cartoon di Willy Coyote, lui che s’industria inutilmente sui binari e tra poco passa il treno. Con la differenza che i cartoni animati non muoiono. A due minuti dalla morte c’è una sigaretta elettronica «che sa di merda», anche lei, come molto di quasi tutto il resto. E poi, cosa rimane? I fari per illuminare questa agghiacciante morgue nella frescura notturna dell’estate che cede nel nulla, identica, quasi d’improvviso. E la lunga teoria di lampioni che stirano l’orizzonte verso un punto che non si vede perché non c’è, il confine di gomma tra la vita e il niente.
A due minuti dalla morte ci sono domande ingenue per rassicurarsi nel silenzio. Devono ancora passare due treni? Questo tratto è già interrotto? Lo spezzone si mette sopra? Impossibile credere veramente al terrore, è per questo che i cinque operai non smettono di prendersi in giro con i loro accenti del Sud, perché ci sono cose che il tempo non ha mai cambiato, sono sempre i poveracci a doversi spostare da una periferia all’altra, da una ferrovia all’altra contro un futuro che sta per travolgerli a centosessanta all’ora.
A due minuti dalla morte si fa quel gioco che si faceva da bambini, “quando io dico re”, “quando io dico casa”, “quando io dico treno”. Quando io dico treno, ragazzi, voi dovete scappare di corsa da questa vita assassina, da questa cattiveria che vi riempie le ore perché se non si corre non si produce, se non si produce non si guadagna, se non si guadagna non si paga l’affitto e non si fa la spesa, se non si fa la spesa non si mangia, se non si mangia si muore.
A due minuti dalla morte ci sono muscoli e corpi, e il fiatone di chi sta faticando. Il rumore del lavoro bestiale è quello che frantuma le persone, anche se qui le vediamo per sempre giovani e immortali, indistruttibili. Il fumo fa evaporare le figure mentre il più piccolo tra i cinque resta da parte e gira il video che è un selfie infinito e brevissimo, l’ultima sigaretta di fronte al plotone d’esecuzione. Kevin è proprio un bambino, ha le basette scolpite con un accenno di barba geometrica, ora sta prendendo in giro Manu che chissà chi è e tra due giorni vedrà tutto su TikTok. «Mike, buttale sotto», dice Kevin, e si riferisce alle pietre bianche che sono l’andirivieni delle braccia, delle mani, della pala, del tridente.
A due minuti dalla morte, la cadenza del tempo è racchiusa negli ultimi gesti del lavoro, poi quel tempo si restringe di colpo e svanisce. Non si può che sorridere, nell’attesa del treno. Quanta vita in tutta questa fine.

martedì 5 settembre 2023

Quando...

 


Quando a Greve in Chianti ti fanno riascoltare un tuo sermone sulla pericolosità del vino.

Quando a Lamporecchio ti rammentano che dicesti che il brigidino è destinato ai fessi.

Quando in biblioteca ti dimentichi di silenziare il cellulare e ti chiamano attivando la suoneria degli AC/DC.

Quando entri in un locale per chiedere dove sia l'enoteca più vicina e scopri che è un circolo di alcolisti anonimi.

Quando a Carnevale ti mascheri da Santanché ad una festa di cassintegrati Visibilia

Quando ad un festa chiacchieri con uno sconosciuto sull'alterazione della storia riguardo al fascismo che ha fatto anche cose buone e che gli storici sono tutti di parte e quello ti dice "piacere Barbero!"

Quando scopri che la tua compagna premier ha sul comodino un libro dal titolo "Come convivere con un imbecille."

Quando entri per sbaglio in costume da KKK in casa Tyson.

Quando incontri un tizio che si presenta come tal Carlo Rubbia e tu per mascherare la tua ignoranza replichi "ho letto molti dei suoi manuali di cucina!"

Quando ordini uno Spritz in uno show room di arredamenti bar.

Quando in un pub lanci la sfida al cubo di Rubik al tuo vicino che ti dice "Sono Andrea...Andrea Bocelli..."

Quando invitato a cena ti atteggi da economista asserendo che con le nocciole nessuno campa decorosamente, e qualcuno t'informa dell'attività principale del padrone di casa che di cognome fa Ferrero.

Quando chiedi un chinotto ad una festa ottobrina a Monaco.

Quando davanti a Westminster senti il rintocco dell'orologio e dici ad un esterrefatto passante albionico "è indietro di cinque minuti!"

       

    

    

Ci riprova!

 


TuttoLollo

 

Lollo Palmiro
di Marco Travaglio
Potevamo stupirvi con Giorgetti che, poverino, ha il “mal di pancia” perché “col Superbonus hanno mangiato tutti e noi paghiamo il conto” e non s’è accorto di essere ministro da due anni e mezzo in due governi che hanno cambiato le regole una quindicina di volte ma non hanno mai abolito la misura, anche perché la Lega aveva promesso di estenderla per “mangiarci” ancor di più, quindi non si capisce chi sarebbero quei “noi” che “paghiamo il conto”. Potevamo stupirvi con lo Statista di Rignano che si candida in Europa “col brand Il Centro”: non con un partito (li ha distrutti tutti, almeno i suoi) o una lista, ma col famoso brand che crea un’atmosfera come il Vecchia Romagna etichetta nera, dimenticando che un senatore non può essere eurodeputato e un eurodeputato non può farsi pagare da bin Salman, ma tanto il problema neppure si porrà. Potevamo stupirvi con Amato, che sta perdendo la memoria breve (s’è scordato di avere 85 anni) e sviluppando quella lunga (s’è ricordato di sapere qualcosa di Ustica, ma non ha ancora ben chiaro cosa e soprattutto perché). Invece no. Ci tocca tornare sul nostro adorato Francesco Lollobrigida detto Gino, che respinge sdegnato l’accusa di familismo col decisivo argomento che lo praticano pure gli altri: “Non mi pare si sia detto nulla su coppie come Togliatti e Iotti, o più recentemente Franceschini e la compagna, Fratoianni e la moglie, o Fassino e la sua”. A parte il fatto che quelle coppie non hanno mai cumulato le cariche di ministro e capo-segreteria del partito, nessuno dei suddetti era stato nominato dal premier in qualità di cognato e sorella. Ammesso che Lollo sia il nuovo Togliatti (non a caso “il Migliore”) e Arianna la nuova Iotti, chi sarebbe Giorgia?
Però LolloPalmiro ce la sta mettendo tutta per scrollarsi di dosso la taccia di raccomandato delle sorelle Meloni: sta scivolando verso l’opposizione con una tecnica infallibile di riposizionamento progressivo, impercettibile a occhio umano (la stessa adottata da Giambruno, l’altro franco tiratore di famiglia, che però s’è fatto subito sgamare e ora gira con la museruola): sparare una minchiata quotidiana per rosicchiare alla premier-cognata un pezzettino di consenso al giorno. Se lo lasciano fare, capace che fra qualche anno ce lo troviamo segretario del Pd: in dieci mesi ha fatto più danni alla destra lui che il centrosinistra in vent’anni. Nell’attesa, Giorgia dovrebbe leggersi La Napoli di Bellavista, l’antologia delle migliori foto di Luciano De Crescenzo. La più famosa ritrae un mendicante sdraiato sulle scale di un vicolo che porta ancora i segni della passata agiatezza: Borsalino sul capo, cappotto e scarpe di buon taglio. Il cartello accanto al piattino recita: “Ridotto in questo stato dal cognato”.

L'Amaca

 

Un buon principio liberale
DI MICHELE SERRA
La casa editrice “Il cerchio” fa benissimo a pubblicare il libro del generale Vannacci, che grazie al soccorso di un editore di professione potrà almeno giovarsi di un lavoro di editing e correzione di bozze, così da digrezzare la prosa di un militare non avvezzo alle insidie e alle sfumature della lingua. Prendendola più alla larga: è un bene che la cultura di destra emerga nella sua natura sostanziale, che è la conferma della norma e del pregiudizio.
Che “non esistano neri italiani” e i gay siano “anormali” è opinione molto diffusa, forse prevalente, tra gli elettori del Salvini e della premier Meloni.
Insomma: è opinione di governo.
È, nei suoi presupposti, una cultura conformista, incapace di cogliere i cambiamenti del sociale e dell’umano. E ha tutto il diritto di esserlo senza che si gridi allo scandalo. Scandalosa, da sempre, è la novità, scandalosa la verità, scandalosa l’idea stessa dell’uguaglianza. Si lasci dunque al Vannacci e al suo editore la libertà di sostenere che il mondo è una vecchia cosa, e tale deve rimanere. Si fosse fatto meno rumore, attorno a questo testo che rimpasta il risaputo, sarebbe stato molto meglio.
L’intolleranza dei virtuosi che si ergono a giudici di tutto e di tutti sta diventando un problema, qui in Occidente. E sta diventando controproducente: fa perdere smalto e fascino a ottime idee (per esempio la libertà delle scelte sessuali) che, ergendosi a Nuovo Dogma, risultano ottuse e opprimenti. Ha detto tutto, con magistrale saggezza, Pier Luigi Bersani: “Se nel bar Italia è possibile dare dell’anormale a un omosessuale, è possibile anche dare del coglione a un generale?”. Non bastava questo buon principio liberale, a liberarci dal Vannacci?

lunedì 4 settembre 2023

Incredibilmente



Un roboante fatto ha scosso ieri la penisola, un po’ come se il Vaticano ammettesse la liceità della bestemmia nel caso in cui uno sventurato, alzandosi di buon mattino, colpisca in pieno col mignolo del piede il comodino; così a Cernobbio ieri “lor signori” hanno certificato che occorre introdurre il salario minimo! Snobbati dalla Ducetta che dopo aver accampato scuse familiari si è presentata al Gran Premio d’Italia - forse che Giambru sia patito di F1? - gli imprenditori hanno fatto proprio un pensiero del grande Karl: se paghi poco il lavoratore chi minkia acquisterà i manufatti industriali? Ecco quindi la svolta sfanculante il Bomba e soci! E chissà che sotto sotto non vi sia pure la consapevolezza di aver tirato troppo la corda… Chissà!