domenica 3 settembre 2023

L'Amaca

 

La figlia comunista
DI MICHELE SERRA
Fa sorridere e fa riflettere la storia della figlia “ribelle” di Elon Musk, la diciannovenne transgender Vivian, che il padre definisce “comunista” perché ha rotto i rapporti con lui. Il colmo è che il “comunismo” della ragazza, secondo Musk, sarebbe il frutto avvelenato dalla “educazione marxista” ricevuta in una scuola privata americana per ricchi rampolli: notoriamente covi di estrema sinistra.
È una storia privata, ovviamente decifrabile soltanto dai suoi protagonisti, e chissà che anche loro, in quel delicato groviglio che è il rapporto genitori/figli, non abbiano difficoltà a capire che cosa è accaduto veramente. Ma che nel 2023, per definire una figlia che ripudia il cognome e il potere del padre, uno degli uomini più ricchi della Terra non trovi altra spiegazione che definirla “comunista”, è quasi da non credere. Un anacronismo che ricade per intero sull’incapacità di intendere e di capire altri modi e altri mondi: come se il capitalismo riuscisse a concepire solamente se stesso, e tutto ciò che gli è alieno (tante cose, per fortuna) fosse esorcizzabile come “comunismo”, quasi trentacinque anni dopo la caduta del Muro.
L’uomo che vuole trasmigrare su Marte si ritrova, a un palmo di distanza, qualcosa che non capisce, non possiede, non domina. È la stessa, antica storia di Pietro Bernardone, mercante in Assisi, e di Francesco, che diede pubblico scandalo ripudiando il ricco padre. Probabile che il francescanesimo, ai Bernardone del Duecento, sembrò tal quale il comunismo ai Musk del Duemila: un nemico incomprensibile, al quale attribuire ogni colpa pur di non farsi mezza domanda.

sabato 2 settembre 2023

Bulbi stressati!

 


Vamos!

 

Quei cinque operai li ha uccisi il neo-capitalismo criminale
DI ANGELO D’ORSI
I loro non sono volti noti della tv, o vincitori di quiz, personaggi del cinema, influencer e neppure navigator, non sono mattatori della Rete, che primeggiano nella raccolta dei like: sono soltanto operai. Operai uccisi nella notte, mentre erano intenti a un lavoro di manutenzione sulla linea ferroviaria Torino-Milano, a pochi chilometri dal capoluogo piemontese, a Brandizzo, toponimo che diverrà tristemente famoso, d’ora in avanti, soltanto per questo “incidente”. Ecco i loro nomi, che vorrei fossero incisi a lettere di fuoco nel nostro cuore: Kevin Laganà (22 anni), Michael Zanera (34), Giuseppe Sorvillo (43), Giuseppe Aversa (49), Giuseppe Lombardo, il più “vecchio”, di anni 53. Il mio timore è adesso la colpa sarà addossata tutta ai macchinisti del treno che ha investito i cinque, straziando i loro corpi. Certo leggeremo parole di cordoglio, e ne abbiamo già sentite, a partire da quelle di Mattarella, recatosi lodevolmente sul posto, approfittando della sua presenza in Piemonte. Qualche sciopero di protesta è stato proclamato. Tutti promettono o minacciano: “Mai più morti sul lavoro”. Ma la tendenza è un aumento costante, irrefrenabile degli “incidenti”.
Brecht scriveva: “Il capitalismo è stupido”. Oggi possiamo precisare: “Il turbocapitalismo è criminale”. Questo “incidente”, questa piccola strage notturna di fine agosto è soltanto una nuova tessera in un mosaico dell’orrore. Un orrore che certo accompagna il capitalismo industriale sin dal suo sorgere (basti ricordare quello che scriveva Engels sulle fabbriche tessili in Inghilterra a metà 800), ma che ha avuto una formidabile, tremenda accelerazione con il neoliberismo, teorizzato dai “Chicago Boys”, Milton Friedman &C., nel Secondo dopoguerra e che ebbe poi in Reagan e in Margaret Thatcher i suoi interpreti. Davanti alla crisi che colpiva il sistema negli anni 70, Reagan nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca (1980) usò queste parole: “Lo Stato non è la soluzione. Lo Stato è il problema”.
Era l’invito a smantellare tutto ciò che era pubblico, e esaltare tutto ciò che era privato, e quindi una sollecitazione a privatizzare: un invito che era piuttosto un “ukaze”, che non poteva essere messa in discussione dagli “alleati”, ossia i servi volenterosi dell’Impero. Si iniziò così, di là e di qua dell’Atlantico a smantellare gli importanti risultati raggiunti nei “trenta gloriosi”, i tre decenni successivi alla fine del Secondo conflitto mondiale, che avevano visto la costruzione dello Stato sociale e una applicazione delle politiche keynesiane, ossia di intervento pubblico, a favore dei più deboli e di uno sviluppo non troppo iniquo dell’economia. La nazionalizzazione delle ferrovie, che risaliva ai tempi di Giolitti, come negli anni 60 quella dell’energia elettrica e della telefonia furono i punti salienti di uno Stato che non rinuncia a essere tale, regolatore, gestore, e all’occorrenza, imprenditore. La “Scuola di Chicago” e i suoi supini imitatori italiani andarono nella direzione opposta con il favore di una sinistra che aveva iniziato a smettere di “fare” la sinistra diventando un insieme di figure scialbe quanto arroganti, rappresentanti di partiti politici che, su mandato di gruppi imprenditoriali e finanziari, spingevano sull’acceleratore della privatizzazione, dell’aziendalizzazione, e ahinoi, della regionalizzazione. L’efferata logica di appalti e subappalti, in una catena che ricorda quella del feudalesimo, fu uno degli strumenti, e le morti sul lavoro, cioè gli omicidi di lavoratori e lavoratrici, ne furono la tragica quanto logica conseguenza. Ridurre il personale e i controlli, per diminuire le spese e aumentare i profitti degli investitori, velocizzare le procedure, assumere per brevi periodi e con meno garanzie possibili uomini e donne, il tutto in nome del “Sacro Mercato”. Decisamente più sacro di quanto venga considerata la vita di persone i cui nomi non saranno ricordati nel gotha del progresso, ma almeno impariamoli noi, a memoria, e facciamone i “testimonial” di una fase nuova di impegno contro questa strage continua.

Figliuolo!

 

Siamo uomini o generali?
di Marco Travaglio
Non è bello giudicare le persone dalla faccia, però qualche volta aiuta. Anche perché “dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia” (Camus). Noi, lo confessiamo, la prima volta che incrociammo lo sguardo del generale Francesco Paolo Figliuolo, un po’ meno espressivo di un boiler spento, fummo colti da parecchi dubbi sulla nomina a supercommissario al Covid. Ma esitammo a esternarli perché era stato SuperMario Draghi in persona a posare lo sguardo su di lui, trasfondendogli la sua infallibilità con la sola imposizione delle mani. Infatti tutti ne parlavano come di un genio (veniva dal Genio degli Alpini). Il suo piano vaccinale era copiato da quello del famigerato Arcuri, i vaccini li avevano acquistati i putribondi Conte e Speranza, ma si gridò al miracolo. Parlava come il colonnello Buttiglione, poi promosso a generale Damigiani: frasi secche, ficcanti, perentorie, rese più solenni dai 27 nastrini che gli piastrellano il lato sinistro dell’uniforme: “Il Piano Vaccini si articolerà in due fasi: 1) procurarceli, 2) inocularli” (e rigorosamente in quest’ordine), “Vacciniamo anche chi passa”, “Sono abituato a vincere, “Svoltiamo”, “Acceleriamo”, “Cambiamo passo”, “Chiudiamo la partita”, “Fuoco a tutte le polveri”, “Diamo la spallata”, “Stringiamci a coorte” (con rima beneaugurante), “Fiato alle trombe” (posseduto da Mike). Ma ogni volta, quando finivamo di scompisciarci, ci scoprivamo circondati da bocche a culo di gallina e gridolini estatici. Così finimmo per rassegnarci all’idea che il problema fosse soltanto nostro.
Spezzate le reni al virus, Penna Bianca fu promosso da Draghi a Comandante Operativo di Vertice Interforze (dal Covid al Covi) e paracaduto dal fronte ungherese (a fare bau ai russi) a quello del Niger (con i brillanti risultati a tutti noti). Poi la Meloni lo rimpatriò e, siccome è multiuso, ne fece il supercommissario all’alluvione in Emilia-Romagna. Anche lì gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: cantieri fermi, fondi col contagocce, zero ristori alla gente disperata. L’altroieri, l’apoteosi: il generalissimo, pancia indentro e petto infuori, marcia sulle zone alluvionate mostrando i soldi del Monopoli. Poi, alla prima domanda dei cronisti, gli parte l’embolo e dice cose che, al confronto, Bertolaso era Churchill: “È inutile che adesso venga a dare delle date. Non abbiamo date, perché dobbiamo mettere a punto le procedure e le piattaforme”. E mentre lui mette a punto, quelli si incazzano. Protesta persino il Pd, che fino a ieri lo portava in processione. Lui è sempre lui, ma non s’è accorto che è cambiato il mandante. Se ti manda Draghi, sei coperto dal mantello di supereroe. Se ti manda la Meloni, sei un povero Figliuolo qualunque, la gente ti sgama e può finalmente sbudellarsi dal ridere.

L'Amaca

 

Il trionfo della parodia
DI MICHELE SERRA
È frequente il caso di persone che confondono la satira e la parodia con la realtà.
Negli Stati Uniti qualcuno ha cercato di reclutare veramente un sicario attraverso un sito che fa la parodia della malavita (come se, in Italia, ci si rivolgesse ai produttori diGomorraper chiedere se, per cortesia, possono mettere a disposizione un killer).
Anche a me è capitato spesso, scrivendo satira, di ricevere mail che contestavano seriamente questa o quella battuta (per esempio: “Serra, lei mente! Non è affatto vero che Bush voglia invadere Giove!”).
Oppure mi chiedevano chiarimenti su dettagli inverosimili (“ma davvero il boss Scannabove si nutre solo di banconote da cento euro?”).
Ora però qualcosa dev’essere cambiato, perché sempre più spesso mi capita il contrario: leggo notizie vere, o comunque confezionate come tali, e mi sembrano satira, o parodia. Ho faticato a credere che esista veramente, in Veneto, un neofascista di nome Joe Formaggio che si batte contro l’estinzione della gloriosa stirpe dei veneti bianchi. E tutt’ora esito a collocare nell’ambito della realtà storielle come questa, che cerco di riassumere: la Gatta Nera di Pino Insegno, che si chiama Candelaria Solorzano, forse non potrà più fare la Gatta Nera perché circola una fotografia di lei in barca mentre si arrotola una sigaretta che potrebbe essere uno spinello e alla Rai non l’hanno presa bene.
Ma veramente? Cioè, sul serio c’è chi si occupa di valutare che cosa si fuma Candelaria, nella principale azienda culturale italiana? Non ci credo. Non in un Paese di adulti.

Starnazzi

 


venerdì 1 settembre 2023

Le pagelle


Maignan 6 anche Beethoven a volte steccava. 

Calabria 7 On Fire gli ha trovato una posizione niente male. Impeccabile.

Thiaw 7 Muraglia, graniticamente superbo

Tomori 5 Lo avrebbe capito pure Merdinho che prima o poi sarebbe arrivato il secondo giallo. Ha giocato con la stessa intensità. Babbeo.

Hernandez 7 Ha corso tantissimo, a volte sfanculando la gravità. Geniale.

Loftus Check 7 Un Kessie furbo, indomabile, cuneo sconquassante. 

Krunic 7,5 Regolatore magistrale, sembra non esserci. Ma c’è!

Reijnders 6,5 Buon metronomo, liofilizzante i pur sterili attacchi romani. Meglio nelle due precedenti. Ma sempre valido.

Pulisic 7,5 Capitan America ci guida e guiderà nelle scorribande in area avversaria. Spettacolare!

Leao 9 Gioca di stecca e segna un formidabile gol che solo i campioni come lui possono pensare. Quando parte in progressione sembra un mago di Hogwarts. Dispenser di profumo di Scudo.

Giroud 8 Si gira sempre, lotta a centrocampo come un esordiente. Encomiabile campione!

Pioli 6 Sarebbe stato 8, ma Tomori lo doveva togliere molto prima del rosso! Sempre on fire!

Riserve 6 a tutti. Hanno svolto il compitino