sabato 17 giugno 2023

Necrologicamente

 


Gli affranti di B. sono una saga di Gadda
VIP, DOMESTICI E GENTE DI TRE COGNOMI - “Acuto”, “versatile”, ha guidato “con giustizia”, “geniale”: il profluvio di servilità di aziende (sue), colossi, soliti noti sembra un affresco uscito da “L’Adalgisa”. Il tocco della “Jolly Biliardi”
DI DANIELA RANIERI
Era il 1944 quando Carlo Emilio Gadda diede alle stampe L’Adalgisa, meraviglioso affresco della affluente, gretta, ipocrita, patetica e sentimentale borghesia milanese.
A leggere i necrologi dedicati a Berlusconi, si direbbe che i condolenti siano gli eredi diretti dei protagonisti di quel capolavoro, il nobile Gian Maria Cavenaghi con la moglie Elsa e Adalgisa Borella vedova Biandronni, insieme ai “cognati dei Perego, soci dei Bernasconi, cugini dei Maldifassi, inquilini dei Biraghi… legati in seconde nozze coi Rusconi, in seconda cognazione coi Ghiringhelli, e in terza con altra casata di cui sul momento mi sfugge il patronimico”.
Il Corriere ospita dal primo giorno gli annunci affranti di gente con almeno tre cognomi, che sommati ai tre o quattro delle consorti fanno lievitare i caratteri e quindi il costo (euro 6,50 a parola). Letizia Maria Brichetto Arnaboldi vedova Moratti resta sobria sul nome, ma verga un papié, da cui isoliamo: “Politico di genio e creatività, uomo delle Istituzioni di levatura internazionale”. A meno che, certo, non si tratti delle maestranze domestiche: “Il personale di casa si stringe attorno alla famiglia per la perdita del Cavaliere S. B. Ruggero Roberto Cinzia Marco Anna Paola”, indegne pure di cognome.
Eni, Enel, Mediobanca, Mediolanum, Intesa San Paolo: Gadda fu profetico: “Ventidue banche, quel giorno, otto assicurative incendi o trasporti, trentatré cotonifici e settanta società elettriche e para-elettriche fra grosse e piccine, fra madri e figlie, riempiranno del loro unìsono nerolistato colonne e colonne del Corriere della Sera. Il Grand’Ufficial Dottor Ingegner Maurizio Rinaldoni Senatore del Regno, come fosse un’ameba, si sdoppierà e moltiplicherà in una serie infinita di Maurizio Rinaldoni, Maurizio Rinaldoni, Maurizio Rinaldoni… da rimanerci inebetito il lattaio”.
E infatti, essendo tutti i contigui, valvassori e valvassini di B. lardellati di incarichi, può capitare che uno di loro firmi un necrologio in quanto presidente di una società, un altro necrologio in qualità di ad di una partecipata, quello sotto come presidente di una S.p.a. e poi un altro, di tono sentimentale, come capofamiglia (è il caso di un Benetton, di Flavio Cattaneo, di Paolo Scaroni).
Già tra aziende sue o controllate da lui, televisioni, case editrici, scatole societarie a lui riconducibili e squadre di calcio, se ne va mezza pagina (aveva ragione Corrado Guzzanti: l’Italia non è di destra né di sinistra, l’Italia è di Berlusconi!). Notevole il saluto del dir. editoriale di Mondadori: “Statista, imprenditore ed editore acuto, versatile, senza confini”: un Magellano del soldo. Publiespaña, filiale spagnola di Mediaset, detta: “Esempio di nobiltà, integrità e generosità, ha incarnato i più alti valori umani e ha dedicato la sua esistenza a fare del mondo un posto migliore per tutti coloro che lo circondavano. Leader carismatico, ha lasciato un’impronta indelebile in ogni campo in cui si è cimentato… guidando con saggezza, intelligenza e giustizia ogni scelta”, soprattutto giustizia; riutilizzabile in caso di morte del Dalai Lama.
C’è aria di riscatto: l’uomo che si è fatto da sé (con l’aiuto di fondi oscuri: dettagli) adesso fa inchinare tutta la industre Milano, Il Teatro alla Scala, gli uffici climatizzati eredi del salotto della contessa Clara Maffei (Cesara Buonamici nella diretta funebre: “Alla fine i salotti buoni hanno dovuto accoglierlo, com’era naturale per un personaggio così eccezionale. Chiamarlo palazzinaro… quando lui costruiva città in miniatura, case, ospedali, il verde, il prato di tulipani che ha fatto fare ad Arcore!”).
E poi: profluvio di titoli fantozziani (“Il Presidente, Cavaliere del Lavoro Dottor Ingegner Enzo Benigni”), che valgono come un inchino prestigioso; compiacenza e servilità pure a Cavaliere morto, non si sa se per abitudine, o se nella speranza di trasferire il servilismo sui famigli superstiti; stranianti giustapposizioni (David de Rothschild e Lino Banfi);
enfasi celeste. I coniugi Ambrosetti “piangono la scomparsa di S. B. che ha frequentato il Forum di Villa d’Este/Cernobbio prima come imprenditore (impareggiabile!) poi come Presidente del Consiglio. Uomo geniale e coraggioso… Di qualunque cosa si occupasse, la trasformava in oro”, per non dire che monetizzava tutto.
L’industria alimentare si firma per brand, ché è pur sempre pubblicità: “La famiglia Rovagnati partecipa profondamente commossa al compianto per la morte del grande Italiano S.B. Dio Padre faccia risplendere il suo volto su di lui e gli sia propizio”. Seguono Colussi, Esselunga S.p.A., Barilla, Saclà, Riso Gallo e la famiglia Preve, mentre alcune aziende, per non sembrare in rappresentanza del freddo quattrino, vanno sul lirico: “Come la stella cometa illuminò il cammino dei Re Magi tu hai illuminato il nostro”.
Affranti i politici beneficati, più suoi che nostri impiegati. Uno per tutti: “Eterna gratitudine a un gigante della storia. Onorevole Alessandro Cattaneo”.
Seguono i vip. “Bruno e Augusta Vespa… ricordano S. B. per le sue battaglie di libertà”, soprattutto della sua. Giorgio Armani ridefinisce ancora il concetto di eleganza: “Imprenditore di raro acume e coraggio, politico di fine intelletto, comunicatore dal fascino assoluto”.
E manco a dire che qui si sta celebrando il B. privato, ai più ignoto: essendo egli double face al naturale, quella che a noi sembrava cafoneria a loro sembrava eleganza; ciò che a noi sembrava volgare maschilismo a loro pareva fascinoso savoir-faire. Sono infatti le donne a firmare i necrologi più appassionati: “Indimenticabile”, “amava la vita” (come da elogio permissivo-edonista di Mons. Delpini), “per sempre grata, resterai nel mio cuore”.
Alfonso Signorini dice la verità: “Mancherà a tutti perché a tutti ha dato”, dove “tutti” è da intendersi quelli a libro paga.
Alcuni colgono l’occasione per dargli del tu, come usa su Facebook coi defunti, come fosse, il necrologio, un messaggio di WhatsApp (è il caso di Urbano Cairo e del dott. Zangrillo).
Un certo “Marcello” ne fa pubblicare due identici: “Mio caro Silvio è il momento del dolore e della preghiera. Piango solo e in silenzio il pianto che mi bagna il cuore e la mente. Il tuo vecchio amico”. Chissà se è quello che dal maggio 2021 percepiva dal caro estinto un vitalizio di 30mila euro al mese e la cui moglie ha avuto da lui 3 milioni mentre il coniuge era detenuto. A proposito di segreti: “Ciao Silvio Ci siamo detti tutto. Grazie. Tuo Massimo”.
Qualcuno maledice chi lo ha vessato: “Quelli che così ingiustamente ti hanno perseguitato faranno fatica a trovare un Dio che li perdoni”, dice Curzio Castelli con famiglia allargata: la morte come un quarto grado di giudizio, una super Cassazione che assolve il pregiudicato e pluri(auto)prescritto e condanna gli altri.
Sul solco dell’omelia sulla gioia di vivere berlusconiana (il cinepanettone ch’è stato il suo passaggio sulla terra), e a imperitura mostra maledizione, il più ragguardevole dei necrologi: “Non ti dimenticheremo. Negli italiani, come per osmosi, resterà sempre un pizzico di Silvio. Hai lavorato tanto, adesso divertiti!! Jolly Biliardi Milano”.

Nordio Travagliato

 

Qui casca il Nordio
di Marco Travaglio
Anzitutto tranquillizziamo i lettori: il Fatto disobbedirà alla schiforma Nordio e continuerà a pubblicare tutte le intercettazioni, le carte e i verbali giudiziari d’interesse pubblico. Anche se sono segreti, o riguardano “terzi” non indagati, o non sono passati al vaglio del giudice. Faremo obiezione di coscienza contro una legge che viola il diritto-dovere d’informazione sancito dalla Costituzione, dalla Convenzione sui diritti dell’uomo e dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che da vent’anni fa prevalere il diritto di cronaca sulla riservatezza dei potenti. Verremo denunciati e indagati e, se non troveremo un giudice coraggioso che ci prosciolga disapplicando la norma illegittima (come già avvenne con la schiforma berlusconiana sulle rogatorie), ci rivolgeremo alla Corte di Strasburgo, che condanna regolarmente gli Stati quando osano trascinare in tribunale i giornalisti per aver fatto il proprio mestiere e il proprio dovere.
A pag. 4 trovate la lista degli scandali – penalmente rilevanti o meno, ma tutti eticamente rilevantissimi – che l’opinione pubblica ignorerebbe se il bavaglio Nordio (figlio di molti tentativi abortiti di B. e della presunta “sinistra”) fosse già stato in vigore. Perché questa riforma non tutela affatto – come dice il Guardagingilli – “l’onore e la privacy” (male non fare, paura non avere). Ma danneggia tutti i cittadini onesti per tutelare i colpevoli (di reati o comunque di condotte vergognose). Ed è incredibile che a protestare ci siano i magistrati e qualche giornalista, ma non l’avvocatura associata. Perché le prime vittime della schiforma sono proprio i cittadini più deboli: cioè le possibili vittime di abusi di potere (i favoritismi puniti finora con l’abuso d’ufficio e in futuro non più, con tanti saluti al dovere costituzionale di imparzialità della Pa) e di errori giudiziari. Oggi, se un pm deviato o incapace nasconde o ignora intercettazioni che scagionano l’indagato, l’avvocato può scoprirle e divulgarle sui media per salvarlo subito. Da domani, col divieto di pubblicare atti del pm non vagliati dal giudice, la prova dell’innocenza dell’indagato non potrà più uscire se non in tribunale, dopo anni. E qui casca il Nordio dei finti “garantisti”. Si riempiono la bocca di innocenti perseguitati, ma nelle loro menti l’innocenza non è proprio contemplata: a furia di legiferare per gli amici colpevoli, escludono a priori che qualcuno possa non esserlo. Infatti ora agevolano la latitanza degli arrestandi imponendo di avvisarli cinque giorni prima (sono i colpevoli che fuggono, non gli innocenti) e vietano di pubblicare le intercettazioni dando per scontato che contengano prove di colpevolezza, non di innocenza. E, vista la gente che frequentano, c’è da capirli.

L'Amaca

 

La destra che non si conosce
DI MICHELE SERRA
Prezzolini, Soffici, Papini, La Voce, i futuristi, Longanesi.
“Da riscoprire”, dicono i capi vecchi e nuovi della destra di potere. Dev’essere un problema loro. Devono essere sfuggite, a questo comitatone di riscopritori, le decine di mostre sul futurismo e le opere di futuristi appese, da sempre, in ogni spazio espositivo italiano che si occupi del Novecento. O vogliono raccontarci che i quadri di Balla, Depero, Boccioni debbano essere sortiti dagli scantinati e ripuliti dalle ragnatele?
Devono avere biblioteche molto povere.
Soffici, Longanesi e Papini nella mia ci sono, e i libri di Prezzolini sono uno sproposito, almeno cinquanta – ma questo non è mio merito, è un lascito: mia madre era una sua accanita lettrice. La mia biblioteca “di sinistra” pullula di autori “di destra”, volendo adottare questo schemino anti-culturale già in partenza. Niente e nessuno ha mai impedito di leggerli: difatti li ho letti. Niente e nessuno ha mai impedito di conoscere Balla, Depero e Boccioni: difatti li conosco. Era il fascismo che vietava. Non la democrazia.
È dunque legittimo il sospetto che siano i “riscopritori” a non avere mai conosciuto i loro intellettuali, dal momento che ne parlano come di una salma da riesumare. Ed è un vero peccato: perché se leggessero, per esempio, il severo, impassibile, laico Prezzolini, amaramente antitaliano, o il cinico Longanesi, si accorgerebbero che la presente destra populista, e specialmente il berlusconismo con tutta la sua demagogia e le sue clientele, sono precisamente l’opposto di quell’antico pensiero conservatore.
Sarebbero indotti a prendere le distanze, se non da se stessi, dalle loro poltrone di ministro, conquistate sulla scia dei cori ultras che echeggiano perfino sul sagrato del Duomo. Prezzolini, quei cori, li avrebbe schifati.

venerdì 16 giugno 2023

Così nello Shetty World

 


Programmazione

 


In partenza



Nella foto Garcia col suo staff in partenza per Napoli per la nuova avventura sulla panchina partenopea…

Nell'indifferenza

 


Mentre s'affastellano le emozioni per l'ultimo saluto al nostro sovrano impenitente, mentre sale l'ansia per la distribuzione dell'immenso tesoro ai suoi cinque pargoli - dimenticando per riverenza il particolare che prima della discesa in campo per ogni lira posseduta dalla Fininvest ne corrispondevano cinque di debito, dissolti nei successivi trent'anni fino a portare il mallop... ops!.. il forziere a contenere quasi sei miliardi - è accaduto quasi sofficemente un inabissamento di un barcone trasportante, pare, seicento persone, tra cui sembra cento bambini. 

Cento bambini stivati nel fondo della nave, saliti a bordo probabilmente domandandosi "ma che razza di mondo di merda è questo?" cercando giochi, aria, amore. 

Niente di tutto questo: scusateci ma non abbiamo tempo! Il distacco dal nostro sovrano ci ha portato via energie, e il dover assicurare altre armi all'amico ucraino, per continuare un conflitto giusto che ammazza centinaia di persone pro die, c'impegna oltremodo, e problemini come il vostro, cari cento bambini, non è all'ordine del giorno. 

In questo Shitty World (mondo di merda) non siamo più conformati ad avere emozioni, compartecipazione, dolore, a vedere sofferenze che non ci appartengono, come i cani abbandonati in autostrada, per fare un esempio. Annegano cento bambini costretti a fuggire dalle loro case? Problemi loro, chi gli ha ordinato di mettersi in viaggio, di affrontare i pericoli della navigazione, come disse poco tempo fa l'illuminato nostro ministro dell'Interno?   

La tragedia più infausta e vergognosa nel Shitty World è appunto l'indifferenza, il camminare pensierosi a testa basse tra gli assassini del mondo, incuranti e assorti nei pensieri del quotidiano. 

Colpa dei greci, colpa di chissà chi. 

Ma cento bimbi e cinquecento adulti hanno lasciato questo Shitty World senza rimorsi, attenzione, cuori contriti e decisi a ribaltare l'andazzo generale. Da queste lande conta molto di più, ad esempio, depotenziare pene e divieti per tutti coloro impegnati a spartirsi il mallop... ops!...il Pnrr.