sabato 10 dicembre 2022

Travagliante

 

Belgio-Italia 10-0
di Marco Travaglio
La destra, Salvini in testa, ha subito rilanciato sui social la notizia dell’inchiesta belga sull’ex eurodeputato Pd (ora in Articolo Uno) Antonio Panzeri, sul suo assistente, sul sindacalista Luca Visentinie sulla vicepresidente del Parlamento Ue, indagati, perquisiti, arrestati e interrogati per “organizzazione criminale”, corruzione e riciclaggio con l’accusa di aver intascato mazzette dalla lobby dei Mondiali in Qatar. Chi non può dimostrare che i suoi non rubano si consola col fatto che rubano anche gli altri. Ma l’esultanza della destra per i guai della sinistra è un boomerang: l’indagine è la più plateale smentita alle panzane sulla giustizia diffuse da Nordio e tutto il governo. Quelli che lorsignori chiamano “scontro fra magistratura e politica”, “persecuzione giudiziaria”, “attacco delle toghe politicizzate agli avversari politici”, nel mondo normale si chiama “indagine per corruzione” (e i corrotti non possono che essere pubblici ufficiali: politici e amici loro), che comporta indagini, perquisizioni, arresti e intercettazioni. Quello che lorsignori chiamano “spionaggio per rovinare la reputazione delle persone”, nel mondo normale si chiama “intercettare e perquisire sospetti delinquenti”: infatti pm e polizia del Belgio hanno perquisito case e uffici delle persone coinvolte, indagate e non (o non ancora), requisito la refurtiva e sequestrato telefoni e pc per risalire a chiamate, messaggi e mail.
Quelle che lorsignori chiamano “lesioni delle guarentigie degli eletti dal popolo”, nel mondo normale si chiama “soggezione di tutti i cittadini alla legge”: infatti a Bruxelles hanno arrestato un ex eurodeputato e la vicepresidente in carica del Parlamento Ue, Eva Kaili, come cittadini normali. Quella che lorsignori chiamano “gogna mediatica”, “violazione del segreto istruttorio”, “circo mediatico-giudiziario”, “lesione della privacy e della presunzione di innocenza”, nel mondo normale si chiama “informazione”: i pm hanno diffuso un comunicato sul blitz, incluso il ritrovamento di 500 mila euro in contanti a casa di Panzeri; i giornalisti hanno dato la notizia; e nessuno di loro rischierà ispezioni o indagini per quel che ha detto o scritto. Quella che lorsignori chiamano “libertà di contanti” contro l’“illiberale obbligo del Pos” e la “cultura giustizialista” nel mondo normale si chiama “sospetto di corruzione, evasione e riciclaggio”: se un politico tiene in casa mezzo milione cash, è lui che deve giustificarne la provenienza. Perché lo stipendio i politici non lo ricevono in contanti, le mazzette sì. E più alto è il limite ai pagamenti cash, più è facile per il corrotto spenderle o immetterle nel circuito legale senza destare sospetti. Meloni, Salvini, Nordio, Sisto&C. lo capiscono da soli, o serve un disegnino?

venerdì 9 dicembre 2022

Standing ovation!

 



90 minuti di applausi, torcida inclusa!

I cretini

 



Osho

 


Ragogna

 



Alla grande!

 



Daniela e le colpe di Conte

 

Le minacce alla Meloni? È tutta colpa di Conte
DI DANIELA RANIERI
È stato identificato il responsabile delle minacce di morte a Giorgia Meloni e alla sua figlioletta: è Giuseppe Conte. Cioè, l’esecutore materiale è un utente dei social, ma il mandante è chiaramente il capo dei 5Stelle. Lo dice compatta la maggioranza di governo: c’è un “clima d’odio” alimentato da Conte per “lucrare facili consensi” e “condizionare l’azione di questo governo con la violenza” (Piantedosi, Fazzolari e Tajani in copia carbone), ma una vibrante condanna del reo si leva tanto dalla stampa governativa (Libero: “Questo Conte è pericoloso”, Il Giornale: “Odio di cittadinanza”) che da quella mainstream. Su entrambe va molto la metafora pirica: Conte “appicca incendi qua e là” (Giornale), “soffia sul fuoco della rivolta” (Libero), e in quanto piromane “chi si occuperà” di lui, “e non intendo quali magistrati bensì quale psichiatra? Ha mollato la pochette e ha imbracciato il mitra” (Sallusti). Repubblica lo inchioda alla sbarra: Conte va “dove si accende la protesta”, per esempio a Scampia (invece che al Rotary, a cercare di capire come migliorare le condizioni dei miliardari), ergo fa “divampare gli incendi”, getta “benzina” sul fuoco, cioè scatena la rivolta sociale, la quale rivolta sociale consiste al momento in qualche riga di testo digitata da uno squilibrato a 860 chilometri di distanza da Palazzo Chigi (va da sé che quando Meloni dava a Conte del “criminale” per le misure anti-Covid, non fomentava affatto complottisti e novax, gente peraltro notoriamente equilibrata).
Il vile attentato alla sicurezza di Meloni tiene banco sui media, dove dal 2019 veniamo avvisati che i percettori di Rdc, oltre che ladri e parassiti, sono delle pericolose micce che aspettano solo il “la” di Conte per prendere fuoco. Adesso è successo il fattaccio (a vantaggio della trama, il violento digitatore è un 27enne di Siracusa; fosse stato un disoccupato di Bergamo o un muratore di Brescia, sarebbe stato un bel casino), il che dà agio a Libero di fare una crasi dadaista: “Il giovane fannullone minaccia di morte Meloni e sua figlia”. Attenzione alla catena di eventi: Meloni taglia il Rdc a 830 mila cittadini poveri (con relative famiglie) per il motivo che non sono affatto disoccupati o pagati poco, ma “occupabili”; si tratta di persone che dalla fine del 2023 non avranno da mangiare, da vestirsi e da curarsi, e che in questi anni si sono prese gli insulti della Meloni stessa, che gli dava dei dipendenti da metadone, di tutto l’arco parlamentare (Renzi li chiamava percettori di “Reddito di criminalità”, Salvini gli dava degli immorali), di Confindustria (“Sussidistan”) e dei giornali (“Divano di cittadinanza”), molto empatici invece coi datori di lavoro schiavisti. Un giorno uno di questi cittadini (affetto da problemi psichici, quindi peraltro difficilmente occupabile) scrive commenti violenti all’indirizzo di Meloni, da cui, ipso facto, non solo la conferma che tagliare il Rdc è sacrosanto, ma anche che l’opposizione è responsabile di qualunque atto disperato dovesse esser perpetrato da chi teme di morire di fame.
Sono gli stessi giornali che dopo le elezioni hanno alluso a un patto illecito tra il M5S, che ha varato la misura di contrasto alla povertà, e i poveri stessi, sposando la cretinissima idea (renziana) del Reddito come “voto di scambio” (un reato di tipo mafioso punibile con la reclusione da 10 a 15 anni), basata sull’evidenza che al Sud, dov’è maggiore la percentuale di disoccupati per una lunga serie di motivi storici, il M5S ha preso molti voti.
Per i media padronali la sicurezza nazionale non è minacciata da misure inique, ma da chi denuncia quelle misure (giorni fa un manifestante al corteo per il Superbonus aveva detto che non si strapperà i capelli se lo scontento dovesse tradursi in violenza ai danni di Crosetto, e Crosetto aveva dato la colpa a Conte) e sta passando l’idea che l’opposizione a questo governo debba essere fatta coi guanti, perché la gente misera, sfinita e sfruttata è muta e nessuno deve darle voce; dove ogni arbitrio è legale, come dice Silone, solo la protesta dei cafoni è illegale. Da ciò discende che Conte, invece di “titillare le peggiori intenzioni degli italiani e farle crescere negli incubatori digitali” (Il Giornale), deve perlustrare il web in cerca di commenti negativi o minacciosi rivolti al governo e, dopo attenta analisi del contenuto, astenersi dal portare avanti battaglie che possano anche lontanamente avvicinarsi a quei contenuti, per non fomentarli.
Per ogni spostato che minaccia un componente del governo, si sospende ogni critica fino alla fine della legislatura. Non disturbare chi vuole lavorare, ha detto la “premier”. Del resto, si sa che un governo cade solo se chi lo guida mette le mani nelle tasche dei ricchi, o limita le aberrazioni grazie alle quali i potenti sono tali, o non permette più a costoro di delinquere. Finché non lo fa, può dormire sonni tranquilli.