martedì 15 novembre 2022

Tutto è permesso


 

Siamo avanzati tecnologicamente, pure in forma pacchianamente abnorme, ma sembra che il medioevo - con tutto il rispetto per il medioevo che è stato anche un momento magico della storia - con le sue credenze, le credulonerie, non ci abbia mai abbandonato, visto che ancora oggi girano stronzi come questo Fried, che s'autoalimentano dalla madre di tutte le pacchianate, che cioè sia spudoratamente semplice arricchirsi con ninnoli e specchietti per allodole, ora dignitosamente chiamate criptovalute, che alzarsi la mattina per sudare il pane sia un ambito e una specialità dei coglioni, che bastino due tasti ben premuti per farsi un attico da oltre mille metri quadri con piscina incorporata, come ha fatto lo stronzo in questione.

I tanto reietti maghi e le fattucchiere in fondo in fondo facevano pure ridere; il mondo occulto di questa becera finanza invece ci trasmette solo la consapevolezza che se una civiltà aliena decidesse di invaderci, le occorrerebbero solo dei palloncini e un libro di fregnacce extragalattiche per abbindolarci. Nel dubbio si leggano le vicende di questo maghetto stronzo.

Già!

 

Il Papa anticapitalista e pacifista non piace più
DI DANIELA RANIERI
Ci viene il sospetto che il Papa non stia più tanto simpatico alla stampa padronale. Altrimenti non si spiega perché i suoi discorsi, le sue conferenze stampa dall’aereo, i suoi Angelus siano spariti da tutte le prime pagine per finire nei colonnini accanto ai problemi della ginnastica ritmica e all’ultimo best-seller di una influencer.
Si sa che il Papa è inviso alla destra salviniana di marca trumpiana, quella beghina dei rosari e del Sacro Cuore di Maria a cui consacrare le peggiori azioni nei confronti del prossimo, nel caso non sia maschio bianco caucasico, per il principale motivo che Bergoglio predica i valori del Vangelo anziché quelli dei teoconservatori americani. Anche la destra meloniana, quella di “Dio Patria e Famiglia”, non può apprezzare un Papa che predica l’accoglienza, avendo come principale preoccupazione la difesa della “tradizione” e dell’“identità” contro “l’islamizzazione dell’Europa”. Basta leggere le cosiddette “Tesi di Trieste”, il manifesto ideologico di Fratelli d’Italia: qui un tessuto di destra purissima è impunturato con citazioni dal Vangelo (“Ama il prossimo tuo come te stesso”) per giustificare il principio “prima gli italiani”; “l’immigrazione non è un diritto, e la cittadinanza lo è ancora di meno”; il profugo “è un clandestino fino a prova contraria” e deve essere detenuto in un Cie e rimpatriato o meglio trattenuto a casa sua (come peraltro prevede la dottrina Minniti).
Ora ai conservatori complottisti che vedono il Papa come un alleato della “teoria gender”, dell’omosessualità e del meticciato, cioè in definitiva di Satana, si aggiungono nuovi nemici silenziosi che – privi di apparato ideologico sovranista e anticonciliare – si limitano a ignorare quello che dice. Per quel centrosinistra che persegue da decenni le politiche neoliberiste che hanno ridotto sul lastrico milioni di persone (5,6 in povertà assoluta), che ha adottato la politica dei respingimenti facendo accordi con la Libia e che ha sposato appieno la linea bellicista Nato-Usa, Bergoglio è una spina nel fianco.
Domenica, pranzando con senzatetto, migranti, poveri adulti e bambini assistiti da Caritas, Comunità di Sant’Egidio e Acli, il Papa ha fatto un identikit inequivocabile: “Non dobbiamo lasciarci ingannare. Non facciamoci incantare dalle sirene del populismo, che strumentalizza i bisogni del popolo proponendo soluzioni troppo facili e sbrigative. Non seguiamo i falsi messia che proclamano ricette utili solo ad accrescere la ricchezza di pochi”. Con la parola “ingannare” il Papa intende che c’è qualcuno che compie una torsione semantica per farci credere che la realtà sia diversa da quella che è. Ce l’ha con la parte politica che ha affermato la tesi per cui il soggetto sociale pericoloso per chi sta appena meglio è il reietto, non il detentore di privilegi. Questa parte politica non è solo la destra: il povero non è solo il migrante, ma anche il percettore di Reddito di cittadinanza, divenuto ormai il nemico pubblico numero uno per tutti i partiti tranne il M5S. Chi “persegue la ricchezza dei pochi” non è solo il partito (trasversale) della flat tax, ma anche chi ha smantellato i diritti dei lavoratori per favorire imprese e padronati. Anche la parola “populista”, usata dal Papa, non deve fuorviare. Non sta dicendo che l’establishment mondialista e neoliberista sia meglio (la riprova: per i nostri liberali, alcuni dei quali editorialisti del Corriere, del Foglio etc., è il Papa argentino a essere un pericoloso “populista”, se non proprio un peronista anti-occidentale): sta dicendo che il populismo è un prodotto di quelle politiche. Il Papa dice che il traffico di esseri umani e di armi vanno sempre di pari passo. Gli aguzzini libici che tengono la gente nei lager in cambio della moneta sonante dei nostri governanti “democratici” sono spesso gli stessi che smerciano armi. Per ciò ha smesso di essere simpatico anche ai lib-dem atlantisti, che dal 24 febbraio parlano solo il linguaggio dei tank e tifano per la marcia su Mosca. Quando disse: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si è compromesso a spendere il 2% del Pil per l’acquisto di armi, pazzi!”, il Papa ce l’aveva col governo Draghi e con chi aveva votato quella risoluzione. Quando disse che le guerre vengono fatte anche per “provare le armi”, diede un bel calcio sui denti agli esaltati difensori della democrazia e “dei nostri valori” per mezzo dei blindati Iveco (e non solo politici, ma anche editori e direttori di giornali). La sua frase “fabbricare armi è un commercio assassino” non dovrebbe toccare solo la coscienza del ministro della Difesa che fino a pochi giorni fa commerciava in armi, ma anche tutti quelli che tifano per l’escalation fino alle soglie della guerra nucleare. Nessuna sorpresa, quindi, se questo Papa anticapitalista, ecologista, anticlericalista, popolare e pacifista finisca nel colonnino delle curiosità.

I nodi al pettine

 

I nuovi putiniani
di Marco Travaglio
Forse sono rondini che non fanno primavera, ma segnalano che qualcosa si muove. Mentre le truppe ucraine rientrano a Kherson abbandonata da 30 mila russi, il capo di Stato Maggiore Usa Mark Milley dichiara che è ora di “afferrare l’opportunità per possibili soluzioni diplomatiche”. Biden, colto in contropiede, precisa di non aver mai concesso “assegni in bianco all’Ucraina”. Fa filtrare di aver chiesto a Zelensky di abbassare le penne anzitutto sulla Crimea, con “richieste e priorità realistiche per negoziare con la Russia”. E inizia a parlare seriamente di Ucraina con Xi Jinping. Il capo della Cia Burns incontra gli omologhi russi ad Ankara. Il capo della Nato Stoltenberg invita a “non sottovalutare la Russia” e prevede “mesi difficili per l’Ucraina”: il Generale Inverno che aiuterà i russi a riorganizzarsi per scatenare controffensive o mantenere lo stallo che ancora le avvantaggia. Già: le cose sono più complicate e pericolose di come le fa la nostra stampuccia che scambia la guerra per il derby e il ritorno a Kherson per la disfatta definitiva di Mosca. Dopo 260 giorni di combattimenti e almeno 250 mila morti fra ucraini e russi, Putin è al suo posto, la Russia non è collassata per le sanzioni (che rischiano di far collassare noi), il mastodontico invio di armi all’Ucraina – sempre più misera, ma assurta a seconda potenza militare del continente – e la sua controffensiva hanno appena scalfito il controllo russo sulle quattro regioni occupate e annesse, le opinioni pubbliche europee sono sempre più sfibrate e ostili ai sacrifici economici, militari ed energetici, mentre Biden è riuscito a pareggiare il voto di Midterm solo discostandosi dal bellicismo forsennato degli inizi.
Ma, ora che ne parlano apertamente gli americani, la parola “negoziato” trova finalmente cittadinanza anche nel nostro manicomio domestico, dove fino a ieri era sinonimo di putinismo e di resa. Noi del Fatto, anti-putiniani da sempre (dal 1999, non dal 24 febbraio ’22), ci siamo presi volentieri la taccia di “putiniani”, finendo in tutte le liste di proscrizione degli interventisti da divano, pur di dare un contributo all’informazione e alla Costituzione. Come sempre, non dovremo pentirci né vergognarci di nulla, quando finalmente il negoziato partirà. Aspettiamo invece i foreign fighter all’amatriciana che marciano da otto mesi e mezzo sui loro sofà bombardando chi osa parlare di negoziati e organizzando cortei per la guerra. Speriamo di trovarne almeno uno coerente che, quando ucraini, russi e americani si siederanno al tavolo, non scatti sull’attenti. Ma insegni a Zelensky “la distinzione fra aggressore e aggredito” e aggiorni la lista dei putiniani e dei “pacifinti” infilandoci pure Biden.

L'Amaca

 

Il gruppo Wagner di ottant’anni fa
DI MICHELE SERRA
Non tutto il male viene per nuocere. Per merito della t-shirt di Enrico Montesano abbiamo potuto ripassare un po’ di storia della Decima Mas e del suo capo, Junio Valerio Borghese.
Una specie di prova del nove della sostanziale impunità concessa ai fascisti dopo la fine della guerra. Non solo prefetti, funzionari pubblici, semplici impiegati del regime rimasero al loro posto. Anche fanatici miliziani, responsabili di crimini di guerra, poterono tornare a casa indisturbati.
Junio Valerio Borghese, capo di quel “corpo speciale” molto attivo soprattutto negli anni di Salò (una specie di Gruppo Wagner di quel sanguinoso biennio), responsabile di rastrellamenti, torture, esecuzioni sommarie al fianco dei tedeschi, venne arrestato dai partigiani ma fu messo sotto protezione dai servizi americani, preveggenti in chiave di lotta al “pericolo rosso”. Condannato a dodici anni ne ebbe condonati nove e poté tornare alla sua attività di “principe nero”, iscrivendosi al Msi.
Nel ’53 reclutò volontari per una “marcia su Trieste”, ancora retta dagli alleati.
Giudicando troppo debole il Msi, fondò il Fronte Nazionale e nel 1970 progettò il golpe che ancora porta il suo nome, rientrato in extremis su probabile suggerimento della Cia. Rifugiato nella Spagna franchista, sodale del capo dell’eversione nera (quella del tritolo e delle stragi) Stefano Delle Chiaie, Borghese fu l’incarnazione della continuità imperterrita sulla scena politica italiana del fascismo mussoliniano ben oltre la sua caduta.
Quando si dice che l’Italia non ha avuto la sua Norimberga, e non ha mai fatto i conti con il fascismo, si dice esattamente questo. E si capiscono, del presente, parecchie cose, magliette comprese.

lunedì 14 novembre 2022

Condominio vacanziero

 


Da che pulpito



È fantastica questa polemica, simile a quella che inorridisse due habitué di cinema porno davanti ad un bacio tra fidanzatini. Le educande partitiche infatti, supportate dai giornaloni che stanno alla lealtà informativa come Durigon al rispetto ai martiri assassinati dalla mafia, da sempre inorridite dal comportamento “scellerato” del M5S, dopo aver compiuto ogni sforzo per ridicolizzare la “persona per bene”, inficiandone ogni dichiarazione, ogni scelta, ogni pensiero, per quella idiosincrasia tipica di chi della politica ne ha fatto un mestiere altamente remunerato alla facciaccia nostra, dopo aver anestetizzato l’eclatante decisione di mettere a riposo coloro che erano giunti al compimento del secondo mandato, fatto questo inaudito che pare abbia provocato foruncolosi varie, alcune anche serie, nei vari Casini, Cazzaro, Bimbominkia, BellEtruriana, CaciottaraPremier, Grissino, FascistoneSenatoriale, GasparriBastalaparola etc. etc., eccoli oggi risorgere ed uscire dai rispettivi sepolcri imbiancati per azzannare la notiziona che Crimi e Taverna verranno pagati con con i fondi a loro spettanti, mentre nel contempo lasceranno a casa parecchi dipendenti. Che vergogna assistere a queste prese di posizione da parte di chi dal paleozoico gestisce persone come pacchi postali, usandone e posizionandoli nelle pieghe dell’amministrazione pubblica per alleviarsi le spese gestionali. Perché sia chiaro che questa scelta potrebbe essere scellerata. Ma da che pulpito arrivi lo sconcerto, beh questo rimarrà per decenni come la conferma che questi eterni approfittatori di agi erano, sono e saranno sempre capaci di tutto pur di non affondare. Anche di celebrare un assassino arabo.

Buono a sapersi

 

Quei 1.600 piduisti rimasti ancora oggi senza un nome
NELLA LISTA MILITARI, POLITICI E IL FIDO ALLIATA - Dagli elenchi sequestrati a Castiglion Fibocchi da Colombo e Turone mancano tanti nominativi. Biden potrebbe aiutare a far luce su questo mistero

DI PIERA AMENDOLA

Gli iscritti alla loggia massonica P2 gestita dal burattinaio Licio Gelli non erano, non sono, 962. L’elenco sequestrato dai giudici Colombo e Turone negli uffici della fabbrica Giovane Lebole di Castiglion Fibocchi era incompleto. E si sapeva da tempo. La vera novità consiste nel fatto che oggi, attraverso l’attenta rilettura di documenti e rapporti, è possibile stabilire che esiste un secondo elenco di iscritti alla P2, di 1599 nominativi, tutti piduisti che per un certo periodo sono stati, per così dire, in servizio attivo, e hanno continuato negli anni ad essere a disposizione del maestro venerabile o di chi, nella scala gerarchica, ha avuto o ha, ancora, un ruolo di comando superiore a quello che ebbe, prima di morire, Gelli. La storia di un secondo elenco di iscritti alla P2 rimasti segreti sembrava un chiacchiericcio tra addetti ai lavori. Ma l’esistenza di questo elenco è stata ampiamente provata nel corso di una delle ultime udienze della Corte di assise di Bologna, presieduta dal dottor Francesco Caruso, impegnata nel processo a mandanti ed esecutori dell’atroce strage compiuta il 2 agosto del 1980.

Stabilire se i cosiddetti piduisti siano stati 962 – secondo l’elenco sequestrato dai magistrati milanesi – o 2.500 non serve solo a soddisfare la curiosità di qualcuno: getta un fascio di luce nuova su tutta l’organizzazione. I motivi sono molti. Non si può certo escludere che un nucleo attivo possa tuttora agire con finalità sconosciute, ma illegali. Tra i membri della vera P2 può essere nata una fabbrica di ricatti e di veleni, in grado di intorbidire la Repubblica.

Il primo a parlare di un secondo elenco era stato, a sorpresa, il maestro venerabile in persona. Ne aveva parlato, con il suo tipico linguaggio ironico e allusivo. In effetti il primo numero di tessera attribuito ai piduisti conosciuti è il 1.600 e anni prima, in un’intervista rilasciata a L’Espresso il 10 luglio del 1976, Gelli aveva dichiarato che gli affiliati alla sua loggia erano 2.400, un numero che grosso modo corrisponde alla somma tra il primo e il secondo elenco, quello mai ritrovato (962 più 1.600). Diversi anni dopo, nel corso della sua audizione alla Commissione P2, il generale Ennio Battelli, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, fa mettere a verbale di avere appreso dal Gran Segretario Spartaco Mennini che i nomi di 1.600 piduisti si trovano in cassette di sicurezza in Svizzera. Altra dichiarazione il generale Battelli rilascia in quello stesso anno ai magistrati milanesi, sostenendo di avere appreso direttamente da Gelli che gli affiliati alla P2 erano circa 2.600, saliti poi a circa 3.000. Anche il professore Giuliano Di Bernardo, Gran Maestro dal 1990 al 1993, ha dichiarato al magistrato (e recentemente confermato nel suo libro La mia vita in massoneria) di questi 3.000 iscritti, che Gelli, attraverso l’amico fiorentino Marco Urbini, gli chiese di far rientrare nel Grande Oriente. Gelli offriva in cambio al Gran Maestro elenchi e fascicoli di tutti gli iscritti. Completi. Di Bernardo non accettò.

Si potrebbero citare ancora molti documenti, atti, testimonianze, semplicemente sfogliando la relazione Anselmi e i volumi di documenti pubblicati. Ad esempio, i casi del criminologo Aldo Semerari o del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Enrico Mino, sicuramente affiliati alla P2, i cui nomi non furono trovati a Castiglion Fibocchi. O le dichiarazioni del dignitario massonico Vincenzo Valenza, “assistente” di Gelli presso l’Hotel Excelsior, che con stupore non ha ritrovato negli elenchi i nomi di affiliati alla loggia da lui personalmente conosciuti; o la lettera che Gelli invia al Gran Maestro Battelli il 29 marzo del 1979, nella quale indica i nomi di otto componenti del Supremo Consiglio del Rito entrati nella sua loggia, i cui nominativi non devono però risultare in nessun elenco. O le dichiarazioni rese ai giudici palermitani Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato da Lia Bronzi Donati, aderente alla Loggia di Montecarlo: “Ricordo che Giunchiglia, una sera, mi telefonò spaventato e mi disse che aveva letto i nomi degli iscritti negli elenchi della P2 non ritrovati dalla magistratura, e che era impressionato dal numero e dall’importanza degli iscritti, che neppure immaginava […] se avesse fatto i nomi di tutti gli iscritti alla P2, poteva venirsi a creare in Italia un grave vuoto di potere”.

E così ancora, attingendo alle dichiarazioni dello stesso maestro venerabile, che nel corso di una intervista rilasciata nel 2011 (andata parzialmente in onda su La7 nel dicembre del 2015) lascia intendere che anche l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi dal 1984 al 1991, a suo dire nominato ai vertici del Servizio dalla P2, ne faceva parte. La Commissione parlamentare di inchiesta ha esaminato a lungo tutto il materiale legato agli iscritti veri o presunti alla P2, concludendo che gli elenchi trovati sono al tempo stesso attendibili e incompleti.

La Commissione si è trovata di fronte a un gravissimo attentato alla sua attività, compiuto con il mancato arrivo in Italia dell’archivio che Licio Gelli custodiva in Uruguay, archivio del quale si impossessò la Cia. La presidente Anselmi, mi risulta personalmente, aveva ottenuto l’intervento del presidente della Repubblica Sandro Pertini, il quale, attraverso le vie diplomatiche, cercò di recuperare l’archivio. E curioso che la piccola parte di archivio che arrivò dall’Uruguay non contenesse elementi utili per chiarire definitivamente la natura della P2 e la sua consistenza numerica. Negli ultimi tempi qualche spiraglio sembra essersi aperto negli Stati Uniti, dove il presidente Biden ha disposto di rendere pubblici tutti gli atti compiuti in Italia all’epoca della cosiddetta strategia della tensione. Potrebbe esserci qualche sorpresa.

In ogni caso, la lettura incrociata dei documenti in possesso della Commissione Anselmi e delle acquisizioni successive conferma la nostra affermazione iniziale: i cosiddetti piduisti erano molti di più di quelli scoperti da Colombo e Turone il 17 marzo del 1981. Alcuni, se vivi, sono persone ormai anziane, ma altri potrebbero essere nel pieno delle forze.

Molti indizi convergono sul ruolo del principe Alliata che appare un personaggio troppo “pesante” per essere ridotto alla funzione di “gentiluomo” di Gelli. Alliata è davvero un gentiluomo di casa reale, naturalmente dei Savoia. Soprattutto, dimostra un’astuzia non comune e una rete di relazioni personali di primissimo ordine. Ha ideato l’Accademia del Mediterraneo e ne ha nominato presidente Vittorio Emanuele Orlando, il leader liberale che ha guidato l’Italia nel corso della “grande guerra”. Ma è soprattutto la capacità di essere informato che fa immaginare per Alliata un ruolo ben più importante di quello che gli americani hanno riservato a Gelli.

Mi hanno colpito le parole pronunciate dal dottor Scarpinato, quando era procuratore generale di Palermo, davanti alla Commissione antimafia, l’8 marzo del 2017. La Commissione, presieduta da Rosy Bindi, stava indagando, come ho già ricordato, sui rapporti tra mafie e massonerie.

“Credo che per capire quello che sta accadendo oggi, bisogna conoscere quello che è accaduto in passato, le chiavi di lettura stanno nel passato”.