Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 21 settembre 2022
In simbiosi col Professore!
Perché voterò i 5 stelle (nonostante gli errori)
DI TOMASO MONTANARI
Arrivati alla resa dei conti, chi ha costruito un’egemonia culturale tutta spostata a destra – un Pd ridotto a guardia pretoriana di Draghi, e cioè dello stato delle cose – presenta se stesso come l’unico possibile rimedio. Lo fa puntando tutto sulla paura dei “fascisti”. Paura fondata: non tanto per il governo (lì abbiamo già visto quasi tutto il possibile: e forse questo ulteriore sprofondamento provocherà qualche reazione), quanto per il concreto rischio di uno stravolgimento della Costituzione senza l’appello del referendum popolare. A non esser fondata, al contrario, è la pretesa del Pd di essere argine credibile. Non lo è per ragioni strutturali profonde (il Pd ha una forte componente presidenzialista; ha più volte tentato di stravolgere la Carta che ora vorrebbe difendere; sembra prontissimo ad accordarsi con la destra attraverso il ponte naturale degli egolatri Renzi e Calenda…), ma anche per una banale evidenza: se davvero Letta avesse visto nella estrema destra una minaccia eversiva, non avrebbe rinunciato all’unica possibilità di batterla – l’alleanza con il Movimento 5 Stelle.
Guardo con interesse e simpatia a molte serissime persone e a molte giuste idee proposte dalla neonata Unione Popolare, appoggiata da Jean-Luc Mélenchon e Pablo Iglesias. Ma il rischio reale che corre la Carta, e l’urgenza di colpire più duramente possibile il fronte unico della guerra e dell’Agenda Draghi mi induce a preferire questa volta il voto per il Movimento 5 Stelle. È una decisione sofferta, che nasce anche da una disincantata consapevolezza del divorzio tra la politica e le elezioni. Sappiamo da tempo che una sinistra vera, quella che in Italia oggi esiste nelle pratiche di lotta dal basso e di solidarietà, non costruisce una rappresentanza politica nell’imminenza di una scadenza elettorale: ci vuole un processo più lungo, largo e profondo.
Le elezioni politiche sono oggi un’altra cosa: un gioco disonesto e truccato, al quale è comprensibile che molti si sottraggano. Ma se si decide di giocare, è legittimo provare a farlo secondo la logica della situazione. E non c’è alcun dubbio che il voto ritenuto più pericoloso, e dunque più avversato, dal partito del pensiero unico italiano e atlantico sia quello per il Movimento. Per questo Letta ha rotto l’unica alleanza efficace: mentre la Meloni, con Draghi “lord protettore”, è già stata benedetta dalla Casa Bianca, il Giuseppe Conte che si oppone al riarmo, frena sulla guerra oggi con Russia e domani con la Cina, e dichiara di non prendere ordini da Washington, è ora il vero intoccabile.
Non mancano remore: non solo legate all’essenza stessa di un movimento che si è dichiarato fin dall’inizio né di destra né di sinistra, ma anche all’incoerenza verso i suoi stessi ideali fondativi (dal Tav alle trivelle…), fino all’imperdonabile ingresso nel governo Draghi. È poi difficile dimenticare i mostruosi Decreti sicurezza del governo Conte-Salvini. Bisogna, tuttavia, riconoscere che Conte li ha più volte definiti un errore – e d’altra parte il Pd (che, con Minniti, ha una parte cospicua nella loro genealogia) non ha mai mosso un dito per ritirarli, e anzi li applica volentieri con i suoi sindaci. Isaia Sales ha notato su queste pagine che “un uomo senza storia come Conte ha portato avanti un modello semi-laburista e ci sta riuscendo”. Anche se penso che la strada in questa direzione sia ancora molto lunga e tutt’altro che sicura, è vero che i nove punti presentati invano da Conte a Draghi appaiono in piena sintonia con la Cgil di Landini.
Sarò condizionato dalla mia visione cattolica, ma sono portato a dar peso alle ultimissime vicende e scelte del Movimento guidato da Conte, sperando che siano l’inizio di una sincera conversione: l’uscita dell’ala “poltronista” di Di Maio, la progressiva dialettica e quindi la rottura con il governo Draghi su temi cruciali come la guerra e la politica sociale, la critica all’atlantismo incondizionato. E dunque – pur consapevole del rischio – nel gioco sporco di queste elezioni mi pare sensato non tanto dare spazio al mio personale giudizio, pieno di riserve e dubbi, quanto prendere atto del giudizio del sistema. Non posso dimenticare il vero e proprio odio contro i poveri che l’establishment italiano ha esibito scagliandosi contro il Reddito di cittadinanza (che, per quanto imperfetto e insufficiente, è la più importante “cosa” di sinistra fatta in Italia negli ultimi decenni). È quest’odio, ai miei occhi, il più esplicito e oggettivo riconoscimento della funzione anti-sistema del Movimento 5 Stelle: nonostante tutto. Ed è per questo che, nonostante tutto, il Movimento avrà il mio voto.
Povero Calendaretto!
Carletto er Magnete
di Marco Travaglio
Non sappiamo se il nervosismo di alcuni leader (Meloni) o sedicenti tali (Calenda e Renzi) dipenda dagli ultimi sondaggi. Anzi, lo sappiamo ma non possiamo dirlo. In ogni caso è divertente indovinare i sondaggi dalle facce dei politici. Meloni dà rispostacce e, scalmanandosi, le casca la maschera di euroatlantista affidabile per restituirci il suo volto più vero e verace dell’erinni anti-tutti che l’ha spinta fin lassù. Forse, seppur sempre strafavorita, è rimasta senza fiato né argomenti, avendo consumato i pochi che aveva: le sarebbe convenuto votare due settimane fa. Per sua fortuna c’è sempre qualche genio, come il duo Damilano-Lévy, che lavora per lei.
Anche Letta Occhi di Tigre gira a vuoto, avendo visto sfracellarsi tutti i suoi astuti calcoli contro la realtà: l’Agenda Draghi, popolarissima in America (e ci mancherebbe), meno in Italia; il voto utile, cioè inutile visto il distacco di 20 punti dalle destre; Calenda “magnete che attira voti dalle destre” (li attira, se li attira, dal centrosinistra: le destre se li scambiano l’una con l’altra, ma invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia); e i 5Stelle morti e sepolti, anche per mano della calamita-bis Di Maio, che invece funge da sfollagente (col decisivo apporto di Tabacci) e rischia di non votarsi neppure da solo.
Conte è in rimonta, ma partiva da così in basso che gli sarebbe convenuto votare due settimane dopo, per fare il pieno di ex 5S ed ex Pd, superare Letta e fare strike nei collegi al Sud. Dopo il 25 arriveranno le bollette-monstre e chi parlerà di Agenda Draghi rischierà i forconi: il che spiega perché Mattarella ci fa votare il 25.
L’unico che non sembra toccato dalla data delle urne è Calenda, talmente scollegato dalla realtà da risultare sempre uguale a se stesso (eccetto sulla bilancia). Già l’alleanza con Renzi, che ha dato vita alla nuova coppia comica Ollio e Ollio, la dice lunga sul fiuto da rabdomante con cui lo statista dei Parioli coglie l’umore popolare. Ma il meglio sono le sue sboronate social, tipiche dell’aspirante leader dei “moderati” e di “Italia sul serio”. Tipo “Io non avrei preso i jet privati in campagna elettorale”, forse ignaro che l’unico a farlo è Renzi. Il quale, siccome Conte lo sfidava a parlare di Rdc al Sud senza scorta, s’è messo a strillare alle “minacce fisiche” e al “linguaggio mafioso”. Ed è un miracolo che non si sia presentato con la scorta di Bin Salman, già efficacissima nel segare a pezzi i giornalisti dissidenti. Allora Calenda, a nome dei moderati, ha dato il suo indirizzo a Maurizio Acerbo (segretario di Rifondazione) per fare a botte per strada. Poi, per moderare vieppiù i toni in vista del “13% al terzo polo” (che poi è il sesto), ha twittato che l’Italia si “merita un meteorite”. E pare che, eccezionalmente, non parlasse di sé.
Un'Amaca stordente
L’aggressività dei deboli
DI MICHELE SERRA
L’idea che il politically correct e la cancel culture stiano ispirando nuove forme di censura è tutt’altro che campata in aria. Il recente ostracismo nei confronti di Philip Roth e Woody Allen sulla base del loro comportamento sessuale non depone a favore del moralismo radical — progressista.
Nel frattempo, una ricerca-denuncia di Pen America, associazione nata a tutela della libertà di espressione letteraria, rimette in ordine la mappa dell’intolleranza americana e ci ricorda che l’egemonia, in questo campo, rimane saldamente in mano alla destra.
Negli Stati conservatori (capofila il Texas) è in vertiginoso aumento la lista dei libri messi all’indice nelle scuole.
Murakami, Coelho, Orwell, Salinger, Vonnegut, Tim Morrison, Harper Lee (Il buio oltre la siepe), Spiegelman (Maus)alcuni tra gli autori considerati inopportuni, e come tali indesiderabili.
Leggendo l’elenco degli autori e dei titoli (in tutto 1648: mai visto un gregge di pecore nere così numeroso), è difficile stabilire quale sia la logica discriminatoria; se non un generico principio perbenista che porta a diffidare degli argomenti razziali, di quelli sessuali, di quelli considerati disturbanti o “antipatriottici”. Insomma, leggere non deve turbare le giovani coscienze degli studenti americani, che devono crescere da patrioti, con pochi dubbi e molte certezze, comprese le certezze religiose. Le quali, per mostrarsi spaventate da Paulo Coelho, devono essere ben mediocri e ben fragili. E proprio per questo più aggressive. Più una comunità è salda e forte, più è tollerante. Non è il caso del Texas.
martedì 20 settembre 2022
Ueeeeeh!
Giorgia e Renzi corrono a piangere dalla maestra
AIUTO - Quando non trionfano, procurano (finti) allarmi
DI DANIELA RANIERI
Giorgia Meloni e Matteo Renzi, coetanei, hanno in comune un certo risibile languorino di autoritarismo, quello per cui lui si è già offerto di aiutarla a deturpare la Costituzione, accodandosi alla schiacciante maggioranza parlamentare che presumibilmente permetterà a lei di fare senza referendum quello che a lui non riuscì, perché 20 milioni di persone gli sbarrarono la strada (su ordine di Putin, certo). Ulteriore conferma dai recenti sviluppi. Meloni, interrotta in ben sei occasioni durante i suoi comizi da qualche decina di persone coi cartelli recanti scritte violente ed eversive come “Prontə ad approvare il Ddl Zan e a legalizzare la cannabis”, alza il telefono e ordina al ministro dell’Interno Lamorgese di impedire ai contestatori di andare alle sue manifestazioni. A quanto pare “non consente”, “non permette” che si protesti democraticamente alle sue adunate (poi s’offende se la chiamano la Ducia), perché, dice, potrebbe scapparci il morto, e questa è “strategia della tensione”, nientemeno. Ma è lei, allora, che aizza i suoi elettori a menare contestatori pacifici?
Lamorgese aveva appena attaccato il telefono con un altro procuratore di allarme, Renzi, il quale s’era messo in testa che la frase di Conte “Renzi venga al Sud senza scorta a discutere di Reddito di cittadinanza” fosse un’incitazione a menarlo o ucciderlo, un messaggio “minatorio e persino politico mafioso”. Come tutti i sani di mente comprendono, il senso della frase era: “Renzi sul Reddito di cittadinanza la gioca talmente sporca che teme che la gente in condizioni di miseria gli meni; infatti questo miracolato, abituato a uscire dal retro degli edifici, al Sud viene scortato”. Comunque, a quanto pare i picciotti locali non hanno raccolto l’invito di Conte: al comizio di Renzi a Palermo, nel retro di un bar, c’erano quattro gatti e i candidati con le loro famiglie (cioè, non ci sono andati nemmeno i contestatori).
I due, tra i più giovani dell’arco parlamentare, intestatari di partiti personali tenuti su dalla sola impalcatura propagandistica, fanno i duri, ma sono mollissimi. Lui è abituato all’adulazione dei media, che scambia per consenso popolare; lei, al provvisorio trionfo datole dall’essere stata all’opposizione del governo Draghi. Quando la realtà incrina lo specchio del loro narcisismo, piagnucolano, alzano i toni, evocano terrorismo e mafia.
In effetti più che l’autoritarismo sembra che il loro tratto comune sia l’infantilismo. Quando non trionfano s’adontano, mettono il broncio. Lui, da presidente del Consiglio, a bordo di una Smart come Napoleone a cavallo, proclamava: “La mia scorta è la gente!”. Ben presto, dopo le europee vinte promettendo 80 euro in busta paga al ceto medio (a proposito del “voto di scambio” che imputa a Conte col Rdc), s’accorse che dovunque andava era costretto a scappare, e il tour in treno dovette farlo oscurando le soste perché la gente lo aspettava alle stazioni per dargli del buffone. La sua scorta, come racconta Ferruccio De Bortoli nel suo libro Poteri forti (o quasi), non solo non era “la gente”, ma si mise pure a minacciare i giornalisti. Adesso pure lui “non consente”, “non può accettare”. Lui, maestro dei colpi bassi, delle ripicche infantili, delle allusioni gravissime in campagna elettorale, finge di credere che Conti aizzi i contestatori ad attentare alla sua sicurezza. I due bambocci istituzionali fanno i capricci, chiamano la maestra.
In castagna (travagliata)
Urbi et Orbán
di Marco Travaglio
Prosegue l’astuta campagna di Letta e giornaloni al seguito per dipingere Meloni come una leader pericolosa non perché rappresenta la solita vecchia destra che ci rovinò fra il 2001 e il 2011 (con la breve parentesi 2006-’08), ma perché incarnerebbe una destra nuova, inedita, mai vista. La prova? È pro Orbán come Salvini, mentre B. è sempre stato anti, come lui stesso va ripetendo in questi giorni: “Le politiche di Orbán e la sua visione dell’Europa sono lontane dalle nostre. FI è il garante della linea filo-Nato”. E lo dice da tempi non sospetti. “Per me Orbán ha sempre rappresentato la forza della giovinezza positiva: il peggio che potrebbe capitare all’Ungheria è di non approfittare della sua forza, energia ed entusiasmo… I fatti e le cifre dicono che il governo Orbán ha fatto bene e sarebbe assurdo interrompere questa esperienza. La nostra è un’amicizia antica, l’ho conosciuto da presidente del Milan. Abbiamo una straordinaria sintonia” (28.2.2002). “Orbán è un caro amico e in Ungheria sta facendo benissimo” (1.3.18). Qualche cattivone voleva sbatterlo fuori dal Ppe per le continue violazioni delle libertà, ma l’amico Silvio non sentiva ragioni: “FI non voterà per la tua esclusione, sarebbe un grosso errore politico. Ti ho sempre difeso e sarò sempre dalla tua parte. Ma ti chiedo di accettare alcune delle richieste del Ppe” (8.3.19). “FI e io personalmente ci siamo spesi, anche grazie agli ottimi rapporti con Orbán, per far sì che il Ppe si confermi il primo gruppo al Parlamento europeo” (20.3.19).
Così Fidesz, il partito di Orbán, fu solo sospeso dal Ppe. B. esultò: “È la migliore soluzione possibile. La nostra missione di cambiare l’Europa parte dal cambiamento delle alleanze del Ppe: non più con la sinistra del Pse, ma coi conservatori, anche con Orbán e Salvini” (13.5.19). “Con Orbán siamo amici intimi. Appare come una testa matta, ma è una persona ragionevolissima. E con lui andavo a vedere le partite del Milan” (22.5.19). “Sta facendo bene in Ungheria: a lui una lode assoluta. Fra il Ppe, stimolato da me, e i sovranisti, stimolati da me, si potranno fare accordi su singole leggi” (24.5.19). “Sono sicuro di convincere Orbán a restare nel Ppe e il Ppe a riabbracciarlo” (28.5.19). “Spingerò il Ppe a un’alleanza non più col Pse, ma con liberali, conservatori, verdi e qualche sovranista che sa ragionare sulle cose: Orbán e Salvini” (16.7.19). “Spero che tutto si risolva e che il Ppe e Orbán possano trovare le motivazioni giuste per continuare a stare insieme. Ho parlato con Orbán e penso che lui non abbia una vera intenzione di uscire dalla più grande famiglia della democrazia e delle libertà” (12.12.19). Invece Orbán uscì dal Ppe, B. uscì di testa e i giornaloni uscirono dalla realtà.
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