sabato 27 agosto 2022

Evidenza travagliata

 

La prevalenza del Cremlino
di Marco Travaglio
Chiedo per un amico: ma questi russi, precisamente, come fanno a pilotare elezioni in mezzo mondo? Sono anni che non mi perdo un articolo sulla poderosa macchina del Cremlino per truccare le urne in quasi tutto l’orbe terracqueo, nella speranza che qualcuno mi ripaghi dell’immane sforzo e mi spieghi in parole semplici, magari con un disegnino, come avviene concretamente l’infiltrazione della piovra moscovita nelle menti degli elettori, nei seggi e nelle urne. Ma niente: a parte le solite pippe su spie, hacker, troll e fake russi (che esistono, ma come quelli americani, francesi, tedeschi, australiani, persino italiani), appena si entra nel cuore del problema – milioni di italiani indotti a votare per chi vuole Putin – si tengono tutti sul vago, alludono, ammiccano con l’aria di chi la sa lunga ma non può parlare. E il bello è che sono gli stessi che accusano i “populisti” di “complottismo”. Io però continuo a leggere. E a sperare.
Scopro dalla Stampa, grazie al commissario Iacoboni, della “lunga ombra di Medvedev in Italia e il giallo di quella tenuta nel Chianti”, dove il “presunto prestanome” (espressione meravigliosa) dice: “Le polemiche ci han fatto vendere più vino”. Ecco, forse sciolgono nel Chianti qualche polverina sovranista che fa votare come dice Putin, perdendosi però gli astemi. Apprendo dal Messaggero del nuovo “allarme del Copasir”: “Blog, talk show e social, così i russi influenzano la campagna elettorale. Sotto i riflettori dell’intelligence alcuni ‘facilitatori’ che collaborano con Mosca”. Per i nomi dei “facilitatori” occorre attendere le liste di putiniani autunno-inverno su Corriere o Rep. Nell’attesa, resta da capire perché più cresce l’influenza russa, più i partiti filorussi Lega e FI calano nei sondaggi. In compenso un bel facilitatore putiniano l’abbiamo già: papa Francesco, che deplora l’autobomba che ha arrostito e squartato l’inerme figlia del filosofo Dugin, e viene prontamente zittito dal democratico governo ucraino e dal Foglio, increduli perché il Pontefice non benedice il terrorismo. Così chi condanna le ingerenze russe nel voto italiano, senza mai spiegare chi, come, dove e quando, teorizza le ingerenze ucraine e americane nel voto italiano, visto che nessun leader o elettore può contraddire Zelensky o Biden (che poi sono la stessa cosa). Anche perché sennò s’incazza pure Paolo Mieli. L’altro giorno scrive sul Corriere che il clima della nostra campagna elettorale, chissà perché, “piace a Mosca”. Poi Letta accusa Meloni, più atlantista di Biden e dunque anche di lui, di portarci in dote a Putin & Orbán. Allora Mieli dichiara a Libero che “nel Pd comandano ancora i valori della Rivoluzione russa”. E noi ci arrendiamo. O chiamiamo la Croce rossa (attenzione: rossa, non russa).

L'Amaca

 

Il crimine dello spreco
DI MICHELE SERRA
Ci sono sicuramente ragioni tecnico-tattiche (di calcolo economico, di ricatto politico) dietro la scelta russa di bruciare il gas invenduto piuttosto che stoccarlo, o diminuire il prelievo. Ma si rimane ugualmente interdetti di fronte allo spettacolo di quella fiamma che brucia a vuoto, al servizio di nessuna causa se non quella di intossicare un poco di più il cielo sopra l’Artico. È la stessa angosciosa sensazione di dissipazione che ci prende di fronte al latte versato sull’asfalto, ai pomodori e agli agrumi buttati nei fossi, ai pozzi di petrolio incendiati dalle guerre, allo scialo di valore che per gli uomini è una scellerata abitudine.
Valore e prezzo non sono la stessa cosa.
Che il grano costi poco o molto, niente cambia del valore contenuto nel pane, che si valuta in carboidrati, in nutrimento, in sapore, in convivio.
Bruciare energia senza altro scopo che bruciarla, specie adesso che la Terra ci sembra un limone spremuto, finalmente ci appare per quello che è: un delitto.
C’è qualcosa di criminale nello spreco, ce lo dice la ragione e ce lo dice perfino il sentimento antico della parsimonia, che non è tirchieria, è rispetto del valore delle cose. Me lo dice spesso un amico genovese, sorridendo della sua genovesità, che la tirchieria è un vizio e la parsimonia una virtù. Il gas bruciato al vento dai russi, in questi giorni, sarebbe calore per le case e le persone, energia per le fabbriche. Si è sventrata la terra, per estrarlo. Sprecarlo è una bestemmia contro la natura, che a differenza di noi sa fare di conto.
E più presto di quello che crediamo, quel conto, ce lo presenterà.

venerdì 26 agosto 2022

Speranza sparita



Avevo guardato questa foto col sorriso, credendolo un eclatante fake. Poi mi è sorto un piccolissimo dubbio e sono andato nella pagina del segretario appisolato. E lì ho scoperto l’amara, fetida, triste verità: non è un fake! È realmente una pubblicità elettorale! Ma si Ronf Letta! Facciamoci due risate! Tanto la situazione lo consente: non ci sono rincari, gli stipendi sono allineati, l’inflazione è sotto controllo, tra meno di un mese la ciociara nera sarà battuta, i giovani sono tutti al lavoro e l’evasione scomparsa! E allora dai, femo du spaghi cor guanciale e viva l’Italia!

Quesito



Mi chiedo a quale profondità sia il fondo del barile della stupidità umana!

Censura papale

 




Daniele e il Banchiere

 

Il Draghi transformer farà il vigile alla Sordi
DI DANIELA RANIERI
Se chiedete a uno studente delle medie “chi è e che ruolo ricopre Mario Draghi”, egli o ella vi risponderà: “È il presidente del Consiglio italiano, ancora in carica per gli affari correnti da che il suo governo è caduto”. Beata ingenuità. Per i nostri giornali, specie dopo il suo intervento al Meeting di Cl di Rimini, Mario Draghi è molto di più.
Per Repubblica è il “garante della nuova stagione”, ma anche “della politica estera e della linea europeista”. Solo a questo titolo, confermatogli da Stefano Folli, Draghi “ha fatto intendere” che il prossimo governo “non avrà alternative se non quella di camminare lungo il sentiero tracciato nella stagione dell’emergenza”. Perché, sennò? Draghi non riconoscerebbe il governo che non dovesse camminare lungo il suo sentiero? Farà un colpo di Stato? Poche chiacchiere: Draghi ha detto che il prossimo esecutivo confermerà l’impegno a favore dell’Ucraina. “Se il governo si muoverà con prudenza e saggezza, senza cedere alle pressioni russe – che di sicuro ci saranno -, Draghi lo aiuterà in maniera discreta ma efficace ad accreditarsi presso i centri internazionali che contano”, dice Folli. Altrimenti? Draghi parlerà male dell’Italia all’estero? Chiederà alla Nato di bombardarci? Ci farà invadere dal battaglione Azov? Non si capisce. Quel che è certo è che “vigilerà perché il governo non fallisca”. Draghi è anche vigile. Figura inesistente nel nostro ordinamento, ma popolarissima nella commedia all’italiana, quella del vigile è solo una delle maschere del presidente transformer, che è altresì “personalità autorevole”, “elemento di raccordo con il mondo esterno”, “risorsa irrinunciabile”.
Quanto al nostro ordinamento, esso può essere agevolmente piegato per collocare questo leader osannato dalle folle (al cui giudizio elettorale egli si guarda bene dal sottoporsi), per cui si fanno modifiche costituzionali non scritte e in itinere. Si ricorderà quando Giorgetti auspicava che andasse al Quirinale e da lì facesse anche il capo del Governo; o quando un anno fa Sorgi su La Stampa invocava un golpe militare nel caso Draghi fosse costretto a dimettersi. A bordo della Moto Guzzi con indosso la divisa scricchiolante da vigile come Alberto Sordi nel film omonimo, Draghi ha ricevuto regolare investitura dalla platea di Rimini, senza neanche passare il concorso pubblico. Tutti sanno che sarebbe stato applaudito qualunque cosa avesse detto. Nel 2020 proferì colà frasi di assoluta banalità, pinzillacchere anodine, rimedi della nonna: il debito buono è buono, il debito cattivo è cattivo, viva la speranza e la ricostruzione, etc., e il giorno dopo i protodiaconi dei giornali annunciarono l’habemus Papam che diede il via alla stagione dei Migliori.
Per il Corriere, il vigile è soprattutto uno spingitore: ha dato una “spinta” all’Italia che “ce la farà”. Ha detto infatti: “Chiunque verrà eletto saprà conservare lo spirito repubblicano” (cioè non instaurerà la monarchia). Ce l’aveva con Meloni, destinataria il giorno prima di un’ovazione della stessa platea, accreditata di fatto tra gli usatori di forchetta e coltello (il presidenzialismo conserva lo spirito repubblicano?). In questa veste di profeta, garante, motivatore e mental coach di un’Italia di minorenni e minorati, Draghi infonde “ottimismo”, “fiducia”, “capacità di reagire ai momenti difficili”, come confermeranno i milioni di poveri a cui Meloni toglierà il Reddito di cittadinanza, con la sogghignante connivenza di tutti tranne Conte.
Anche sul Corriere Draghi è “la risorsa”. Molto lodata la sua invocazione a quella “coesione nazionale che è stato il tratto del suo governo”. Qui appare chiaro come i nostri editorialisti vedano una realtà parallela: al contrario, s’è visto che le ammucchiate generano mostri e che disinfettare la democrazia commissariando il Parlamento è una buona idea solo per i sedentari politici miracolati, i quali contano sull’anestesia generale di un popolo stremato, che infatti per metà manco va più a votare. Ma Draghi è anche “consigliere”: ha raccomandato a chi verrà dopo di lui di essere autorevole, “perché dall’autorevolezza viene il rispetto” (chi glieli scrive i discorsi, Schopenhauer? Kant?). Nel frattempo la mitologica “agenda Draghi”, incunabolo indecifrato, s’è mutata in “metodo Draghi”; metodo che include “un sorriso sornione e compiaciuto” e “un viso velato di commozione” per i 32 applausi. Nessuno dei laudatores fa cenno a un passaggio del suo discorso: “Mi associo alle parole del Santo Padre, si eviti il disastro nucleare in Ucraina”; avrebbero dovuto dire che viceversa Draghi si dissocia dalle parole del Santo Padre quando questi dice che la Nato ha abbaiato alle porte della Russia e che aumentare le spese militari è da pazzi.
Solidarietà ai colleghi per il lavoro usurante: non era facile far passare questa minestrina di frasi motivazionali e luoghi comuni come il Discorso della Montagna (del sapone)

Sul duetto comico

 

Seriamente
di Marco Travaglio
Amanti come siamo degli ossimori, ci stiamo appassionando al “Polo della serietà”, come lo chiamano Calenda&Renzi da quando hanno scoperto che il presunto “Terzo Polo” ne ha una dozzina davanti. In nome della serietà, lo statista pariolino propone agli altri leader di sospendere la campagna elettorale per il rincaro del gas, come se fosse un fenomeno improvviso e inatteso (se n’erano accorti tutti da mesi, tranne Draghi e le sue agende ambulanti) e come se qualche giorno di silenzio dei politici – peraltro auspicabile – potesse abbatterne il prezzo. Ma è sulle candidature che la sua serietà emerge in tutto il suo fulgore: le liste del Polo della Serietà sono un po’ peggio del bar di Guerre stellari, infatti Carletto declina ogni responsabilità, come se i candidati avessero fatto tutto da soli. Stefania Modestino D’Angelo, capolista a Caserta, dava giustamente del “pinocchio” a Renzi e del “cameriere” a Macron, mentre fra il “traditore” Zelensky e Putin sceglieva senza indugi il secondo. Calenda non fa un plissé: “Non abbiamo controllato i social. La signora resta in lista, ma dovrà limitare le attività: non si occuperà di politica estera”.
Soluzione geniale, ma soprattutto “seria”, applicabile a tutti gli altri candidati di Calenda all’insaputa di Calenda. Tipo Angiolo Di Lena, l’ex leghista che definiva il Covid “grande truffa” e il distanziamento “fascismo”, dunque candidato centrista in Puglia per Calenda, che dice di averlo “appreso dai giornali”: basterà che non si occupi di Covid e di sanità in genere. L’ex FI Giuseppe Castiglione, imputato per corruzione e quindi capolista calendiano a Catania, non dovrà occuparsi di legalità, ma solo di illegalità. Invece Gianni Pittella, passato dal Pd che non l’ha ricandidato a Calenda che l’ha ricandidato, ha due condanne della Corte dei Conti per uso illecito di rimborsi pubblici e un processo in appello per falso e abuso sulle nomine sanitarie: non dovrà occuparsi di rimborsi né di nomine, ma potrà eventualmente affidarli a Castiglione. La capolista in Molise Giuseppina Occhionero, imputata per falso con l’accusa di aver fatto entrare in carcere un radicale che portava messaggi ai boss, non dovrà occuparsi di galere, almeno finché le galere non si occuperanno di lei. Pasquale Del Prete, che in un comizio del ’20 si disse “fiero di essere camorrista” (per giunta millantando credito), ergo candidato in Campania, non dovrà occuparsi di camorra, ma volendo potrà dirsi fiero di essere ’ndranghetista o mafioso. E così, per li rami, si arriverà a Calenda, che dovrà evitare di occuparsi di politica, non essendovi all’evidenza portato. Però potrà sempre tentare con l’agricoltura, o con la pastorizia, o con la catena di montaggio. Hai visto mai.