mercoledì 24 agosto 2022

Fregnacce con ovazioni

 


Non poteva che mancare lui al simposio dei mercanti nel tempio chiamato anche meeting! Ed è arrivato avvolto dal canonico applausone pro potenti, quasi un'ovazione a testimoniare il potere del portatore seriale di agende. 

Ed il grande comandante illuminato nell'alto dei forzieri si è anche concesso il tempo per sparare l'ennesima e pacchiana frase ad effetto; rivolto ai giovani ha infatti blaterato: "Voi siete la speranza della politica!" 

E questa mastodontica presa per il culo indirizzata ai detentori del futuro della nazione ricorda le litanie sparate dall'alto del Colle in occasione delle tragiche ricorrenze - una su tutti ad agosto per la strage di Bologna del tipo "è arrivato il momento di far chiarezza" - perché in effetti per uno che apparentemente sembrerebbe sapere quel che dice, rivolgersi ai giovani alitando loro la speranza di divenir fulcro politico prima che invecchino, sa di solenne e circostanziata presa per il culo, visto che nella politica odierna vivono allegramente pachidermi, alla casini per intenderci, che di mestiere sanno fare soltanto quello, cioè un cazzo per la comunità che siamo noi!

Siete la speranza della politica! Ma come fa uno della sua statura a sbeffeggiarsi di chi avrebbe dovuto già sostituire i tanti inutili ingurgitori di agi come i nostri attuali rappresentanti? Per non parlare poi del mondo del lavoro, con tutte quelle paghette da fame elargite a mo' di elemosina, anche in nero, da i tantissimi orchi scorrazzanti e mai controllati da chicchessia, squali divoratori di risorse sulle spalle delle giovani leve, agevolate a cercar altra patria o a finire nel giro malavitoso. 

Nel tempio dei mercanti, il principe dei forzieri per l'ennesima volta si è concesso il lusso di irridere la realtà, raccontandoci frottole simili a quella che per cercare la pace siamo necessariamente chiamati a fornire armi. Chiedere all'Argentino per conferma.     

Per vergognarsi

 


Dal Fatto Quotidiano 

Sono in Parlamento da decenni e non hanno nessuna intenzione di gettare la spugna. Così alle elezioni del 25 settembre tornano in lista per la riconferma della poltrona a Palazzo Madama o a Montecitorio, quasi sempre con un seggio blindato. Sono i “dinosauri” del potere legislativo italiano. Dal recordman Casini, passando per i leghisti Bossi e Calderoli fino a Prestigiacomo e Rotondi e il quasi “anonimo” Russo (azzurro passato con Calenda). Così mentre c’è chi come il Movimento 5 stelle conferma il vincolo dei due mandati, gli altri partiti non pongono limiti e, per molti, l’usato garantito vale più del nuovo. Ecco la classifica dei primi dieci parlamentari per numero di legislature e anni di seggio alla Camera o al Senato. Sono tutti di centrodestra (tranne Casini – oggi candidato dal Pd – ed Emma Bonino, la prima tra loro a essere entrata in Parlamento). E a sinistra non c’è spazio nella top 10 per Piero Fassino: con le sue 6 legislature (già pronto per la settima), i quasi 22 anni a Montecitorio sono “troppo pochi” per scavalcare i colleghi in classifica. Ma è sulla buona strada. Escono, invece, dalla lista Elio Vito (8 legislature in 30 anni alla Camera) e Paolo Romani (oltre 28 anni e 7 legislature) in quanto non saranno ricandidati in questa tornata elettorale. Così come Renato Schifani che, dopo 26 anni in Senato e 6 elezioni, lascia il seggio di Palazzo Madama per candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia.

Pier Ferdinando Casini – A guidare la pattuglia dei veterani, c’è lui. Il suo ingresso alla Camera dei deputati risale al 12 luglio del 1983, a soli 27 anni e mezzo. Inizia così, sotto la protezione dello scudo crociato della Dc, la prima legislatura (la nona per la Repubblica italiana) di Pier Ferdinando Casini. Sono gli anni dei primi due governi Craxi e di Nilde Iotti presidente della Camera. Da lì un’ininterrotta presenza al Parlamento italiano, con il cambio nel 2013 da Montecitorio a Palazzo Madama. Sono 10 legislature per un totale di oltre 39 anni. Il tutto condito da 5 anni di presidenza della Camera dei deputati, cambi di sigle di partito (Dc, Ccd, Udc…) tra alleanza e rottura con Il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi. Oggi, ricandidato dal Partito democratico (con una valanga di proteste dalla base locale) nel seggio blindato dell’uninominale di Bologna si appresta a iniziare la sua undicesima legislatura, pronto a battere il suo stesso record.

Umberto Bossi – Al secondo posto c’è l’ex secessionista. Il senatùr lombardo è lontano dal recordman Casini ma conta già quasi 31 anni e mezzo di presenza in Parlamento. Entra al Senato il 2 luglio del 1987 e da lì arriva il suo soprannome (nonostante sia stato più anni alla Camera che a Palazzo Madama). Nel 1992 passa alla Camera dove rimane fino al 2004 quando si dimette per incompatibilità essendo stato eletto al Parlamento europeo. E’ l’anno dell’ictus e dei problemi di salute. Rimane parlamentare a Bruxelles fino al 2008 quando rientra alla Camera saltando la quindicesima legislatura (la seconda più breve della storia repubblicana, durata solo due anni). Nel 2018 ritorna in Senato. Alle spalle 8 legislature e due presenze al governo: ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione, dal 2001 al 2004, e ministro per le riforme per il federalismo dal 2008 al 2011. Il 25 settembre è candidato come capolista alla Camera per quella che sarebbe la sua nona legislatura.

Roberto Calderoli – Seguace di Umberto Bossi, la militanza nella Lega Nord apre le porte della Camera a Calderoli il 23 aprile 1992. Da quel momento rimane in Parlamento senza interruzione, passando al Senato nel 2001. Per lui 8 legislature già nel cassetto, per un totale di 30 anni. E’ stato anche ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione dal 2004 al 2006 e ministro per la semplificazione normativa dal 2008 al 2011. Oggi è ricandidato al Senato come capolista nel collegio Lombardia 3.

Maurizio Gasparri – Otto legislature e oltre 30 anni ininterrotti di seggio in Parlamento anche per Gasparri. Dopo la militanza nel Fronte della Gioventù e nel Msi, proprio con il Movimento sociale italiano fa il suo ingresso alla Camera anche lui il 23 aprile 1992. Riconfermato con Alleanza nazionale rimane deputato fino al 2008 quando diventa senatore con Il Popolo della Libertà e rimarrà a Palazzo Madama anche dopo l’adesione a Forza Italia. E’ stato anche sottosegretario al Ministero dell’Interno dal 1994 al 1995 e ministro delle Comunicazioni dal 2011 al 2005. E’ candidato al Senato nel collegio di Roma.

Ignazio La Russa – Anche La Russa condivide il terzo gradino del podio con Calderoli e Gasparri, con stesse legislature e stesso tempo in Parlamento. Con Gasparri condivide anche la militanza al Fronte della Gioventù e l’elezione con il Movimento sociale italiano nel 1992. Eletto sia alla Camera che al Senato opterà per il seggio a Montecitorio dove rimarrà per 7 legislature. A differenza di Gasparri, dopo la fine dell’esperienza di Alleanza nazionale e del Pdl fonda, assieme a Giorgia Meloni e Guido Crosetto, il nuovo partito Fratelli d’Italia. E’ stato ministro della Difesa dal 2008 al 2011. Al senato inizia la sua “prima esperienza” nel 2018 e qui si ricandida il 25 settembre sia all’uninominale in Lombardia, sia come capolista al plurinominale nella circoscrizione Lombardia 2.

Stefania Prestigiacomo – E’ lei la prima donna della top 10 dei veterani. Berlusconiana della primissima ora aderisce a Forza Italia ed entra in Parlamento alla prima occasione possibile. Le porte di Montecitorio si aprono per la giovane siciliana nel 1994, a soli 27 anni. Da quel giorno il seggio alla Camera dei deputati sarà sempre suo. Accumula così 7 legislature e 28 anni e mezzo di presenza a Montecitorio. Ministro per le Pari opportunità nel Governo Berlusconi II e III (dal 2001 al 2006) e ministro dell’Ambiente nel Governo Berlusconi IV (dal 2008 al 2011). In questa tornata elettorale è pronta al cambio di palazzo essendo candidata al Senato come capolista al proporzionale in Sicilia orientale.

Giancarlo Giorgetti – Braccio destro di Matteo Salvini, Giorgetti è in Parlamento dal 9 maggio 1996. Deputato per 6 legislature, è a Montecitorio da più di 26 anni. E’ l’attuale ministro dello Sviluppo economico. E’ stato anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con il primo governo Conte (2018-2019). Prima, con Berlusconi, era stato sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti per pochi giorni. Oggi è ricandidato in Lombardia.

Paolo Russo – E’ il meno conosciuto della lista ma rientra a pieno titolo tra i veterani. Entrato in Parlamento con Forza Italia il parlamentare campano, fa il suo esordio alla Camera dei deputati (come il collega Giorgetti) nel 1996. E così rimane a Montecitorio per 6 legislature, anche lui deputato da più di 26 anni. In vista delle elezioni del 25 settembre e dopo la caduta del governo Draghi, segue la ministra del Sud Mara Carfagna (suo riferimento politico) e aderisce al progetto di Calenda. Sarà candidato in diversi collegi proporzionali nella lista di Italia viva-Azione per puntare alla sua settima legislatura.

Emma Bonino – In questa classifica è la seconda donna e la prima, in assoluto, ad essere stata eletta in Parlamento. Un anno dopo l’inizio della sua militanza con i Radicali entra alla Camera il 5 luglio del 1976. In totale sarà parlamentare per 9 legislature (due delle quali al Senato) ma uno dei principi fondanti dei Radicali era la rotazione degli eletti e per questa ragione si dimette più volte o subentra, non completando quasi mai interamente le legislature. Per questa ragione accumula in totale una presenza ventennale in Parlamento. In questo periodo è stata Commissaria europea per la politica dei consumatori, la pesca e gli aiuti umanitari dal 1995 al 1999; ministro degli Affari esteri dal 2013 al 2014 con il governo Letta; ministro del Commercio internazionale e per le Politiche europee dal 2006 al 2008 con premier Prodi.

Gianfranco Rotondi – Chiude il quadro Rotondi. Con le sue 6 legislature accumula oltre 23 anni di presenza in Parlamento. Eletto alla Camera con il Partito popolare italiano nel 1994, dopo avere aderito al Cdu non riesce ad ottenere la rielezione. Tornerà a Montecitorio solo nel 2001 con la coalizione della Casa delle Libertà in quota in quota Cdu e successivamente Udc. Da quel momento rimarrà con un seggio alla Camera (con una parentesi al Senato alla XV legislatura). Per proseguire la sua esperienza Rotondi, attuale vicecapogruppo alla Camera forzista, corre in Campania nel collegio uninominale di Avellino a Montecitorio.


Che bel paese!



A proposito di malapolitica: Ucci Ucci ras delle cliniche e delle Villa Quiete sparse in Italia, 630mo su 630 deputati per rendimento in Parlamento, col 99,54% di assenze, editore di quel coacervo di nobile giornalismo che è Libero, è stato blindato alle prossime elezioni dal Cazzaro, su consiglio della fidanzata il cui padre, attualmente ai domiciliari, è amicissimo del ras delle cliniche Ucci Ucci… che al mercato mio padre comprò…

Robecchi

 

Sanna Marin. Tutti l’hanno difesa. Ma in realtà nessuno l’ha attaccata
di Alessandro Robecchi
Non si vive di sola campagna elettorale, e del resto non è solo da lì che vengono certi geyser di nonsense nel discorso pubblico, certe fiammate che consentono un’indignazione facile e prêt-à-porter, roba da manuale di conversazione in società. Insomma, chiedo scusa se parlo di Sanna Marin, la premier finlandese, e del suo ballo, di cui sarebbe lecito disinteressarsi forever, ma che è diventato un racconto centrale nell’Italia di questi giorni (e per questo ce ne occupiamo). La storia la sapete: la prima ministra finlandese, che è giovane (36) e bella (per questo tutti pubblicano volentieri una sua foto, e le battute da camionisti si sprecano) è andata a una festa privata. Ha ballato, ha bevuto, poi è uscito un video di quella festa ed ecco la fremente polemica: basta attacchi! Sanna ha tutto il diritto di ballare! Siete contro la felicità! È tutta invidia!
Ok, perfetto. Fin qui sono d’accordo su tutto: non mi sembra un reato federale che una vada a ballare e quindi, diciamo, archivierei sotto la soave voce “cazzi suoi”. Eppure…
Eppure, la veemenza della difesa – anche simil-colta, anche un po’ filosofia for dummies – lasciava un po’ perplessi. Come mai tutta questa energia? Chi ha insultato la povera Sanna o le ha chiesto di non ballare in modo così feroce e paranazista da mobilitare firme famose, corsivi corrucciati sulla gioventù negata, servizi di telegiornale, verbose lezioni sulla felicità repressa? Chi è stato, il cattivo? Ecco: non si capisce.
In tutti i servizi e pezzi e articoli e titoli usciti sul tema (parecchi, un coro) si parla sempre di avvoltoi generici, “nella bufera”, “i feroci attacchi”, “l’occhio del ciclone social e mediatico”. Ma insomma, esattamente da chi si sta difendendo con così poderose armi la premier che va a ballare? Un paio di nomi li ho trovati, a dire il vero: Mikko Kärnä, deputato finlandese del Partito di Centro, e la leader dell’opposizione (finlandese) Riikka Purra. E volendo completare l’elenco dei cattivi, mettiamoci pure il tabloid (finlandese) che ha diffuso il video, che si chiama Iltalehti. Che si siano aggiunti qualche Farfallina76 e Gino-bandierina-sovranista sul web, fa parte della solita solfa (web cattivo, commentatori buoni), ma niente di rilevante.
Insomma, l’indignatissimo e predicante coro tutto italiano in difesa di Sanna Marin sta rispondendo, a colpi di Dante e Tommaso d’Aquino, di battaglia di genere, di difesa della gioventù dall’invidia dei vecchi, a una polemica tutta interna alla politica finlandese. Con tanto di pista spionistica (sono stati i russi), sospetti di discriminazione di genere (Ecco! Lo fanno perché è stata allevata da due madri!), o semplicemente accusa di machismo spicciolo (solo perché è carina). Viene in mente quel fortunato slogan: “Ti piace vincere facile”. Ecco, qui sta lo stridore: una polemica di facile presa – uh, il video, uh, le foto – che permette di sfoderare uno spirito libertario (la felicità! Hurrà! Balliamo!) che sta bene su tutto e non impegna, che taccia altri di oscurantismo e invidia, ma gli altri chi, poi, non si capisce. Molto woke, come dicono quelli bravi, oppure “panna montata, ma che piace a tutti”, come diceva un mio vecchio caporedattore, che sicuramente avrebbe aggiunto: “È agosto, vai, vai, paginone!”.
Naturalmente – lo dico anche per prevenire accuse di invidia – Sanna Marin vada a ballare quando, come e con chi vuole. Nessuno si farà male, a parte noi, qui, costretti dalle polemiche interne (finlandesi) alle lezioni dei nouveau-banal-philosophes.

Prima o poi...

 

Giggino, tanto lo sapevi che prima o poi...
Chiamate l’esorcista
di Marco Travaglio
Più passano i giorni, più cresce la preoccupazione per Di Maio, detto Grisù perché, come il personaggio dei cartoon, nacque incendiario e divenne pompiere, equivocando sulla sua natura di draghetto. Sembra ieri che rifiutava di baciare il tacco rialzato di B. giocandosi la premiership; chiedeva l’impeachment per Mattarella che aveva respinto al mittente il governo Conte per un pericoloso prof ottuagenario nella lista dei ministri; si affacciava al balcone di Palazzo Chigi per festeggiare il Reddito di cittadinanza urlando con lieve eccesso: “Abbiamo abolito la povertà!”. Era il 2018. Ma sembra ieri pure che accoglieva l’incarico a Draghi dopo Conte con l’immortale “lo ammazziamo in Parlamento”: ed era solo il 2 febbraio 2021, una settimana prima di reincollarsi alla poltrona della Farnesina, diventare più draghiano di Brunetta e perdere i residui freni inibitori, fino a votare con gaudio la schiforma Cartabia che demoliva la Spazzacorrotti dell’amico Bonafede e financo quelle che scassinavano le sue leggi: dl Dignità e Rdc.
Il seguito della triste parabola è noto: le trame contro la Belloni (“mia sorella”) al Quirinale per non far sanguinare il sacro cuore di Mario; l’arruolamento nella brigata più oltranzista della Nato; la scissione dal M5S con 63 poveracci che si erano bevuti la storia di Insieme per il Futuro, anzi Impegno Civico; l’accusa a Conte di “disallinearci dall’euratlantismo” (qualunque cosa significhi) su mandato di Putin; l’alleanza con Sala&Tabacci e financo col Psdi; la questua in casa del Pd – pardon, del partito di Bibbiano – per due seggi sicuri a sé e a Spadafora (con tanti saluti a Castelli, Azzolina e agli altri 60 sventurati). Si pensava all’ennesimo, pietoso esemplare di trasformismo. Ma le sue parole all’ammucchiata dei mercanti nel tempio ciellino fanno temere qualcosa di più allarmante: un caso di possessione. Non diabolica, peggio: confindustriale. “Non sono d’accordo ad abolire il RdC per disabili o inabili al lavoro”, ha detto: quindi, per chi lavora con salari da fame, sì. E ancora: “Sono d’accordo con la norma, approvata poco prima della fine del governo Draghi, che permette alle aziende di fare la proposta direttamente ai percettori del reddito e, se non la accettano, di segnalare che la persona non deve più averlo”, perché “la gran parte dei centri per l’impiego ha fallito”. E chi li aveva costruiti? Lui. Non solo: “Il salario minimo dobbiamo farlo con le aziende, non imporlo per legge. La contrattazione è fondamentale”. E chi è che voleva il salario minimo legale di 9 euro per legge, sottratto alla contrattazione con le aziende? Sempre lui. Se qualcuno non gli chiama subito un esorcista, è capace di affacciarsi al primo balcone e strillare: “Abbiamo abolito Di Maio!”.