domenica 7 agosto 2022

Tomaso e i fascisti

 

Patto tra le due destre: il Pd di Draghi e i fascisti
DI TOMASO MONTANARI
Dunque, non ci sarà nessun fronte costituzionale. Alla possibilità (variamente declinabile) di una coalizione “tecnica” non politicamente omogenea, ma pensata per impedire a una destra di matrice fascista di mettere le mani sulla Costituzione antifascista (unica soluzione consentita da questa immonda legge elettorale), si è preferita una piccola alleanza di centro-destra imperniata su quella che ora si chiama Agenda Draghi (cioè lo stato delle cose: l’unica costituzione che sta davvero a cuore). La responsabilità di questa scelta scellerata, e delle sue conseguenze, ricade sul Pd di Enrico Letta. Il patto leonino (dove il leone non è il Pd…) con Azione di Carlo Calenda, prodotto social-mediatico dai contorni grotteschi, contiene atlantismo incondizionato e armato, crescita non sostenibile, propensione al presidenzialismo. L’adesione (pregressa) di Articolo 1-Mdp e quella (successiva) di Sinistra Italiana forniscono striminzite foglie di fico a sinistra, riducendo questi piccoli soggetti politici ad agenzie di collocamento per i loro gruppi dirigenti. In questo senso, l’addio al Parlamento di Pierluigi Bersani e il voto contrario di Luciana Castellina sottraggono provvidenzialmente due figure carismatiche a un ben triste epilogo.
Non solo questa piccola alleanza di centro-destra non governerà il Paese, ma di fatto consegnerà governo e Costituzione nelle mani di una coalizione à la Orbán. L’unica spiegazione di quello che appare un suicidio collettivo è la ferma volontà di Letta di non stringere nemmeno un’alleanza tecnica con il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Ora, la ragione di questa cieca avversione non è, come si vorrebbe, la caduta del governo Draghi (dovuta innanzitutto alla scelta insensata di chiedere la fiducia sull’inceneritore di Roma, e prima a quella di teleguidare la scissione di Di Maio), ma a qualcosa che sta a monte: e cioè alla presa d’atto, da parte del blocco sociale cui Letta risponde, dell’“inaffidabilità” di Conte. Per quanto moderati siano stati gli scostamenti dell’“avvocato del popolo” dal binario unico predicato dall’establishment (dal Reddito di cittadinanza al decreto dignità, dall’opposizione a un atlantismo cieco e al riarmo fino alla sconfessione del greenwashing di Cingolani…) e nonostante i suoi cedimenti (il cui più grave fu la sottoscrizione dei decreti sicurezza di Salvini, ispirati alla linea Minniti), Conte è avversato, odiato, attaccato come il pericolo pubblico numero uno. E cioè come un pericolo più grave dell’arrivo al governo di Giorgia Meloni.
Questo, mi pare, è il vero significato politico dell’operazione Letta-Calenda, nato per difendere la costituzione materiale: la preparazione di una piattaforma pattizia da proporre all’estrema destra al governo. Il Corriere della Sera, con Angelo Panebianco, lo preconizzava già a maggio: “Ci fu un momento nella Firenze del tardo Duecento in cui il legato pontificio riuscì a costringere guelfi e ghibellini a governare insieme la città. Un po’ per celia e un po’ sul serio ci si può chiedere se dalle parti della curia romana ci sarà qualcuno così autorevole da convincere i due partiti che saranno probabilmente più votati alle prossime elezioni, Pd e Fratelli d’Italia, a governare insieme. Dal momento che, grazie all’intelligenza e al coraggio dei loro leader, essi si sono schierati – senza riserve mentali – dalla stessa parte (quella occidentale) in questa guerra”. Ora, la curia in questione non è romana: semmai americana. L’accreditamento atlantico di Fratelli d’Italia, i paterni consigli di Mario Draghi a Giorgia Meloni sui nomi di alcuni ministri-chiave (quelli utili a mettere in sicurezza la crescita insostenibile, ma dipinta di verde, del Pnrr) e alcuni segni evidenti nel mondo mediatico inducono a leggere la manovra di Enrico Letta in questo senso. L’antifascismo strumentale riscoperto in queste settimane sarà rapidamente archiviato in nome dei comuni interessi (il lodatissimo Crosetto, presidente della federazione dei produttori di armi, è il ponte naturale per l’intesa): non forse fino a un governo Pd-Fdi (a meno che a guidarlo non sia Draghi), ma assai probabilmente fino a una riforma della Costituzione che tenga insieme il presidenzialismo caro all’estrema destra (ma anche a Renzi, Calenda e a parti importanti dello stesso Pd) con l’orribile autonomia differenziata (fortemente voluta anche dai governatori Pd, con in testa l’ineffabile Bonaccini).
È evidente che questo patto tra le due destre, l’Agenda Draghi e la Fiamma di matrice fascista, è il punto d’arrivo del costante spostamento a destra del quadro politico e del senso comune: il Pd sta solo pavimentando l’ultimo tratto di una strada che ha, in tutti questi anni, pervicacemente costruito. Ed è anche evidente che questo scenario nero ha oggi un solo nemico rilevante: il Movimento 5 Stelle di Conte.

L'Amaca

 

Il più a destra di tutti
DI MICHELE SERRA
Che un multimiliardario proponga, sorridendo, un’aliquota fiscale uguale per tutti, dal piccolo commerciante al grande manager, dalla ragazza con la partita Iva al professionista strapagato, è una oscenità non solamente politica, anche morale, che rischia di sfuggirci, e sicuramente sfuggirà — come da anni accade — ai suoi elettori. Perché la progressività delle tasse è un elementare principio di equità, e il ricco che propone al povero di pagare la sua stessa aliquota è, politicamente parlando, un ladro che elogia il suo furto.
Siamo così compresi a parlare della Giorgia e del Salvini che rischiamo di dimenticare chi è, a destra, largamente il peggiore, primo artefice del deterioramento della politica italiana. Colui senza il quale nulla è spiegabile, non la deriva populista della destra italiana (fu il primo dei populisti), non la sua solida componente neofascista (fu il primo degli sdoganatori), non il complessivo deterioramento culturale dell’intero quadro politico, sinistra compresa (fu il primo dei semplificatori, dei demagoghi, dei soppressori del linguaggio critico a vantaggio della ciancia pubblicitaria).
La sua immagine recente, vuoi del vecchietto accattivante, vuoi dell’anziano e saggio moderato, è tipicamente consolatoria. Serve a dimenticare che Berlusconi è stato il nostro Trump, ha svuotato la destra conservatrice e borghese per farne una fabbrica di demagogia (fa testo il disgusto di Montanelli) e soprattutto ha tenuto bene da conto — come Trump, come tutti gli straricchi — i suoi interessi personali. Il più di destra, a destra, è sempre lui: da trent’anni.

sabato 6 agosto 2022

Torna la Ragogna!

 


Posto e chiudo!

 


Lo riaffonda

 

PizzaRenzi
di Marco Travaglio
Nel suo ultimo show, Fiorello s’inventa una serie di strane coppie che più strampalate non si può: Mahmood che dialoga con Costanzo, Presley che canta Baglioni, Draghi e Merkel innamorati pazzi. Ma neanche a lui era venuto in mente di associare Pizzarotti e Renzi: un’abbinata, Pizza-Renzi, che sta alla politica come l’impepata di cozze col cappuccino di certi tedeschi sta alla gastronomia. Sembra una battuta, invece è tutto vero: il primo 5Stelle sindaco di capoluogo si allea col più grande insultatore di 5Stelle di tutti i tempi. È vero però che i “grillini” hanno anche questa peculiarità: incapaci, incompetenti, scappati di casa finché restano nel M5S, diventano una via di mezzo fra Einstein e Churchill nell’attimo esatto in cui ne escono. Tant’è che quella di “ex 5Stelle” è una nuova e fiorente professione: basta lasciare il M5S sputando sui propri benefattori e si trovano subito tappeti rossi e porte aperte in tutti i partiti, spazi fissi nei talk, interviste quotidiane sui giornaloni, pompe magne dagli specialisti alla Grasso. Per chi invece resta, o entra, solo insulti e damnatio memoriae: puoi anche aver governato bene per 3 anni, fatto riforme attese da 30, portato a casa 209 miliardi di Recovery, ma resti una pippa.
Cosa accomuni Pizza e Renzi, a parte l’odio per i 5Stelle che non si decidono a morire malgrado le loro macumbe, non è dato sapere. Nel 2016 Pizza faceva campagna per il No alla schiforma Renzi-Boschi “delirante e irresponsabile” e negava il teatro Regio al Comitato del Sì. Poi manifestò contro Renzi per il decreto Sblocca Italia che dava il via libera agli inceneritori. Poi si beccò un avviso di garanzia e fu sbeffeggiato da Renzi. Lasciò il M5S, fondò “Italia in Comune” e iniziò a vagheggiare alleanze a destra e manca a nome di un fantomatico “partito dei sindaci” (mai esistito perché ogni sindaco ha il suo, di partito): col Pd, col Centro, persino col sinistrissimo Diem25 di Varoufakis, ma anche con “Calenda, Zingaretti e Zaia”, poi Bonaccini, Bonino e Bonelli, ultimamente Sala, Letta e persino l’arcinemico Di Maio. Un solo alleato escludeva a priori: “Renzi proprio no, è stato un’occasione sprecata”. Infatti ora Pizza e Renzi convolano a giuste nozze. Non per amore, ma per esclusione: sono gli unici che non vuole nessuno. L’accoppiata, che i due danno ben sopra il 3% e tutti gli altri ben sotto, è così rocciosamente coerente e coesa che elettrizzerà gli astensionisti e gli incerti trascinandoli alle urne. Almeno i pochi non ancora attratti da altre coppie di provata credibilità: Di Maio-Tabacci, Letta-Calenda, Gelmini-Carfagna (ma col Pd), Bonelli-Fratoianni (ancora all’asta). Per non dire delle prossime liste: i Cannibali Vegani e gli Impotenti Trombanti.

L'Amaca

 

Una casa senza padroni di casa
DI MICHELE SERRA
Bisognerà che di qui a fine settembre qualcuno mi fornisca una app che cancelli in automatico ogni dichiarazione e ogni immagine di Carlo Calenda, in modo che io possa conservarmi ignaro e andare a votare, come vorrei, per il centrosinistra.
Perché ogni volta che lo vedo e lo sento, con quei modi da padrone di casa che allontana gli ospiti indesiderati, mi viene voglia di votare per Bonelli e Fratoianni, e sarebbe il tardivo colpo di teatro di una carriera di elettore lunga e monotona (come massima manifestazione di eccentricità, una volta votai per Vendola). Qualcuno spieghi a Calenda che casa sua è anche casa mia e di tanti altri; e lo è da ben prima che lui la occupasse così rumorosamente.
Gli elettori di centrosinistra non sono cretini. Sanno benissimo, senza bisogno delle istruzioni di Calenda, che nel cartello per il quale voteranno sono costrette alla promiscuità, dunque a sopportarsi come meglio possono, forze politiche molto diverse. Altro che rigassificatori: è l’intero modello di sviluppo a essere oggetto di evidenti divisioni. L’agenda Draghi e l’agenda Greta non sono la stessa cosa. Ma è l’agenda Orbán, quella che non vogliamo.
Se qualcuno alza la voce — e non da oggi — e pretende di dettare le regole a tutti gli altri, bisognerà spiegargli che o la abbassa, oppure farà molti più danni di quanti immagina. Per aiutarsi, Calenda potrebbe affidarsi a una regola non sua, ma così facile e produttiva che magari può giovare a lui e a noi. La regola è, almeno ogni tanto, non avere nulla da dire. Perfino in campagna elettorale prendersi quella mezza giornata (non di più) di silenzio che rende più interessanti e meno invadenti.

venerdì 5 agosto 2022

A volte le scappa!



Sta cercando di camuffarsi come democratica, limando e ammansendo le esternazioni, riducendo le uscite per sviare ed intorbidare l’essenza tipica dei nostalgici del nero perdi sempre (cit.). Ma a volte un rigurgito le scappa, come questo, ingigantendo la sensazione dell’ avvicinarsi dell’Armageddon finale.