domenica 12 giugno 2022

Silente

 


E qui, davanti a questa foto, commosso, mi fermo in estasi!

Ranieri

 

Copasir, il borbonico Urso e il reato di lesa draghità
DI DANIELA RANIERI
Noi siamo molto preoccupati per la serenità del nostro premier. Ci informa La Stampa che l’hanno molto irritato le “accuse politiche” e le “ombre” gettate sul suo governo in seguito alla pubblicazione da parte del Corriere del report dell’Intelligence sulla propaganda russa in Italia. A irritare Draghi, si apprende, non è tanto l’esistenza e la pubblicazione della lista di proscrizione in sé, figuriamoci; quanto il “clima di scontro tribale tra le opinioni”, in cui lui rischia “di passare per censore”, dal che Dio ci scampi.
Vediamo gli schieramenti in campo: da una parte c’è la tribù dei proscritti per un commento sui social o in Tv difforme dalla linea governativa sulla guerra in Ucraina; dall’altra, la tribù degli informatori pronti a riferire al capo del governo i nomi di chi parla male di lui. E lo scontro tra queste due fazioni è pari: un opinionista, uno studioso, un cittadino con una connessione hanno le stesse armi di una centrale dei Servizi, di chi gli commissiona i report, di un Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica e infine di un giornale che pubblica dossier di dubbia natura.
Draghi non ci sta: era tranquillissimo quando gli è arrivato il report, non gli sono state “segnalate particolari emergenze, semplicemente perché, a detta di Gabrielli (capo dei Servizi, ndr) non ce ne sono. Il report lavora su fonti aperte, perlopiù commenti sui social e interventi Tv. Niente di misterioso, niente che possa minare la sicurezza della Repubblica”. Perbacco: e allora perché i Servizi segreti si sono scomodati a stilare e secretare una lista di innocui commenti di gente ininfluente e a inviarla al Copasir? E perché il primo quotidiano italiano la pubblica col titolo “La rete di Putin in Italia”, con le foto segnaletiche dei soggetti “attenzionati” per aver criticato il governo, o la Nato, o i nazisti ucraini (sempre siano lodati) e aver “diffuso fake news”? E qual è l’organo della Repubblica che decide quali notizie sono fake news?
Si può finire in un report dei Servizi per un commento su Twitter (o su qualunque altro mezzo di diffusione con cui esercitiamo il diritto costituzionale di manifestare liberamente il nostro pensiero), e la maggiore preoccupazione della stampa è che Draghi non faccia la figura del censore?
Nell’operazione “trasparenza” imperiosamente richiesta da Draghi (a chi?), rientra forse l’intervento di venerdì sera a Otto e mezzo del senatore di Fratelli d’Italia e presidente del Copasir Adolfo Urso, il quale s’è presentato con varie risme di fogli, tra cui il report appena desecretato dal capo dei Servizi Gabrielli, per dire: “Non c’è nessuna attività di Intelligence sull’opinione delle persone”; c’è invece un “bollettino di un tavolo interministeriale creato da Conte nel 2019”, quindi semmai la colpa è di Conte. Floris fa notare che il bollettino è una semplice rassegna stampa di opinioni divergenti dalla linea atlantista, il che dovrebbe far rabbrividire chiunque, tanto più che nell’articolo del Corriere sono presenti soggetti che nel report non compaiono, come Orsini e il sen. Petrocelli (che per il Corriere è un “grillino anti governativo”: cioè, i parlamentari devono essere tutti governativi, come nel governo Mussolini post-1925 e nell’Ucraina di Zelensky). Quale report ha desecretato Gabrielli? Non rabbrividisce Urso, che anzi rilancia segnalando con allarme che vi compaiono anche critiche al presidente del Copasir, che poi sarebbe lui.
D’un tratto ci dimentichiamo di tutta la vicenda delle spie russe che cospirano su Facebook e ci interessiamo a questo Urso. Che personaggio, con la sua dizione borbonica, la sua devozione per la burocrazia, la sua prosopopea autoritaria. Mentre al suo partito arrestano il candidato a Palermo con l’accusa di aver chiesto voti ai boss di Cosa Nostra, lui si preoccupa delle critiche alla sua persona, che potrebbero minare la sicurezza della Repubblica, poi seppellisce Floris, Caracciolo e Padellaro con la forza delle carte bollate (pareva Verdone nello sketch in cui tirava fuori il porto d’armi timbrato e catalogato: “Dice: chi te l’ha data questa? Questo!”). Ricapitolando: non solo non si può dire che Draghi è “allineato alle decisioni americane” e “disinteressato alle sorti del suo popolo”, né “strumentalizzare in chiave anti-Nato” le parole del Papa sull’“abbaiare della Nato alle porte della Russia”, frase inequivocabilmente anti-Nato che da oggi diventa pro-Nato. Ai reati di lesa draghità, lesa zelenskità e lesa azovità (guai a toccare i tatuati con la svastica, gli eroi di Gramellini e Bernard-Henri Lévy), bisognerà aggiungere la lesa copasirità (non si potrà più dire che è folle pagare il Copasir perché indaghi sugli ospiti dei talk-show, specie se russi, per verificare se tante volte dicono cose filo-russe). Resterebbe da capire chi ha commissionato il report dei Servizi, sempre se Draghi non si irrita.

Balle Travagliate

 

Fine balle mai
di Marco Travaglio
Ora che il dossier dei Servizi spacciato dal Corriere per lista di “putiniani” è pubblico, il caso è tutt’altro che chiuso. Lo sarà solo quando le seguenti domande troveranno risposta.
1. Venerdì a OttoeMezzo Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere, ha spiegato che i 6 nomi presenti nella lista del Corriere ma non nel report dei Servizi (tra cui il prof. Orsini e il sen. Petrocelli) sono in una documentazione più ampia, di cui il report è solo una “sintesi”. Purtroppo ieri, sul Corriere, la vicedirettrice Fiorenza Sarzanini ha scritto tutt’altro, con la tecnica della matrioska che ne contiene sempre un’altra (ovviamente segreta), rinviando l’ora della verità alla settimana dei tre giovedì: i 6 nomi in più erano “emersi in questi mesi durante l’attività di monitoraggio” di “false notizie ai fini di propaganda”, oggetto di tre report precedenti. Ma Gabrielli ha escluso con raccapriccio la sola idea che siano monitorati dei parlamentari, cioè Petrocelli (anche se il report n.4 cita l’eurodeputata Donato). Quindi Orsini, Petrocelli&C. sono citati negli altri tre report? Perché il governo non li desecreta? Gabrielli mente dicendo che non ci sono parlamentari (oltre a Donato) nei report, o mente il Corriere?
2. L’esistenza fin dal 2019 di un “tavolo” presso il Dis con Aisi, Aise, Farnesina, Viminale e Agcom per monitorare la disinformatia non giustifica la produzione di report (o “bollettini”), salvo che si registrino pericoli concreti: siccome nel report n. 4 non ci sono fake news veicolate da Mosca, ma solo notizie vere e opinioni dissonanti, chi ha ordinato ai Servizi di schedare “le critiche all’operato del Presidente del Consiglio Draghi” come se fossero dei crimini?
3. Se lo scopo è contrastare le fake news, perché i nostri autoproclamati Ministeri della Verità non segnalano nessuna di quelle diffuse da Ucraina, Usa e Nato (bombardamento missilistico della centrale nucleare di Zaporizhzhia, avvelenamento di Abramovich, disfatta militare dei russi, cifre a casaccio sui morti)?
4. Gabrielli rivela che “il bollettino era noto allo staff di Palazzo Chigi”. Ma lì gli unici titolati a maneggiare materiale classificato sono il premier e il sottosegretario Gabrielli: chi sono i membri dello staff che leggono e manovrano i dossier top secret?
5. Draghi si dice “irritato” perché, esploso lo scandalo (grazie al Fatto, a Floris e a pochi altri), rischia di “passare per censore”. Non poteva irritarsi quando lesse il report o quando lo staff non lo avvisò? Non si chiede quanto sono irritati i cittadini mostrificati dal Corriere per le loro opinioni? Perché non si scusa con loro, non caccia i servi sciocchi che compilano quella robaccia e non intima ai Servizi di piantarla e di spendere i nostri soldi in qualcosa di più utile e meno incostituzionale?

sabato 11 giugno 2022

Così...

 


Servizi Travagliati

 

Processo alle opinioni
di Marco Travaglio
Si temeva che, una volta desecretato, il dossier sui presunti “putiniani d’Italia” avrebbe screditato o i Servizi segreti che l’hanno compilato e il retrostante governo Draghi, o il Corriere della Sera che l’ha divulgato facendolo proprio con gran fregola. Invece chiunque lo legga si fa una pessima idea sia dei Servizi e del governo, sia del Corriere. Partiamo dal quotidiano più venduto d’Italia: domenica titola a tutta pagina “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia”, con le foto segnaletiche dei 9 pericoli pubblici incastrati dall’“indagine del Copasir” su “materiali raccolti dai servizi”. In ordine di mostrificazione: il senatore ex 5S Petrocelli, il professor Orsini, il reporter Bianchi, lo scrittore Dinucci, l’economista Fazolo, la freelance Ruggeri, l’analista Vezzosi, il dentista ex leghista Giordanengo, la giornalista russa Dubovikova. Ieri, bontà sua, il sottosegretario Franco Gabrielli ha divulgato il celebre dossier: 7 pagine intitolate “Hybrid Bulletin. Speciale disinformazione nel conflitto russo-ucraino, 15 aprile-15 maggio” e firmate dal “Dis, con i contributi di Aise, Aisi e Maeci” (i servizi segreti e il ministero degli Esteri). E – sorpresa! – di quei 9 nomi ne riporta solo 3: Fazolo, Bianchi e Dubovikova, peraltro senza l’ombra di condotte men che lecite. Orsini e Petrocelli – gli unici famosi, indispensabili per giustificare un’intera pagina di Corriere (che agli altri 7 avrebbe dedicato un trafiletto) – non sono mai citati, così come gli altri 4. E Gabrielli assicura che i 6 nomi mancanti non sono all’attenzione dei Servizi. Quindi delle due l’una: o esistono altre liste e Gabrielli mente, o quei 6 nomi se li è inventati il Corriere. E in ogni caso avremmo dei noti cacciatori di fake news che, per cacciarle meglio, le fabbricano in casa.
Ma nel bollettino trasmesso dal Dis al Corriere e poi al Copasir non mancano solo 6 nomi. Manca qualsiasi presupposto che giustifichi il bollettino. Il governo (Gabrielli) e il Parlamento (Copasir) ci assicurano che non indagano sulle opinioni di liberi cittadini sulla guerra, ma solo sulla “disinformazione” a colpi di “fake news” pilotate e coordinate da Mosca per “condizionare l’opinione pubblica italiana” e “orientare, o peggio boicottare, le scelte del governo” (Corriere). Purtroppo dal report emerge l’opposto. Non è citata una sola fake news (a parte Fazolo che stima in “circa 80” i giornalisti uccisi in 8 anni di guerra civile in Donbass, mentre per il Dis “le vittime ammonterebbero a circa la metà”, dove il circa e il condizionale rendono opinabile pure la rettifica): solo opinioni “antigovernative”, “antisistema”, “sovraniste”, “anti-Nato”, “antiamericane”, “antioccidentali”, “antiucraine”, “eurasiatiste” (sic!), “no-vax”, “no-greenpass” ecc.
Che però non sono reati, ma manifestazioni del pensiero tutelate dalla Costituzione. E soprattutto non c’è uno straccio di prova che i soggetti citati siano pilotati o pagati da Mosca. Anzi, “la disinformazione russa ha subìto un forte rallentamento”. Così, nell’ansia di dimostrare che “il governo non indaga sulle opinioni”, Gabrielli riesce a provare l’esatto opposto: governo e servizietti processano le idee. La frase clou del report, che dovrebbe intitolarsi “Nato dixit” o “Draghi ha sempre ragione” o “Lesa maestà”, è un capolavoro di autoritarismo, ma anche di fantozzismo: “Sono state registrate le seguenti narrative inedite: le critiche all’operato del presidente del Consiglio Mario DRAGHI” (l’opposizione e la critica diventano, comprensibilmente, “narrativa inedita”). C’è financo chi “delegittima l’informazione dei media occidentali” (embè?). E chi segnala “la sfiducia dei soldati ucraini prigionieri nei confronti del proprio esercito” (altra notizia vera, data da tutti i media del mondo).
In mancanza di fake news, diventano “disinformazione” e “propaganda” le verità che non fanno comodo a Usa, Nato e Draghi. Tipo “i presunti crimini di guerra degli ucraini in Donbass” (talmente presunti che da 8 anni vengono denunciati da Onu, Osce e Amnesty, invano); i “laboratori biotecnologici in Ucraina” (svelati dalla stampa Usa e Uk nello scandalo di Biden jr.); “le rivelazioni dei Pandora Papers sul patrimonio di Zelensky, rievocate per ricordare la disonestà di colui che rappresenta il volto della resistenza ucraina” (anch’esse autentiche, infatti fino a 4 mesi fa riempivano non la stampa russa, ma quella occidentale); “le immagini di repertorio che ritraggono Draghi mentre indossa una spilla da giacca con l’emblema della Nato” (e quindi?); “la retorica tendenziosa secondo cui la Nato starebbe continuando il progetto di espansione a Oriente” (mentre, com’è noto, non fa che arretrare). Fra le notizie vere e dunque proibite c’è pure la frase del Papa sull’“abbaiare della Nato alla porta della Russia”, che vale a VisioneTv un posto d’onore nella black list per averla “strumentalizzata in relazione alla presunta responsabilità dell’Alleanza Atlantica, definendola ‘brutale critica alla Nato’” (cioè per averla capita). Infine due scoperte sconvolgenti dei nostri 007, che da sole giustificano tutti i miliardi spesi per lo spionaggio e la cybersecurity: “L’account dell’Ambasciata russa ha dato ampia visibilità alle interviste di rappresentanti istituzionali russi” (anziché quelle di rappresentanti malgasci); e l’intervista di Lavrov a Rete4 ha raccolto su Twitter “sia posizioni favorevoli che contrarie” (ma va?). Non per nulla si chiama intelligence: per distinguerla dai coglioni.

venerdì 10 giugno 2022

Dai che arrivano!

 


Contentissimo, fiducioso, fremente di pensare che un giorno potrebbero prendere in mano il paese! Peccato che manchi l'arbitro Byron Moreno...

Per opinione personale

 

La Asl chiede 5000 euro per il suicidio assistito
La burocrazia del fine vita
DI MICHELE SERRA
Si possono vincere quasi tutte le guerre. Non quella contro la burocrazia. Ditemi se esiste un’altra sintesi della lunga storia di Mario, il primo italiano che, avendolo scelto, potrà porre fine alla propria esistenza (distrutta da un grave incidente, e governata dal dolore fisico e psichico) senza che questa sua scelta sia un crimine.
Mario, con l’aiuto dell’Associazione Luca Coscioni, aveva superato diversi ostacoli. Il più evidente è l’assenza di una legge sul diritto di andarsene quando non si è più in grado di sopportare la sofferenza. È insabbiata in Senato. È ben nota l’opposizione etica del mondo cattolico, che è il fondamentale ostacolo, se non l’unico, alla sua approvazione. A questo vuoto legislativo, che forse sarebbe meglio definire omissione legislativa tramite resistenza passiva, si è ovviato con tenaci e fantasiosi espedienti (lo dico con pieno rispetto e solidarietà politica agli artefici degli espedienti) che hanno portato — miracolo italiano — a consentire finalmente il suicidio assistito anche in un Paese nel quale il suicidio assistito non è previsto dalla legge.
Se volete farvene una ragione, leggetevi le tonnellate di materiale disponibile on line, a partire dalle vicende di Eluana Englaro e dj Fabo. In sostanza — mi scuso per eventuali approssimazioni, ma la materia è complicatissima — il diritto di andarsene è depenalizzato e perfino consentito, ma non ancora legalizzato. Manca l’iter, per dirla burocraticamente.
Manca il protocollo.
E difatti, sempre per dirla burocraticamente, l’Azienda sanitaria competente, quella della Regione Marche, fa sapere a Mario che deve pagarsi il decesso: circa cinquemila euro tra apparecchiature e farmaci. È molto probabile, se non certo, che la ragione formale sia dalla parte dell’Azienda sanitaria delle Marche: non risulta, per legge, che esita una scartoffia, o un rosario di scartoffie, corrispondenti alla richiesta del cittadino Mario. C’è per le dentiere, per le protesi, per gli occhiali, per il cancro, per il diabete, non c’è per la morte. Chi proprio vuole morire, paghi il suo biglietto e non si sogni di farlo a spese dello Stato. Magari, chissà, qualche impresa dipompe funebri vorrà mettere in catalogo, oltre al trattamento del defunto, anche la fase immediatamente precedente.
Privatizzare ciò che il pubblico non è più capace di fare, non è forse questa la regola aurea degli ultimi trent’anni?
Sta di fatto che la voce della burocrazia, in coda a una estenuante guerra etica e politica che ha ingaggiato costituzionalisti, religiosi, sapienti di ogni risma, è l’ultima a pronunciarsi, e si pronuncia con l’indifferenza che le è connaturata.
Non è ancora stato istituito lo sportello giusto per lei, signor Mario. Provveda per suo conto, noi non siamo attrezzati, non sappiamo, non vediamo, non possiamo, non sentiamo, non ci siamo.
Dunque Mario è un passo dal suo addio: alla madre, agli amici, ai tanti che hanno condiviso il suo dolore, e forse proprio per questo hanno condiviso anche la sua scelta di andarsene. Ma non sarà un addio a carico dello Stato. Del resto la sua vicenda, esattamente come quelle che l’hanno preceduta, dal primo all’ultimo istante non ha potuto fare affidamento alcuno sullo Stato, in alcuna sua forma. Tutto è accaduto per iniziativa volontaria, e volontaria solidarietà di medici, di associazioni, di singoli italiani.
Chi parla con ammirazione del volontariato, che in effetti è il corpo vivo della solidarietà e del soccorso a chi soffre, sappia che uno dei più tipici e rispettabili esempi di volontariato è proprio questo: ogni singolo passaggio della lunga, dolorosa vicenda della morte assistita ha visto come attori cittadini e associazioni, mobilitati attorno al capezzale di chi pregava, spesso sorridendo come Mario, di lasciarlo andare. La fantasia, la passione, l’impegno dei volontari e delle associazioni hanno costruito umanità attorno a quei capezzali anche per ovviare alle amnesie e alle viltà di uno Stato incapace di ascoltare la voce di chi vuole andarsene. Uno Stato silente non può che avere per sua voce terminale la burocrazia sanitaria, che a Mario è capace solamente di presentare il conto.