martedì 7 giugno 2022

Anto'

 

L’insostituibile ricreazione di Max Giletti
di Antonio Padellaro
Con Massimo Giletti senza se e senza ma. Primo perché siamo sempre stati dalla parte dei conduttori svantaggiati che non è affatto bello perculare. Gli Giletti hanno infatti una insostituibile funzione ricreativa e ci distraggono dalle brutture della guerra in quello spassoso angolo del buonumore chiamato Non è l’Arena. Secondo, perché il suo malore in diretta, fortunatamente superato (auguri sinceri), scala il podio tv dei mancamenti cult: “Oddio Massimo” (Myrta Merlino, giustamente preoccupata) compete con lo straziante “Ciro Ciro Ciro” di Sandra Milo. Quello fu originato da uno scherzo di cattivo gusto, questo dalla grandinata di insulti piovuta sul poveretto da parte della Zakharova e Sallusti (da ieri popolarissimi tra i giornalisti di La7) che gli hanno fatto perdere i sensi e concesso una meritata pausa. Terzo, perché il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio (con l’assai creativo piano per la tregua che ha unito Russia, Usa e Nazioni Unite in un imbarazzato silenzio), e lo spensierato Matteo Salvini con il fantasy “Vado a Mosca e ritorno con la pace”, hanno trasformato la politica estera in un intrattenimento.
Mentre il nostro Max, nel tentativo di trasformare un intrattenimento in politica estera, ha mandato in vacca entrambi, ma almeno ci fatto divertire. Alla vecchia battuta di Churchill sugli italiani che vanno alla guerra come fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come fosse una guerra, possiamo aggiungere ora il corollario: e studiano diplomazia all’Asilo Mariuccia International. Infine, a Giletti va dato pieno sostegno per il suo innegabile talento nel trasformare le figure di merda in ascolti. Perché allora non spedirlo a recitare l’ultimo discorso di Martin Luther King a un raduno del Ku Klux Klan in Alabama? O nella Curva Nord laziale tutto pittato di giallorosso con una coppa in mano? Forse però ha già raggiunto il top.

L'Amaca

 

Quando l’Europa sarà europea
DI MICHELE SERRA
Si dice che solo gli ebrei possano raccontare a cuor leggero barzellette sugli ebrei senza essere accusati di antisemitismo. Allo stesso modo, leggendo su questo giornale l’intervista all’economista americano Jeffrey Sachs, ho pensato che solo gli americani possano criticare la politica estera americana senza essere accusati di antiamericanismo.
“Le priorità degli Stati Uniti non sono le priorità dell’Europa… bisogna fare in modo che i russi si ritirino dall’Ucraina ma anche che l’Ucraina accetti di non entrare nella Nato… è l’unico compromesso possibile, i politici americani non sono disposti ad accettarlo, sono i politici europei che dovrebbero fare questa proposta… Non sono a favore della politica estera degli Stati Uniti che vede i rapporti con il resto del mondo sotto forma di alleanze, l’alleanza Occidentale e tutti gli altri. L’idea che la Nato possa espandersi a Oriente è una pessima idea”.
È solo un breve sunto. Non so se in America qualcuno accusi Sachs di essere prezzolato dal Cremlino. Ma so che da noi parole identiche costerebbero l’immediata iscrizione coatta in una delle tristi liste di proscrizione comparse negli ultimi mesi: amici di Putin, anche se lo detestano.
La sovrapposizione polemica tra antiamericanismo e antieuropeismo è la forzatura ideologica, ricorrente e mai motivata, che ha reso così sgradevole e inutile buona parte della discussione sulla guerra.
Esiste un campo democratico (per fortuna non solo in Europa e Nord America) ma esistono una storia e una geografia che suggeriscono agli europei una loro autonomia politica e militare. Chissà quando lo si potrà dire serenamente.

lunedì 6 giugno 2022

Grande paese!

 


Pace nell'arte

 


Pace o vittoria? Ecco cosa ci insegna la storia dell’Arte
LE DUE STAMPE DEL XVI SECOLO - Un conto è dire pace: altro conto è vedere la Pace che brucia le armi. Un conto è esaltare la vittoria: altro conto è vedere la Vittoria con le mani insanguinate
DI TOMASO MONTANARI
Vittoria o pace? Dopo oltre cento giorni di guerra appare sempre più chiaro che si tratta di un bivio, un’alternativa: l’Occidente deve decidere cosa vuole, in Ucraina. Perché le strade per ottenere l’una sono remotissime da quelle che servono per ottenere l’altra. Che il presidente Zelensky continui a ripetere ai suoi concittadini che l’obiettivo è la vittoria è perfettamente comprensibile. Molto meno che lo facciano i leader dell’Unione Europea. Venerdì scorso Amin Awad, coordinatore Onu per la crisi in Ucraina, ha dichiarato con molta maggior lucidità che questa guerra “non avrà un vincitore. Invece abbiamo visto – ha aggiunto – per cento giorni cosa è stato perduto: vite, case posti di lavoro e prospettive”.
Non è certo la prima volta che ci si trova a dover scegliere tra una possibile vittoria e una raggiungibile pace. Una ricchissima iconografia, lunga quanto la storia dell’arte, ci racconta come esse siano state rappresentate in immagine: allegorie femminili capaci di insegnare, dare piacere, incitare all’azione. Ne ho scelte due, pubblicate a stampa (il mezzo di diffusione più universale e veloce) negli stessi mesi, alla metà del Cinquecento, questo secolo bello quanto feroce.
La Pace è quella del frontespizio dell’Extraordinario libro di architettura dell’italiano Sebastiano Serlio (1551), cioè il supplemento al campionario di invenzioni architettoniche più fortunato del secolo. La pace come premessa indispensabile all’architettura: cioè all’edificazione della civiltà stessa. La figura ha in mano un ramo d’ulivo, perché il suo frutto c’è “in abondanza solo dove la pace reca agli huomini commodità di coltivar la terra, la quale per la guerra rimane infeconda, et disutile” (così il repertorio iconografico di Cesare Ripa, di poco successivo): una circostanza puntualmente verificatasi anche in questa guerra “moderna”. Ma l’ulivo ha anche un altro, più sottile, significato: “Presso agli ebrei nella vecchia Legge, fra le altri cagioni si ungevano i Re, che erano eletti pacificamente, acciò che si ricordassero di vivere in pace et in quiete, questa stimando la maggior lode, che si potesse avere a’ quei tempi, secondo il detto Rex pacificus magnificatus est”.
Il nesso simbolico ulivo-pace nasce, ovviamente, dalla pagina della Genesi in cui una colomba torna all’arca di Noè con un suo ramoscello in bocca, dimostrando che l’acqua si sta ritirando lasciando riapparire gli alberi, e che dunque Dio ha fatto pace con il genere umano. Di qua l’idea che i re si ungessero perché rimanessero costruttori di pace: esattamente quello che i nostri presidenti e capi di governo hanno dimenticato.
Con l’altra mano, poi, la Pace incendia un cumulo d’armi: “Et la facella, che abbrugia il Monte d’armi significa l’amore universale e scambievole fraa i popoli, che abbrugia, & consuma tutte le reliquie de gli odij, che sogliono rimaner dopo la morte de gli huomini”.
Bruciare le armi per evitare che la guerra continui, di generazione in generazione: esattamente il contrario di quel che pensiamo oggi, quando crediamo che la moltiplicazione degli armamenti sia l’unica condizione per mantenere la pace.
La stampa con la Vittoria (del 1552), invece, è opera del pittore di Anversa Frans Floris, e fu ispirata dai recenti trionfi dell’imperatore Carlo V sui turchi. Con una libertà che solo agli artisti è concessa, Floris ci mostra la Vittoria per quel che davvero è: una dea guerriera, che allarga mani che letteralmente grondano sangue. Una prospettiva impietosa la schiaccia di fronte al campo di battaglia, tutto pieno di armi: non bruciate, ma usate a più non posso. Come una sorta di Cristo giudice michelangiolesco, ma impietoso e disumano, la Vittoria si staglia su un cumulo di corpi: ha alla sua destra un mucchio di cadaveri, e alla sua sinistra prigionieri in catene. Niente di trionfale, ottimistico, roseo: la Vittoria non è vista in rapporto al futuro, ma al passato immediato, cioè a ciò che ha comportato il poterla conseguire. E cioè una carneficina di corpi e di vite: un massacro, una strage, una terribile sciagura.
Gli artisti sapevano bene che un conto è dire, o scrivere, un concetto, e un conto è rappresentarlo per immagini: cambia tutto anche se il concetto è lo stesso. Un conto è dire pace: altro conto è vedere la Pace che brucia le armi. Un conto è esaltare la vittoria: altro conto è vedere la Vittoria con le mani che gocciolano sangue umano, in mezzo a un’ecatombe. Nella domenica delle Palme, cioè nella domenica in cui si fa memoria della Passione di Cristo, papa Francesco si chiese: “Che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?”. È quello che si chiede chi vuol fermare la guerra mostruosa di Putin, ma senza scatenarne una ancora più grande e terribile. La saggezza delle vecchie immagini di un continente condannato da millenni alla guerra può forse ancora ispirarci: per voltare pagina, una volta per tutte.

L'Amaca per Musk

 


domenica 5 giugno 2022

Tabella chiara



Ora, anche un impercettibilmente neuro dotato, un’ameba sottoculturata, un rutto socialmente inutile potrebbe capire, dalla tabella qui sotto, il perché al vecchietto soporifero salutante il nulla, convenga che il conflitto, al pari di tutti gli altri conflitti, duri sempre più. E che la sua pace non è la nostra pace!

Marco e la Contessa


Per arrotondare 

di Marco Travaglio 

Da quattro anni, come voi ben sapete, ci occupiamo assiduamente della presidentessa del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Per i seguenti motivi: il doppio ruolo di seconda carica dello Stato e vestale del berlusconismo con grave sprezzo del ridicolo fin dai tempi di Ruby nipote di Mubarak; il vitalizio extralarge; la passione per i voli di Stato; le missioni internazionali concomitanti con i concerti del figlio; e, per par condicio, gli aiutini alla figlia a spese dei contribuenti. Stupefatta perché almeno un giornale trovava tutto ciò degno di nota, la presidentessa ci minacciò di azioni legali nel caso insistessimo e poi, siccome insistevamo, ci fece causa al Tribunale civile di Padova. Chiedeva almeno 150mila euro per alcune decine di articoli, lamentandone oltre 200 a riprova della “campagna di stampa” e dello “stalking mediatico” per diffamarla e farla soffrire. Ci siamo difesi portando le prove di tutto quanto avevamo scritto e ora il giudice riconosce che “i fatti storici narrati sono veri”, “la critica è legittima”, “non si vede quale sia il contento diffamatorio”: sul vitalizio extralarge (comprensivo – caso unico nella giurisprudenza domestica del Senato – dei quattro anni al Csm); sul giro del mondo al seguito del pargolo musicista; sulla resistibile ascesa della figlia esperta di bici. Quindi il giudice “esclude la campagna mediatica” diffamatoria.
Ma alla fine le dà un contentino perché (in 200 articoli) abbiamo usato tre vocaboli: “bestemmia” (il “perdio” sfuggito alla gentildonna), “marchette” (i sospetti di favori ai rampolli) e “minacce” (i preavvisi di azione legale recapitati a domicilio a due nostri cronisti, mentre il sottoscritto, ritenuto meno impressionabile, li ricevette in redazione). E ci condanna ad arrotondare lo stipendio e il vitalizio della statista padovana: “5.000 euro per l’utilizzo del termine ‘marchette’, 10.000 per gli articoli sulle minacce e 10.000 per l’articolo sulla bestemmia”. Ovviamente appelleremo questa (minuscola) parte di sentenza, perché rivendichiamo il diritto di sentirci minacciati da una minaccia di azione legale; quanto a “bestemmia” e “marchette”, siamo in buona compagnia del Dizionario Treccani. Che definisce “perdio” come “imprecazione, bestemmia”. E “marchetta” (molto usata nel gergo politico) come “piccola marca” e, per estensione, lavoro non impegnativo fatto per compiacere qualcuno…”. Per domenica prossima i “garantisti” ci hanno apparecchiato cinque referendum: quattro pericolosi, uno inutile, nessuno garantista. Il minimo sindacale del garantismo dovrebbe consentire a chi scrive la verità di usare le parole che vuole e di essere risarcito da chi lo denuncia con accuse false. Invece, nella patria del diritto, accade il rovescio.