domenica 29 maggio 2022

Signor Vacchi



La vicenda del Signor Vacchi - lo chiamo così benevolmente perché dall’alto dei suoi 22 milioni di follower deve avere per forza rispetto perché altrimenti, Dio non voglia, saremmo difronte ad un dato triste ed inconfutabile, che in giro vi siano 22 milioni di coglioni - mette in risalto una forma di schiavismo, oramai agevolato verso la normalità, di questo capitalismo deviato e pericoloso: la sudditanza pagata molte volte in nero di esseri umani verso il loro “badrone”. Badanti, maggiordomi, marinai, cuochi, factotum, antepongono alla loro dignità i voleri a volte folli dei loro datori di lavoro, i quali, più sono danarosi più tendono a schiavizzarli. Il Signor Vacchi è un totem in materia e sarebbe bello, ma il fato sempre più appare come loro amico e protettore, un giorno vederlo danzare mentre pulisce i bagni di un’anonima stazione di periferia. Con ancora molti follower a gustarne le evoluzioni coreografiche!

Grandissimo Carletto!

 


Sacrificio, umiltà, modestia ed esperienza Questa Champions è il capolavoro di Carlo
di Arrigo Sacchi
Ancelotti ha fatto un capolavoro. Non era tra i favoriti in questa Champions League e invece ha avuto il coraggio e la forza di vincerla. E sulla sua strada ha eliminato il Psg, il Chelsea, il Manchester City e il Liverpool, cioè il Gotha del calcio mondiale. Il Real Madrid di Carletto (e di suo figlio Davide, aggiungo) non era probabilmente la più forte squadra sulla carta, ma ha dimostrato di essere il gruppo che aveva più spirito di sacrificio, più umiltà, più modestia e più esperienza.
Il Liverpool, certamente sfibrato dalla lunga lotta con il Manchester City per la Premier League, ha dominato nel primo tempo, ha creato diverse occasioni, ma ha trovato di fronte a sé un Courtois monumentale. E poi, minuto dopo minuto, il Real è venuto fuori. Carletto è stato molto intelligente: sicuramente sapeva che gli inglesi non erano al top della condizione atletica, ha scelto di partire prudente, di farli sfogare per avere un
vantaggio nella ripresa. È stato un allenatore tattico che, conoscendo le forze dei suoi ragazzi e quelle del nemico ed essendo conscio di non potersela giocare sul piano del ritmo e della velocità, ha deciso di puntare sulla saggezza, sull’attenzione difensiva e sulla voglia di sacrificarsi dei suoi campioni. I quali lo hanno ripagato, perché tutti avete visto le rincorse di Modric, di Benzema, di Kroos. Mi viene da dire che il Real Madrid ha giocato all’italiana, ma questo era l’unica strada possibile per arrivare al successo.
Alla fine della partita ho ammirato la stretta di mano di Klopp a Carlo: un gesto da vero signore, nel quale ho letto la stima profonda dell’uno nei confronti dell’altro. Il capolavoro di Carlo non sta soltanto in questa Champions League, ma nell’aver conquistato la Liga, nell’aver saputo creare un gruppo coeso, partecipe, sempre pronto al sacrificio. Erano andati via diversi giocatori da Madrid, nell’estate scorsa, di sicuro non si pensava di vincere il trofeo più importante.
E invece Carletto è stato un vero e proprio mago. Aiutato dai suoi collaboratori, dai dirigenti, da un ambiente che trasmette entusiasmo, è stato capace di superare autentici squadroni e di raggiungere la gloria. E lo ha fatto, Carlo, con la sua dote principale: l’umanità. Se ha conquistato quattro Champions League da allenatore, due con il Milan e due con il Real Madrid, un motivo c’è, e questo motivo sta nell’atteggiamento che lui ha nei confronti del calcio, dei giocatori,d egli avversari, dei tifosi, dei dirigenti. È una bella persona, e con questo credo di aver spiegato tutto. In questa stagione, che non si annunciava semplice, è stato bravo a sfruttare il massimo di quello che aveva a disposizione. È la sua caratteristica: ovunque vada, vince. Anche questo è un dettaglio (per niente piccolo) sul quale riflettere. Vedere i giocatori del Real Madrid difendere in quel modo, con quello spirito di gruppo e con quella determinazione, è un’anomalia (considerati la storia e lo stile del club) e, nello stesso tempo, una lezione per molti: si arriva lontano soltanto se assieme si superano tutti gli ostacoli. Carlo e i suoi ragazzi non li hanno superati: se li sono mangiati, nel corso di una stagione davvero spettacolare e della quale tutti i tifosi del Madrid saranno orgogliosi. Grandi! Di più: immensi. In questa vittoria ci sono valori morali che devono essere evidenziati e che dovrebbero essere alla base di ogni progetto sportivo.

Inedito

 

A Venezia
Gita a San Marco
la chiesa giullare
che sa d’Oriente
In questo secondo racconto lo scrittore rievoca una sua passeggiata in laguna, con i libri di Ruskin come guida: il giro in gondola, i canali che sono strade, l’arrivo alla basilica E tutt’intorno “ la lentezza, il silenzio, la grazia” riservati non solo ai ricchi e ai “ sognatori” ma anche agli abitanti più umili.

di Marcel Proust
Mentre leggevo queste pagine su Venezia, nella mia camera entrava il sole, inondandola per metà. E di lì a poco mi alzavo dal letto, camminavo sul sole adagiato nella mia stanza, scendevo le scale di marmo dove le porte chiuse male lasciavano passare, dagli spifferi, la fresca brezza marina di quelle calde giornate, e giunto davanti al blu del Canal Grande, sul quale lo sguardo si attardava, si riposava, si rapiva, si incantava, come una guancia ancora tiepida del sonno recente si riposa, si attarda, si incanta su un morbido cuscino, si arrivava alla porta dell’albergo, con i tre scalini di cui i primi due erano di volta in volta ricoperti dall’acqua oppure sgocciolanti, perché se da altre parti si abita in riva al mare, qui invece si abita in mare. I palazzi sono magnifici, e la domenica come carrozze, sulla piazza grande della città in festa, si affollano le gondole. Saltate in gondola e diciamo: «Palazzo dei Dogi, San Marco», dove i vostri amici vi aspettano già con i libri. Perché sin dalla vostra infanzia nei giorni di sole conoscete il piacere di dire: «Vi raggiungo», a giorno [fatto], quando l’appuntamento è sicuro, e la strada da percorrere da soli, per ritrovare gli [amici] partiti in anticipo, straripante della pienezza della felicità di una bella giornata, [sia] che si debba seguire il fiume, dove si sentono saltare i pesci e affollarsi intorno a una mollica di pane i girini, dove nei prati circostanti insieme alle margherite si accalcano i ranuncoli, e che ci sia da far scricchiolare il ponticello passandoci sopra, e da camminare nel profumo dei biancospini che, quando uno prova ad annusarli, non sanno più di niente, sia che scivolando in gondola … (la frase è incompiuta, N.d.T) Qui non passerete davanti al pasticcere, non attraverserete la strada per andare all’ombra. Ma il gondo-liere, portandovi verso dove gli avete chiesto, vi dirà indicandoveli: «Palazzo Foscari». A emergere dall’acqua blu, quando li accostate, li costeggiate, e poi li superate in gondola saranno proprio quelli che hanno esaltato i vostri sogni come Anna Karenina o Julien Sorel. Ma quelli non avete potuto conoscerli. Questi invece, protagonisti dei romanzi di Ruskin, da qualche parte esistevano, proprio qui dove siete giunti, in questa strada senza negozi, senza calessi, senza pavimentazione e dovete passarci davanti la sera per andare a cena, o prima di cena per andare a trovare qualcuno.

Naturalmente tutte queste parole: «la gloriosa architettura privata di Venezia», «il glorioso palazzo Foscari », avevano un fascino che non ritrovate qui, quando il gondoliere vi dice indicandovelo: «Palazzo Foscari». Ma un giorno «Foscari», detto dal gondoliere, mentre lo costeggiate in gondola prima di andare a fare visita a qualcuno al Grand Hotel, non sarà meno poetico dell’altro Foscari, quello di prima, che eravate deluso di non ritrovare, «il capolavoro di quella gloriosa scuola di architettura privata di Venezia»; poiché ci sono momenti della nostra vita che la percezione sensibile, la tirannia del presente, l’intervento dell’intelligenza, il reticolo delle cose da fare, il susseguirsi dei desideri egoisti, ci impediscono di vivere, ma che ridiventano gloriosi quando giunge finalmente il giorno della resurrezione.
Scendevo le scale di marmo tutto incappottato, con sottobraccio il plaid da buttarmi sulle spalle in gondola e i libri di Ruskin, e partivamo come per un viaggio per mare, prendendo il largo sul canal grande a colpi di remo, nel blu, sotto il sole, inspirando la brezza, per approdare a qualche tempio emerso dalle acque dove si ormeggiava la gondola. Certi altri giorni andavano ad aspettarci a San Marco e io partivo per le stradine che sembravano un corridoio interno del cortile dell’hotel talmente le case, una vicina all’altra da entrambi i lati, erano attaccate e avevano poco l’aria di stare dalle due parti di una strada. A Venezia i canali sono le strade. Ed è in questo forse che Venezia sorprende di più, per il fatto che altrove i canali, per quanto numerosi, sono canali che attraversano la città. A Venezia non sono canali, sono strade d’acqua, con tutta la caratterizzazione sociale che la parola strada implica. Le diverse attività della vita subiscono dunque la trasposizione che questa particolarità implica. Uscire vuol dire navigare. Non solo passeggiare davanti all’acqua come sulla banchina di un fiume, su una spiaggia o in riva al mare, ma proprio mettere il piede, direttamente uscendo dalla porta, nella gondola. Dove finisce la soglia comincia la strada ossia l’acqua, e la soglia è perennemente schizzata, lavata, inondata, riemergendo nell’ora del reflusso per poi essere di nuovo ricoperta dall’acqua crescente. La gondola non serve solo a passeggiare ma a circolare, alla vita più attiva, più povera, più frettolosa, malgrado il suo lusso che è solo apparente dato che serve a tutto e a tutti.
Il medico fa il giro delle visite in gondola, la casalinga va a fare la spesa, l’impiegato fa le sue commissioni. E con la lentezza, il silenzio, la grazia che sembrano riservati alla pigrizia dei ricchi o al tempo libero dei sognatori, la gondola porta i bagagli al treno, la carne della macelleria all’hotel, il criminale che è stato appena arrestato in galera. Esiste dunque la gondola scolatoio dell’insalata. E c’è anche la gondola carro funebre, visto che i funerali raggiungono per forza il cimitero sull’acqua; i parenti e gli amici che lo seguono piangendo lo seguono in gondola.

E così è l’idea di città a essere singolare a Venezia, più ancora dell’aspetto della città. I fondatori di Venezia non donarono solamente al mondo un’opera d’arte incomparabile. Crearono una nuova forma sociale abbastanza diversa dalla precedente idea di città da poter essere considerata un luogo di agglomerazione e soprattutto una forma di funzionamento sociale nuova. L’idea di togliere al mare e ai suoi canali il senso che da tempo immemorabile vi veniva attribuito, e che noi ancora oggi vi attribuiamo, di elemento intermedio il cui attraversamento, che serva alla pesca, al viaggio, alla scoperta, alla guerra, resta momentaneo, e di conferire loro il senso sociale fino ad allora indissolubilmente legato alle strade, di luogo in cui si va da una casa all’altra, dai fornitori, dagli amici, a messa, al Consiglio, in prigione, al cimitero, è un’invenzione assolutamente geniale in quanto implica una capacità di astrarsi dall’esistente per creare dal nulla. Noi stessi per svecchiare l’idea comune dell’originalità di Venezia (questa città tutta divisa in sezioni da canali) e per cercare di ristabilire la sua vera originalità non siamo forse obbligati a tentare di dare alla nostra mente un po’ di quella stessa forza, che i Veneziani del resto ci inculcano in qualche modo, cosicché facciamo infinitamente meno fatica di loro e abbiamo infinitamente meno merito? Dunque visto che tutto il senso e la personalità della strada vengono [alterati] (e profondamente trasformati dalle necessità dell’elemento così opposto alla terra in cui si imprimono), le strade di Venezia sono in qualche modo decerebrate da ciò che è costitutivo della strada, e somigliano a strade come i morti somigliano agli uomini. Dalle finestre dell’hotel non riuscite a credere di non affacciare su una chiostrina piccola piccola, e che quest’amalgama di case che hanno tutte l’aria di dipendere dalla vostra, di formare un tutt’uno, sia una strada. Ciò che per strada è di tutti, e separa dunque come estranei coloro che abitano case diverse e sono separati dalla strada, che è impersonale, che è di tutti, qui sembra non esistere e le finestre hanno tutte l’aria di orribili parti annesse dell’hotel.
Con il plaid sottobraccio, e i miei Ruskin in mano, arrivo a San Marco che mi sembra diversa da una chiesa quanto Venezia da una città. La personalità della chiesa, costituita, delimitata, apprezzabile in altezza si estende in larghezza, innalzandosi pochissimo dal suolo, e il Dio che sappiamo essere il nostro Dio, ma che sembra quasi un giullare pascià d’Oriente, è collocato così poco in alto rispetto a noi che ci tocca far rifluire le onde di marmo che vengono a spianarglisi intorno e seguire altrove la personalità dell’edificio, abbracciarne tutta la larghezza, non guardare più in alto ma a destra e a sinistra, distribuire in qualche modo l’altezza inesistente tra le lunghe linee di destra e di sinistra, e sentire la nostra idea di chiesa decapitata ed estesa all’infinito trasformarsi da campanile in facciate, trasporsi, incarnarsi in questo monumento nuovo, festivo, basso, tutto in larghezza. E dentro la chiesa, quando in fondo in fondo scorgeremo Nostro Signore con l’aria effeminata, orientale e bizzarra, con il suo gesto trasformato in una posa da grasso siriota equivoco, sentiremo come possano cambiare i segni delle medesime disposizioni morali e come faremmo fatica a riconoscere in esseri di razza diversa gli equivalenti delle cose che chiamiamo distinzione, bontà, coraggio, semplicità, finezza, tatto, nobiltà e a cui corrispondono in quelli del nostro sangue dei segni talvolta simulati, talvolta ingannevoli ma esteticamente certi.

sabato 28 maggio 2022

Quel che scrisse De Masi

 

A proposito del precedente articolo di Massimo Fini, ecco l'articolo di Domenico De Masi, per agevolare la vostra opinione in merito. 


Le società libere di essere infelici

I PARADOSSI DEL PROGRESSO - Un lungo opulento periodo di pace, gli scossoni delle crisi del capitalismo, la pandemia e poi la guerra: nonostante tutto non stiamo imparando a ridurre le diseguaglianze

DI DOMENICO DE MASI

Non credo, a differenza di Esiodo, che ci sia stata in tempi lontani una mitica età dell’oro; né credo, con Pasolini, che la società rurale abbia offerto ai nostri antenati alcuni millenni di serena convivialità contadina; neppure credo, come Adriano Olivetti, che si possa creare una comunità felice in una fabbrica gremita di catene di montaggio.

Ho potuto godere in prima persona i vantaggi offerti dall’industria e condividere le speranze con cui, dopo la Seconda guerra mondiale, abbiamo imboccato l’esperienza post-industriale. Ne ho tratto la consapevolezza che questo in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili, ma è certamente il migliore dei mondi esistiti finora.

E spiego perché.

Mai prima d’ora il pianeta era stato abitato da quasi otto miliardi di esseri umani, in gran parte istruiti, informati, interconnessi, che ogni mattina si svegliano e cominciano a pensare, ogni sera si addormentano e cominciano a sognare. Mai prima d’ora il 46% di tutti i Paesi del mondo era stato governato in modo democratico. Mai avevamo avuto tante fabbriche per produrre e tanti supermercati per consumare; mai avevamo prodotto tanti beni e tanti servizi impiegando così poca energia umana. Mai eravamo stati capaci di creare in dieci mesi un vaccino con cui salvare milioni di vite; mai avevamo avuto tanti analgesici per debellare il dolore fisico e tanti psicofarmaci per alleviare la sofferenza mentale. Mai avevamo avuto tante informazioni e così tempestive, tante protesi meccaniche e tanti trastulli elettronici che ci aiutano a non dimenticare, a non annoiarci, a non perderci, aumentando a dismisura la nostra realtà.

Ma non c’è progresso senza felicità e non si può essere felici in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele. Quest’inumana disuguaglianza non avviene a caso, ma è lo scopo intenzionale e l’esito raggiunto di una politica economica che ha come base l’egoismo, come metodo la concorrenza e come obiettivo l’infelicità. Lo aveva già capito molto bene Karl Marx: “Siccome una società, secondo Smith, non è felice dove la maggioranza soffre […] bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica. […] Gli unici ingranaggi che l’economia politica mette in moto sono l’avidità di denaro e la guerra tra coloro che ne sono affetti, la concorrenza”.

Il sistema post-industriale in cui ci troviamo a vivere è condizionato da due fattori – progresso e complessità – che pongono innumerevoli sfide al nostro innato desiderio di felicità.

L’idea di progresso, i dibattiti, le speranze e le imprese che ha suscitato, ma anche gli strappi e le vittime che ha provocato, costituiscono uno dei capitoli più affascinanti e terribili della storia umana. Grazie al progresso abbiamo goduto di una così lunga e crescente prosperità da introiettare l’idea che le risorse del pianeta sono infinite e infinita è la possibile crescita del Pil. Tra il 2006 e il 2017 Deirdre Nansen McCloskey ha pubblicato una trilogia di 1.700 pagine dedicata alle virtù, alla dignità e all’uguaglianza borghese in cui il merito di questa crescita è fatta risalire all’innovismo del “Grande Patto Borghese”, cioè al liberismo e al neoliberismo. A suo dire, ognuno di noi si è arricchito del tremila per cento e l’arricchimento si diffonderà a livello mondiale senza corrompere l’animo umano.

Nonostante queste dichiarazioni così imprudentemente gaudiose, anche prima che sopraggiungesse la pandemia del 2020, molti autorevoli studiosi della condizione umana avevano scorto nelle pieghe del tumultuoso progresso tecnologico, tra le righe delle relazioni addomesticate dalle agenzie di rating e dietro la bonaccia di una pace duratura, le minacce di possibili sciagure. Nel 2007 Dominique Belpomme, esperto mondiale di salute ambientale, aveva scritto: “Ci sono 5 scenari possibili della nostra scomparsa: il suicidio violento del pianeta, per esempio una guerra atomica […]; la comparsa di malattie gravi, come una pandemia infettiva o una sterilità che determini un declino demografico irreversibile; l’esaurimento delle risorse naturali […]; la distruzione della biodiversità […] e, infine, delle modificazioni estreme nel nostro ambiente come la scomparsa dell’ozono stratosferico e l’aggravamento dell’effetto serra”.

Mentre il Covid-19 mieteva milioni di vite, gli umani hanno continuato a distruggere la biodiversità, esaurire le risorse naturali, causare la scomparsa dell’ozono e aggravare l’effetto serra.

Per ora sappiamo che, con la caduta del Muro di Berlino, il comunismo ha perso ma il capitalismo non ha vinto perché l’uno aveva imparato a distribuire la ricchezza ma non la sapeva produrre; l’altro ha imparato a produrre la ricchezza ma non la sa distribuire.

D’altra parte, sappiamo pure che ogni progresso fa le sue vittime, che chi promuove il progresso tende a disinteressarsi delle vittime e chi difende le vittime tende a disinteressarsi del progresso.

L’effetto complessivo è una contrapposizione tra due estremi: gli entusiasti acritici che guardano al progresso come “violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo” come diceva il Manifesto del Futurismo; e pessimisti ipercritici che guardano al progresso come causa perversa e irriducibile dello snaturamento dell’uomo. A questi occorre aggiungere tutti coloro che negano l’esistenza stessa di progresso, lamentando che non ci sono più le mezze stagioni.

Leader idioti

 


L'Amaca

 

Fermare il mare con un pettine
DI MICHELE SERRA
Galleggianti sul mare di folla, spesso i calciatori festeggiano alla maniera della folla, insultando l’avversario.
Volendo, ci si può rallegrare della raggiunta simbiosi tra eroi e popolo, però a una condizione: non smettere mai di sperare che i modi dell’esultanza popolare, di qui all’anno Seimila, o Settemila, migliorino nella forma e nella sostanza.
In attesa del passo in avanti (comunemente detto: progresso, o civilizzazione, fair playin termini sportivi) fa tenerezza la pretesa della Procura calcistica di sanzionare il tesserato che sbraita come un boss della curva, come se davvero regolamenti e codici etici potessero ricondurre nel recinto buoi scappati ormai da troppo tempo (è una metafora, non si offendano calciatori, popolo e buoi). Il calciatore pagherà la multa — spiccioli per lui — e tornerà serenamente al suo rosario di vaffa. Allo stesso identico modo, spiccano per la loro inutilità gli sforzi di varie autorità, piccole e grandi, per ristabilire il valore della Forma, dal dress code nelle scuole ai patetici codici etici nei social. È come voler fermare il mare con un pettine. I vecchi argini, quelli pessimi così come quelli buoni, sono travolti, e in attesa che se ne formino dei nuovi, possibilmente più intelligenti e gentili dell’arcigno moralismo del passato, bisogna galleggiare anche noi, come i calciatori, sull’onda inarrestabile degli umori in libertà. Non è un’impresa facile. Bisogna da un lato convivere, almeno in parte, con l’atmosfera della bolgia. Dall’altro, continuare a pensare, con fermezza, e perfino con empatia, che meriteremmo tutti di meglio: calciatori, folla e buoi.

Felicità, capitalismo e Fini

 

Il triste successo del capitalismo
UNA RISPOSTA A DE MASI - Il sociologo scrive delle “società libere di essere infelici”. Ma io credo che ciò sia dovuto all’edonismo straccione contemporaneo, che ormai è stato scambiato per felicità
DI MASSIMO FINI
“Se il comunismo è vittima del suo insuccesso, il capitalismo lo è del suo successo” (Il ribelle dalla A alla Z). In un lungo articolo pubblicato sul Fatto (“Le società libere di essere infelici”, 21.05) Domenico De Masi scrive che “non c’è progresso senza felicità”.
È curioso, strano addirittura, che un sociologo sperimentato come De Masi si infogni in un concetto come quello di felicità che sfugge a ogni catalogazione sociologica. La felicità è un sentimento puramente individuale: “Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità” (Cyrano, Massimo Fini). Se la felicità non è individuabile esistono però dei presupposti per favorire il suo contrario. Stanno tutti nella convinzione dell’uomo moderno, illuminista, progressista, postindustriale, che esista un diritto alla felicità, collettiva e individuale. Per la verità i nostri più immediati progenitori non furono così sciocchi: nella Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776 si parla di un diritto alla ricerca della felicità che però l’edonismo straccione contemporaneo ha introiettato come un vero e proprio diritto alla felicità. E pensare che l’uomo abbia un diritto alla felicità significa renderlo ipso facto, e per ciò stesso, infelice. La sapienza antica, non solo quella raffinata della grecità, ma la più semplice sapienza contadina, a cui De Masi nega diritto di cittadinanza, era invece consapevole che la vita è innanzitutto fatica e dolore, per cui tutto ciò che viene in più è un frutto insperato e ce lo si può godere.
De Masi sembra legare l’ineffabile felicità, se non proprio alla ricchezza, alla possibilità di produrre infiniti, e sempre più allettanti, beni di consumo. Insomma al progresso. E se il progresso, pur con la sua cornucopia di beni, non è riuscito per ora a creare un mondo di persone felici è perché si è realizzato, nel cosiddetto “mondo libero”, attraverso ineguaglianze intollerabili (il sociologo mi perdonerà se semplifico il suo pensiero). Ma è proprio la filiera produzione-consumo su cui si basa il nostro modello di sviluppo a creare sotto l’aspetto del benessere una società attraversata da un profondo malessere.
Partiamo dalle cose più semplici. Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche dei più coerenti teorici del capitalismo e dell’industrialismo, sostiene, considerandola come cosa positiva, che il progresso del “mondo libero” è basato sulla competizione e quindi sull’invidia. Usando le sue parole: “il vagabondo invidia l’operaio, l’operaio invidia il capofficina, il capofficina invidia il dirigente, il dirigente invidia il padrone che guadagna 1 milione di dollari, chi guadagna 1 milione di dollari invidia colui che ne guadagna 3”. Insomma non c’è mai un momento di equilibrio, di riposo, di pace, di serenità. È la posizione di Silvio Berlusconi che rappresenta al meglio il dramma dell’uomo moderno. E l’invidia non è certamente un sentimento che fa star bene colui che ne è posseduto. Le cose andavano meglio, dal punto di vista psicologico, nella società feudale, premoderna, preindustriale. Quella società era divisa in caste impermeabili. Ma non è colpa mia se non sono nato Re, se non sono nato nobile, quelli partecipano a un altro campionato che non mi riguarda. E quindi io, contadino o artigiano che sia, vivo in un mondo di pari, sia nel di qua che nell’aldilà dove “ ’a livella”, come la chiamava Totò, finisce per eguagliare tutti, anzi è più dolorosa per chi credette di viver bene (“Prelati, notabili e conti / Sull’uscio piangeste ben forte / Chi bene condusse sua vita / Male sopporterà sua morte / Straccioni che senza vergogna / Portaste il cilicio o la gogna /Partirvene non fu fatica / Perché la morte vi fu amica”, Fabrizio De André, La morte).
Ma veniamo alle cose concrete, quantitative, misurabili anche dai sociologi e dagli statistici. Nel 1650, un secolo prima del take off industriale, i suicidi in Europa erano 2,6 per centomila abitanti, nel 1850, con statistiche certamente più accurate, erano 6,9 per centomila abitanti, triplicati, oggi sono mediamente vicini a 20 per centomila abitanti, quasi decuplicati. E il suicidio non è ovviamente che la punta di un iceberg molto più profondo. Nevrosi e depressione sono malattie della modernità. Negli Stati Uniti, il Paese più ricco, più forte del mondo, che gode di rendite di posizione che gli derivano dalla vittoria nella Seconda guerra mondiale, più di un americano su due fa uso abituale di psicofarmaci, cioè non sta bene nella propria pelle. Il fenomeno devastante della droga, nel Medioevo inesistente, in seguito riservato alle élite intellettuali, oggi coinvolge ogni classe sociale, soprattutto i giovani ed è sotto gli occhi di tutti. Sono cose su cui varrebbe la pena riflettere invece di continuare a credere ostinatamente, con l’ottuso ottimismo di Candide, di vivere nel “migliore dei mondi esistiti finora”.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’avanzatissima Europa è la regione del mondo dove avvengono più suicidi, 15,4 ogni centomila abitanti, mentre il Mediterraneo orientale è la regione dove ne avvengono meno. Nella bistrattatissima Africa, che da quando abbiamo cominciato ad “aiutare” per inserirla nei nostri mercati si è ulteriormente impoverita (migrazioni docent), la percentuale dei suicidi è del 7,4 ogni centomila abitanti, la metà di quella europea. In Italia il primato dei suicidi spetta alle regioni meglio organizzate, la Lombardia e l’Emilia-Romagna. Per i disturbi psichiatrici fra le regioni in testa figura sempre la Lombardia insieme alla civilissima Toscana, mentre la Campania, di cui continuamente segnaliamo le disastrose condizioni economiche e soprattutto sociali, occupa il penultimo posto.
C’è quindi del marcio nel “regno di Danimarca”, nel nostro modello di sviluppo che dopo averci promesso, propagandandolo su ogni suo media, uno straordinario benessere, si è rivelato portatore di un ancor più straordinario malessere.
Nella chiusa dell’articolo De Masi mette nella sua lista nera “tutti coloro che negano l’esistenza stessa del progresso”. Io appartengo a questa “colonna infame”. Ma sono in buona compagnia. Joseph Ratzinger, quando era ancora cardinale, ha scritto: “Il progresso non ha partorito l’uomo migliore, una società migliore e comincia a essere una minaccia per il genere umano”.