Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 5 maggio 2022
Antonio
Quel signore putiniano che veste bianco
di Antonio Padellaro
Ieri il sito di Repubblica, a corredo del titolo: “No ai talk show, il rifiuto dei ricercatori: mai più in tv con i propagandisti russi”, ha messo la foto del professor Alessandro Orsini. Mi dispiace ma non sono d’accordo poiché anche se per quella testata un Orsini si porta su tutto – dalle accuse di nazismo, a quelle di putinismo e, tempo al tempo, di polpottismo e satanismo – ritengo una grave manipolazione della realtà non avere effigiato come si meritava il più formidabile “propagandista russo” in circolazione. Chi, infatti, ha avuto l’ardire di sostenere che l’“ira” di Vladimir Putin sia stata “non provocata ma facilitata forse sì”? Arrivando al punto di dire che “forse l’abbaiare della Nato alla porta della Russia” ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto? Abbaiare: chi osa adoperare un simile linguaggio giustificazionista? Forse neppure un Orsini, un Montanari, un Santoro si sarebbero spinti a tanto. E chi, a proposito delle forniture occidentali, soprattutto italiane, delle armi agli ucraini afferma che “il commercio degli armamenti è uno scandalo e pochi lo contrastano”? Fiorella Mannoia? Sabina Guzzanti? Vauro?
E chi è che con tipico pacifismo capitolardo riesuma un dimenticato episodio di alcuni anni fa: il rifiuto di alcuni lavoratori del Porto di Genova di trasferire un carico di armi su un grande cargo diretto nello Yemen? Con queste esatte parole: “Hanno detto: pensiamo ai bambini dello Yemen. È una cosa piccola ma un bel gesto. Ce ne dovrebbero essere tanti così”. Un chiaro invito alla insubordinazione, alla renitenza, all’imboscamento: cosa si vuole di più? E allora, colleghi di Repubblica, nel registrare il “rifiuto dei ricercatori” a mescolarsi con i pifferai di Putin, non ritenete molto più congruo allegare alla notizia l’immagine che meglio vi si adatta? Quella dell’autore delle frasi sopra riportate, colto in flagrante intelligenza col nemico, disposto perfino a recarsi a Mosca dal criminale macellaio? Perché dunque non mettere la foto di quell’anziano signore vestito di bianco che si affaccia benedicente alla finestra di piazza San Pietro? E che parla di pace.
Mitica!
Com’è sexy il conflitto per i giornalisti italiani
DI DANIELA RANIERI
Lo avrete notato: non basta più criminalizzare, diffamare, putinizzare chiunque coltivi un pensiero che si discosta dalla linea ufficiale, mediatica e governativa, di più armi e più guerra; è in atto un’operazione di abbellimento della guerra che va di pari passo con un’eticizzazione del conflitto, già inteso come lotta tra il Bene e il Male da entrambe le parti (gli Usa salvatori del mondo libero; il patriarca Kirill con la sua teologia dell’Apocalisse).
Mentre il premier britannico Johnson in collegamento col Parlamento ucraino dice, rovesciando il Churchill del discorso alla Nazione del 18 giugno 1940, che questa non è l’ora più buia, ma “l’ora più bella per l’Ucraina, per la sua indipendenza e libertà” (parole vuote, aria fritta, a fronte dei cadaveri presenti e futuri), sui media si torce il linguaggio allo scopo di rendere attraente e glamour l’orrore della guerra. Oggi i mercenari si chiamano “volontari”, o “contractors” (la guerra come una specie di Erasmus dei carrarmati). Su Twitter giornalisti, deputati e opinion leader liberali vanno in visibilio per la notizia (lanciata da media ucraini) di un carico speciale dalla Spagna contenente armi e cibo (salsicce, dolcetti) griffati dalla Regina Letizia, che avrebbe anche inserito di sua mano tra le granate un biglietto affettuoso: “Vi auguro la vittoria!”. La sorpresina monarchica rende chic anche le armi più micidiali. I settimanali femminili promuovono la moda delle t-shirt militari a imitazione di quella di Zelensky e della presidente del Parlamento europeo Metsola in visita a Kiev: bisogna arrivare al conflitto sexy e preparate.
Sentimentalismo e irrazionalismo, tipici dell’interventismo dannunziano prima e della retorica mussoliniana poi, necessitano di persuasione, seduzione, minimizzazione del nefasto, enfasi epica. Occorre abbindolare le masse e gratificarle con un dolcetto ideologico (il miraggio delle colonie da depredare, allora; la libertà e la democrazia europea da salvare, oggi), senza indugiare troppo sui mezzi per ottenerlo. La differenza è solo di registro: il nevrastenico culto della guerra novecentesco si è trasformato in un bellicismo da divano nichilista e spiritoso, portato avanti da giornalisti-cabarettisti che vogliono “aiutare l’Ucraina” se occorre fino all’ultimo ucraino. Ragionare, non espungere la complessità dal discorso, è sospetto, per chi privilegia il fare sul parlare (la “ciarla vana” di Mussolini): meglio il vitalismo della “bella morte” che il rischio di pensare. Si continua a dire che si aiuta chi combatte per la libertà europea, anche dopo che il segretario alla Difesa Usa Austin ha detto che lo scopo dell’invio di armi all’Ucraina è “indebolire la Russia”. La sottovalutazione del pericolo nucleare, accarezzato dai commentatori in trance bellica come fosse un bluff di Putin che vale la pena andare a vedere, è un tratto irrazionalistico. Forse è il tratto essenziale – atomico e apocalittico – dell’irrazionalismo. Quando è il fatalismo in un destino ineluttabile a guidare le scelte dei governanti, come se non ci fosse alternativa, si è già nel sonno della Ragione. Questa retorica si fonda sul presupposto che “noi” agiamo per conto del Bene e che la resistenza ucraina sia uguale alla Resistenza italiana contro il nazifascismo, cioè che Putin sia il nuovo Hitler. Come ha spiegato il filosofo Edgar Morin su Repubblica (che inspiegabilmente non l’ha messo tra i proscritti anti-Nato e filo-Putin), Putin non è Hitler. Piuttosto, “siamo in un mondo dominato dagli antagonismi tra le superpotenze e consegnato a deliri etnici, nazionalisti, razzisti e religiosi”. Il delirio necessita di una finta razionalizzazione per realizzarsi. Senza alcun imbarazzo, sui nostri media si mischiano elogi della democrazia con la mistica del sacrificio dei soldati nazisti dell’Azov, talmente eroici da asserragliarsi sotto le acciaierie di Mariupol con una folla di civili come scudo; il loro uso delle svastiche è puramente ludico e ricreativo: leggono Kant e sono coccolati dai media che ne ospitano le mogli piangenti in tour europeo davanti alle telecamere.
Diceva Walter Benjamin che l’estetizzazione della politica è un tratto inequivocabile del fascismo. Quanto più ha intenti totalitari, tanto più la politica cerca di mantenere inalterati i rapporti di proprietà, il cui cambiamento gioverebbe alle masse; per farlo, somministra loro dei contentini estetici: arte di bassa qualità, intrattenimento e, oggi, storie Instagram, pseudo-notizie, mistica della vittoria. Putin ha represso la libertà promettendo al popolo il riscatto degli antichi valori per mezzo di una “operazione militare speciale”. L’Occidente ci sta trascinando dentro una catastrofe nucleare in nome di una finta libertà. È di qualche rilevanza che la proprietà dei mezzi di produzione culturale sia in molti casi in capo alle stesse persone che guadagnano dall’industria che produce armi.
Draghismo travagliato
Vuoto a perdere
di Marco Travaglio
L’altroieri Draghi, detto SuperMario da quando ci garantirono che la Merkel gli aveva passato il testimone di Guida dell’Europa, ha tenuto il suo attesissimo discorso a Strasburgo. Attesissimo dalle sedie del Parlamento europeo: un po’ meno dagli eurodeputati, che son rimasti a casa, a parte alcuni italiani reclutati per la bisogna, che si son fatti il selfie con lui. Era già accaduto nel 2006 col discorso di B. al Congresso Usa: anche lì c’erano quattro gatti, ma il capoclaque si premurò almeno di rimpiazzare i vuoti con figuranti, stagisti, segretarie e portaborse. Per Draghi non ci ha pensato nessuno, a parte “Calenda accompagnato dai figli” (Stampa). Però quello che passerà alla storia come il “Discorso alle Sedie” ha infiammato di ardore patriottico i giornaloni, che si sono ben guardati dal pubblicare la foto dell’aula deserta: in compenso han dato fondo all’immaginazione per tenere in vita artificialmente il de cuius.
Il Corriere lo descrive “commosso per le parole di stima” (delle sedie parlanti) e “colpito e sorpreso dall’accoglienza dei parlamentari” (assenti), mentre “lascia un messaggio alla riflessione dell’Assemblea” (o almeno della tappezzeria) e dà “la spinta per la tregua” (spingitore senza nessuno da spingere). Il Foglio pubblica il discorso integrale (per lasciarlo in clandestinità). Il Messaggero titola “A Strasburgo il manifesto di Mario” (tipo quello di Ventotene). “Draghi, scossa all’Europa”, si eccita Rep: “alla vigilia aveva promesso un discorso storico”, purtroppo nessuno se n’è accorto. Men che meno dell’“intesa Roma-Parigi-Berlino” per il “nuovo Patto di Stabilità” (le sedie vuote tendono a basculare). Intanto Macron parlava per due ore con Putin, mentre SuperMario non riesce nemmeno ad andare a Kiev (a proposito: presi i biglietti?). Però parla “come sanno fare i veri statisti”. La Stampa vede una “Dottrina Draghi per l’Europa”, a mezzadria fra la Dottrina Monroe e il catechismo (nelle parrocchie vuote). Ed esalta “la portata del progetto che Draghi offre per l’Europa”, un “federalismo pragmatico” (qualunque cosa significhi) che “piace a Bruxelles” (peccato che lui fosse a Strasburgo). Il Dubbio: “La visione di Mario” (ma è Strasburgo o Medjugorje?). E il Riformista: “Draghi scuote l’Ue” (all’insaputa della stessa). Come faccia a scuotere e a spingere nel vuoto pneumatico, non è dato sapere. Ma uno che riesce a “lavorare per la tregua e la pace” a suon di armi è capace di tutto. Anche di dire “noi siamo contrari al Superbonus” (pluralis maiestatis, tipo Papa) appena prorogato dal suo governo ed elogiato da Ursula von der Leyen come la misura più importante del Pnrr. Ma lì forse c’è stato un errore di traduzione. O forse sono fuggiti pure gli interpreti.
mercoledì 4 maggio 2022
Niente da fa'!
Kim Kardashian ha fatto di tutto, ma proprio di tutto per tentare di emulare il mito. Ma il mito non lo puoi scalfire, visto che è mito.
La poveretta si è sottoposta ad una dieta allucinante per perdere almeno 7 kg (immaginate da dove) al fine di entrare nell'abito reso immortale dal mito (quell'"Happy Birthday Mr President" soffiato verso l'eternità indossando quell'abito farebbe garrire persino un bonzo eremita ultra ottantenne.)
La povera Kim ha tentato di imitare Marilyn, sottoponendosi pure a quattordici ore, dicasi quattordici ore, di parrucchiera per passare dal nero al biondo, senza riuscirvici anzi, suscitando anche un pò di compassione e di apprensione. Non vorremmo infatti che passando da Montefeltro, ed ammiccando un sorriso sornione, non le venga in mente di farsi ritrarre per emulare Monna Lisa! Un altro mito, ahimè irraggiungibile, cara Kim!
Stampa libera?
MinculpoPd
di Marco Travaglio
A furia di concentrarci sul Borghi della Lega, che pure è un bel soggetto, ci eravamo persi il Borghi del Pd che è ancora meglio: Enrico, nientemeno che “responsabile Sicurezza Pd”. Non nel senso che garantisca la sicurezza dei dem, che pure ne avrebbero bisogno per difendersi dalla base. Ma nel senso della sicurezza nostra, come membro del Copasir. Intervistato da Rep, chiede di “fermare subito l’escalation”. Non quella delle armi in Ucraina, a cui Baioletta e Guer(r)ini contribuiscono da par loro. Ma quella delle interviste ai russi, che chiama giustamente “comizi”. Non però per la scarsa attitudine dei giornalisti italiani a fare domande ai politici, siano essi italiani, americani, ucraini o russi (altrimenti Borghi chiamerebbe comizi anche quelli del suo segretario quando si fa le domande e si dà le risposte alla Marzullo su giornaloni e tv; per non parlare di Draghi, che stigmatizza l’“osceno comizio di Lavrov senza contraddittorio” mentre comizia in tv senza contraddittorio e con la solita claque da Kim Jong-un). Bensì per le cose che han detto gli intervistati Lavrov a Rete4 e Solovyev a La7: due esponenti del regime putiniano che difendono sorprendentemente il regime putiniano. Il democratico Borghi è convinto che si debba intervistare solo chi è d’accordo con noi, anzi con lui. E freme di sdegno perché qualche giornalista fa ancora interviste senza chiedergli il permesso: “Questo fenomeno da noi dilaga mentre altrove, penso a Francia e Germania, non esiste”. Ecco, gli hanno pure raccontato che i russi parlano solo da noi.
Forse non ha saputo che la Cnn ha intervistato Peskov, portavoce di Putin: la differenza è che Christiane Amanpour gli ha fatto delle domande. Ma le risposte di Peskov erano simili a quelle di Lavrov e nessuno s’è scandalizzato: persino negli Usa far conoscere il punto di vista russo è informazione, non attentato. Per Borghi, invece, “è un chiaro tentativo di destabilizzare le democrazie occidentali”, così forti nei propri argomenti da sentirsi minacciate da 40 minuti di soliloquio di un truce ministro russo. Che fare, dunque? “Per esempio prevedere che persone colpite da sanzioni dirette, come Lavrov, o indirette, come Solovyev, non possano accedere ai media italiani”: le loro interviste infatti “aggirano le sanzioni”. A pensarci prima, ci saremmo risparmiati quelle di Enzo Biagi a Gheddafi, di Oriana Fallaci a Khomeini, di Giulio De Benedetti a Hitler, di Indro Montanelli a Franco e altre vergogne curiosamente ritenute finora lezioni di grande giornalismo. Ma ora funziona così: i governi che vogliono tacitare qualcuno lo sanzionano e passano la lista di proscrizione ai giornalisti, trasformandoli in funzionari del Minculpop. Senza che nessuno noti la differenza.
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