lunedì 21 marzo 2022

Giusto per riflettere

 

La peste del nazionalismo uccide la nostra umanità

LE LEZIONI DI CAMUS E ROSSELLI - Guerra Putin è solo un despota criminale, l’autodifesa degli ucraini è solo legittima: ma è mai possibile che in Italia si esulti per l’uccisione di persone, anche se russe?

DI TOMASO MONTANARI

“La patria non è l’astrazione che manda gli uomini al massacro, ma un certo gusto della vita che è comune a certi individui: la sua vita, i cortili, i cipressi, le trecce di peperoni, i paesaggi assolati, e non i fondali teatrali in cui un dittatore si inebria della propria voce, e soggioga le masse”. Salgono alle labbra queste parole di Albert Camus (1937) quando si vede, su twitter, che il messaggio ucraino in cui si esulta per l’uccisione di un certo, efferato, militare russo (di cui si posta una fotografia) riceve migliaia di “like” dall’Italia. Putin è un despota criminale, la sua è una guerra di aggressione, l’autodifesa degli ucraini è indiscutibilmente legittima: e però davvero qua, in Italia, dobbiamo esultare per l’uccisione di un umano, guardandolo in faccia?

Non vorrei discutere della legittimità delle scelte (inviare le armi o no), o dell’enormità del rischio nucleare – quello per cui in queste notti mi sveglio di soprassalto. Vorrei solo dire che facendoci risucchiare nel baratro dei nazionalismi stiamo uccidendo “l’umano nell’uomo”, per usare un’espressione carissima a Vasilij Grossman, gigantesco scrittore russo, nato in Ucraina ed ebreo, vittima del nazismo e poi dello stalinismo. Chi si trovò a dover combattere contro il fascismo e il nazismo non pensò di farlo per una qualche specifica patria, ma anzi per la fine di ogni nazionalismo: “Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi” (Carlo Rosselli, 1934).

Per costruire questa “cittadinanza universale”, la cultura è la leva fondamentale. Per questo, imporre agli artisti russi di rilasciare pubbliche dichiarazioni di condanna del loro governo, o chiudere le collaborazioni di ricerca con gli studiosi russi, è un terribile errore. In questi giorni, è stato Alberto Leiss a evocare (su il Manifesto) l’antidoto più giusto. Sono parole di un arabo cristiano che, studiando la percezione occidentale dell’Oriente, cita un tedesco che studiava filologia romanza, che a sua volta cita un monaco medioevale: un intarsio di tempi, di diversità e di luoghi che basterebbe a mostrare il valore universale di questo messaggio. Ebbene, a Edward W. Said (in Orientalismo, 1978) stava a cuore “la tradizione umanistica di coinvolgimento in culture e letterature nazionali differenti dalla propria”, e per questo ricordava come il grandissimo Erich Auerbach concludeva le sue riflessioni sulla Filologia della letteratura mondiale (1952) con una significativa citazione dal Didascalicon di Ugo di San Vittore (XI secolo): “L’uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un tenero principiante; quello per cui ogni suolo è come il suolo nativo è già più forte; ma perfetto è quello per cui l’intero mondo è un paese straniero”.

Il monaco medievale, commentava Auerbach, “si riferisce a chi ha come mèta la liberazione dall’amore per il mondo. Ma anche per chi voglia raggiungere il giusto amore per il mondo, questa è sempre una buona strada”. La morale, spiega Said, è che “più si è capaci di staccarsi dalla propria patria culturale, più è agevole giudicarla, e giudicare il mondo stesso, con quel distacco culturale e quella generosità indispensabili per un’autentica visione delle cose. E tanto più, inoltre, si riuscirà a valutare se stessi e le altre culture con l’identica combinazione di intimità e distanza”.

Ebbene, in queste ore in cui chi protesta in Russia contro una guerra fratricida è arrestato perché “filoucraino”, e in Italia chi protesta contro la corsa alla guerra atomica è bollato come “filorusso”; in queste ore in cui leggere Dostoevskij è sospetto; in queste ore in cui torna a risuonare nei discorsi di politici e giornalisti “un terribile amore per la guerra” (James Hilmann); in queste ore in cui “le azioni sono considerate buone o cattive non per il loro valore intrinseco, ma a seconda di chi le compie” (così Orwell nei suoi Appunti sul nazionalismo, 1945), è vitale trovare la forza per prendere le distanze dalla propaganda, e per criticare innanzitutto la nostra parte e la nostra patria. In un momento in cui tutta l’umanità è davvero in pericolo, l’unica identità che conta è quella umana.

Consiglio mediatico

 

Imbottito dagli eventi sportivi sino alla congestione, Milano-Sanremo, Inter Fiorentina, il Milan, il GP di F1 col trionfo delle Ferrari, il derby romano, sono arrivato a sera spossato e vicino alla nausea: basta sport! mi son detto e ho iniziato a guardare la serie su Netflix di Alessandro Cattelan "Una semplice domanda." 

Ve la consiglio, in special modo per il duetto con una gran bella persona qual è Gianluca Vialli, il quale su un campo di golf, ci insegna, ci indica, il miglior modo per affrontare la vita e le sue tristezze, il dolore quale sfida per crescere nella perfezione, dispensando amore, unico antidoto contro la tristezza. 

Cattelan riesce a proporre un qualcosa di nuovo, di fresco, agevolante la meditazione: Vialli, Baggio, Sorrentino aiutano nel rispondere al quesito traccia della serie. Che cosa sia la felicità forse non lo sapremo mai, sino a quando essa non ci abbandona.  

domenica 20 marzo 2022

Guerrologia

 


Incontri


Simpatico siparietto stamani all’uscita di un bar: cammino gustandomi la prima giornata primaverile, quando vengo avvicinato da un ragazzo che, osservando che indosso la mascherina mi dice: “Guarda che all’aperto non si devono più indossare!” Mi trasformo nel Freddo di Romanzo Criminale e gli chiedo: “E tu chi cazzo saresti?” 
“Sono uno che lotta da due anni per la libertà contro questa dittatura sanitaria!” 
Non gli ho detto più nulla, l’ho solo guardato, probabilmente alla Terminator, visto che si è allontanato con passo spedito, girandosi di tanto in tanto per assicurarsi che non mi trasformassi in Hulk…

Marco Illuminante

 

L’amica geniale
di Marco Travaglio
A chi crede o vuole far credere che la guerra in Ucraina sia iniziata il 24 febbraio 2022 con l’attacco criminale di Putin e dimentica i 16mila morti in otto anni nel Donbass, gli accordi di Minsk sull’autonomia della regione russofona traditi da Kiev e altre cosucce, segnalo un fatterello che mi ha ricordato il lettore Angelo Caria. La protagonista è Victoria J. Nuland, oggi sottosegretario agli Affari politici di Joe Biden (democratico), ieri pedina-chiave dell’amministrazione di George W. Bush (repubblicano), che la promosse consigliere del suo vice Dick Cheney (2003-05) e ambasciatrice alla Nato (2005-08), e poi dell’amministrazione di Barack Obama (democratico), che nel 2013 la nominò Assistente del Segretario di Stato (John Kerry) per gli Affari Europei ed Eurasiatici. Moglie del superfalco neocon Robert Kagan, fervida sostenitrice delle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, nel dicembre 2013 la Nuland dichiara: “Gli Usa hanno investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita”. Poi vola a Kiev a promuovere la “rivolta di Euromaidan”: la sanguinosa protesta nazionalista che il 22 febbraio 2014, con l’ausilio di milizie neonaziste, caccerà il presidente eletto Viktor Yanukovich, filo-russo ma anche filo-Ue.
A fine gennaio, un mese prima del ribaltone, mentre Obama&C. inneggiano all’autodeterminazione degli ucraini, la Nuland si fa beccare da uno spione (forse russo, che pubblica il leak su YouTube) al telefono con Geoffrey Pyatt, ambasciatore Usa in Ucraina. Nella conversazione, tuttora in rete, i due già sanno che Yanukovich cadrà e decidono – non si sa bene a che titolo – chi dei suoi oppositori dovrà fare il premier e il ministro del futuro governo. La Nuland confida di aver esposto il suo piano di “pacificazione” dell’Ucraina al sottosegretario per gli Affari politici dell’Onu, l’americano Jeffrey Feltman, intenzionato a nominare un inviato speciale d’intesa col vicepresidente Usa Joe Biden e all’insaputa degli alleati Nato e Ue. “Sarebbe grande”, chiosa la Nuland. Che non gradisce come futuro premier ucraino il capo dell’opposizione, l’ex pugile Vitali Klitschko (“Non penso sia una buona idea”): meglio l’uomo delle banche Arseniy Yatsenyuk, che infatti andrà al governo di lì a un mese. Pyatt vorrebbe consultare l’Ue, ma la Nuland replica con una frase che è tutta un programma, infatti sarà il programma di Obama e Biden sull’Ucraina e sull’Europa: “Fuck the Eu!” (l’Ue si fotta!). La Merkel e il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy protestano perchè sono “parole assolutamente inaccettabili”. Ma non perché gli Usa decidono il governo e il futuro dell’Ucraina come se fosse una loro colonia. Già: come se fosse.

Aspesi e le finte nozze

 

Le non nozze dell’anno
di Natalia Aspesi
Qui bisogna usare la fantasia, immaginarsi un romanzo Harmony che parte da un classico dell’amore: l’anziano più o meno ricco, che incontra una signorina in cerca di sistemazione e che sa come confondergli le idee e farsi sposare, ma a questo punto intervengono gli eredi che fanno un tale minaccioso casino (in questo caso nella massima ombra) da riuscire a sventare l’assurdo evento. Tutti conosciamo anche nella realtà casi simili, e infatti perché non chiedersi che senso ha organizzare una semplice “Festa dell’amore” che i protagonisti avranno già vissuto tante volte, declassando un matrimonio vero in un evento senza senso quali le nozze simboliche? Dobbiamo essere grati a Silvio Berlusconi che in questo tempo di tragedia ci riporta al sorriso, al lato bello della vita, l’amore, la festa, la musica, lo champagne, i valletti, gli chef stellati, gli immancabili paccheri, la villa sontuosa, la ricchezza, la famiglia, un pomeriggio di fasto e pace, tra fontane e statue, seppure infestato da qualche caro amico non dei più probi e presentabili. L’uomo della politica, del denaro, delle leggi, dei processi, può averne fatti di tutti i colori ma quello dell’amore no, beniamino, protettore, munifico finanziatore di folle di giovani donne, meglio se giovanissime, anche adesso nella sua vecchiaia che lo costringe a portare sempre il cappello storto e a non muovere un muscolo della sua faccia affranta. E la povera onorevole Fascina? Si può sperare per lei che la improvvisata festa dell’amore a suggello di due anni di vero amore sia stata preceduta da momenti più riflessivi davanti ad avvocati e notai. E ci mancherebbe che non fosse così. A tutte le altre sì e a questa giovane deputata anche amica di famiglia, che lo rallegra accompagnandolo verso i 90, no?
Comunque sulla possibilità che la cerimonia doveva essere altra, più definitiva, si può fantasticare per via della chiesa, dei violini, dell’abito bianco con strascico, del bouquet di mughetti e della torta a tre piani. E Pier Silvio avrà certo paura della pandemia, ma per la nuova vita di papà neanche un minuto a festeggiare? Con i parenti di Silvio e della Marta, i sodali della politica e del resto, il Confalonieri che suona il piano e il neo non sposo a cantare con lui e per la sposa Gigi D’Alessio. C’era pure Salvini senza giubbotto da sponsor porta-male. Nell’epoca di Instagram ci sono molti “pare che”. E infatti “pare che” non ci saranno troppe testimonianze del festoso evento, ma si spera che non sia così: che ce ne frega di questa festa classicamente volgarotta se non possiamo vederne le immagini in gran quantità e quindi riderne? E i regali di non nozze? Possibile che l’amico Putin non abbia inviato un patriarca, una icona, un giubbotto blindato come il suo? E poi c’è un’altra pseudo notizia per romantici che ha cominciato a circolare: e se i due innamorati si fossero davvero sposati, ma in segreto, tanto per evitare l’apocalisse familiare?

L'Amaca

 

Il provincialismo dell’impero
di Michele Serra
L’adunata bellica di Putin, per quanto se ne è capito da quaggiù, sembrava soprattutto molto provinciale: cosa che per una potenza con brame imperiali stona parecchio. Dava un’idea di isolamento e di fatica culturale, con quelle vice-star di un vice-rock di imitazione, quelle presentatrici e vallette televisive di regime che sembravano hostess dell’Aeroflot, con tutto il rispetto per le hostess dell’Aeroflot, molte delle quali, conoscendo il mondo, avrebbero potuto dare qualche utile suggerimento per migliorare di molto la scaletta… Nei trent’anni trascorsi dalla fine dell’Unione Sovietica, a parte gli oligarchi, le loro magioni e i loro barconi che fanno sembrare Briatore un velista elegante, perché niente di “russo” (con l’eccezione della grande tradizione musicale, per altro ben viva anche sotto il comunismo) ha potuto imporsi nel mondo? A parte l’atomica e il gas, i carri armati e le risorse naturali, che cosa ha prodotto la Russia, di importante, di significativo, una volta liberata dalle gabbie dell’economia di Stato e dei piani quinquennali?
È questa la domanda che una classe dirigente illuminata avrebbe dovuto farsi. Ma è proprio sull’inedia e sulla frustrazione che una classe dirigente non illuminata, quella di Putin, può fare leva per consolidare il suo potere: il mito dell’uomo forte calza a pennello ai popoli deboli, e niente come una guerra può illudere un popolo di essere ancora potente.
Nelle grandi città russe esiste sicuramente una gioventù irrequieta e creativa, curiosa del mondo e non per questo “meno russa”.
Avranno visto con rabbia e ilarità il Putin Day televisivo. Dovremmo fare di tutto per non far sentire soli i veri patrioti russi, che sono in buona parte in galera, come accadde nelle dittature, per “attività anti-russe”.