Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 21 febbraio 2022
Ancora tu!
Montanari!
La Firenze tradita e umiliata dal tappeto rosso per Minniti
DI TOMASO MONTANARI
Il 27 febbraio papa Francesco tornerà a Firenze, accolto da un convegno della Conferenza episcopale italiana intitolato al “Mediterraneo frontiera di pace”, pensato in esplicita continuità con i Convegni del Mediterraneo che Giorgio La Pira – sindaco santo e padre costituente – organizzò a Firenze dalla seconda metà degli anni Cinquanta. Quei convegni, irrisi dai protagonisti della Realpolitik, erano un segno profetico: la fede nel Dio di Abramo diventava protagonista nella tessitura di una pace che univa ebrei, cristiani, musulmani in un dialogo fondato sulla dignità della persona umana, segno potente contro la volontà di potenza e la corsa agli armamenti.
E oggi? Oggi c’è Marco Minniti, che chiuderà la sezione IV del convegno, quella intitolata alle “migrazioni tra le sponde del Mar Mediterraneo. Come le città possono contribuire nella definizione di nuove politiche migratorie e collaborare per un effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali”. Sembra un’invenzione di Crozza (il cui meraviglioso Minniti gridava: “non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti!”), ma è tutto vero.
Minniti oggi presiede la Fondazione MedOr, che “condivide e fa propri i valori del Socio Fondatore Leonardo”: Leonardo, l’industria che è tra i primi quindici produttori di armi al mondo. Basterebbe questo a chiedersi cosa c’entri Minniti con un profeta del disarmo come La Pira. Ma chi non ricorda le scelte e le responsabilità del Minniti ministro?
Costruttore di poderosi “muri” contro i migranti, distruttore dei loro diritti, artefice del Memorandum d’intesa con la Libia grazie al quale rinchiudiamo in mostruose carceri e condanniamo a torture indicibili chi prova a varcare quel “Mediterraneo frontiera di pace” celebrato dal convegno fiorentino. I muri costruiti da Minniti erano immateriali, ma non per questo meno efficaci: quando, nel 2017, fu varato il decreto Minniti-Orlando, a dirlo fu il presidente dell’Associazione studi giuridici sull’Immigrazione Lorenzo Trucco: «ci sono tanti modi per fare i muri: con il calcestruzzo o con le norme. Rendo tutto molto difficile, con pochi controlli giurisdizionali, tolgo un secondo grado di giudizio, eccetera. Non c’è nulla che va a rafforzare la tutela dei diritti su persone assolutamente deboli. Qui è in atto una separazione tra persone: i migranti non avranno gli stessi diritti degli altri, e tutto ciò è codificato”. Davvero una legge secondo il pensiero di Giorgio La Pira!
Minniti aprì una strada terribile: “Ha iniziato a ostacolare le attività di salvataggio condotte dalle Ong, imponendo loro la firma di un codice di condotta assai restrittivo. Oltre a indurre alcune organizzazioni a ritirare le proprie imbarcazioni, ha dato avvio a una polemica rapidamente degenerata nella criminalizzazione delle stesse iniziative umanitarie” (così il costituzionalista Francesco Pallante). Su quella strada si sarebbe presto incamminata la destra estrema: “C’è una continuità in termini di progetto politico, nel senso che i decreti Minniti-Orlando hanno aperto la strada alla recrudescenza di Salvini. Perché nel momento in cui si è iniziato a derogare alle garanzie fondamentali delle persone, in questo caso i richiedenti asilo, automaticamente, colui che è venuto dopo, cioè Salvini, non poteva che proseguire su quella strada” (così Antonello Ciervo, avvocato dell’Asgi).
Per non ritenere opportuno che proprio la Firenze città di pace si affidi a Minniti, sarebbe bastato anche un altro passaggio terribile di quel decreto del 2017 che – scrisse Roberto Saviano – “ha toni razzisti e classisti. Per descriverlo in breve: i sindaci, per ripulire i centri storici delle città, avranno il potere di allontanare chiunque venga considerato ‘indecoroso’, non occorrerà che sia indagato o che abbia commesso un reato”. Un decreto contro i poveri, in nome del decoro e della bellezza: e qua davvero La Pira si rivolta nella tomba.
A fare gli onori del padrone di casa sarà Dario Nardella. Se il suo predecessore La Pira nel 1953 requisì le case sfitte per garantire “il diritto fondamentale del cittadino all’assistenza ed alla sicurezza individuale e familiare”, Nardella nel 2018 dichiarò invece di voler agire contro le “occupazioni abusive, soprattutto se molto impattanti, che colpiscono la proprietà privata o l’interesse pubblico… Uno degli errori della sinistra è stato quello di essere troppo ambigua sui temi della legalità e della sicurezza… completiamo con la polizia municipale lo smantellamento dell’accampamento abusivo in area privata”. Il vocabolario è impressionante. Per La Pira il fine è la persona umana: e la proprietà privata è un mezzo per costruire un’utilità sociale che ne promuovesse e sviluppasse la dignità. Per il sindaco di oggi tutto è ribaltato, tutto è al contrario: la tutela della proprietà privata è il fine ultimo, la sicurezza è garantita dalla polizia, l’ordine pubblico dalla sicurezza.
Da fiorentino vorrei dire a papa Francesco: la Firenze di La Pira non è mai stata così tradita e umiliata.
domenica 20 febbraio 2022
Mani pulite per Fini
Com’era mani pulite, tradita dai partiti
DI MASSIMO FINI
“Un giorno in pretura”, un programma che andava su Rai3, era nato nel 1988. Dava in diretta i processi di competenza pretorile, cioè per reati la cui pena massima non superasse i quattro anni. Insomma reati quasi bagatellari.
Fine febbraio 1992. Io lavoravo all’Indipendente di Feltri, ma in quei giorni ero in vacanza nella casa di proprietà dei genitori della mia fidanzata. Una sera il padre di lei, che come tutti gli anziani passava ore davanti al piccolo schermo, mi venne a cercare e mi disse: “Vieni a vedere la tv, c’è una trasmissione interessante, curiosa”. Andai e vidi qualcosa che allora aveva dell’incredibile. Un noto politico democristiano alla sbarra, messo sotto il torchio da un tipo massiccio, atticciato, dall’aria contadina, il Pubblico ministero. Era Antonio Di Pietro. Fu una trovata geniale quella di Francesco Saverio Borrelli, che dirigeva la Procura di Milano e il gruppo di magistrati che sarebbe stato poi chiamato “il Pool di Mani Pulite” – che allora comprendeva solo Gerardo D’Ambrosio, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro (Ilda Boccassini, Davigo, Greco si aggiunsero dopo) –, di affidare gli interrogatori in aula, tutti quelli che potemmo vedere in tv, proprio a Di Pietro. Agli indagati che cercavano di difendersi col solito, fumoso, politichese, Di Pietro opponeva il suo buonsenso contadino e a quel politichese totalmente fuori dalla materia del contendere replicava col suo famoso: “che c’azzecca”? Vedemmo sfilare una serie di intoccabili con tutta la loro miseria. A me colpì molto l’interrogatorio di Claudio Martelli, uscito dalla casa di Carlo Sama con 500 milioni in contanti nascosti in un giornale. Claudio era stato mio compagno di banco al liceo classico Carducci. Ma come, dicevo fra me, noi siamo stati educati nei migliori licei di Milano per diventare classe dirigente e tu sgattaioli con 500 milioni in tasca come un malandrino qualunque. Ricordo lo sguardo di Martelli rivolto a Di Pietro. Era di ghiaccio. Se avesse potuto ucciderlo, almeno col pensiero, l’avrebbe fatto. Martelli aggravò la sua posizione affermando che pensava che quei 500 milioni non fossero della Montedison ma personali di Sama. Martelli ne uscirà con un “patteggiamento”, restituendo quei 500 milioni.
Mani Pulite ebbe all’inizio un grande consenso da parte della popolazione, stufa dell’arroganza impunita della classe dirigente, e anche della grande stampa che aveva la coda di paglia per aver taciuto e assecondato il regime. Ma ebbe anche un eco internazionale. Si plaudiva all’Italia che aveva il coraggio di ripulire in pubblico i propri panni sporchi.
Certamente ci furono degli eccessi in quei due anni. Ma non da parte della Magistratura. Bensì da parte di una popolazione inferocita presa dalla sindrome ben descritta da Buzzati in Non aspettavano altro (le monetine lanciate a Craxi davanti al Raphael, l’inseguimento del ministro degli Esteri Gianni De Michelis fra le calli di Venezia). Per accanimento forcaiolo si distinse proprio Feltri (diventerà “ipergarantista” quando passerà alla corte di Berlusconi): la foto di Enzo Carra in manette sbattuta in prima pagina, l’appellativo di “cinghialone” affibbiato a Bettino Craxi trasformando così una legittima inchiesta della magistratura in una “caccia sadica”, il coinvolgimento dei figli di Craxi. Toccò a me, sempre sull’Indipendente difendere loro (“Caro direttore, ti sbagli su Stefania Craxi” – L’Indipendente, 11-5-1992 ) e in qualche modo lo stesso Craxi nel momento della sua caduta, quando improvvisati fiocinatori, fra cui eccellevano alcuni suoi amici, si accanivano sulla balena ferita a sangue (“Vi racconto il lato buono di Bettino” – L’Indipendente, 17-12-1992).
Uno dei tanti errori di Craxi fu definire Mario Chiesa, il presidente del Pio Albergo Trivulzio, colto in flagrante il 17 febbraio 1992 mentre buttava una mazzetta nel cesso, un “mariuolo”, come se si trattasse di una mela bacata in un cesto di mele immacolate. Se avesse fatto in quel momento la chiamata di correità di tutti i partiti avrebbe avuto un valore, farla in Parlamento cinque mesi dopo nel luglio del 1992, quando era stato pescato lui stesso con le mani sul tagliere, era troppo comodo. Passata la prima buriana, la classe politica cercò di reagire, col famoso decreto “salvaladri” del ministro della Giustizia Biondi (primo governo Berlusconi) che metteva in libertà numerosi detenuti di Tangentopoli. Ma era troppo presto. Il decreto fu ritirato per la reazione popolare e perché i quattro magistrati Di Pietro, Davigo, Colombo, Greco si presentarono in tv affermando che se le cose stavano così avrebbero chiesto di essere assegnati ad altro incarico.
Il più astuto a cercare di approfittare della situazione fu Berlusconi. Prima cercò di lisciare il pelo ai magistrati offrendo a Di Pietro, che la rifiutò, la carica di ministro degli Interni nel suo governo (Di Pietro diverrà poi nel linguaggio berlusconiano “un uomo che mi fa orrore”) poi, inquisito a sua volta, innescherà la reazione attaccando senza soste i magistrati di Mani Pulite e la Magistratura in generale, suonando la grancassa dell’anticomunismo perché a essere spazzati via dalle inchieste furono la Dc, il Psi, il Pli, il Pri, mentre il Pci si era in qualche modo salvato, perché il compagno Primo Greganti arrestato si rifiutò, in perfetto e coerente stile vecchio Pci, di fare qualsiasi nome, di imprenditori e tantomeno di uomini del suo partito. Durante gli anni della reazione berlusconiana il fuoco di fila si concentrò soprattutto su Antonio Di Pietro, messo sette volte sotto processo e sette volte assolto.
Perché fu possibile Mani Pulite? I suoi presupposti vengono da lontano. Col collasso dell’Urss era venuta meno la paura dell’“orso russo” e quindi anche il detto di Montanelli secondo il quale era necessario votare la Dc (“turatevi il naso”). Nel frattempo era nata la Lega di Umberto Bossi, il primo, vero, partito d’opposizione dopo anni di consociativismo, perché il Pci era stato appunto associato al potere. Se quindi prima era possibile innocuizzare i magistrati che cercavano di ficcare il naso nella corruzione politico-imprenditoriale senza che nessuno osasse alzare una voce, adesso questa voce c’era e si chiamava Lega. E al Nord, che era particolarmente colpito dalla corruzione, la Lega prendeva il 40 per cento dei consensi, non solo provenienti dalla Dc, e non si poteva ignorarla. Prima della nascita della Lega, il sistema per paralizzare le inchieste era quello di farle finire alla Procura di Roma, non a caso chiamata “il porto delle nebbie”, che regolarmente le insabbiava.
Oggi, a trent’anni di distanza, si cerca di capovolgere completamente la storia di Mani Pulite. S’inventano tesi molto fantasiose come quella che vede dietro Mani Pulite gli americani. Non si vede proprio perché mai gli americani volessero la distruzione di partiti atlantisti a favore dell’unico partito che atlantista non era, il Pci-Pds. E ci fermiamo qui perché le fake in materia sono innumerevoli. È vero invece che Mani Pulite non ha cambiato l’Italia in meglio, ma in peggio. Ma questa non è responsabilità dei magistrati di Mani Pulite, ma della politica. Mani Pulite, che richiamava anche la classe dirigente al rispetto di quella legge che noi tutti siamo tenuti ad osservare, avrebbe potuto essere una lezione e un’occasione per questa stessa classe dirigente per emendarsi dalla propria corruzione. E invece nel giro di pochi anni, per la politica ma anche per i grandi giornali, i veri colpevoli divennero i magistrati e i ladri le vittime e spesso giudici dei loro giudici. Non c’è quindi da stupirsi se, con simili esempi, la corruzione discendendo giù per li rami abbia finito per coinvolgere quasi tutti, anche cittadini che per loro natura sarebbero onesti ma che non vogliono passare per “i più cretini del bigoncio”, e insinuarsi in ogni ambito della nostra vita istituzionale e sociale, compresa la stessa Magistratura. E così il cerchio si chiude.
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