Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 3 gennaio 2022
domenica 2 gennaio 2022
HELP!
Anno duemiventidue, qui Italia! Ci sentite?
Siamo all’inizio di un anno che dovrebbe ricalcare il precedente, il pandemico si sta ingigantendo, molti dei nostri connazionali, pare cinque milioni, non si vogliono vaccinare per ragioni che rasentano la pazzia, a causa degli innumerevoli leoni da tastiera che imperversano in questo panorama culturale reso dannatamente squallido dalle precedenti ere politiche, quella del Puttanesimo e quella del Ballismo, che tanto hanno nuociuto al Paese.
Politicamente siamo in uno stato vegetativo, i nostri rappresentanti non ci rappresentano, il Parlamento è stato esautorato dalla logica dragoniana; abbiamo infatti in tolda uno che arriva dal mondo finanziario, che agevolò la dismissione dei beni nazionali a favore di un ristretto gruppo di illuminati, dediti a quel brigantaggio legalizzato che ancora molti allocchi definiscono finanza.
Le aspettative sono tipiche di un’enclave di cialtroni: ha infatti possibilità di divenire presidente della Repubblica un anziano pregiudicato, pagatore seriale di tangenti alla mafia, erotomane, a cui nessuno da più di trent’anni a questa parte ha cercato di mettere freno alle sue scorribande, tant'è che è divenuto normalità il concetto che il suddetto possegga oltre la metà dei media nazionali.
Siamo in balia dei poteri forti, un mix di ribalderia da far invidia alla Banda Bassotti: detengono quotidiani, tv, radio, e sono in grado di convogliare gli aiuti europei nei loro feudi.
Il lavoro è stato ridotto ad una forma di schiavitù legalizzata, grazie alla politica infausta perpetrata anni fa da un moccioso egoriferito che ha distrutto valori conquistati a caro prezzo da persone del passato che agirono per il bene comune.
Le morti sul lavoro sono innumerevoli grazie alle occulte strategie dei collusi che non assumendo controllori, agevolano un obbrobrioso sistema criminale che riesce ad aggirare sia le norme di sicurezza che quelle occupazionali, per riempire sempre più granai, già traboccanti, di pochi.
Il divario tra le varie caste del paese si ingigantisce sempre più, innumerevoli privilegi sono alla portata di pochi. Molti stentano ad arrivare a fine mese, le fregnacce subliminali lanciate dall’accozzaglia attualmente al potere, vengono distillate in molte cervici grazie al supporto dei media, sempre più proni alla volontà di pochi.
Non si riesce ad intravedere una qualsivoglia luce di speranza, non stanno emergendo persone degne di far politica nel vero senso della parola. Tutto è scientemente pianificato per portar risorse ai soliti noti.
Ehi, c’è nessuno? Aiutateci!
Tomaso e le banane
Un fiume di retorica nasconde la “Repubblica delle Banane”
DI TOMASO MONTANARI
Lo confesso: sono reo di lesa maestà. Abituato a leggere – da storico dell’arte – ogni dettaglio degli autoritratti del potere, mi ha colpito l’insistenza con cui le grandi palme (superilluminate) dei giardini del Quirinale finivano nelle immagini dell’ultimo discorso del capo dello Stato. E ho scherzosamente scritto su Twitter: “La prevalenza della palma nell’iconografia presidenziale. Il ritorno del rimosso: la repubblica delle banane che siamo…”.
Il senso mi pareva chiaro: quel paesaggio caraibico faceva venire in mente una repubblica delle banane, quelle che – come dice Wikipedia – sono governate “da un’oligarchia ricca e corrotta” (cosa ci ricorda?).
Apriti cielo, il capo della comunicazione del Quirinale si è scomodato a blastarmi: “Il professore, anzi il magnifico rettore, si intende sicuramente di arte ma poco di botanica. Il frutto della palma è il dattero, l’albero che produce le banane è il banano…”, aprendo così la strada alla gogna dei giornaloni, genuflessi coi turiboli.
Naturalmente il punto non era la botanica, ma la politica. Avrei potuto anche scrivere che quel paesaggio esotico così insolitamente in evidenza faceva venire in mente un celebre aforisma – altre volte riferito a Napoli, e, insomma, all’Italia – per cui “Roma è l’unica città mediorientale senza un quartiere europeo”. Per suggerire che al fiume di retorica dolciastra e autocelebrativa del discorso presidenziale corrisponde una realtà ben diversa: succede nelle finte democrazie, dove la propaganda prende il posto della verità.
Come accade nel passaggio dedicato alle istituzioni della Repubblica, in cui Mattarella ha ringraziato “innanzitutto il Parlamento, che esprime la sovranità popolare. Nello stesso modo rivolgo un pensiero riconoscente ai presidenti del Consiglio e ai governi che si sono succeduti in questi anni. La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio”.
Il Parlamento della Repubblica non è forse mai stato umiliato come da questo governo (35 voti di fiducia in 11 mesi): che è nato per volere di Mattarella, attraverso eventi non del tutto limpidi sotto il profilo della sostanza democratica. Lo ha ben compreso quella metà abbondante degli italiani che ha smesso di andare a votare, prendendo atto della totale inutilità di quello che appare ormai come un rito di una religione che non c’è più. Ma su questo nemmeno una parola. E la scelta del termine “governabilità” è essa stessa una spia assai eloquente. Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky: “Tra le tante insidie linguistiche che fanno presa nel nostro tempo c’è la ‘governabilità’, una parola venuta dal tempo dei discorsi sulla ‘grande riforma’ costituzionale che hanno preso campo alla fine degli anni Settanta e, da allora, ci accompagnano tutti i giorni. Cerchiamo di rimettere le cose a posto, a incominciare dal vocabolario. (…) Sono i governandi, coloro che possono essere più o meno ‘governabili’ o ‘ingovernabili’, a seconda che siano più o meno docili o indocili nei confronti di chi li governa”. Insomma, la visione di un popolo docile: senza conflitto sociale, senza politica. Cioè senza vera democrazia.
Per non parlare del passaggio in cui Mattarella riconosce che “le dinamiche spontanee dei mercati talvolta producono squilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico”. Sorvoliamo sull’uso grottesco del “talvolta”, in un Paese letteralmente sfigurato dalle diseguaglianze: ma davvero la bussola non è la giustizia sociale e il “pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 Cost.), ma lo sviluppo economico? Quale Costituzione ha difeso Mattarella in questi sette anni?
Ma tranquilli: le palme fanno i datteri, non le banane.
La prima Amaca
Vade retro ansia
di Michele Serra
L’incredibile meteo del Nord Italia — primavera piena — fa pensare a una fine del mondo con momenti di intensa contentezza. A San Silvestro ho pranzato all’aperto, in buona compagnia, e non abito in Polinesia, ma in Emilia. Alle due del pomeriggio il termometro segnava, al sole, 26 gradi, e all’ombra 18. Abbiamo brindato all’assurdo sole decembrino in maniche di camicia, ed è così che si deve affrontare l’apocalisse: con il bicchiere in mano. Evoè!
Nello stesso spirito, ovvero preoccupati ma con il morale alto, e con la postura dei forti, si deve entrare in questo nuovo anno. Si discute molto, come è normale, del Quirinale, ma dovremmo discuterne con meno trepidazione. Ci ricordiamo di Pertini e vogliamo bene a Mattarella, ma nessuno parla di Cossiga. Se la Repubblica è sopravvissuta a Cossiga, tenendolo a bada mentre lui usciva di matto, vuol dire che la Repubblica è più forte di quello che pensiamo. Abbiamo superato la guerra fredda, lo stragismo, il terrorismo, conviviamo da un bel po’ con lo sprofondo dei conti pubblici, abbiamo tenuto duro nei quasi due anni di pandemia con una composizione parlamentare illeggibile, madre di tre governi, con i fascisti che assaltano il sindacato, i No Vax che introducono in politica la variante psichiatrica, volete che non riusciamo a sopravvivere a un cambio della guardia al Quirinale? Dicono gli esperti che appena l’anticiclone africano tornerà a casa sua (sopra l’Africa, appunto) arriveranno le tempeste di neve, e un gelo feroce. Beh, la neve si spala, e il gelo dura il tempo che serve a coprirsi e aggiungere legna nel fuoco. La prima Amaca del 2022, sorelle e fratelli, è un sermoncino contro l’ansia.
sabato 1 gennaio 2022
Un buon 2022 nel Tempo!
Ah il Tempo... quale migliore augurio di questo per un ottimo 2022 nel Tempo?
Tante volte, nel corso della mia vita, la realtà mi aveva deluso perché nel momento in cui la percepivo la mia immaginazione, che era il solo organo di cui disponessi per godere della bellezza, non poteva applicarsi ad essa, in virtù della legge inderogabile secondo la quale si può immaginare solo ciò che è assente. Ed ecco che gli effetti di questa dura legge erano stati improvvisamente neutralizzati, sospesi, da un meraviglioso espediente della natura, che aveva fatto balenare una sensazione – rumore della forchetta e del martello, stesso titolo di libro ecc. – contemporaneamente nel passato, il che permetteva alla mia immaginazione di assaporarla, e nel presente, dove la scossa effettiva data ai miei sensi dal rumore, dal contatto del tovagliolo ecc. aveva aggiunto ai sogni dell’immaginazione ciò di cui essi sono abitualmente sprovvisti, l’idea d’esistenza – e grazie a questo sotterfugio aveva consentito al mio essere di ottenere, di isolare, di immobilizzare – per la durata d’un lampo – ciò che non gli è mai dato d’afferrare: un po’ di tempo allo stato puro. L’essere che era rinato in me quando, con un tale fremito di felicità, avevo sentito il rumore identico del cucchiaio che tocca il piatto e del martello che batte sulla ruota, l’ineguaglianza al passo delle selci del cortile Guermantes e del battistero di San Marco ecc., quell’essere non si nutre che dell’essenza delle cose, in essa soltanto trova la propria sostanza, le proprie delizie. Langue nell’osservazione del presente dove i sensi non possono fornirgliela, nella considerazione di un passato disseccato dall’intelligenza, nell’attesa di un futuro che la volontà costruisce con frammenti del presente e del passato cui, perdipiù, sottrae parte della realtà, non conservandone che quanto conviene al fine utilitario, strettamente umano, ch’essa attribuisce loro. Ma basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un’altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l’essenza permanente e abitualmente nascosta delle cose è liberata, e il nostro io che (da molto tempo, a volte) sembrava morto, ma non lo era del tutto, si sveglia, si anima ricevendo il nutrimento celeste che gli viene offerto. Un istante affrancato dall’ordine del tempo ha ricreato in noi, per sentirlo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo. Ed è comprensibile che questi creda nella propria gioia, anche se non sembra logicamente possibile che il semplice sapore d’una madeleine contenga le ragioni di tale gioia, è comprensibile che la parola “morte” non abbia più senso per lui; situato al di fuori del tempo, cosa mai potrebbe temere dal futuro?
(Il Tempo Ritrovato - Marcel Proust)
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