giovedì 16 dicembre 2021

Gira gira!

 


E grande Gad!

 

Buono sciopero a tutti: il conflitto è benvenuto
DI GAD LERNER
La proclamazione di otto ore di sciopero generale per quest’oggi ha suscitato nei benpensanti uno scalpore inusitato, dal sapore talmente vetusto da richiamare in molti fra noi i versi del compianto Paolo Pietrangeli: “Che roba contessa, all’industria di Aldo/ Han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti/ Volevano avere i salari aumentati/ Gridavano, pensi, di esser sfruttati”.
Verrebbe da dire che questo impulso di disapprovazione in cui s’è riunita la ex “grande stampa”, di fronte a una scelta sindacale accusata di “lesa maestà”, ha di per sé il pregio di riportarci con i piedi per terra: torna a manifestarsi la centralità del lavoro, la protesta di piazza non resta appannaggio dei no-vax e dell’estrema destra.
Lo sciopero generale di otto ore è un evento raro, indica una situazione grave. Solo quattro volte la Cgil l’ha indetto da sola, altre tre, come oggi, insieme alla Uil. L’ingiustizia sociale che lo motiva si riassume in poche cifre. In Italia cinque milioni di lavoratori percepiscono un salario inferiore ai 10 mila euro lordi l’anno. Tra disoccupati e inattivi si contano quattro milioni di persone. Tre milioni sono i precari, 2,7 milioni i part time involontari. Fate la somma e poi, se volete, pensate a quanti hanno smesso di votare. Non basta. Il Censis ha elaborato dati Ocse da cui si deduce che siamo l’unico Paese industrializzato in cui, negli ultimi 30 anni, le retribuzioni sono calate (del 2,9%). Un arretramento che neanche in Grecia e in Spagna si è verificato. Francia e Germania hanno visto crescere i redditi da lavoro di oltre il 30%.
Si obietterà che questa retrocessione del lavoro in Italia ha molti colpevoli, non ultimi i sindacati. Ma è evidente che di fronte al dramma della pandemia Covid, e con la dotazione eccezionale degli oltre 200 miliardi del Pnrr, dal Governo dei Migliori era lecito attendersi un impegno ben diverso a favore di chi sta pagando più duramente gli effetti della crisi. Invece si è imboccata la solita strada dei benefici a pioggia che avvantaggiano in proporzione i redditi medi e alti, escludendo anche il più timido provvedimento di redistribuzione della ricchezza; e rinunciando a inasprire l’azione di contrasto all’evasione fiscale. Non a caso la rottura fra i sindacati e il governo si è consumata sulla riforma delle aliquote fiscali, cioè sul patto di cittadinanza e di giustizia sociale senza cui la convivenza democratica rischia di soccombere, vittima di lacerazioni e disuguaglianze crescenti.
Ancora ieri, per la seconda volta in pochi giorni, Dario Di Vico ha attaccato sul Corriere della Sera i promotori dello sciopero, colpevoli di riproporre “l’antico paradigma del conflitto capitale-lavoro”. Per la verità, l’accusa è rivolta a una non meglio precisata “gauche italiana” (sic) “pervicacemente affezionata a una centralità del conflitto capitale-lavoro”. Non so davvero dove l’abbia trovata, questa sinistra italiana tardo-operaista. Preoccupati dei fragili equilibri di governo, non uno dei ministri, e neppure i segretari del Pd e di LeU, se la sono sentita di prendere posizione a favore della protesta sindacale. Quanto al M5S, continua a ricercare i consensi perduti facendosi paladino di agevolazioni e superbonus generici, buoni per tutti i gusti.
Se la sinistra negli ultimi 30 anni si fosse concentrata per davvero sul conflitto capitale-lavoro, chissà, forse non avremmo conosciuto la decurtazione delle buste paga e il dilagare del lavoro povero. A furia di considerare disdicevole, anziché fisiologico, il conflitto sociale, il sindacalismo confederale in molti settori si è visto soppiantare dal sindacalismo autonomo e corporativo. A furia di criticare i vincoli dei contratti nazionali, sta diffondendosi la piaga di accordi aziendali viziati dal caporalato e dalla violazione sistematica dei minimi retributivi.
Si sa, parlare di soldi suona volgare. Difatti la questione salariale, benché esplosiva, compare solo di sfuggita nell’agenda politica. Per mostrarsi aggiornati, come Di Vico, bisogna sostenere che il conflitto capitale-lavoro “ha trovato nel sistema delle relazioni industriali una buona regolazione”. Lo abbiamo constatato, dalla Fca all’Ilva. Così come abbiamo verificato i benefici del jobs act. Altri sarebbero i conflitti su cui il sindacato doveva intervenire: i giovani e le donne penalizzati, l’inserimento degli immigrati, la riconversione ambientale. Perché prendersela sempre con i padroni e il governo? Siamo nel Terzo millennio!
Lo sciopero di oggi ha un’indubbia natura politica. Ma non certo perché osa, per una volta, incrinare l’unanimità di consensi al governo Draghi, bensì perché riporta i sindacati a occuparsi di tasse e salari, chiedendo di avere voce in capitolo sulla destinazione dei fondi Pnrr e ignorando il ricatto di chi lo descrive ostile ai giovani, alle donne, agli immigrati e all’ambiente.

Grande Michele!!!

 

L’amaca
C’è un limite a tutto
di Michele Serra
Comincia a diventare inquietante, se non angosciante, l’assurda normalità con la quale i media di ogni ordine e grado affrontano l’ipotesi “Berlusconi al Quirinale”. Forse per ingenuità ho pensato, alle prime voci, un paio di mesi fa, a una boutade estemporanea, a una provocazione che lascia il tempo che trova. Evidentemente mi sbagliavo.
C’è una cosa che va detta, e va detta adesso.
Senza acrimonia, ma con serena durezza: la sola ipotesi suona come una spaventosa offesa a una parte di italiani che non ho la presunzione di poter quantificare, ma sicuramente non è piccola. Si tratta di milioni di cittadine e cittadini per i quali Berlusconi, uomo di parte per eccellenza, non è stato nemico “della sinistra”, ovvietà scontata. È stato nemico della convivenza repubblicana, della misura democratica, della Polis e delle sue regole.
Lo è stato con tenacia e orgoglio (gli va riconosciuto), l’orgoglio di chi si considera al di sopra di ogni legge, di ogni equilibrio dei poteri.
Padrone del Paese, certo non suo servitore come dovrebbe essere l’uomo del Colle.
Quanto alla sua immagine internazionale, non c’è italiano abituato a viaggiare che non si sia sentito umiliato dalle battute sul bunga-bunga e dalle risatine di compatimento. Ometto, perché lo considero perfino meno grave, il cumulo delle vicende giudiziarie: non è affatto irrilevante, ma basta e avanza, per rendere irricevibile la candidatura di Berlusconi, la sua figura politica.
Da elettore del centrosinistra pretendo che i miei rappresentanti, eletti con il mio voto, lo dicano forte e chiaro: non se ne parla neanche. È offensivo solamente proporlo. C’è un limite a tutto, perfino in questo Paese smemorato, cinico, opportunista.

mercoledì 15 dicembre 2021

Consiglio



V’invio un’ottima idea per un regalo natalizio!

Per chiarire

 


Mitica Amaca

 

Un nome decente, almeno uno
di Michele Serra
Bisognerebbe che qualcuno mi spiegasse bene perché “tocca alla destra fare un nome per il Quirinale”, come disse Renzi all’adunata consociativa della Meloni. Meloni che tutti trattano da grande leader, una specie di Giovanna d’Arco trascinatrice di truppe invincibili, ma in questo Parlamento (me lo fa notare un amico del bar, io me n’ero dimenticato) conta meno del Gruppo Misto: ha avuto il 4 per cento dei voti. Il Salvini vale il 17 per cento e insieme arrivano al 21, poco più di un quinto del Parlamento. Per giunta non hanno uno straccio di candidato, a meno che si voglia considerare tale l’ottantacinquenne Berlusconi, uomo del Novecento e non di quello migliore. Possibile che, a sinistra, nessuno voglia far notare che il centrodestra, a questa partita, ci va debole, diviso, incapace di leadership? Ci vuole tutto l’inferiority complex della sinistra per concedere alla destra, nella corsa al Quirinale, tanto spazio, tanta voce. Né il tornaconto di Renzi, altra particola esageratamente valorizzata nel dibattito, basta a spiegare perché mai una parte politica clamorosamente deficitaria quanto a classe dirigente e a prestigio internazionale, costretta a subire Draghi fino al punto di appoggiarlo (la Lega), o ai margini di ogni processo di innovazione e di governo (Fratelli d’Italia), dovrebbe indirizzare la corsa al Colle. Fateci un nome decente, uno soltanto, e noi lo terremo presente, questa è la sola cosa che il centrosinistra dovrebbe dire alla destra italiana, facendo finta, generosamente, che sia una destra normale. Tutto il resto è masochismo: non è colpa della sinistra se la destra non ha un candidato presentabile. È la destra italiana che si è costruita negli anni, con tenacia, la sua estraneità ai valori repubblicani.

Dialoghi