mercoledì 1 dicembre 2021

Daniela la Rossa (Vera)

 

Come scimmie ammaestrate per far pubblicità ad Amazon

Felicità ingannevole - Il colosso e i lavoratori


DI DANIELA RANIERI


Siamo ridotti a un livello tale che la spietata degradazione cui sono sottoposti i lavoratori viene presentata come l’essenza del progresso: il neoliberalismo, non pago del suo dominio sulla vita, propina quotidianamente le sue mitologie attraverso il web, la tv, la pubblicità, perché la sua egemonia sia totale e psichica.

Avrete visto i più recenti spot di Amazon, in cui dipendenti della multinazionale ne tessono gli elogi: “Avevo un compagno stupendo che è venuto a mancare”, dice una donna sulla cinquantina mentre guida muletti, “non volevo fare la vita che facevo prima, che portava solo dolore. Mi sono reinventata: Amazon mi ha aperto un mondo, ho pensato: non ti devi spezzare, devi andare avanti”.

Andare avanti, non spezzarsi, reinventarsi: una declinazione da manuale della esiziale “resilienza”, questa rucola concettuale che si trova ormai in ogni piatto servito dalla società attuale, finita persino nel piano di finanziamenti europeo post-crisi pandemica.

La pubblicità motivazionale è uno strascico della Covid, come i problemi neurologici di chi è stato malato: solo che questi guasti sono estesi alla società tutta.

“Sono Gianluca, ho smesso di studiare, è il mio grande rimpianto”, dice un ragazzo. Ma ecco che arriva Amazon a tamponare le falle di studi non regolari: “L’importante è rialzarsi”, dice, perché chi resta a terra, cioè chi non lavora per Amazon e magari prende il Reddito di cittadinanza, è indegno; Gianluca invece “impara cose nuove”, perché “siamo fatti per fare cose grandi”, e “l’importante è crederci”.

Che stoccare scatoloni, spillare codici a barre, accatastare bancali siano lavori degni non v’è dubbio; che siano l’epitome della grandezza umana, opere leonardesche e sostituti dell’apprendimento e della coltivazione interiore, è inaccettabile. Il messaggio scaturito dai serbatoi del pensiero dei pubblicitari di Amazon è che lo scatto della dignità umana offesa sia possibile grazie a un datore di lavoro generoso, il quale, più che mirare ai profitti, si occupa di risollevare (dalla miseria, dall’afflizione) i suoi lavoratori, ciò che spetterebbe allo Stato.

Il terzo spot è ancora più mortificante. La voce fuori campo di un ragazzo dice: “Mi chiamo Mohamed, la mia frase preferita è (segue frase in arabo, ndr), che vuol dire ‘non smettere di lottare’”. Fate attenzione a quel “lottare”: Mohamed non parla di lotte sindacali, non si batte per i suoi diritti: lotta con Amazon (non contro di essa) per mantenere inalterate le sue condizioni. È grato all’azienda, e lo storytelling ci spiega perché: “Mia sorella è nata con disabilità”; foto di famiglia si alternano a immagini di Mohamed che infila pacchi dentro una bacheca e passa allo scanner alcuni prodotti. “Miei genitori sono molto contenti perché riesco a aiutarli economicamente”. Amazon si è accollata il lavoratore migrante e la sua famiglia, che Mohamed sfama con agio. Sembra non faticare, anzi: l’ambiente di lavoro è talmente rilassato che ha anche modo di fare break dance nello stabilimento: “La mia squadra mette qualche musica per farmi fare qualche balletto: mi fa sentire siamo tutti famiglia” (sic).

Il claim è: “Amazon, ogni giorno meglio”. Le denunce di ex lavoratori costretti a urinare nelle bottiglie perché non hanno tempo di andare in bagno si infrangono contro il pathos a buon mercato delle biografie di questi poveri e lavoratori.

A impersonare i grati prigionieri di questa gabbia sociale micidiale non sono attori: sono presumibilmente dipendenti veri, con nome e cognome. È etico farli lavorare alla pubblicità dell’azienda? I dirigenti fanno casting in reparto? Sono pagati a parte, o raccontare docilmente le proprie disgrazie – apice dell’alienazione – è compreso nello stipendio? E cos’altro possono dire, se non che sono contenti? Ma a che serve questo finto cinema verità? Naturalmente a lucidare l’immagine di un’azienda che si trova in una situazione di quasi monopolio, il cui padrone Jeff Bezos (patrimonio stimato: 205 miliardi di dollari), quello che ha fatto un giro di 4 minuti nello spazio nella sua navicella Blue Origin, paga zero dollari di tasse negli Usa, e in Europa ne paga pochissime perché le imposte sono sui profitti e non sui ricavi (basta investire molto).

Ma perché deve importarci se i lavoratori di Amazon si esibiscono per il padrone? Perché societas vuol dire insieme di soci, non di competitor. Quel che si deve rifiutare radicalmente non è lo spot, è il modo in cui è organizzata la società, che “accresce le ricchezze di una parte e conserva l’abietta povertà” (Marcuse, negli anni 60).

Infine: Gianluca, Mohamed, la signora che si reinventa, li tutela qualcuno in Italia? Se stanno a casa sono parassiti divanisti; se lavorano devono fare le scimmie ammaestrate per i loro padroni. Servono altre prove per la sparizione della sinistra? Per forza poi ci troviamo la destra reazionaria anti-capitalista a fare gli interessi “del popolo”.

La Triste Storia Travagliata

 Come una storia italiana, macabra all'inverosimile, Travaglio ci racconta, a puntate, chi è il pretendente al Quirinale, appoggiato da fascisti, cazzari e, probabilmente, dall'Ebetino Anonimo. 

Leggetela e pregate che ciò non avvenga! 


Questa è la storia di B.

DI MARCO TRAVAGLIO

1936. Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre, figlio primogenito di Luigi Berlusconi e Rosa Bossi. Il padre è funzionario alla Banca Rasini, di cui diventerà direttore generale e che verrà indicata da Michele Sindona come l’appoggio di Cosa Nostra al Nord per il riciclaggio del denaro sporco. La madre è casalinga. Dopo Silvio, nasceranno suo fratello Paolo (1949) e sua sorella Maria Antonietta (1943).

1954. Prende la maturità classica al liceo salesiano Copernico e si iscrive all’Università Statale, facoltà di Giurisprudenza. A tempo perso, vende spazzole elettriche porta a porta, fa il fotografo ai matrimoni e ai funerali, suona il basso e canta nella band dell’amico d’infanzia Fedele Confalonieri, anche sulle navi da crociera della compagnia Achille Lauro. Anni dopo racconterà che: “La mia carriera canora è cominciata con una tournée in Libano (ma, dalle accurate ricerche del suo biografo Giuseppe Fiori, non risulta che sia mai stato in Libano); “Al ‘Gardenia’ di Milano, come poi sarebbe avvenuto a Parigi, dopo aver cantato, mi buttavo in pista per ballare con le bionde” (ma non risulta che abbia mai suonato a Parigi); “Ho studiato due anni a Parigi, alla Sorbona, e per mantenermi dovevo suonare e cantare nei locali della Capitale” (ma non risulta che abbia mai studiato alla Sorbona); “A Parigi facevo il canottaggio ed ero campione italiano studentesco con il Cus di Milano” (ma esistono seri dubbi anche sui suoi titoli sportivi conquistati in canoa).

1957. Lavora saltuariamente nell’impresa edile Immobiliare Costruzioni e intanto dà esami alla Statale, dove conosce un giovane studente palermitano di quattro anni più giovane: Marcello Dell’Utri, che per qualche tempo gli fa da segretario.

1961. Si laurea in Legge con 110 e lode con una tesi su “Il contratto di pubblicità per inserzione”. E vince una borsa di studio di 2 milioni messa in palio dalla concessionaria Manzoni. Evita, non si sa come, il servizio militare. E si dà all’edilizia, acquistando per 100 milioni un terreno in via Alciati, grazie alla fideiussione fornitagli in garanzia dal banchiere Carlo Rasini, datore di lavoro del padre, che gli procura anche un socio: il costruttore Pietro Canali, cliente della Rasini. Nasce così la Cantieri Riuniti Milanesi.

1963. Fonda la Edilnord Sas: soci accomandanti Carlo Rasini e il commercialista svizzero Carlo Rezzonico (a nome della misteriosa finanziaria luganese Finanzierungesellshaft fur Residenzen Ag). Berlusconi risulta soltanto “socio di opera”.

1964. Apre un cantiere a Brugherio per edificare una città-modello da 4 mila abitanti.

1965. Il primo condominio è pronto, ma Berlusconi non riesce a vendere neppure un appartamento. Finché, non si sa come né perché, lo stabile viene acquistato dal Fondo di previdenza dei dirigenti commerciali. Nel 1969 l’operazione Brugherio sarà ultimata con mille appartamenti venduti. Nello stesso anno Silvio sposa la spezzina Carla Elvira Dall’Oglio, che gli darà due figli: Maria Elvira detta Marina (1966) e Pier Silvio detto Dudi (1969).

1968. La Edilnord acquista per appena 3 miliardi di lire 700 mila metri quadrati di terreni nel Comune di Segrate, dove Berlusconi intende edificare la gigantesca città-satellite “Milano 2”. L’operazione è̀ resa possibile dalla complicità di un giovane, potente e furbo sacerdote-affarista veronese: don Luigi Verzé, che dal 1961 progetta la costruzione della clinica privata San Raffaele su terreni acquistati a Parco Lambro, ma nel 1964 è stato sospeso a divinis dalla Curia milanese per la sua spregiudicatezza.

Berlusconi gli regala 46 mila metri quadri dei terreni di Segrate, che peraltro valgono quasi zero, visto che lì a due passi c’è l’aeroporto di Linate e, a ogni ora del giorno e della notte, decollano e atterrano gli aerei. Proprio per la rumorosità della zona, è stata appena bloccata la costruzione del Nuovo Policlinico.

Ma don Verzé avvia ugualmente i lavori per il San Raffaele, grazie a un mutuo agevolato di 600 milioni di lire e al riconoscimento ministeriale alla futura clinica dello status di “Istituto di ricovero e di cura a carattere scientifico”. Arriva a stipulare anche una strana convenzione con l’Università di Milano. Peccato che manchi la licenza edilizia e dunque i lavori siano abusivi.

1972. La prima Edilnord viene messa in liquidazione ed entra in scena la Edilnord Centri Residenziali di Lidia Borsani & C. La Borsani, cugina di Berlusconi, è socia accomandataria; accomandante è un’altra misteriosa finanziaria svizzera luganese, l’Aktiengesellschaft fur Immobilienlagen in Residenzzentren Ag, che fornisce il capitale iniziale.

1973. Berlusconi e don Verzé, spalleggiati da fantomatici “comitati anti-rumore” creati ad hoc, presentano una petizione al ministero dei Trasporti perché dirotti altrove i voli degli aerei in partenza e in arrivo a Linate, per non disturbare gli abitanti di Milano 2 e soprattutto i ricoverati del San Raffaele. Che però sono ancora quattro gatti: sia Milano 2 sia il San Raffaele sono in costruzione. Ma basta ungere le ruote, anzi le ali giuste e il ministero si porta avanti col lavoro.

Nel 1972 Civilavia sposta le rotte aeree verso il Comune di Segrate, che invece è abitato da 200 mila persone da ben prima che nascesse l’aeroporto. Don Verzé verrà condannato per istigazione alla corruzione di alcuni politici lombardi: la sentenza collegherà il dirottamento dei voli alle sue “pressioni illecite, non esclusa la corruzione, sulle competenti autorità locali e centrali”. Così migliaia di cittadini da un giorno all’altro si vedono piovere sul capo gli aerei, per proteggere la tranquillità di quelli di Milano 2 e del San Raffaele (che quasi non esistono). Per mascherare quella decisione ad personam, vengono falsificate le carte di volo dei piloti Alitalia: Milano 2 diventa una grande chiazza nera di 700 mila metri quadri con una grande “H” (Hospital), come se la lussuosa città residenziale di Berlusconi fosse tutta San Raffaele. Una gigantesca No fly zone per non svegliare gli inesistenti malati.

Così i prezzi dei terreni e delle case di Milano 2 raddoppiano: da 200 a 400 mila lire al metro quadro. Nel 1974 il pretore di Monza, Nicola Magrone, condannerà il direttore generale di Civilavia Paolo Moci per disturbo della quiete pubblica nei comuni danneggiati e definirà il San Raffaele “ospedale dai connotati molto ambigui”.

Intanto nel 1973 Berlusconi fonda la Italcantieri Srl, grazie ad altre due misteriose fiduciarie ticinesi: la Cofigen (legata al finanziere Tito Tettamanti) e la Eti AG Holding (amministrata dal finanziere Ercole Doninelli). E acquista una mega-residenza con un immenso parco in Brianza, ad Arcore. È villa San Martino, di proprietà della famiglia Casati Stampa, protagonista nel 1970 di un tragico fatto di cronaca nera: durante un gioco erotico in veste di guardone, il marchese Camillo Casati Stampa ha perso la testa e ha ucciso nella sua casa romana la moglie Anna Fallarino e il suo giovane amante Massimo Minorenti, per poi togliersi la vita.

La villa di Arcore e altre proprietà passano in eredità alla figlia del marchese, Annamaria Casati Stampa, ancora minorenne. La ragazza è assistita da un giovane protutore di nome Cesare Previti, un avvocato civilista missino di origini calabresi, figlio di Umberto Previti, amministratore-prestanome della società berlusconiana Immobiliare Idra. Grazie ai suoi buoni uffici (e al suo conflitto d’interessi), la marchesina minorenne viene indotta a cedere all’amico di Previti, cioè a Berlusconi, la settecentesca villa San Martino, vasta 3.500 metri quadrati, con quadri d’autore, biblioteca di volumi antichi, parco di un milione di metri quadri, campi da tennis, maneggio, scuderie, due piscine e cascina, tenuta agricola per un totale di 2,5 milioni di metri quadri. Una favolosa proprietà dal valore inestimabile che Berlusconi paga circa 500 milioni di lire dell’epoca: un prezzo irrisorio. E, per giunta, non in denaro frusciante, ma in azioni di alcune società immobiliari non quotate in Borsa: così, quando la ragazza si trasferisce in Brasile e tenta di monetizzare i titoli, si ritrova in mano una carrettata di carta straccia.

A quel punto Berlusconi le offre di ricomprare le azioni, ma alla metà del prezzo inizialmente pattuito. E infine sborsa la miseria di 250 milioni in contanti. Pochi anni dopo, la stessa proprietà diventerà la garanzia per un finanziamento di 7 miliardi e 600 milioni accordato a Silvio da Cariplo e Monte dei Paschi. Una sentenza del Tribunale di Roma, nel 2000, assolverà il giornalista Giovanni Ruggeri, che ha raccontato il clamoroso raggiro nel libro Gli affari del presidente (Kaos, 1994).

Frattanto, in un condominio della nascente Milano 2, nasce una tv via cavo, Telemilano 58, che passerà ben presto sull’etere con il nome di Canale 5.

1974. Berlusconi si trasferisce con la famiglia a villa San Martino. Richiama in servizio Dell’Utri, che nel frattempo è tornato a Palermo e s’è messo a lavorare in banca alla Sicilcassa, perché si ristabilisca a Milano e gli faccia da segretario e anche da amministratore-prestanome della Immobiliare San Martino, fondata grazie a due fiduciarie della Bnl: Servizio Italia e Saf. Marcello però fa di più.

Siccome Silvio teme i sequestri di persona, il 7 luglio gli ingaggia un guardaspalle di tutto rispetto: il cosiddetto “stalliere” o “fattore” Vittorio Mangano, giovane e promettente mafioso della famiglia palermitana di Porta Nuova (guidata da Pippo Calò), raccomandato dall’amico del cuore Gaetano Cinà (mafioso anche lui) e presunto esperto di cavalli (peraltro assenti, all’epoca, nella tenuta di Arcore).

Mangano ha appena 34 anni, ma è già noto alle cronache giudiziarie e alle forze di polizia per tre arresti e varie denunce, processi e condanne. Diffidato nel 1967 come “persona pericolosa”, poi indagato per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione, Mangano è stato fermato nel 1972 in auto con un mafioso trafficante di droga. Secondo i carabinieri di Arcore, “Dell’Utri ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza del suo poco corretto passato”.

La sentenza definitiva della Cassazione che condannerà Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa accerterà che l’ingaggio di Mangano è stato suggellato da un incontro organizzato da Dell’Utri a Milano, in Foro Buonaparte, nel maggio del 1974, con Berlusconi, Cinà e i boss Stefano Bontate (capo di Cosa Nostra), Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo (poi pentito): un summit coronato da promesse di reciproca “messa a disposizione”.

Infatti, da quel momento, Mangano si insedia a villa San Martino con la moglie, i due figli e la suocera, occupandosi della sicurezza, accompagnando a scuola Marina e Pier Silvio, scortando Silvio in giro per Milano e la moglie Carla a fare la spesa. E Berlusconi inizia a versare ogni sei mesi somme sempre più consistenti di denaro a Cosa Nostra, almeno fino al 1994.

La sera del 7 dicembre 1974, nella villa, si tiene una festa in onore del suo caro amico Luigi D’Angerio, sedicente “principe di Sant’Agata”: appena esce dal cancello a notte fonda, il finto principe viene sequestrato da una banda di malavitosi che però – a causa della nebbia – vanno a sbattere con l’auto contro un albero. L’ostaggio fugge e denuncia il fatto ai carabinieri. Questi indagano, sospettano che il basista del rapimento sia proprio Mangano e avvertono Berlusconi. Il quale non fa una piega e, come se nulla fosse accaduto, si tiene in casa lo “stalliere” mafioso per altri due anni.

1975. Le fiduciarie della Bnl Servizio Italia e Saf danno vita alla Fininvest. Nascono anche la Edilnord e la Milano 2. Ma Berlusconi non compare mai in alcuna delle sue società. Dal 1968 è inabissato e schermato da una miriade di prestanome: casalinghe, notai, ragionieri, commercialisti, elettricisti, perfino un cecoslovacco di 90 anni colpito da ictus e paralizzato in carrozzella, e un cugino del boss mafioso Tommaso Buscetta. Fa eccezione la Italcantieri, di cui Silvio diventa presidente nel 1975.

Intanto Mangano viene arrestato due volte dai carabinieri, che vanno a prelevarlo a casa di Berlusconi per condurlo in carcere a scontare condanne definitive per truffa, porto abusivo di coltello e ricettazione (Paolo Borsellino, nella celebre intervista rilasciata a due giornalisti francesi nel maggio 1992, poco prima di morire, racconterà che all’epoca Mangano era la “testa di ponte della mafia al Nord” ed era pure specializzato nel racket delle cliniche private: ai primari che non pagavano il pizzo, era solito recapitare teste di cane o di cavallo mozzate, come nella famosa scena de Il padrino).

Ma entrambe le volte, appena uscito dal carcere, lo “stalliere” viene riaccolto da Silvio e Marcello a braccia aperte, come se nulla fosse. Il 26 maggio esplode una bomba che devasta il portone di via Rovani 2 a Milano, sede della Fininvest e seconda residenza di Berlusconi. Il quale si guarda bene dal denunciare l’attentato, “firmato” da una croce nera sullo stipite. In una telefonata del 1986, ricostruendo il fattaccio, Confalonieri ricorderà che il sospettato numero uno era Mangano. Che però, fra una bomba e un arresto, rimane indisturbato a gestire la sicurezza di Berlusconi & C.. A domicilio.

1976. Fra i mesi di ottobre (secondo la Questura di Milano) e dicembre (secondo altre fonti), Mangano lascia villa San Martino ad Arcore e si trasferisce a Milano, all’hotel Duca di York. Lì si mette in proprio e continua a gestire il traffico di droga e il riciclaggio del denaro sporco. “Lo abbiamo allontanato per le voci su di lui”, dirà Berlusconi. “Me ne sono andato io e ho dovuto pure insistere, perché Dell’Utri e Confalonieri volevano che restassi”, ribatterà il mafioso.

Sia come sia, non è alla sua fedina penale, già peraltro nota al suo arrivo, che si deve l’allontanamento. Bensì, come testimonierà lui stesso, all’articolo di un giornale locale sulla sua ingombrante presenza accanto al rampante palazzinaro milanese, che lo induce a levarlo dall’imbarazzo e soprattutto a sottrarre se stesso dalla luce dei riflettori.

Infatti Berlusconi continua a stimarlo. E Dell’Utri a frequentarlo: il 24 ottobre Marcello e Vittorio partecipano al pranzo di compleanno del boss catanese Antonino Calderone, salito a Milano per festeggiare i suoi primi 40 anni al ristorante “Le Colline Pistoiesi” di via Marcona, insieme a vari picciotti in trasferta al Nord, come Nino e Gaetano Grado. Per precauzione, il Cavaliere si trasferisce per qualche mese con la famiglia in Svizzera. E poi in Spagna.

1977. Dopo Mangano, anche Dell’Utri lascia Berlusconi: racconterà che aspirava a diventare dirigente nel gruppo del Biscione, ma Silvio non lo riteneva capace, così pensò di “prendersi un anno sabbatico per approfondire gli studi di teologia” (è da sempre vicino all’Opus Dei). Poi però opta per una missione più prosaica: va a lavorare per un amico di Cinà, Filippo Alberto Rapisarda, anche lui legato a mafiosi doc come Vito Ciancimino e il clan Cuntrera-Caruana (leader mondiale del traffico di droga fra Italia e Sudamerica). Rapisarda lo nomina amministratore delegato della Bresciano Costruzioni e ingaggia anche il suo fratello gemello Alberto, come Ad della Venchi Unica.

In pochi mesi i due fratelli Dell’Utri fanno bancarotta fraudolenta all’unisono con le rispettive società: fallite sia la Bresciano sia la Venchi. Alberto finisce in galera a Torino, mentre Marcello resta a piede libero, ma perde il lavoro. Rapisarda fugge in Venezuela, ospite dei Cuntrera-Caruana, con documenti falsi a nome di Alberto Dell’Utri. Poi trasloca a Parigi. Lì Marcello si reca a trovarlo e, non sapendo come pagare l’affitto del proprio appartamento milanese, s’imbuca nella bella casa lasciata vuota da Rapisarda in via Chiaravalle.

Intanto il presidente della Repubblica Giovanni Leone nomina Silvio Berlusconi Cavaliere del Lavoro. E lui, poco dopo, acquista il 12 per cento dell’editrice de Il Giornale, fondato nel 1974 da Indro Montanelli, di cui negli anni seguenti assumerà il controllo di maggioranza.

1975-1983. In otto anni, nelle 24 (poi salite a 37) “Holding Italiana” che controllano la Fininvest affluiscono 113 miliardi di lire dell’epoca (circa 300 milioni di euro) di provenienza misteriosa, parte addirittura in contanti. Berlusconi non svelerà mai l’identità degli anonimi donatori. Il consulente tecnico di Dell’Utri, il professor Paolo Iovenitti dell’Università Bocconi, dovrà ammettere al processo per mafia che alcuni di quei finanziamenti sono inspiegabili e “potenzialmente non trasparenti”.

Rapisarda, Massimo Ciancimino e diversi pentiti racconteranno che in quel periodo Bontate e altri boss (compreso Michele Graviano, padre dei futuri stragisti Filippo e Giuseppe) diventano soci del gruppo Fininvest, investendovi grossi capitali mafiosi. Queste accuse, suffragata anche dalle recenti dichiarazioni di Giuseppe Graviano, sono ancora al vaglio della Procura di Firenze, che indaga su Berlusconi e Dell’Utri nell’ambito dell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi del 1993-’94. Negli stessi anni, in parallelo, danno la scalata al potere due amici e sodali del neo Cavaliere del Lavoro: Licio Gelli, maestro venerabile della loggia deviata e occulta “Propaganda 2”, e Bettino Craxi, segretario del Psi dal 1976.

1978. Il 26 gennaio, presentato tempo prima a Gelli dall’amico giornalista Roberto Gervaso, Berlusconi viene affiliato alla loggia P2 con la tessera numero 1816 e il grado massonico di “apprendista muratore”. Di lì a poco inizia a ricevere crediti oltre ogni normalità dal Monte dei Paschi e dalla Bnl (due banche che hanno ai vertici alcuni uomini-chiave affiliati alla P2). E prende a collaborare, come commentatore di politica economica, al Corriere della Sera controllato dagli editori Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din, entrambi iscritti alla P2.

1979. Completata la costruzione di Milano 2, Berlusconi esce allo scoperto anche nella Fininvest, assumendone la presidenza, fino ad allora occupata da vari prestanome.

Il 12 novembre la Guardia di Finanza compie una verifica fiscale presso la sua Edilnord Centri Residenziali. E accerta “violazioni alle norme valutarie, costituenti illecito amministrativo, per un ammontare complessivo di lire 5.738.533.877”, nonché “ipotesi di attività esterovestita da parte del dottor Berlusconi”. Lui però disconosce la paternità delle aziende che ha fin qui creato e si spaccia per un semplice “consulente” di Edilnord, che lo avrebbe incaricato della “progettazione” e “direzione generale del complesso residenziale di Milano 2”. Invece è il proprietario della società. La sua dichiarazione fasulla viene raccolta – e presa per buona – dal capitano Massimo Maria Berruti, che chiude frettolosamente l’ispezione nonostante le irregolarità riscontrate.

Nel 1980 Berruti abbandonerà le Fiamme Gialle per diventare avvocato della Fininvest (sarà poi processato insieme a Berlusconi e condannato per favoreggiamento nel processo per le tangenti alla Guardia di Finanza; dopodiché diventerà deputato di Forza Italia). Il comandante di Berruti che firma con lui il rapporto è il colonnello Salvatore Gallo, anche lui affiliato alla P2.

1980. Berlusconi fonda Publitalia 80, la concessionaria pubblicitaria delle sue reti tv, che due anni dopo affiderà alle cure di Dell’Utri. Questi torna all’ovile dopo un paio d’anni di autoesilio chez Rapisarda e diverrà presto presidente e amministratore delegato della nuova società. Il 14 gennaio Dell’Utri viene intercettato dalla Criminalpol di Milano, in un’indagine per droga, al telefono con Mangano, il quale gli propone “il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo”. Dell’Utri risponde che per i “cavalli” (qualunque cosa vogliano dire: Borsellino spiegherà che spesso erano un nome in codice per indicare partite di droga) occorrono i “piccioli”, cioè i soldi, e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare “dal suo principale Silvio”. Dell’Utri risponde che “quello lì non sura”. Cioè “non suda”, non paga.

(1.Continua)


Grande Marco!


No al garante della prostituzione

di Marco Travaglio

Il Presidente della Repubblica dev’essere il garante della Costituzione. Silvio Berlusconi è il garante della corruzione e della prostituzione, non solo sul piano giudiziario, mentre la Costituzione l’ha violata sia prima sia dopo il suo ingresso in politica. E ha tentato di scassinarla nel 2006, quando il popolo italiano lo fermò col referendum. Ha prostituito ai suoi interessi privati non soltanto le sue escort, alcune minorenni, ma anche e soprattutto i principi costituzionali che aveva giurato di difendere per ben tre volte da presidente del Consiglio: legalità, giustizia, eguaglianza, dignità delle donne, libertà di stampa, indipendenza della magistratura, libera concorrenza sul mercato, equità fiscale, scuola e sanità pubbliche, disciplina e onore, antifascismo. Dal 1994 è stato eletto in Parlamento sei volte, poi è stato espulso dal Senato in quanto pregiudicato, interdetto dai pubblici uffici e decaduto per legge, e nel 2019 è sbarcato al Parlamento europeo, malgrado sia ineleggibile per la legge 361/1957 sui titolari di pubbliche concessioni.

Ha frodato il fisco, derubando lo Stato che ora vorrebbe presiedere, per 368 milioni di dollari, occultando immense fortune nei paradisi fiscali, ed è stato condannato in via definitiva per i 7,3 milioni di euro scampati alla prescrizione. Ora, da pregiudicato, pretende di guidare il Csm che decide sulle carriere dei magistrati. Ha abusato dei pubblici poteri per piegare il Parlamento ad approvargli 60 fra leggi ad personam, ad aziendam e ad mafiam, alcune bocciate dalla Consulta perché incostituzionali. Grazie a quelle sul falso in bilancio e sulla prescrizione, si è fatto prescrivere 9 processi per accuse gravissime, dalla corruzione al falso in bilancio, dalla frode all’appropriazione indebita. E l’amnistia del 1989 l’ha salvato da una condanna per falsa testimonianza sulla loggia P2, a cui era affiliato dal 1978. Ha corrotto parlamentari per ribaltare le sconfitte elettorali, come attesta la sentenza definitiva di prescrizione sull’“acquisto” di Sergio De Gegorio per 3 milioni. Ha elevato a sistema il conflitto d’interessi, legittimando anche quelli degli altri. Ha sdoganato i peggiori disvalori, facendo pubblico vanto di condotte prima relegate alla clandestinità. Ha trasformato la Camera, il Senato e gli enti locali in stipendifici per i suoi avvocati, coimputati, lobbisti, camerieri, badanti, Papi girl e igieniste dentali. Ha screditato irrimediabilmente il Parlamento facendo votare la mozione “Ruby nipote di Mubarak”. Ha coperto di ridicolo l’Italia e di vergogna gli italiani con sceneggiate e pagliacciate in giro per il mondo. Ha danneggiato l’immagine del Paese con attacchi all’Europa ed elogi ad alcuni fra i peggiori regimi autoritari (dalla Libia di Gheddafi alla Russia di Putin, dalla Turchia di Erdogan alla Bielorussia di Lukashenko). Ha trascinato l’Italia in due guerre criminali contro l’Afghanistan e l’Iraq. Ha epurato giornalisti e artisti a lui sgraditi, da Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi, Carlo Freccero a molti altri, trasformando la Rai in servizietto privato per Mediaset e Forza Italia. Ha usato i suoi manganelli catodici e cartacei per calunniare i migliori magistrati e giornalisti, oltre agli oppositori che ostacolavano i suoi disegni eversivi.

Ha affermato che “Mussolini, in una certa fase, è stato un grande statista”, “Per un certo periodo fece cose positive”, “Non ha mai ammazzato nessuno: mandava la gente a fare vacanza al confino”. Ha elogiato pubblicamente l’evasione fiscale e varato condoni tributari, edilizi e ambientali che hanno vieppiù screditato il rispetto delle leggi e vilipeso chi lo pratica. Il suo gruppo, con soldi suoi, ha corrotto politici, magistrati, ufficiali della Guardia di Finanza, testimoni. Il suo braccio destro Cesare Previti è stato condannato definitivamente per aver corrotto il giudice delle cause Mondadori e Imi-Sir. Il suo braccio sinistro Marcello Dell’Utri è stato condannato definitivamente e arrestato, dopo la latitanza, per complicità con la mafia. Il suo referente in Campania, Nicola Cosentino, è stato condannato in primo e secondo grado per concorso esterno in camorra. Il suo referente in Calabria, Amedeo Matacena, è latitante negli Emirati dopo una condanna definitiva per concorso in ‘ndrangheta. Il suo ex presidente della Sicilia, Totò Cuffaro, è pregiudicato per favoreggiamento a Cosa Nostra. E manca lo spazio per una conta dei danni inferti dai suoi tre malgoverni all’economia, alla scuola, alla sanità, all’ambiente, alla cultura, ai diritti civili. Per queste ragioni chiediamo a tutti i parlamentari di non votarlo alla presidenza della Repubblica. Anzi, di non parlarne proprio. E, se possibile, di non pensarci neppure.

In alto i cuori!

 


Parte alla grande la lotta per allontanare lo spettro che un incallito pagatore di tangenti alla mafia, nonché pregiudicato, possa per una cazzara e fascista scelta diventare il prossimo presidente della Repubblica Italiana. Occorre uno sforzo comune per allontanare ciò che rappresenterebbe la fine certa della democrazia, già da oltre vent'anni malata e deturpata da individui come Al Tappone. Quindi in alto i cuori, contro questo signorotto del nulla! Viva l'Italia (e non Forza perché il nanetto ci ha portato via pure questo!) democratica e antifascista!

L'Amaca

 

Le novità che sono giuste
di Michele Serra
È spiegabile lo sconcerto di chi considera la manata sul sedere solo una bravata, un peccato veniale, e si meraviglia di essere su tutte le prime pagine, nonché imputabile di violenza sessuale. La cultura alle nostre spalle (non solo la cultura “di strada”, spesso anche quella delle case borghesi, che è stata anch’essa, eccome, cultura di bordello) aveva ben poca idea del confine tra seduzione e predazione, tra galanteria e abuso sessuale. Ma è accaduto che quel confine sia stato del tutto ridefinito, a partire da un concetto che è al tempo stesso tremendamente semplice, e tremendamente nuovo: nessun contatto può essere imposto, nessun consenso estorto, “io sono mia” e dunque giù le mani, fin tanto che io lo voglia e lo dica. Ovvio che la violazione estemporanea e fuggevole di una manata non è uno stupro: ma ne è la condizione culturale.
La disponibilità del corpo, sempre, ovunque, è un criterio interamente attribuibile solo alla persona che quel corpo abita. Se questo criterio, che non trova ragione di negazione se non in chi si sente proprietario abusivo delle vite altrui, rovescia quasi del tutto le abitudini sessuali dei quattro quinti del pianeta, pazienza. È un criterio talmente giusto che vale la pena difenderlo e ripeterlo. Chi non lo capisce (qui sta il difficile) va educato, ovvero va ricondotto alla conoscenza delle cose. Non è un mostro, lo smanacciatore di turno, non va crocifisso né mandato al rogo. Bisogna soprattutto parlargli. Non serve urlargli “porco”, serve spiegargli le nuove regole del gioco (più giuste delle precedenti) e i nuovi modi per vivere più libere e più liberi.

martedì 30 novembre 2021

Ovunque

 

Questo articolo lo affiggerei ovunque: nelle scuole, alle Poste, su tram, treni, aerei. Lo divulgherei tra i giovani, lo ricorderei a tutti coloro che insolitamente ancora bofonchiano la madre di tutte le fetecchie: "Se è diventato ricchissimo un motivo ci sarà!" 

Il pericolo è reale, e ne parlano pochi, un giornale fra tutti, il Fatto Quotidiano: che cioè il signorotto di Milano possa, grazie ad una rete di sottoposti in gran parte inquisiti che stanno accalappiando fruitori di mega stipendi parlamentari alla faccia nostra, diventare a gennaio presidente della Repubblica. Molti sonnecchiano, fan finta di nulla, cambiano discorso, si gettano in disquisizioni ad minchiam, tramando sotto per compiere il sacrilegio maximo alle istituzioni.

Considerate infine che due dei più imbizzarriti tra i suoi aficionados, e che concedono a noi comuni mortali il senso del malaffare, sono: Denis Verdini, agli arresti domiciliari per il crack della banca che un tempo ebbe l'onore di averlo proprietario (sai che culo!) e l'amico di tante avventure, il saggio amante di libri antichi, ce lo descrivono così, tra l'altro condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, Marchello Dell'Utri. Stanno lavorando alacremente per avere voti tra i mascalzoni votati per rappresentare chi sognava un modo diverso di far politica, ed ora in procinto di vendersi per qualche ninnolo e promessa da marinaio. 

Leggete l'articolo con somma attenzione e, spero, chiedetevi anche voi se potremo un giorno sperare in un paese migliore!      

Forza Italia contro Di Matteo per spingere Berlusconi al Colle: “Mai accertate collusioni con la mafia”. Da Bontade ai soldi ai boss: cosa dice la sentenza Dell’Utri

Rispondendo a una domanda sulla corsa al Quirinale, il magistrato ha ricordato in tv che lo storico braccio destro dell'ex premier è stato condannato per essere stato intermediario di un patto tra i clan e Arcore: "In cambio della protezione personale e imprenditoriale di Berlusconi prevedeva il versamento di somme ingenti di denaro da parte di Berlusconi a Cosa Nostra". L'attacco dei berlusconiani: "Accuse infamanti e infondate, l'ex premier è il più degno candidato alla presidenza della Repubblica". Ecco cosa c'è scritto nella sentenza definitiva sull'ex senatore

di Giuseppe Pipitone 

Berlusconi e la mafia, per Forza Italia è vietato citare le sentenze in tv. Tutti contro Di Matteo che parla di Dell’Utri e i boss: “Mitomane”

Più si avvicina la fatidica data dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica e più ad Arcore aumenta la tensione. Nonostante pubblicamente dribbli l’argomento, infatti, Silvio Berlusconi continua sul serio a coltivare il sogno del Quirinale. Sarà per questo motivo che Forza Italia ha reagito in modo rabbioso, attaccando il magistrato Nino Di Matteo, reo di aver ricordato i rapporti tra Arcore e Cosa nostra. È già successo più volte in passato, ma questa volta c’è il Colle ad aumentare la reazione nervosa dei berlusconiani. Intervistato da Lucia Annunziata, infatti, Di Matteo ha ricordato cosa c’è scritto nella sentenza su Marcello Dell’Utri. Nel 2014 lo storico braccio destro di Berlusconi fu condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. Dopo un breve periodo da latitante in Libano, Dell’Utri ha scontato la sua pena tra carcere e domiciliari: ora è tornato alla corte di Arcore, dove – secondo vari retroscena – è uno dei consiglieri più ascoltati in relazione a una possibile candidatura del leader di Forza Italia al Colle.

Le parole del magistrato Di Matteo – Insomma: può un uomo che ha il braccio destro condannato per mafia (e quello sinistro, cioè Cesare Previti, per corruzione in atti giudiziari) correre per il Quirinale? E infatti è proprio rispondendo a una domanda sul Colle che Di Matteo ha ricordato l’esistenza della sentenza Dell’Utri . “Io non ho titolo per esprimere giudizi politici mi limito a ricordare due dati di fatto. Il primo è che il presidente della Repubblica è anche presidente del Csm e nei confronti della magistratura non dovrebbe avere interessi e rancori di tipo personali. Poi ricordo che Dell’Utri fu intermediario di un accordo tra il 1974 e il 1992 con le famiglie mafiose palermitane, che in cambio della protezione personale e imprenditoriale di Berlusconi prevedeva il versamento di somme ingenti di denaro da parte di Berlusconi a Cosa Nostra, e questo è emerso da una sentenza definitiva”, ha detto il consigliere del Csm a Mezz’ora in Più su Rai3. Di Matteo si è astenuto da ogni ulteriore dichiarazione sulla corsa al Quirinale: “Non voglio commentare – ha aggiunto – ma questo sta diventando un paese in cui qualche fatto va ricordato. Il vizio della memoria dovrebbe essere coltivato in maniera più incisiva e generalizzata”.


I berlusconiani: “Nessuna sentenza ha mai accertato collusioni con la mafia” – Dichiarazioni che hanno fatto scendere sul piede di guerra i berlusconiani di stretta osservanza. I capigruppo delle commissioni Giustizia di Forza Italia alla Camera e al Senato Pierantonio Zanettin e Giacomo Caliendo, insieme con i componenti delle commissioni, la senatrice Fiammetta Modena e i deputati Matilde Siracusano e Roberto Cassinelli, hanno diffuso una nota per attaccare il magistrato. “Il consigliere del Csm Nino di Matteo – scrivono – si è scagliato contro la candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale, lanciando accuse tanto infamanti, quanto infondate. Occorre ricordare che nessuna sentenza ha mai accertato collusioni del presidente Berlusconi con la mafia. Forza Italia continua a ritenerlo il più degno candidato alla presidenza della Repubblica”. A sentire i berlusconiani “il magistrato Di Matteo non ha alcun titolo per intervenire nel dibattito politico sulle candidature al Quirinale. Al contrario, essendo comunque un magistrato, oltre che un rappresentante dell’organo di autogoverno della magistratura, dovrebbe avere rispetto per il ruolo che ricopre e mostrare quel poco di imparzialità che gli rimane”.


L’incontro con Bontade e l’assunzione di Mangano ad Arcore – Nessuno tra gli altri partiti politici è intervenuto per fare notare come le dichiarazioni di Di Matteo non contenessero alcuna accusa infamante e soprattutto infondata. E’ vero che Silvio Berlusconi non è mai stato processato o condannato per fatti di mafia, anche se è ancora oggi indagato a Firenze per un reato ancora più grave come il concorso nelle stragi del 1993. I rapporti tra il leader di Forza Italia e Cosa nostra, però, sono cristallizzati in una sentenza definitiva: quella emessa nel 2014 a carico di Dell’Utri. Le motivazioni di quella sentenza sono lunghe 75 pagine e il nome di Berlusconi viene citato 137 volte. Spiegando perché ha deciso di confermare la seconda sentenza di Appello (la prima era stata annullata dalla Cassazione due anni prima) la Suprema corte ripercorre il rapporto tra Dell’Utri e Cosa nostra: l’ex senatore fu il garante di un accordo tra i clan ed Arcore durato quasi vent’anni: dal 1974 al 1992. La mafia, in pratica, garantiva protezione all’inquilino di villa San Martino dove venne spedito Vittorio Mangano. In cambio ai boss arrivavano centinaia di milioni di lire dal gruppo imprenditoriale berlusconiano. Era il prezzo di un “accordo di protezione stipulato nel 1974 tra gli esponenti mafiosi (Bontade e Teresi) e Silvio Berlusconi per il tramite di Dell’Utri, espressivo dell’importanza e della solidità dello stesso, dell’affidamento reciproco tra le due parti che lo avevano stipulato grazie alla mediazione dell’imputato, il quale rappresentava la persona in cui entrambe riponevano fiducia”. Quell’accordo, ricostruiva la prima sezione penale presieduta da Maria Cristina Siotto, venne siglato durante un incontro, che si è svolto a Milano tra “il 16 e il 29 maggio 1974” e al quale avevano partecipato Berlusconi, Dell’Utri, il suo amico Gaetano Cinà, uomo della “famiglia” mafiosa di Malaspina, Stefano Bontade, il principe di Villagrazia che era al vertice di Cosa nostra, Girolamo Teresi di Santa Maria del Gesù e Francesco Di Carlo, boss di Altofonte che poi diventerà un collaboratore di giustizia. “In quell’occasione veniva concluso l’accordo di reciproco interesse, in precedenza ricordato, tra Cosa nostra, rappresentata dai boss mafiosi Bontade e Teresi, e l’imprenditore Berlusconi, accordo realizzato grazie alla mediazione di Dell’Utri che aveva coinvolto l’amico Gaetano Cinà, il quale, in virtù dei saldi collegamenti con i vertici della consorteria mafiosa, aveva garantito la realizzazione di tale incontro”, si legge nella sentenza della corte di Cassazione. “L’assunzione di Vittorio Mangano (all’epoca dei fatti affiliato alla “famiglia” mafiosa di Porta Nuova, formalmente aggregata al mandamento di S. Maria del Gesù, comandato da Stefano Bontade) ad Arcore, nel maggio-giugno del 1974, costituiva l’espressione dell’accordo concluso, grazie alla mediazione di Dell’Utri, tra gli esponenti palermitani di Cosa nsotra e Silvio Berlusconi ed era funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa di quest’ultimo. In cambio della protezione assicurata Silvio Berlusconi aveva iniziato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di Cosa nostra palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro che venivano materialmente riscosse da Gaetano Cinà”, proseguiva la giudice relatrice Margherita Cassano.

Da Arcore soldi alla mafia tra il 1974 e il 1992 – Quell’accordo, secondo i giudici, è andato avanti negli anni, anche dopo l’omicidio di Bontade e l’arrivo al potere dei corleonesi di Totò Riina. “La sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra nella consapevolezza del rilievo che esso rivestiva per entrambe le parti: l’associazione mafiosa che da esso traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”, si legge nella sentenza della Suprema corte. I giudici scrivevano che “la Corte d’appello di Palermo ha, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, dimostrato che anche nel periodo compreso tra il 1983 e il 1992, l’imputato (cioè Dell’Utri ndr), assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto di protezione stipulato nel 1974, protrattosi da allora senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore, ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante, che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua stessa operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione”.

“Quei 20 miliardi di Cosa nostra per i film di Canale 5” – Per dimostrare che Dell’Utri si sia posto nei confronti di Cosa nostra come rappresentante di Berlusconi pure quando non era un dipendente del gruppo di Arcore, i giudici citano un precedente del 1980. “Il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5“. Questa sentenza, come detto, è passata in giudicato: è accertato, dunque, che “l’imprenditore Berlusconi” ha pagato Cosa nostra tra il 1974 e il 1992 grazie all’intermediazione del suo storico braccio destro. Addirittura, secondo i giudici della corte d’Assise di Palermo che hanno celebrato il processo di primo grado sulla cosiddetta Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, quei pagamenti da Arcore sarebbero proseguiti fino al dicembre del 1994, cioè quando Berlusconi era già a Palazzo Chigi. Quella sentenza, però, è stata ribaltata in Appello: dopo la condanna in primo grado, Dell’Utri è stato assolto in secondo. Avendo già finito di scontare la sua pena per concorso esterno, è tornato a essere tra gli ospiti più ascoltati ad Arcore. Raccontano i bene informati che ci sarebbe proprio Dell’Utri dietro l’incontro a cena tra Gianfranco Micciché e Matteo Renzi. Nel menù, a sentire Micciché, ci sarebbe stata anche l’elezione di Berlusconi al Quirinale.

Sta arrivando!

 

Felpatamente, come suo solito, sta arrivando...
Ex 5S rivela: “Per votare B. mi offrono posti e soldi”
DI ILARIA PROIETTI
“Amico caro, scegliti il tuo futuro: l’obiettivo deve essere campare come campi ora. Cioè bene”. Non sarà l’Antonio Razzi di turno, ma poco ci manca. Dieci anni dopo l’ormai epico “amico mio, fatte li cazzi tua” in Parlamento tira ancora aria da suq a sentire il racconto di un deputato già 5 Stelle che al Fatto racconta l’inconfessabile: la pattuglia forzista sarebbe all’opera giacché il l’ex Cavaliere non molla l’idea di portare a casa “un risultato eclatante” per il Quirinale e riguadagnarsi fama da stupor mundi. Ma l’appetito vien mangiando: conquistare il Colle, proprio come aveva promesso un tempo a mamma Rosa, sembra un obiettivo alla portata. Costi quel che costi – va senza dire – pure al rischio di spingere i suoi a farsi avanti per avvicinare le truppe che servono a regalargli ad eterna gloria, la più alta carica, quella di presidente della Repubblica.
Come sarebbe successo all’ex grillino che ci ha fatto un bel resoconto: è stato avvicinato con passo felpato perché manca ancora più di un mese, ma il messaggio è arrivato forte è chiaro: “Chiedi quello che vuoi, sono a disposizione. Basta una tua parola” si è sentito dire da un collega di Forza Italia che, par di capire, ha recapitato lo stesso messaggio anche ad altri. “Pescano tra i peones, i transfughi, i possibili convertiti”. Approfittando subito ché sotto le feste saranno riuniti con le famiglie per ammazzare il capitone e riflettere di futuro incerto sicchè questo potrebbe essere l’ultimo panettone mangiato a Palazzo. Per carità i modi sono stati garbati, nessun prendere o lasciare e toni sapientemente conditi dall’arte di fare ammuina: “Ha promesso senza promettere per conto di Berlusconi lasciando però intendere che la generosità sarebbe degna dei re Magi” racconta il deputato che passa ai dettagli: “Tanto per non girarci attorno, mi ha parlato di soldi, di una mia candidatura più o meno blindata. O di un posticino in una società anche all’estero”.
Ma tali profferte non sarebbero arrivate solo a lui: c’è chi nega di essere stato avvicinato, ma anche chi lo confessa a mezza bocca, per tacere di chi ci spera. Chi sono quelli che nel segreto del catafalco potrebbero rispondere a tali profferte, sventurati come la monaca di Monza? “Ci sono 290 deputati e senatori usciti dai gruppi parlamentari originari. In tanti mi sono amici” ha detto lo stesso Berlusconi tratteggiando l’identikit di chi non gli sarebbe ostile, del resto ha già fatto partire l’operazione simpatia sostenendo per esempio che il reddito di cittadinanza, bandiera del M5S, in fondo non è stata una misura malaccio, checché ne abbia detto fino all’altro ieri.
Poi ha fatto recapitare un opuscolo autopromozionale, con alcuni suoi interventi sui valori del liberalismo, del cattolicesimo e del garantismo ai parlamentari del Pd. Ma questa è poesia, poi c’è pure la prosa: ai suoi riuniti nel solito gabinetto di guerra avrebbe chiesto di tentare tutto il possibile affinché in un modo o in un altro si compia il miracolo che gli interessa. E quelli, per tornare al cospetto del Capo con il carniere pieno, avrebbero subito fatto partire una caccia all’uomo. Un senatore ritenuto tra i peones racconta di un emissario forzista che è andato al sodo: “Ora quanto guadagni? Quanto guadagnavi prima di essere eletto?” E ancora. “Devi pensare al tuo futuro. Davvero uscito da qui pensi di tornare alla vita di prima?”. Altri giurano di non aver ricevuto alcuna offerta, meno che mai sconcia: “Dopo anni qui dentro le distanze si sono ridotte e con qualcuno di Forza Italia siamo pure diventati amici. Sicuramente si tratta di battute: ci sta, mica è la prima volta” spiega un senatore ex pentastellato che nega che si tratti di abboccamenti veri e propri. Ma tanto basta perché qualcun altro ci abbia fatto un pensiero: “Vai a sapere se è uno scherzo oppure no. Io Berlusconi non lo voto manco morto ma su altri non metto la mano sul fuoco”.
Licia Ronzulli, vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato, contattata dal Fatto, replica: “A me il Presidente Berlusconi non ha mai dato indicazioni di questo genere. E mi sento di escludere che lo abbia fatto anche col resto dei vertici del partito, a partire da Antonio Tajani e dai due capigruppo. Anche perché si tratterebbe di corruzione… Se poi, qualche nostro parlamentare abbia deciso di sua sponte di fare una cosa del genere, se ne dovrà assumere la responsabilità”.
Fatto sta che qualche giorno fa a un capannello da cortile alla Camera era tutto un tirarsi di gomito dopo l’annuncio dell’ex pentastellato Gianluca Rospi che ha deciso di lasciare Coraggio Italia per abbracciare la famiglia politica di Forza Italia. Dopo un incontro a Villa Grande, la nuova residenza-ufficio di B. che pare lo abbia stregato in un colloquio a quattr’occhi. Quando è tornato a Montecitorio dalla dimora zeffirelliana sull’Appia Antica ha spiegato la scelta così: “Non sono mai stato del Movimento 5 Stelle, sono stato candidato su loro richiesta come indipendente”. E ha detto di aver accettato la candidatura sì, ma in fondo in fondo di essere rimasto un diccì al massimo un liberale. E così quando il M5S si è spostato a sinistra, ha deciso di lasciare per collocarsi su posizioni più prossime a quelle del Partito popolare europeo. Poi si è avvicinato a Coraggio Italia “ma le mie aspettative, senza alcuna polemica, non sono state soddisfatte”. Naturale dunque l’approdo a Forza Italia.
“Sì, vabbè. Pare che a Villa Grande quel giorno davano lo spettacolo A me gli occhi, please. E il Gastone col ciuffo di capelli tirabaci non era di Gigi Proietti ma Berlusconi” dicono gli ex colleghi di Rospi che hanno liquidato la faccenda in maniera più prosaica: “A Berlusconi il taxi di Rospi è costato 100 mila euro”. Da allora non si parla che di tariffe, anche se l’ex azzurro oggi al Misto Alessandro Sorte mette le mani avanti: “Io Berlusconi lo voterei senza dubbi e penso di poter convincere nel Misto sette o otto deputati a fare altrettanto. Senza chiedere nulla in cambio”. Già, il gruppo Misto dove ci sono diverse componenti e decine di deputati accreditati dei più bassi istinti dai loro colleghi.
A Palazzo si racconta dopo l’addio di Rospi che il gruppo dei totiani sia addirittura in via di disfacimento e che alcuni deputati ora pentiti sarebbero lì lì per lasciare: una tra i sospettati è Fabiola Bologna, altra ex grillina. Altri pentastellati sono invece confluiti in Alternativa C’è, ma negano di aver ricevuto offerte di sorta dai berluscones: “Siamo folli, ma da questo punto di vista, inavvicinabili. Quanto agli altri fuoriusciti grillini o meno, boh”. Insomma l’invito sarebbe quello di cercare altrove ma non troppo lontano: il sospetto ricade sui deputati che si ostinano a non iscriversi ad alcuna componente e che avevano lasciato intendere di esser pronti a ingrossare le file di Alternativa, ma che finora se ne sono ben guardati. Difficile capire perché restino alla finestra: chi parla lo fa per dire non vuole essere associato nemmeno per scherzo a Sergio De Gregorio, un bel dì di qualche anno fa passato armi e bagagli dai dipietristi dell’Italia dei Valori “all’Italia dei disvalori a forza di milioni”. Tre milioni – secondo l’accusa dei pm -, ormai consegnati alla storia e alla cronaca giudiziaria: fu scandalo (e Berlusconi prescritto).
Ma nemmeno tanto, a sentire un deputato campano doc che, a rimembrare l’episodio, rivolge una prece alle anime del Purgatorio: “Ll’anime d’o Priatorio, tre milioni”. “Anime del Purgatorio, tre milioni”. Oggi, pare di capire che le tariffe siano assai più modeste: “Centomila euro sono sei mesi di stipendio per un parlamentare. E io dovrei prostituirmi per così poco sapendo cosa vale il Quirinale per lui? Sette anni da capo dello Stato e pure del Consiglio superiore della magistratura. Amico bello: manco una Olgettina ti è costata così poco. Berlusconi, se vuoi caccia la grana”.