Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 1 novembre 2021
Pietre e Popolo
di Tomaso Montanari
Caravaggio per i milionari. E la politica sta a guardare
Ma davvero non avvertite una nota mostruosa nella notizia che ai ventimila uomini più ricchi del mondo (quanti criminali comuni, quanti ladri, quanti profittatori disumani tra di essi?) sia stata mandata una mail per avvertirli che il prossimo 18 gennaio andrà all’asta un Caravaggio per 471 milioni di euro (ma basterà a costoro offrirne 353 per aggiudicarselo)? Cifre e nome pronunciati con la stessa stolida voluttà con cui si snocciolano le cronache delle feste mondane, o degli scandali sessuali.
Va all’asta, è vero, un Caravaggio. L’unico suo dipinto su un muro: il soffitto del camerino dove il cardinal Francesco Maria Del Monte praticava l’alchimia. Siamo probabilmente nel 1599, alla vigilia della Cappella Contarelli: quando il Merisi si appresta ad uscire in pubblico, e tra le molte critiche che gli si fanno c’è quella di non intendere la prospettiva, di non saper collocare i corpi nello spazio. Ebbene, qua vediamo i suoi primi nudi monumentali in piedi: egli dispone Nettuno e Plutone come vicini molesti che, in un condominio affollato di una metropoli moderna, stiano prendendo il fresco, senza nessun riguardo alla decenza. Uomini nudi in piedi sul cornicione del piano di sopra. Al padre degli dei, poi, non basta l’aquila per coprirsi i genitali: quasi un rifacimento ironico del Padreterno dell’altro Michelangelo, sulla Volta Sistina.
Ma non c’è solo Caravaggio. C’è anche la strepitosa Aurora del Guercino che dà il nome al Casino che viene venduto, con le sue statue antiche e tante altre opere d’arte. Con questa pittura “temporalesca, maculata, bruscata” arrivano fin nel cuore del Barocco le inquietudini di Ferrara. Guercino fa dilagare la sua luce in tutta la sala, dove un’antichità romanticamente diruta introduce ad un cielo incendiato dal carro dell’Aurora, tirato da 2 cavalloni pezzati, caravaggescamente naturali. Sotto appare “una di quelle viste de’ giardini di Roma, figurandovi i soliti giochi d’acqua”: come se le pareti del casino scomparissero, e lo spettatore fosse direttamente nella villa che lo circonda. È in questo giardino, sotto un arco diroccato, che ancora per qualche istante dorme la Notte, tra pipistrelli, civette e putti assopiti.
È il cuore stesso di Roma che va all’asta. L’unico avanzo della villa più bella della città, e cioè del mondo: caduta, come moltissime altre, sotto i colpi della speculazione edilizia degli anni ’80 dell’ottocento. Roma capitale partì malissimo, finendo in mano a quella cricca di palazzinari che ancora oggi la controllano: e un Torlonia (stirpe di avvoltoi) la fece a pezzi per una società immobiliare che trasformava tutto in case. Nasceva il quartiere Ludovisi, con via Veneto al posto della Villa Ludovisi. Tra coloro che si ribellarono c’era Hermann Grimm: tedesco, storico dell’arte, figlio di uno dei fratelli filologi e grandi favolisti, noti a tutti per aver scritto Hansel e Gretel, o Biancaneve. Nel suo libro (La distruzione di Roma, 1886) Grimm fa notare che tutto questo è avvenuto contro le leggi – come al solito. “Di pubblica necessità – scrive – non se ne discorre neppure, quello che può aver dato l’impulso a tale opera è soltanto la circostanza che la villa è situata in un luogo ove il suolo oggi è così caro da far intascare a casa Ludovisi i milioni che desiderava”. “Ciò che specialmente fa paura – concludeva –, nel moderno mutamento di sistema, è l’improvviso drizzone verso il mostruoso: è proprio dei nostri nuovi tempi che quando ci sia realmente da guadagnare milioni in un batter d’occhio le condizioni mutino e si passa ogni misura senza che, e anche questo è un segno del tempo, nessuno ci veda niente di straordinario o che apparisca anche possibile il porvi riparo”. L’improvviso drizzone verso il mostruoso: proprio come oggi.
E così tutto questo morì, e Gabriele D’Annunzio fece camminare Andrea Sperelli e Elena Muti, i due amanti del Piacere, nei giardini della “Villa Ludovisi un po’ selvaggia profumata di viole, ove in quel tempo i platani d’oriente i cipressi dell’aurora che parvero immortali rabbrividivano nel presentimento del mercato e della morte”. Il mercato e la morte: ancora e sempre padroni della scena.
Oggi, di fronte alla calata di qualche miliardario saudita o russo, si leverà un fronte di protesta, di lotta? Se ci sarà, ciò che dovrebbe propugnare è molto semplice: contestare la stima assurda e vergognosa partorita da un professore disposto a valutare quei dipinti come se fossero tele libere da ogni vincolo, già disponibili sul mercato di Londra. Sono invece beni vincolati, e inamovibili: che dovranno continuare ad essere visitabili. E dunque non valgono affatto quelle cifre astronomiche. Ma altre e diverse, più umane, che lo Stato può (e deve) stabilire, e poi corrispondere a questi eredi senza gloria, assicurando questo pezzo straordinario di Roma al godimento pubblico.Per prelazione, con un esproprio: o come vuole. Purché lo faccia, perché il contrario non sarebbe nemmeno immaginabile.
domenica 31 ottobre 2021
Stronzi!
Per il bene nostro…
Il sonnecchiante Joe a Roma con cinquanta auto di scorta, ricorda l’attore Di Caprio che girava il mondo per portare le sue idee ambientaliste a bordo del jet personale. Se si potesse calcolare quanta CO2 hanno sparato in aria i cosiddetti grandi del pianeta durante il G20 romano, con annesse pie e caritatevoli First Ladies anch’esse girovaghe con codazzi, e dal quale il nostro Dragone sperava di portare a casa risultati soddisfacenti per sperare in una riduzione dell’emissioni nell’atmosfera, all’unisono il rimbombante urlo di noi minori sarebbe sicuramente, lo dico in spezzino: “Steve a ca’ vostra!”
Indiani e cinesi se ne sbattono la grolla in ambito emissioni, continuando a sputare merda in aere fino ad almeno il 2060. Tutti quelli che sulla carta appaiono come solerti nella riduzione, lo fanno solo perché fiutano il business.
Probabilmente non ci sarò più, ma avverto sin d‘ora le parole che l’umanità intera rivolgerà un giorno a “lor signori”, identiche a quelle pronunciate dal secondo al comandate Tupolev nel film Caccia all’Ottobre Rosso: “Stronzi! Ci avete ammazzati tutti!”
Errori e caso per il nostro bene
C’è qualcosa nel “caso” che da sempre m’appassiona, avvertendo come misteriosamente da piccoli errori si possano scoprire meraviglie nascoste, utili per migliorare la vita sul sassolino blu.
Partendo dalla madre di tutte le disattenzioni, Fleming nel 1928, il quale inavvertitamente lasciò cadere in alcune piastre di coltura il fungo Penicillium chrysogenum, scoprendone l’azione di inibizione alla crescita dei batteri, anticamera per la Penicillina che negli anni successivi salvò la vita a milioni di persone, si arriva sino alle scoperte casuali in campo gastronomico, che tanto han fatto e faranno bene agli umori dell’umanità, come narra Mauro Bassini oggi su La Nazione:
“Tra i più celebri c’è la tarte tatin, la torta di mele capovolta in pasta brisée, che è un classico della pasticceria francese. Una delle sorelle Tatin, mitiche ristoratrici dell’Ottocento, preparò una torta di mele dimenticando di rivestire la tortiera con la pasta, prima di mettere le mele tagliate a pezzetti. Se ne accorse e, per tentare di rimediare all’errore, coprì il tutto con un velo di pasta. Poi accese il forno. A cottura finita rovesciò la torta e la servì. Quelle mele magnificamente caramellate ebbero un successo immediato. La corbelleria si trasformò così in un colpo di genio.
Qualcosa di simile accadde a Milano qualche secolo prima. La storia (o la leggenda, se preferite) racconta che in una vigilia di Natale il cuoco degli Sforza bruciò il dessert destinato a Ludovico il Moro. Un garzone di nome Toni corse ai ripari, lavorando l’impasto avanzato con quel che trovò: uvetta, canditi, uova, farina. Il garzone divenne una celebrità. Quel dolce, apprezzatissimo dagli Sforza, prese perfino il nome del giovanotto: pan de Toni, che divenne poi panettone.
Un altro apprendista alle prime armi è passato alla storia della cucina come inventore della crêpe suzette. Si chiamava Henri Charpentier ed era un allievo del grande Escoffier in uno storico e lussuoso locale della Costa Azzurra: il Café de Paris di Montecarlo. Anno 1895. Il principe di Galles, futuro re Edoardo VII, ordinò una crépe. Il ragazzotto, emozionatissimo, mise troppo liquore nella salsa che prese immediatamente fuoco. Sudando freddo, il maître decise di servire ugualmente il dessert. Il principe, estasiato, propose di chiamare quel piatto crépe Suzette (che non era il nome dell’apprendista, ma dell’unica donna seduta al suo tavolo). La storia della pasticceria è ricca di fortunati errori.
La ganache di cioccolato nacque da un goccio di latte caduto per errore in un impasto di cacao. E pare che l’origine della pastiera napoletana si debba a un distratto pasticciere che dimenticò di mettere la farina nell’impasto di una torta di mandorle. Verità? Leggenda? Comunque sia, la storiella si tramanda da infinite generazioni.
Tanti capolavori sono figli di un errore, tanti altri sono frutti del caso. È noto che il ghiacciolo nacque in America all’inizio del secolo scorso. Meno noto è il suo creatore, un ragazzino di 11 anni che si chiamava Franck Epperson e abitava a Oakland. Una notte d’inverno del 1905 dimenticò all’aperto un bicchiere di acqua e soda con dentro un bastoncino che aveva usato per mescolare il contenuto. Il giorno dopo estrasse dal bicchiere il primo ghiacciolo della storia e molti anni più tardi, nel 1924, ebbe l’ottima idea di brevettare la sua scoperta. Il caso, o qualcosa del genere, ha pilotato anche la fortuna della Coca Cola, nata come medicinale e diventata poi la bibita più venduta nel pianeta.”
Ricordiamo queste disattenzioni culinarie edificanti perché oggi salutiamo, commossi per quanto ha donato a miliardi di papille gustative, Ado Campeol, l’inventore, Dio lo abbia in gloria, del Tiramisù; il “caso” infatti volle che durante la preparazione di un gelato alla vaniglia, allo chef cascasse un po’ di mascarpone nella ciotola delle uova e zucchero e, assaggiandone dal cucchiaio, rimase estasiato dal sapore che ben ricordiamo, il capostipite delle prelibatezze. Lo chef Roberto Linguanotto e la moglie di Campeol, Alba, provarono quell’impasto su savoiardi bagnati col caffè, facendo detonare nelle ugole ancor oggi stordite, il primo “Tirame su”, divenuto negli anni seguenti l’ancora oggi estasiante Tiramisù.
Riposa in pace Maestro! E grazie per l’errore!
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