mercoledì 2 giugno 2021

Un enorme imbarazzo

 


Come sia stato possibile che la famiglia Riccastron, o Benetton che dir si voglia, dopo essere stata palesemente colta con le mani nella marmellata, e che marmellata, dopo aver tentato pateticamente di addossare le colpe all'ex ad Castellucci "ucci -ucci" il quale, pur essendo un acclarato bifolco ha pur sempre agito per esaudire i desideri dei propri "badroni" assetati perennemente di lucro (è agli atti l'intercettazione dell'ex ad di Edizioni, che controllava Atlantia: “Le manutenzioni le abbiamo fatte in calare, più passava il tempo meno facevamo … cosi distribuiamo più utili … e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti“); non è dunque mistero, anche se gli arzigogoli inseriti ad hoc nei contratti han tentato di obnubilare il tutto, visto che l'accordo affonda gli artigli grazie a quel miasma insalubre di sistema che stoicamente continuiamo a definire politica.
Già il governo Prodi aveva allungato il brodo delle Concessioni autostradali, un esempio eclatante di come dei balordi auto elettisi in nome e per conto del popolo italiano, agiscano infischiandosene della cura e gestione del bene pubblico, come appunto la rete autostradale.
Grazie alla Concessione i Riccastron hanno goduto di uno stratosferico bancomat: Atlantia, e di conseguenza i Riccastron, tra il 2009 e il 2018 si sono cuccati qualcosa come 6 miliardi di dividendi.
Una grossa mano gliela diede il governo guidato nel 2008 dal Pregiudicato attualmente scansante i processi con certificati medici a gò gò. Grazie a questo articolo inserito notte tempo come la Befana in una obbrobriosa legge contenitore:
All'articolo aggiuntivo 8. 012. (nuova formulazione) del Governo, sostituire il comma 2 con il seguente:
2. In attuazione del comma 1, per la convenzione autostradale tra Anas s.p.a. ed Autostrade per l'Italia s.p.a. stipulata il 12 ottobre 2007 si applicano le disposizioni di cui al comma 82 e seguenti dell'articolo 2 del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286, e successive modificazioni.
Arzigogolato ad hoc per non essere compresa da noi allocchi, questa norma “prevedeva l'approvazione per legge di tutte le nuove convenzioni con i concessionari autostradali già sottoscritte da Anas (proprietaria) con le società concessionarie (come Autostrade per l'Italia), ma che ancora non avevano ricevuto il parere favorevole di Nars, Cipe e 8 commissioni parlamentari”. Compresa quella con Autostrade per l'Italia.
Chi la votò? Il centrodestra compreso i 50 voti della Lega e, conseguentemente, anche tale Matteo Salvini, che forse i più non riconosceranno col suo vero nome, essendo da molti lustri riconosciuto come il Cazzaro Verde.
Grazie al Governo Gentiloni - ronf ronf - "il 24 gennaio 2018, al concessionario della gestione autostradale è stata pure evitata la responsabilità per inadempimento dei propri doveri e si è stabilito che, in caso di revoca, lo stesso avesse diritto ad una indennità, la quale, secondo gli attuali prezzi di mercato sarebbe stata di 23 miliardi, come precisato, a suo tempo, dall’Avvocatura dello Stato, e che comunque, dopo lunghe trattative, è stata ridotta a 9,5 miliardi, con i quali la famiglia Benetton pagherà i suoi debiti e resterà con in mano 4 miliardi per investirli secondo le scelte che a lei sembreranno più fruttuose, tenuto anche conto che intanto le quotazioni delle sue azioni hanno avuto sui mercati un bel balzo in avanti" (Paolo Maddalena - Il Fatto Quotidiano - 01.06.21)
Quando il ponte Morandi crollò causando la morte di 43 persone, la pubblica opinione insorse, giustamente, invocando galera, richiesta di danni e chiusura immediata della concessione autostradale ai Riccastron. Ma non si potè procedere, perché "qualcuno" a suo tempo blindò il contratto capestro; qualcuno, lo ripeto, che avrebbe dovuto agire per conto del popolo italiano e non per preservare gli inauditi interessi della "famigliola veneta."
Ed ora il gran finale: ora che il consorzio formato da Cassa depositi e prestiti con i fondi Blackstone e Macquarie ha acquistato Autostrade, ai Riccastron andranno quasi 2,5 miliardi di euro, che le serviranno per appianare debiti e per ripartire con nuovi investimenti.
In uno stato serio tutto questo non sarebbe mai accaduto. Ma siamo tutto, ma proprio tutto, meno che un paese serio.
Concludo quest'ennesima prova di squallida inettitudine, ricordando ed omaggiando le quarantatré persone che hanno perso la loro vita a causa del lucro, dell'impunità e dei miasmi provenienti dal nostro sistema politico:
Cristian Cecala, la moglie Dawna e la figlia Kristal, di 9 anni, di Oleggio (Novara).
Mirko Vicini, 30 anni, di Genova, operaio Amiu.
Marian Rosca, camionista romeno di 36 anni
Anatoli Malai, di 44 anni
Andrea Vittone, nato a Venaria Reale, 50 anni, la moglie Claudia Possetti, nata a Pinerolo, 48 anni, i figli della donna Manuele e Camilla di 16 e 12 anni.
Un'altra famiglia sterminata da ponte Morandi è quella dei Robbiano che vivevano a Campomorone (Genova): il padre Roberto, 44 anni, nato a Genova, la madre Ersilia Piccinino, 41 anni, nata a Fersale (Catanzaro), il figlio Samuele, 8 anni.
Andrea Cerulli, 48 anni, di Genova;
Elisa Bozzo, 34 anni, nata a Genova e residente a Busalla (Genova);
Francesco Bello, 42 anni, di Serrà Riccò (Genova);
Alberto Fanfani, 32 anni, nato a Firenze, fidanzato con Marta Danisi, 29 anni, nata a Sant'Agata di Militello (Messina);
Stella Boccia, 24 anni, nata a Napoli e residente a Civitella Val di Chiana e il fidanzato Carlos Jesus Erazo Truji, 27 anni peruviano.
I quattro amici di Torre del Greco (Napoli): Giovanni Battiloro 29 anni, Antonio Stanzione, 29 anni, Gerardo Esposito, 27 anni e Matteo Bertonati, 27 anni.
Giorgio Donaggio, 57 anni, nato a Genova e residente a Toirano (Savona),
Alessandro Campora, 55 anni, nato a Genova,
Giovanna Bottaro, 43 anni, di Novi Ligure (Alessandria),
Vincenzo Licata, 58 anni, nato a Grotte (Agrigento),
Luigi Matti Altadonna, 35 anni, nata a Genova,
Angela Zerilli, 58 anni, nata a Corsico (Milano),
Gennaro Sarnataro, 43 anni, nato a Volla (Napoli),
Alessandro Robotti, 50 anni, nato a Alessandria,
Bruno Casagrande, 57 anni, nato a Antonimina (Reggio Calabria)
Axelle Place 20 anni, Nathan Gusman 20 anni,
Melissa Artus 22 anni, William Pouza 22 anni.
Juan Ruben Figueroa Carrasco 59 anni residente a Genova,
Leyla Nora Rivera Castillo 48 anni,
Juan Carlos Pastenes 64 anni
Admir Bokrina 32 anni,
Marius Djerri 22 anni.
Henry Diaz Henao, 38 anni.

Grande Barbara!

 

Draghi, operazione “reconquista”
Restaurazioni - L’avvento programmato e realizzato per scardinare 10 anni che hanno insidiato i dogmi neoliberisti. Alt blocco licenziamenti, no tassa di successione e “rischi ragionati”. Fino alla prossima funivia
di Barbara Spinelli
Come documentato nell’ultimo libro di Marco Travaglio –I Segreti del Conticidio– l’avvento di Draghi era programmato o comunque desiderato da molto tempo, con un’accelerazione massima subito dopo il successo europeo ottenuto dal suo predecessore (il Recovery Plan).
Conosciamo gli autori del cambio di guardia: la maggioranza di Confindustria, i padroni dei principali giornali, i potentati economici con profilo di multinazionali, Matteo Renzi esecutore finale. Intuiamo anche il motivo del cambio: la gestione/distribuzione del suddetto Recovery Plan, detto anche Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). In questi giorni stiamo conoscendo i primi frutti dell’operazione.
Operazione che potremmo chiamare Reconquista, in ricordo della lunghissima guerra di religione che portò all’estromissione della civiltà musulmana in Spagna. La Reconquista, oggi, punta a scalzare uno dopo l’altro gli ostacoli che nell’ultimo decennio hanno insidiato i dogmi neoliberisti: ostacoli sommariamente bollati come populisti. Decisiva fu l’offensiva contro la sinistra greca che andò al potere nel 2015. Altrettanto decisivo il Brexit, che ha provvidenzialmente neutralizzato non solo le uscite dall’Unione ma anche le critiche radicali delle sue regole (torna senza più complessi il motto “Ce lo chiede l’Europa”). Infine il Covid esploso in Europa nel 2020, ultimo ostacolo frapposto alla Reconquista. Non mancarono le promesse di una normalità diversa, non più fondata sulla disuguaglianza sociale e la rovina ambientale. Lo prometteva il governo Conte-2 ed è stato estromesso, con la scusa che “tutta” la classe politica aveva fallito. Le critiche all’Unione europea e ai suoi parametri di austerità ridiventano sospette.
Le recenti scelte di Draghi e alcuni suoi gesti verbali sono tappe evidenti della Reconquista. In economia: la liberalizzazione dei subappalti, solo in parte frenata dai sindacati, con la scusa che è l’Europa a chiederci di semplificare e velocizzare i progetti del Recovery Plan; la fine del blocco dei licenziamenti introdotto durante il Covid, ancora una volta perché lo chiede Bruxelles e prima di aver creato gli ammortizzatori sociali che in altri Paesi Ue attutiscono l’urto dei licenziamenti; l’accentramento delle decisioni sul Pnrr nella figura del presidente del Consiglio e in centinaia di tecnici che erano intollerabili quando li propose Conte; la degradazione dei ministri tecnici a braccidestri di Palazzo Chigi. In politica estera: professione di fedeltà atlantica sin dal discorso inaugurale in Parlamento. Nella giustizia: le nuove regole sulla prescrizione forse non si toccano ma nella proposta Cartabia è il Parlamento e non il potere giudiziario a decidere le priorità delle azioni penali.
E ancora, sulla migrazione: fallito tentativo di ottenere più solidarietà in Europa, seguito da dichiarazioni sibilline: “Continueremo ad affrontare il problema da soli”. Anche il governo Letta operò in solitudine, dopo il naufragio del 2013 a Lampedusa (368 morti, 20 dispersi), dando vita all’operazione Mare Nostrum, poi abbandonata nel 2014. Nulla di simile oggi.
Tra i gesti verbali potremmo citare la risposta a Enrico Letta sulla proposta di tassare le successioni oltre i 5 milioni di euro per lasciare un’eredità ai giovani. “Non ne abbiamo mai parlato. Non è il momento di prendere i soldi dei cittadini ma di darli”. Non si chiamava Next Generation? Vorrebbe forse essere sprezzatura e somiglia piuttosto a disprezzo.
A ciò si aggiunga, sempre nel Recovery, l’aumento dei fondi per la telemedicina a scapito degli investimenti nella sanità territoriale (gli anziani faticano a telecurarsi, ma non importa). Diminuiscono inoltre rispetto alle bozze di Conte gli investimenti – già considerati esigui dagli scienziati – nella ricerca, soprattutto quella fondamentale (nonostante la sua centralità nello studio di future zoonosi e pandemie).
Draghi segue molte scelte di Conte, senza mai riconoscerne i meriti, ma le discontinuità sono oggi evidenti. Discontinuità mai spiegate nelle nomine o sostituzioni, oltre che nell’economia. Ma più in generale: ripristino di quella che negli anni Ottanta e Novanta si chiamava “disintermediazione”. Mutuata dal linguaggio finanziario, la disintermediazione marginalizza ogni sorta di intermediario/mediatore (sindacati, partiti, giornalisti, parlamenti, magistrati) sistematicamente incriminati di allentare, ostacolare, normare le forze di mercato. L’ultimo nemico da maledire: la burocrazia.
Oltre all’offensiva indistinta contro burocrati e partiti, assistiamo infine a una progressiva, sotterranea squalifica dei maggiori scienziati che ci sono stati accanto nella pandemia, da Andrea Crisanti a Massimo Galli. Il “rischio ragionato” al momento si dimostra vincente, per fortuna. Ma le riaperture non sono irreversibili come afferma Sileri: in Gran Bretagna già si parla di terza ondata e di nuove restrizioni. Il rischio è preferito al principio di precauzione: anche questo fa parte della Reconquista.
La disintermediazione è una macchina di accentramento dei poteri nelle mani del premier e di quelle che Zagrebelsky chiama cerchie ristrette del potere. Contestualmente sono sempre più invise le elezioni: evitarle è cosa buona e giusta. Quando danno risultati sconvenienti subito ci si rincuora dicendo che in ogni caso opera il “pilota automatico”. Subito dopo le elezioni del febbraio 2013 e il primo grande successo del M5S, Draghi presidente dalla Banca centrale europea disse in conferenza stampa: “I mercati sono stati meno impressionati (dall’esito del voto) dei politici e di voi giornalisti. Penso che capiscano che viviamo in democrazie (…) Dovete considerare che gran parte delle misure italiane di consolidamento dei conti continueranno a procedere con il pilota automatico”. Già allora i giornalisti andarono in estasi, specie quando venivano scherniti per la loro “impressionabilità” (anche qui: fu sprezzatura o disprezzo?).
Con Draghi, il mercato si libera di parecchi controlli – declassati a burocratici. Il desiderio è di chiudere la parentesi della pandemia e restaurare quel che c’era prima. Offerta e domanda devono potersi di nuovo incontrare direttamente, senza intermediari. Fino alla prossima crisi, finanziaria o sanitaria o democratica che sia. O al prossimo crollo di un ponte o una funivia. Si chiama rischio, non disastro. Vince l’osannata resilienza/sopportazione, che sta soppiantando – simile alle varianti virali – le più promettenti nozioni di resistenza e normalità alternativa.

Robecchi ed il Cazzaro mistico

 

Benedetto Salvini. Non andare in giro a pregare per conto mio o a mio nome
di Alessandro Robecchi
Seguo con particolare interesse le avventure di don Matteo, inteso come Salvini, pellegrino in perenne trance mistica, che l’altro giorno, dal Portogallo, ha provveduto a pregare per gli italiani, tribù di cui, ahimé, faccio parte. Con un suo piccolo video twittato per le masse, voleva dirci che ha voluto immergersi nella serenità di quel posto (in realtà nel video si vede un immenso parcheggio deserto, tipo Ikea quando è chiusa), che pensa tanto a noi, e che ci affida alla Madonna di Fatima. Lui, i figli, la compagna, e poi tutti noi, compresi voi che leggete.
Recidivo. L’aveva già fatto con la Madonna di Medjugorje, e poi aveva sventolato il rosario affidandoci al Sacro Cuore di Maria, e poi ancora si era fatto ritrarre con immagini sacre, Madonne, croci, rosari, ed è forse per mia distrazione che non l’ho mai visto con un aspersorio, o vestito da vescovo, starò più attento.
Si dirà che Salvini non era lì, a Fatima, soltanto per immergersi nella serenità, ma anche per parlare con un tale André Ventura, che di mestiere fa il sovranista in Portogallo. Ma questi sono dettagli per feticisti della politica, mentre quello che rimbalza sui media con più tenacia è l’ennesima testimonianza di fede sincera nell’uso strumentale della fede. Naturalmente (credo che andrò da un notaio, o da un avvocato), diffido chiunque ad “affidarmi” a qualunque tipo di culto o divinità, mi affido da solo, grazie, e se devo scegliere qualcosa di mistico me lo scelgo da me. Quindi pregherei Salvini di non andare di qui e di là a pregare per conto mio, o a mio nome, o anche solo per procurarmi un qualche vantaggio.
Non voglio indagare su come e quando Salvini sia caduto preda delle sue crisi mistiche, ma risulta piuttosto evidente che il fervore della nostra Giovanna d’Arco dei salami sia una ormai conclamata ed evidente mossa politica. Identità, no immigrazione, che significa no Islam, un po’ di Vandea, molto tradizionalismo da osteria, tutte cose abbastanza evidenti, che fanno della devozione salviniana una specie di foglia di fico trasparente. Brutto spettacolo.
Ma venendo alla sostanza, sarebbe interessante sapere quanti consensi è in grado di spostare questa narrazione da chierichetto. Cioè: davvero Salvini pensa che presentarsi col rosario gli aumenti i consensi? Fare il testimonial è una cosa seria, che necessita alcune accortezze. Per esempio suona stonato che prenda un aereo e vada ad affidarci tutti quanti a questa o quella Madonna in giro per l’Europa, se poi la sua foto più famosa è quella in cui sbircia il décolleté di una cubista, ebbro di mojito e pieni poteri. E non si parla qui di moralismi o di facili perbenismi, ma proprio di marketing e posizionamenti. L’iperesposizione di Salvini – con il solito suicidio assistito dell’apparire “simpatico” – lo ha reso una macchietta, popolare, sì, ma sempre una caricatura. Motivo per cui ogni volta che compare, con o senza rosario, con o senza video, con o senza alimenti a portata di mano, la prima reazione è l’ilarità. Anche per questo motivo, la destra meloniana guadagna terreno e punta alla leadership della destra. Non che dalle parti di Giorgia manchi la propaganda banalotta dell’identità nostalgica e balilla, ma lei è abbastanza abile da tenerla (per ora?) sottotraccia. Insomma, il fatto che non la vedremo baciare salami basta a molti, a destra, per farne un leader più credibile di don Matteo, da Fatima, o da Medjugorje o da dove altro gli capiterà di affidarci – senza che nessuno glielo abbia chiesto – alle cure di qualche santo.

martedì 1 giugno 2021

Attendendo


Appreso che il Cazzaro, reduce da Fatima, ha distribuito un rosario a tutti i componenti del centro destra, assicurando loro il ricordo nella preghiera, ho spalancato le finestre in attesa dell’inevitabile, ineludibile, squassante, sacrosanto urlo celestiale: “ma va a ciapà i ratt!!”
Prosit!

Non da Paese serio


Leggete la confessione qui sotto di Chiodo e rendetevi conto cosa significhi non essere una nazione seria, invischiata in sottoboschi mefitici. Con tanti martiri intorno che hanno dato la vita per donarci un futuro migliore. Vanamente.

(Confessione di Vincenzo Chiodo, uno dei killer del piccolo Giuseppe di Matteo che eseguì gli ordini di Brusca.)

"Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. 'Sto morendo', penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino (...) abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire". 

Giovanni Brusca... oggi libero, lo hanno liberato, anche se sei un collaboratore di giustizia... non sei una persona per bene, dovevano buttare le chiavi... ho voglia di andare a vomitare!

Con vergogna

 


Probabilmente ho messo in soffitta, all'occorrenza, i precetti del perdono cristiano, ma di fronte a questa scarcerazione sento un forte impulso ad invocare la giustizia del West, trovandomi di fronte non ad un uomo, bensì ad un animale, un bastardo capace di sciogliere nell'acido un bimbo, di far detonare un'enorme bomba assassinante scorta, moglie e un eroe. Non credo minimamente al suo pentimento, né alla voglia di spifferar segreti per aiutarci a sconfiggere la sua "casa madre". 

Liberare questo nano dell'umanità è sacrilegio nei confronti di chi ha lottato a prezzo della vita per tutti noi che, inconsapevolmente, siamo parte silente di un ingranaggio mefitico, miscelante cosa nostra e politica.

Ri-Domandina