lunedì 19 aprile 2021

Dalla "bibbia" con furore

 Da tempo immemore la rosea è la "bibbia" per gli infoiati di calcio, di qualunque colore essi siano. La Gazza sentenzia, la Gazza illumina. Lunga vita alla Gazza! 

Juve, Inter e Milan alla fiera dell’avidità. Ma hanno un muro davanti

Andrea Di Caro

"Quando è troppo è troppo...". "Fermare questo progetto cinico della Super Lega". "Prendere ogni misura giudiziaria e sportiva". "Chi aderisce è fuori da tutto". Quello che il presidente Uefa Ceferin ha scaricato addosso ad Agnelli, presidente della Juve ed ex presidente dell’Eca (si è dimesso nella notte dopo essere stato di fatto sfiduciato) in un colloquio dai toni durissimi, è diventato un comunicato ufficiale. Firmato da Uefa, Leghe e Federazioni inglese, italiana e spagnola (Francia e Germania non hanno club aderenti alla Super Lega), ma il testo è condiviso da altri paesi e dalla Fifa.

Morale: anche la ricerca famelica degli interessi personali, a scapito di quelli collettivi, a un certo punto trova davanti a sé un muro. Sul quale rischiano di sbattere club e dirigenti (come la Juve e Agnelli) abituati ad agire con spregiudicatezza, arrivando a tradire non solo rapporti di fiducia e amicizia (e fin qui siamo nei giudizi etici e morali), ma anche gli obiettivi che ruoli o deleghe prevedono (e qui si entra nelle possibili cause in tribunale con richieste di risarcimenti). Ma quel muro diventa pericoloso anche per quei club e dirigenti che si accodano (come l’Inter di Marotta), pensando sempre al proprio tornaconto, ma esponendosi meno.

La Gazzetta dello Sport è da sempre contraria a qualsiasi progetto nasca per favorire l’interesse di pochi tradendo valori meritocratici e svilendo i tornei nazionali che rappresentano le radici sociali e culturali del calcio. Tra i fautori principali della Super Lega, che i media inglesi hanno definito "atto criminale", c’è sempre stata la Juve di Agnelli. Fino a poco fa in perfetta sintonia politica e umana con Ceferin (il presidente Uefa è padrino di sua figlia) da una parte, come presidente Eca, aveva sposato la Super Champions, ma dall’altra come presidente della Juve ha portato avanti il piano della Super Lega.

Tra i suoi tanti ruoli Agnelli in Italia era stato incaricato anche dai club della Lega di guidare le trattative con i Fondi per la cessione dei diritti tv. L’obiettivo era formare, con l’aiuto dei Fondi, una nuova società partecipata che aumentasse i ricavi, modernizzasse la Lega svincolandola dai vecchi interessi di bottega. L’accordo vantaggioso, che avrebbe consentito a tutti i club italiani di frenare la crisi economica, causata anche dalla pandemia, prima è stato raggiunto, ma poi fatto naufragare. E ora molte società pensano di aver capito il perché: rinunciare ai Fondi per abbracciare un progetto in grado di risolvere meglio i problemi della Juve e a cascata delle altre due big, Inter e Milan (anche se il club rossonero è rimasto favorevole ai Fondi). Qualora questi sospetti trovassero consistenza, ce ne sarebbe abbastanza per valutare se certi incarichi siano stati svolti con lealtà o invece condizionati da conflitti di interessi passibili di azioni legali. E che dire dell’Inter del lontano e quasi sempre assente Zhang e del vicino e molto presente Marotta? Ha tanti e tali problemi di liquidità che qualsiasi prospettiva economica migliorativa sembra meritare un assenso. Magari restando in seconda fila, che al limite a ripensarci si è sempre in tempo...

Anche i nostri club più vincenti e prestigiosi però devono pensare che non si può tirare troppo la corda. Soprattutto quando sono note in seno alle istituzioni certe particolari situazioni finanziarie. Quelle che costringono ad esempio la Juventus a plusvalenze tanto esagerate quanto necessarie, per far quadrare i bilanci. Con centinaia di milioni virtuali, ma solo pochi reali che entrano in cassa. O quelle riguardanti gli stipendi arretrati nell’Inter, con il club alla ricerca di altri complicati accordi con i dipendenti e le istituzioni per dilazionare al prossimo anno queste mensilità o addirittura, si sussurra, chiedere di rinunciare a premi e parte degli emolumenti. Che strano il calcio italiano, dove c’è chi paga puntualmente e rischia di retrocedere, come il Parma, e c’è chi sta per vincere uno scudetto, ma non chiude i conti alla fine del mese.

Squallidamente

 


Inter e Milan si sono pedissequamente allineate, seguendo il Grande Ingannatore: la prima perché Pechino, avendogli requisito il portafogli, non ammette deroghe di sorta, tanto da trasformare l'altra squadra di Milano in un record vivente: la prima vincitrice di scudetto non in grado di onorare il pagamento degli stipendi.
Per quanto riguarda la squadra più forte del Globo, essendo al momento diretta da un fondo finanziario, non stupisce lo stordimento arrecato e la bovina accondiscendenza a questo scellerato patto in grado di annientare il calcio nazionale ed europeo.
E rimane lui, ritrasformato in presidente di calcio, come uno che se ne intenda: ha giocato il solito, triste, squallido e marchio di famiglia, doppiogioco. Pur avendolo trasformato, classico anche questo, nel padrino al battesimo della figlia, l'Agnellino ha accoltellato alle spalle il presidente dell'Uefa, fingendo di partecipare alla nuova organizzazione della Champions, che il tontorello sabaudo non vincerà mai, e contemporaneamente trescare col presidente del Madrid, anch'egli uno che patisce l'idea che vi possano essere confini nell'universo, per questa nuova, in realtà vetusta, Super Lega che sta allo spirito sportivo come Moggi alla lealtà.
Stanchi di non vincere un cazzo in campo europeo, la famigliola sabauda ha deciso di crearsi un torneo tra riccastri, dove prima o poi qualche trofeo sicuramente arriverebbe per rinfrescare la rinsecchita sala dei trofei.
Un po' come da ragazzi assistevamo alla becera scena del più benestante che, perdendo, si portava a casa il pallone.

Due risate col grande Saltimbanco

 

Se vi va di farvi due risate... (passo strepitoso: il consenso di Conte è alto, il suo è sceso. Ed il ras di tutti i saltimbanchi risponde: "Questo interessa a chi confonde la politica con il Grande Fratello." - Standing ovation please!
Renzi "Tra Pd e 5 Stelle l’alleanza non funzionerà Conte potrebbe lasciarli"
di Annalisa Cuzzocrea
ROMA — Matteo Renzi, Enrico Letta punta a un centrosinistra largo che dialoghi con i 5 stelle. Lei è dentro o fuori?
«Noi dentro, i Cinque Stelle no. Questa è anche la tesi di chi, tra i dem, ha visto all’opera i grillini a cominciare dai romani che hanno subìto l’amministrazione Raggi».
Cosa non la convince?
«Per me l’esperienza dei 5 Stelle è al capolinea. E dubito che Conte – che si definisce equidistante da destra e sinistra – accetti di guidare il Movimento. Non mi stupirei se alla fine rinunciasse: troppe tensioni a cominciare dalla rissa sul terzo mandato. Non sottovaluti la questione giudiziaria. Noi avremo un processo sul finanziamento illecito solo perché un magistrato dice che la fondazione che organizzava la Leopolda era in realtà un partito. Si immagina cosa accadrà quando gli inquirenti entreranno nel rapporto tra la Casaleggio, il Movimento, Rousseau, i gruppi parlamentari?
Non mi stupirei se Conte provasse a fare qualcosa da solo. Credo gli convenga».
Il consenso di Conte è alto, quello dei 5 Stelle buono, il suo è sceso.
«Questo interessa a chi confonde la politica con il Grande Fratello.
Eppure nella recente crisi abbiamo dimostrato che il Parlamento non è Facebook. Noi abbiamo fermato Salvini nel 2019 e creato le condizioni per il governo Draghi nel 2021. Siamo orgogliosi di questo, ma non basta.
Nei prossimi giorni organizzeremo meglio Italia viva».
Salvini al governo lo avete riportato.
«Abbiamo salvato il Paese, svoltando sui vaccini e mettendo in sicurezza il debito pubblico con Draghi. Per me è positivo che la Lega abbia accolto l’appello di Mattarella: sembrava impossibile due anni fa quando Salvini imperversava per le spiagge e Di Maio flirtava con i gilet gialli.
Allora i media scrivevano che i populisti avrebbero governato decenni, ora votano la fiducia all’ex banchiere centrale europeo. Per queste operazioni serve la politica, non i sondaggi».
Goffredo Bettini ha parlato di interessi sovrannazionali che hanno fatto cadere il Conte due. È così?
«Complotto internazionale è il nome che Bettini dà all’incapacità di ammettere che ha scelto una linea suicida: Conte o elezioni. Ha sbagliato, ha perso, lasci stare i fantasmi. Ma quali interessi? Serve più rispetto per Draghi ma soprattutto per Mattarella».
Come bisogna correre alle amministrative? A Bologna avete candidato Isabella Conti. A Napoli appoggerete Roberto Fico?
«Che siano i territori a decidere e scegliersi i sindaci, meglio se con le primarie».
Salvini è stato rinviato a giudizio su Open Arms per il sequestro di 147 persone . Il leader della Lega si difende scaricando quella decisione sul governo di allora. Troppo facile?
«Che il M5s viva contraddizioni è vero: sulla Diciotti hanno votato per Salvini, sulla Open Arms contro. Del resto, l’espressione taxi del mare fa parte del loro vocabolario, non del mio. E la guerra alle Ong l’ha fatta il governo Conte, non noi. Sei anni fa firmai un atto per raccogliere non solo i vivi, ma anche i morti, dopo un terribile naufragio al largo di Catania: per noi dare sepoltura era un dovere civile. Altri premier hanno chiuso i porti, ma vengono considerati leader di sinistra, chissà perché».
Sulle riaperture Mario Draghi, che lei incontrerà oggi, ha deciso di assumere un rischio ragionato. Sta subendo l’influenza della Lega?
«Non è l’influenza della Lega, è la leadership di Draghi a fare la differenza. Con Draghi è cambiata l’immagine dell’Italia nel mondo e abbiamo svoltato su vaccini e riaperture. Sbaglia chi lascia a Salvini questa bandiera: dobbiamo intestarcela noi, sia sulla scuola che sulle attività commerciali. Non di solo pubblico impiego vive l’Italia. E non di sola dad possono vivere i nostri figli».
Che intende quando dice noi?
«Noi, i riformisti. Quando vedo i bauli in piazza dico che riaprire i luoghi di cultura è la cosa più giusta da fare: gli artisti non sono come diceva Conte "quelli che ci fanno divertire". La cultura è l’anima della nostra comunità: alzare i sipari è un dovere civile. Non so se è di sinistra, ma sicuramente è un concetto giusto».
La Gran Bretagna ha cominciato a riaprire con numeri molto migliori di quelli che abbiamo oggi. Non pensa che il rischio possa diventare azzardo?
«Anche lasciare milioni di persone senza stipendio, chiusi in casa senza prospettive quando un quarto degli italiani ha già avuto il virus o la prima dose di vaccino è un azzardo.
Ripartiamo, con prudenza ma ripartiamo».
Perché non ha difeso Roberto Speranza dall’assedio della destra?
«Veramente noi votiamo contro la mozione di sfiducia, che è un mediocre giochino di Giorgia Meloni per acquisire consenso. E tuttavia avanzare dubbi sulla gestione del ministero non è lesa maestà.
Aggiungo che Iv propone di investire trenta miliardi sulla salute con il Piano Sanità 2030: non possiamo essere di nuovo impreparati».
E il Mes, che sembrava così importante prima, non lo è più?
«Che i 30 miliardi servano è un dato di fatto. Continuo a pensare che sia meglio usare il Mes che le forme tradizionali di indebitamento».
Ha proposto una commissione d’inchiesta sull’operato di un governo di cui faceva parte.
«Certo. L’abbiamo chiesta ufficialmente in aula, per primi, un anno fa. E dopo quello che è successo siamo ancora più convinti. Quando vedi 100 milioni di euro buttati via nei banchi a rotelle esigi chiarezza. Non contro Speranza, ma per la verità. A cominciare dalle mascherine, dai report Oms, dai ventilatori comprati a caro prezzo in Cina ma non funzionanti, nonostante le garanzie dell’onorevole D’Alema».
Non crede nella trasparenza di quell’operazione?
«Non lo so e non mi interessa.
D’Alema è il campione di una certa sinistra che ha sempre sognato di eliminare l’avversario per via giudiziaria e non politica. Io non sono come lui e dunque non strumentalizzo i suoi ventilatori mal funzionanti. Certo, c’è una doppia morale: se fossi stato io l’uomo dei ventilatori cinesi sarebbe già esplosa una campagna social di Leu e M5S con richiesta di condanna all’ergastolo e di dimissioni da parlamentare, che è il loro vero obiettivo da quando abbiamo mandato a casa Conte».
Si è pentito delle conferenze in Arabia Saudita con Bin Salman?
«Ma pentirsi di cosa, scusi? Uno si pente dei crimini. O, se cattolico, dei peccati. La mia attività internazionale non è un crimine, né un peccato. Lavoro rispettando le leggi e pagando le tasse in Italia, non spaccio ventilatori o mascherine».
Non pensa che un politico non dovrebbe fare conferenze pagate all’estero per evitare conflitti di interessi?
«Non vedo alcun conflitto di interessi: si tratta di un’attività che svolgono anche altri ex premier italiani e stranieri. Essere stimato oltre confine non è un crimine.
Rispetto le leggi che ci sono, se cambieranno ne prenderò atto».
Del Pnrr di Draghi si sa poco, ma Italia viva non protesta come ha fatto contro Conte.
«Non è una questione personale, ma di merito. Il Pnrr presentato a dicembre, di notte, da Conte aveva una crescita cumulata stimata nel 2.3%. Con il lavoro di Draghi e dei ministri Franco e Cingolani siamo al 3.6%. Ballano oltre 20 miliardi in più: sostenere che questo governo ha svoltato rispetto al precedente è una semplice questione di matematica.
Ma chiederemo a Draghi di fare di più specie su sanità e infrastrutture».

domenica 18 aprile 2021

Ragogna

 


Di sta minchia!

 


Schieramento

 

Dall'inizio pandemico ho deciso di stare con lui, di seguire le sue indicazioni, limitando la mia libertà per evitare il bastardo. Oggi concordo pienamente sul fatto che riaprire sia una tragica cazzata basata non su fondamenti scientifici, ma prettamente politici, visto che, purtroppo, roteano intorno a noi ancora dei fascisti e un mononeurotico che, da sempre, si posiziona con un piede fuori ed uno dentro, essendo fondamentalmente un aggressivo psicopatico sfanculante dignità e rispetto per anziani e memoria dei tanti, troppi defunti.
Concordo pienamente con questa intervista, pubblicata oggi sul Fatto, al Professor Galli.

“Il premier Draghi sul Covid non ne ha azzeccata una”
“Troppo pochi i vaccinati”
di Giampiero Calapà
“Ci saranno un milione di infezioni attive in Italia o pensate che tutti i positivi si fanno il tampone e vengono a saperlo?”. È furibondo per le annunciate riaperture generalizzate dal 26 aprile il professor Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive al “Sacco” di Milano e docente alla Statale, da più di un anno impegnato contro il coronavirus in corsia e nel dibattito pubblico. Il suo giudizio sul governo è impietoso: “Draghi non ne ha azzeccata una”.
È un liberi-tutti?
Sotto casa mia qui a Milano c’è un mercatino all’aperto, poco fa (ieri mattina, ndr) ci sono passato ed era strapieno come non succedeva da mesi. Il punto è che con l’annuncio di venerdì è stato dato un messaggio di “liberi-tutti” che proprio non ci potremmo ancora permettere. Almeno fino a una migliore copertura dei settantenni con la prima dose e degli ottantenni con la seconda. Mi sembrano obiettivi ancora lontani.
Cosa non le torna?
La Francia, che con le vaccinazioni è messa più o meno come noi, le scuole le ha chiuse. Nel Regno Unito hanno fatto un lockdown duro e stanno riaprendo solo ora. Anthony Fauci ha affermato che gli Stati Uniti sono ancora ben lontani dall’avere il problema sotto controllo. A me piacerebbe tantissimo far parte della schiera che pensa l’Italia sia messa benissimo, ma purtroppo non è così.
Maggior timore?
Temo la diffusione dell’infezione. Abbiamo per mesi giocato coi colori e in Sardegna abbiamo recentemente visto il risultato più impietoso passando in pochissimo tempo dal “bianco” al “rosso”. E ora eccoci qui a dare un segnale di riapertura generalizzata mentre le infezioni attive nel Paese sono tra il mezzo milione e il milione. E queste sono stime conservative: non tutti i positivi fanno il tampone e scoprono di esserlo.
Si aspettava la vittoria della linea-Salvini?
Se devo essere franco non avrei pensato prevalesse così velocemente. Ma sono in profondo disaccordo con tutta la strategia adottata dall’Italia. Mi duole dirlo, perché su Mario Draghi, come milioni di italiani, riponevo molte aspettative, ma sulla pandemia non ne ha azzeccata ancora una.
Altri errori?
Sul vaccino AstraZeneca abbiamo avuto un allineamento passivo su posizioni internazionali che non ci potevamo permettere visto lo stato della diffusione del contagio in Italia. Inutile dire, come fa Maurizio Crozza che è un attento osservatore, come sia più facile essere colpiti da un fulmine che da una trombosi dopo il vaccino. Troppe concessioni sono state fatte anche al partito trasversale pro riapertura delle scuole.
Sui vaccini?
Da qui al 26 aprile al trotto attuale avremo tre milioni e mezzo di nuovi vaccinati a esagerare, quindi 17 milioni in tutto. Il che significa non arrivare neppure a trenta dosi ogni cento persone. Per capirci, nel Regno Unito sono a sessanta dosi ogni cento persone. E risultati importanti si ottengono quando vengono superate le cento dosi ogni cento persone perché vuol dire che si è già partiti con i richiami.
Cosa ci resta da fare?
Raccomanderei soprattutto agli ultrasessantenni di mantenere ancora il massimo delle cautele anche per la capacità infettante delle varianti.
Non crede all’immunità di gregge in autunno?
I vaccini sono lo strumento per proteggere dalla malattia grave e mortale del Covid-19, non sappiamo quanto dall’infezione di SarsCov2. E, infatti, seppur poche, ci sono persone infettate già vaccinate che però non si aggravano. Attenzione al ruolo che in questo senso possono svolgere le varianti. Prendiamo Manaus, in Brasile: la sciagurata politica di assenza del contenimento intrapresa dal presidente Jair Bolsonaro e la peculiarità di quella città ha portato a un 60 per cento di contagiati (era la quota ipotizzata un anno fa dai consiglieri inglesi di Boris Johnson per raggiungere l’immunità di gregge); ecco, l’immunità di gregge non è stata mica raggiunta, il virus ha invece avuto mutazioni che hanno generato varianti in grado di infettare di più e reinfettare anche.
Non se ne esce più.
Ne usciremo solo correndo appresso al virus, in modo migliore di come stiamo facendo.
Ma qualche ministro la chiama ogni tanto per chiedere consigli?
Sarebbe indiscreto parlarne, ufficialmente non sono consigliere proprio di nessuno.

Già!

 

A quanti morti il governo dovrà dire: “Mannaggia la scommessa è persa”
Il rischio ragionato il potere detiene la politica
di Daniela Ranieri
Avranno intersecato ascisse e ordinate, composto diagrammi, prodotto fogli Excel di inappuntabile precisione. Che ne sappiamo noi di indici Rt e saturazione degli ospedali, percentuale di vaccinati e afflussi nei ristoranti? Mica siamo bocconiani. Non ci azzardiamo a contestare la base tecnico-scientifica del “rischio ragionato” su cui Draghi ha impostato la sua campagna di riaperture, ma su quella politica e linguistica qualche parola ce la consentiamo. Intanto, la base politica: quello che l’anno scorso non è riuscito a Renzi con Conte, è riuscito a Salvini con Draghi. Mettersi a capo del partito dei riaperturisti e dare a intendere agli italiani che al governo c’è gente che vuole illogicamente tenere tutto chiuso è una strategia talmente grossolana che poteva venire in mente solo a quei due finti patrioti; essa però consente un duplice risultato: racimolare un facile consenso, che si sente di stare perdendo; tenere sotto scacco il governo. Anche stavolta i sabotatori della politica prudenziale (adottata in tutta Europa) stanno al governo, che tengono (pardon) per le palle, ma stavolta possono contare sul fatto che l’esecutivo ha un’anima: di destra. Infatti, non potendo sparare sul pianista (Draghi), cioè sul capo del governo in groppa al quale sono tornati al potere (grazie, Renzi!), sparano su Speranza.
Allora Draghi, per non dire “abbiamo superato a destra la destra (leghista e renziana) che cinicamente intercetta e manipola un comprensibile bisogno di normalità” si inventa il “rischio ragionato”, che – fuor di diagramma – vuol dire “abbiamo messo in conto che moriranno molte persone, ma l’economia deve ripartire”. Questo significa che ci sono degli italiani sacrificabili alla ripresa, o quantomeno alla cassa di ristoratori ed esercenti. Sono i famosi fragili, gli “over 80 e 70” che non sono stati vaccinati, perché – all’insaputa di Draghi – Draghi aveva deciso di privilegiare alcune categorie, come gli psicologi, a cui – all’insaputa di Draghi – Draghi ha dato pubblicamente degli incoscienti profittatori. E poi, gioiscono i giornali, all’aperto il virus non si diffonde: basti pensare a come è andata bene l’estate scorsa.
A corroborare questa brutale contabilità partecipa l’uso della parola “scommessa”. I giornali d’area la cubitano come fosse una cosa bella. Si scommette sul “debito buono”, su una “crescita robusta”, sulla “forza del Pil”: tutti modi per dire che non si sprecheranno denari per redditi di emergenza, ma si investiranno su “57 opere pubbliche”. Abbasso i fragili e gli incapienti; viva imprenditori e albergatori: da far svenire le inviate in sala (“Se non ci fosse lei come presidente del Consiglio saremmo terrorizzati”).
Una scommessa è, da dizionario Treccani, “il puntare una somma di denaro sul risultato aleatorio di una gara”. Draghi non ha detto quando si capirà se la scommessa sarà persa o vinta, se si aspetterà di arrivare a un certo numero di morti a fine estate (facciamo 30 mila?) per dire “mannaggia, ho perso”, e nemmeno cosa rischia di suo. Ma il lessico, come si vede, è quello borsistico; non fosse ancora chiaro che non è la politica che detiene il potere, ma è il potere che detiene la politica.