mercoledì 17 marzo 2021

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Spese folli da Covid, così Arcuri ha sgonfiato i conti alle Regioni

di Ilaria Proietti 

Quanto vale lo scalpo di Domenico Arcuri? Per le Regioni che non l’hanno mai amato, centinaia di milioni di euro. Quelli che difficilmente avrebbero ottenuto dal commissario defenestrato giusto alla vigilia della maxi-operazione per rifondere le spese per l’emergenza coronavirus sostenute dai governatori e a cui la struttura di Arcuri ha osato fare i conti in tasca. Conti che non tornano, a una ricognizione aggiornata all’8 marzo.

Ma riavvolgiamo il nastro al 19 giugno dello scorso anno, quando le Regioni avevano consegnato le tabelle delle spese sostenute per l’emergenza coronavirus dal 31 gennaio al 31 maggio 2020. Un conticino provvisorio da 4,1 miliardi di euro, di cui la metà serviti per assicurare l’assistenza alla popolazione nei Covid hotel, per la distribuzione di generi alimentari e di igiene personale a domicilio, per gli oneri legati all’impiego del volontariato di Protezione civile o per allestire tende e container per i triage da campo.

L’altra metà, ossia 2 miliardi, se ne era andata per l’acquisto di farmaci, kit medici, tamponi, apparecchi medicali come i ventilatori, maschere facciali, camici, guanti e mascherine che le Regioni avevano dichiarato di aver speso nonostante ricadessero nei dispositivi di tipo A, B e C per i quali nel frattempo Arcuri aveva disposto l’acquisto centralizzato e la distribuzione direttamente dalla centrale unica in capo alla struttura commissariale. Con cui, per via di tali acquisti, le Regioni avevano avuto un approccio pessimo fin da quando, ad aprile 2020, era stato loro comunicato lo stop all’autorizzazione di acquisti a valere sul fondo nazionale: se proprio avessero voluto fare da sé, i governatori avrebbero ben potuto spendere, ma a patto che si trattasse di fondi propri. Qualche Regione a quel punto aveva dichiarato il rischio di bancarotta, ma senza smettere di acquistare come se non ci fosse un domani denunciando le inefficienze del commissario: il governo per quietare gli animi aveva rassicurato tutti sollecitando però le necessarie rendicontazioni. Su cui Arcuri aveva messo al lavoro il suo staff, anche perché la dimensione degli importi presentati aveva da subito imposto una puntuale ricognizione delle spese. Come quelle della Regione Lombardia guidata dal leghista Attilio Fontana, tanto per fare un esempio. Che aveva dichiarato di aver sostenuto nei primi 5 mesi dell’emergenza una spesa di quasi 900 milioni di euro per ottenere i risultati che già allora erano sotto gli occhi di tutti.

Di questa cifra da capogiro, le spese per mascherine, ventilatori e dispositivi analoghi erano inizialmente circa 376 milioni: la ricognizione effettuata dalla struttura commissariale aggiornata all’inizio di marzo di quest’anno ha avuto l’effetto di sgonfiare il conto a quota 161 milioni, euro più euro meno. Peraltro in buona parte spesi in deroga agli ordini del commissario. E che dire della Sicilia di Nello Musumeci? Quasi 350 milioni di spese dichiarate in cinque mesi, di cui 195 per i famosi dispositivi di categoria A, B e C (il cui acquisto in teoria competeva al commissario) e che, rendicontazioni alla mano, sono stati rettificati a quota 66 milioni. E ancora il Piemonte con un cahier de doleances iniziale di 420 milioni, di cui 159 milioni per mascherine, kit e apparecchiature varie che a spulciare le fatture vere corrispondono a 120 milioni. Alla fine, mettendo a confronto il conto presentato da tutte le Regioni a giugno con quello rettificato dalla struttura commissariale, viene fuori una differenza di 390 milioni: se le spese dichiarate a ogni latitudine della penisola ammontavano a circa 2 miliardi, la ricognizione dell’8 marzo di quest’anno dice che la cifra effettivamente spesa è pari a poco più di 1,6 miliardi. E di questi 1,6 miliardi, circa il 38 per cento risulta essere stato speso dopo l’8 aprile, ossia in un’epoca in cui non erano più autorizzati acquisti sui fondi nazionali.

Arcuri, del resto, ha avuto da dire anche per i rimborsi dovuti per la primissima fase dell’emergenza. Quando il Dipartimento della Protezione civile aveva trasferito al commissario straordinario (nominato dal governo Conte il 18 marzo, ndr) le spese ad allora autorizzate condizionatamente alle regioni nella loro qualità di soggetti attuatori, era iniziato un vero e proprio braccio di ferro: dei 329,8 milioni inizialmente trasferiti, le regioni avevano formalizzato una richiesta di rimborso per 140 milioni di cui 133 ritenuti congrui. Il commissario aveva sganciato un acconto del 50 per cento riservandosi di saldare eventualmente il resto all’esito dell’attività di controllo.

L’Amaca


Meglio Parigi meglio la libertà

di Michele Serra

Parigino». Aggiornamento di radical-chic. È l’epiteto che il Salvini ha affibbiato a Letta: il parigino Letta. Lo ha fatto in occasione del rilancio, da parte del nuovo segretario del Pd, dello Ius soli. Ovvero dell’idea che chi nasce in Italia, studia in Italia, cresce italiano, pensa in italiano, è un italiano.
Ben più che un principio politico, è un principio umano. Accessibile alla sensibilità e all’esperienza di chiunque viva una vita normale, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole. Lo Ius soli è un principio popolare — ammesso che veramente si creda nel popolo in carne e ossa, non in quella sua caricatura truce che è il populismo.
L’espediente retorico del Salvini («il parigino Letta») tende invece ad attribuire a stravaganze metropolitane, a manie da abbienti del centro storico, ciò che invece è, nelle campagne e nelle fabbriche italiane, la realtà quotidiana. La vita del popolo, oggi, nel 2021. Chi custodisce la vigna con te, chi guida il muletto accanto a te, mangia in mensa con te, ha i figli a scuola con te, forse non è ancora italiano, ma i suoi figli sì, certamente sì, ovviamente sì. Lo capisce anche uno mai stato a Parigi.
Va aggiunto, per amore di verità, che senza Parigi sarebbe stato parecchio più lento il cammino della storia. Parigi che ha fatto la più grande rivoluzione di tutti i tempi (libertà, uguaglianza, fraternità), Parigi che è città del mondo, capitale culturale quanto New York, casa di chiunque ami sentirsi libero. Fossi in Letta, rivendicherei con orgoglio la mia componente parigina. Viva Parigi, viva la libertà, abbasso la Vandea e gli elmi cornuti.
Viva la rivoluzione, abbasso la reazione.

martedì 16 marzo 2021

Guerra medicale


È guerra di nervi quella vaccinale, AstraZeneca nel mirino, la più piccola del trio, che è stata scorretta, probabilmente obnubilata dall’arrivo degli sghei, visto che ha promesso dosi per poi ritrattarne le quantità, affascinata da altri contratti più redditizi. Ma il mumble mumble non scaturisce da questo. Partendo dal concetto che nessuna medicina sia sicura, leggendo il bugiardino della Tachipirina mi occorre trangugiare EN per ingoiare la pastiglia, anche i vaccini ne ricalcano la stessa percentuale d’inciampo, e forse col Covid ancora di più, vista la celerità con cui sono stati preparati. Mi domando quindi se siano stati offuscati eventuali danni collaterali di Pfizer e Moderna, mega multinazionali con bilanci simili a quelli di nazioni medio grandi e, conseguentemente, gli intoppi di AstraZeneca evidenziati e portati alla ribalta per ovvie ragioni commerciali. Un bel dubbio, ingigantito dalla natura prettamente rapto-finanziaria di Big Pharma alla quale, da allocchi, abbiamo delegato completamente la gestione pandemica e di ricerca, senza nulla proferire.

E parla dai!

 


L'Amaca

 

Passandosi la borraccia
di Michele Serra
Come Orio Vergani e Alfonso Gatto per Coppi e Bartali, ci vorrebbero grandi cronisti per cantare le gesta di Tajani di Forza Italia e Lollobrigida di Fratelli d’Italia, che proprio in questi giorni stanno per tagliare - passandosi la borraccia - il traguardo del milione di dichiarazioni nei tigì della Rai.
È un’arte. È un sacrificio. Ci vuole il fisico.
Provateci voi, ogni giorno, per anni, a fissare una telecamera e dire, nei pochi secondi concessi: «la situazione è grave, non è tempo di incertezze». Oppure: «I bisogni degli italiani richiedono risposte concrete».
Provate a farlo, per giunta, avendo alle spalle librerie con enciclopedie a rate, vetrinette con tazze, ficus disidratati, stampe ereditate dalla zia, muri di rigorosa desolazione (i miei preferiti).
Ieri Lollobrigida, l’ho sentito con le mie orecchie, ha detto: «molte famiglie sono in difficoltà, servono risposte urgenti». E tutti noi, stupidamente convinti, fino a un minuto prima, che nessuna famiglia fosse in difficoltà, e le risposte possano dunque arrivare anche tra molti anni, che lo guardavamo ammirati, assiepati come la folla lungo i tornanti del Galibier. E pensavamo: formidabile uomo, che a qualunque ora, con l’umiltà del gregario eppure con lo slancio del campione, trova qualcosa da dire, pedalando in salita.
Dei due, i lettori già sanno che prediligo Lollobrigida. È partito molto dopo Tajani, lo sta rimontando inesorabilmente. Più giovane, più periferico (è di Tivoli), non mostra cedimenti. Tajani, per debolezza borghese, a volte è comparso con sfondo di bouganville.
L’ingresso nell’area di governo l’ha ulteriormente rammollito. Lollobrigida no.
È uomo del popolo. Le famiglie in difficoltà possono contare su di lui.

lunedì 15 marzo 2021