sabato 9 gennaio 2021

Fantastico




Meditativo


VICHINGHI, BUGIE E VIDEOGAME
Il blob tossico del Trump attack
TRAGEDIA&FARSA. I FREAK DI CAPITOL HILL RECLAMAVANO NUOVA SOVRANITÀ TRA TUTE MIMETICHE, CORNA E CITAZIONI NAZISTE. IN UNA REALTÀ “SEPARATA” DAL VERO DA CUI SONO FUORIUSCITE LE CONTRADDIZIONI DELL’IMPERO AMERICANO

di Daniela Ranieri

La tersa e scabra profezia di Marx – la Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa – ha rintoccato la sua mezzanotte il 6 gennaio 2021 a Washington. A guardare le immagini dell’assalto a Capitol Hill, sede del governo degli Stati Uniti, sembrava si fossero dati convegno i detriti più eloquenti di un secolo di fantascienza, cinema (colto o B-movie), televisione, fumetto, intrattenimento e paccottiglia di Internet.

Un’esplosione semiotica, un trionfo di segni che si annichilivano nell’opposto della baldanza, in una realtà mortifera e parodica della libertà e dell’individualismo americano. Una processione di freak, che non nel corpo biologico, ma nel secondo corpo, quello “semiotico”, acquisito col latte di crescita della cultura pop americana e delle sue degenerazioni recenti, portavano addosso i segni di una volontaria cessione di sovranità personale a favore di un’immaginaria sovranità americana, bigotta e fondamentalista. Lo “sciamano” mezzo nudo con le corna vichinghe, i giovani conciati come i druidi dei videogame o in mimetica e sandali da trekking, donne e uomini “normali” in cui ogni segno dell’ordinarietà da fruitori di Tv del pomeriggio era esacerbato da un dettaglio iperrealista: la tenuta da tagliatore del prato della domenica arricchito dalla scritta “6MWE”, sigla nazista per Six Million Wasn’t Enough, sei milioni non è stato abbastanza, in riferimento all’Olocausto. Con buona pace dei trumpiani nel mondo, anche nostri, che hanno creduto all’elezione di Trump come a un trionfo dei popoli genuini contro le élite ipersofisticate.

Una simile guerriglia di segni s’era vista solo nei film ucronici hollywoodiani, che dell’America sono grottesca e dolorosa sineddoche, come si fosse aperto un varco tra realtà e finzione e ne fosse uscito un blob vischioso e inarrestabile. Non era una collettività: era una folla di individui legati da un patto tribale, sancito via social e ribadito dall’individuo totemico, Trump, capo del cosplay del complotto ai suoi danni.

Non portavano rivendicazioni politiche, ma l’affermazione ottusa di una “verità alternativa”: Trump ha vinto le elezioni. Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York e avvocato di Trump, mentre invitava la marmaglia a tornare a casa, ribadiva il loro “essere dalla parte giusta della Storia”. “Vi voglio bene”, ha detto Trump in video, mentre nei corridoi di casa sua, cuore della democrazia, bandiere mai sfilate dal 1800 venivano portate in giro per sfregio, e individui col berretto rosso di Make America great again sedevano sulla sedia del vicepresidente coi piedi sulla scrivania, scattando selfie sotto i ritratti dei Presidenti, armati, oltre che di armi vere, di smartphone, per moltiplicare l’oltraggio via social nella replicazione stolida e amorale dell’algoritmo.

Dire “ci hanno rubato le elezioni, ma andate a casa” è stato come ridurre la manifestazione esteriore della follia lasciando inalterata la psicosi che la sottende e di cui la sua mitografia si alimenta. Il momento attuale è stato edificato in cinque anni di parossismo e post-verità. Il portavoce di Trump Sean Spicer accusò i media di aver truccato le foto della spianata del Lincoln Memorial al fine di mostrare come ci fosse meno gente che all’Inauguration Day di Obama, e la consulente Kellyanne Conway compì il capolavoro: quelle di Spicer non erano falsità, ma “alternative facts”, fatti non veri in questa dimensione ma verissimi in un’altra. Quale? Quella da cui sono usciti i protagonisti della disperata avventura a Capitol Hill. Un film di David Cronenberg del 1983, Videodrome, previde con cruda lucidità gli effetti del terrificante potere politico della “videocarne”. Allora era la Tv, con le sue propaggini VHS, a colonizzare le menti e i corpi dei telespettatori nella voluttà masochistica dell’allucinazione. Oggi è una combinazione di Tv via cavo, teorie complottiste, uso tossico dei social network, a operare la spaccatura del vero da cui sono fuoriuscite le contraddizioni dell’impero americano, che mentre “esportava la democrazia” e si immunizzava contro il nemico (l’Iraq, l’Afghanistan, il terrorismo, gli immigrati, l’Iran, la Cina, etc.), covava in seno il nemico interno. Il neoliberalismo aggressivo dell’impero nutriva, affamandoli, coloro che avrebbero oltraggiato le sue fondamenta, entrando come un coltello nel burro nel luogo di massima sicurezza. È allegorico che ciò sia accaduto pochi mesi dopo le manifestazioni di Black Lives Matter seguite all’uccisione di George Floyd da parte della polizia, che diedero occasione al dispositivo di protezione della Guardia Nazionale di dispiegarsi in tutta la sua brutalità. Oggi i video mostrano agenti armati in posa coi rivoltosi, nella selfocracy che tutto ricopre col suo manto di facezia e vanità, anche la tragedia.

Non la rivendicazione di diritti, ma la veridizione del delirio paranoide è la vera posta in gioco della violenza. Violenza non tanto fisica: alienati detentori di corpi apatici hanno forzato con indolenza le stanze del potere, soppesando i complementi d’arredo, sorridendo alle telecamere: una sedizione snervata, satolla. La violenza simbolica è un’angheria contro il principio di realtà. In questo quadro si è innestato il complottismo da Covid. L’assenza di mascherina sui volti è un distintivo più potente di qualunque orpello. Se il travestitismo grottesco è un modo per negare l’identità, perché pure questa è intesa come uno strumento del dominio, il no mask è uno sputo in faccia ai valori condivisi. Sono tutti cloni di Trump, gli effrattori, svuotati di sé, sue emanazioni.

Il movimento QAnon si fonda su un bug schizoide incistato nelle menti dei suoi adepti, vocianti nelle stanze del Congresso ridotto a sala hobby. Nel momento in cui si crede che esista un complotto planetario per diffondere un virus vero, o “narrare” un virus falso, allo scopo di controllare l’umanità mediante chip sottocutanei iniettati col vaccino in base a un progetto satanista portato avanti dalle élite politiche e finanziare (Clinton, Soros, Bill Gates) che si nutrono di sangue di bambini, si può ben assaltare la Casa Bianca e le sue adiacenze senza avere percezione della gravità irreversibile del gesto.

Questo neo-tribalismo ha rivelato l’esistenza di un mondo parallelo che d’ora in poi i governanti di tutto il mondo non possono ignorare, perché la viralità è la sua cifra. Hannah Arendt scrisse: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma le persone per le quali la distinzione tra realtà e finzione e tra vero e falso non esistono più”.

venerdì 8 gennaio 2021

Vergognoso cialtrone!



Levati quella mascherina insulso fellone, tronfio di nullità estrema! Levatela che non sei neppure degno di pronunciare quel nome, ebete ciarlatano! E ricorda che sei alleato con uno che pagò tangenti alla mafia! Ti allego uno stralcio della sentenza, ammesso che tu sia in grado di leggerla:

“Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri, veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione, da parte di Silvio Berlusconi, di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione a lui accordata da parte di “cosa nostra” palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che ad esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva, invece, nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale”

Levati quella mascherina cialtrone!

Quando ci vuole...

 


La dea dei colletti inamidati



La dea dei colletti inamidati, la regina dei circoli viziosi, la compagna di viaggio di tanti, troppi, illuminati che gongolando s'ergono a vati della modernità, del frenetico mondo dove cervici fumanti spianano la strada al successo corroborante il tanto amato Pil; la padrona del tempo che scorre come fiume placido attraverso le tragedie scatenate dalla smaniosa riduzione dei costi sfanculanti sicurezza, controlli, protezioni; il tanto amato emblema per quella giustizia seriosa ma flaccida e nemica di quell’arsura di equanimità riverente gli assassinati, si proprio lei Madame Prescrizione, la quale ha compiuto anche oggi il suo capolavoro, la salvezza dei trentadue probabili colpevoli di omicidio colposo per la tragica, inaudita, vergognosa tragedia alla stazione di Viareggio, dove tanti, troppi, morirono infuocati dalla trascuratezza, dalla dabbenaggine, dalla crudeltà di scelte ed omissioni in nome del "far malloppo" ai danni dei soliti incolpevoli. Ammiriamo il capolavoro cincischiante dei famosi e riveriti "avvocatoni" impegnati da chissà quanto tempo e a prezzo di inaudita fatica a far trascorrere giorni, mesi, anni sminuzzando tesi, anteponendo ed evidenziando codicilli, cavilli, impercettibili risvolti penali per portare al trionfo dello scagionamento i propri clienti tanto amati e prodighi nell'elargir loro prebende sontuose. 

Questo paravento tanto amato dalla quasi totalità dei nostri politici, integerrimi e sempre pronti a difendere la giustizia, meglio ancor se prescritta, è un enorme masso occludente il percorso democratico che si cementa fondamentalmente sull'equità, sulla responsabilità, sull'uguaglianza difronte alla Signora con la Bilancia in mano. 

Bignamicamente: se non si riesce a fare sana giustizia, in ossequio alle vittime incolpevoli di disastri come quello viareggino, se non si riesce ad ingabbiare i bifolchi, il paese è e resterà di merda.

Così, per la cronaca!

 Mentre siamo ingolfati da schemi, grafici e dati sulla pandemia, una nota famiglia sabauda festeggia il nuovo anno con un dividendo da spartirsi in allegria, ma con il consueto e rigido protocollo che li vede da sempre, da occhi allocchi, come esempio di imprenditorialità e di stile regale: stiamo proprio parlando di loro e degli azionisti di riferimento FCA, la monarchica casa Agnelli capitanata da quel John che ha pure imbrigliato capitalisticamente la libertà di stampa riformista, Repubblica docet, e da poco convolato a nozze con Peugeot nella nuova società Stellantis, operazione molto remunerativa per Casa Sabauda ma impoverente il potere degli stessi nei confronti dei francesi, che si sa, s'incazzano. E proprio da questa fusione che il già stracolmo portafogli agnellino si rigonfierà ulteriormente grazie al dividendo di 2,9 miliardi di euro, cifra scoppiettante, insufflante sorrisini soffusi nelle tasche nobiliari del parentado illustre. 

Lo scorso anno FCA ottenne una garanzia dallo stato per un prestito da 6,3 miliardi, quest'anno si dividono 2,9 miliardi. 

A voi eventuali commenti in merito mentre, come il sottoscritto, prestiamo le orecchie ad eventuali promozioni dell'abituale supermercato di fiducia, per il sempre più traballante bilancio famigliare.    

Padellaro


Occhio a tutti i Trump: pure a quelli d’Italia

di Antonio Padellaro

Non sfotterò Matteo Salvini, quello delle photo opportunity con Donald Trump (che domandava: ma questo chi è?), quello che indossava la mascherina con il logo Trump (fino a quando non è stato battuto da Joe Biden), quello che oggi scarica l’ex amico eversore (come è sempre stato) dicendo “è una follia”. Né rinfaccerò a Giorgia Meloni la sbandata per il guru sovranista Steve Bannon, uno poi accusato di frode e diventato impresentabile perfino per l’inquilino della Casa Bianca (che infatti lo cacciò). E neppure infierirò sulle vedove del presidente “sciagura” (Paul Auster), come Maria Giovanna Maglie in gramaglie, come il mesto Daniele Capezzone, perché la coerenza richiede di sbagliare oggi come si sbagliava quattro anni fa. E mi auguro che adesso non venga in mente a qualcuno di moderare Rete 4, forse l’ultima emittente orgogliosamente trumpiana. Questi sono i miei sentimenti dopo aver visto l’altra notte le sembianze dei sovversivi di Capitol Hill, una massa di esaltati certo, ma anche gli avamposti di un’America la cui disperazione è stata vigliaccamente usata e abusata da quel signore con la chioma arancione. Fu proprio Bannon a ricostruire la genealogia della crisi che ha spinto masse di operai bianchi tra le braccia di Trump. Quando hanno mandato Lehman Brothers in bancarotta, la corruzione della finanza e poi “le banche che hanno guardato da un’altra parte, gli studi legali che hanno guardato da un’altra parte, le società di revisione che hanno guardato da un’altra parte, i media finanziari che hanno distolto lo sguardo”. Questo ha acceso un fiammifero, e Trump è stato l’esplosione. Tutti hanno guardato da un’altra parte e probabilmente starebbero (staremmo) ancora guardando da un’altra parte se non fosse emersa dagli scantinati della società quella moltitudine di facce qualunque, guidate da uno sciamano a torso nudo con un peloso copricapo vichingo, con al seguito un tizio abbigliato da Batman. Tra uno sventolio di bandiere a stelle e strisce ornate con i simboli complottisti di QAnon. Agricoltori senza terra, meccanici senza officine, famiglie senza sussidi, biker con armi automatiche, che per una volta nella vita si sono presi la loro rivincita violando lo studio di Nancy Pelosi, mettendo i piedi sulla scrivania. Sapendo che, prima o poi, verranno a prenderli, uno per uno. Ecco, vorrei che Salvini, Meloni, la Maglie, insieme allo show permanente del Covid governo ladro continuassero a funzionare come promemoria. A ricordarci che i sovversivi se ne sono andati, ma che continuando a guardare da un’altra parte quel Trump, o un altro Trump, potrebbe presto ritornare e sarebbe molto, molto peggio.