martedì 8 dicembre 2020

Incontri

 E' difficile spiegarmi al meglio, perché gli ostacoli sono molti, a cominciare dall'identificazione dei soggetti da me osservati. Cercherò di farlo, ma è come camminare in un campo minato. 

E' da tempo che l'osservo, la tirchieria, la detesto,  la combatto e la osservo negli altri. Ultimamente ne ho avuto esempi lampanti, stordenti, annichilenti. Fondamentalmente persone malate, ed inconsapevoli di esserlo. Ad esempio vi è un incredibile possidente di fondi, appartamenti e quant'altro che dicono essere taccagno oltre l'immaginabile. Partecipa pedissequamente a estenuati riunioni condominiali, tutto interessato ai suoi "tessorri", incurante di chi un giorno li raccoglierà, indomito dinnanzi alla certezza della                          s-materializzazione del regno, dei possedimenti che hanno avuto la meglio su quant'altro. 

Tristezza non invidia. Tristezza per assistere a questo scempio mentale, a questo inchinarsi al vitello d'oro, a decentrare il sovrano che è in noi, il nostro Io, a spodestare, se si crede, lo Spirito che insiste nel donare. 

Altro esempio sono dei proprietari terrieri, e di più non posso dire per il rischio di identificarli: sono in ansia perennemente nell'accatastare ninnoli senza ritegno, senza sosta, senza domandarsi perché. Mi domando come facciano a vivere beati, vedendo scorrere il tempo, svicolando dalle gioie di un viaggio, senza pandemia naturalmente, di un affiancare amici o conoscenti che soffrono per agevolargli la vita. Anche qui tristezza infinita. 

E poi c'è un nugolo di personaggi che ruotano nel quotidiano anch'essi propensi a credere nell'eternità quaggiù, a soppesare il prosciutto, a privarsi del necessario per chissà cosa. 

Intendiamoci: è giusto non sperperare, è sacrosanto farsi un gruzzolo. Diverso è penare, rovinarsi la vita per nulla e nullità. Ognuno ha i suoi difetti, io ho certamente i miei che non sono pochi e neppure leggeri; cerco però di gustarmi le ore, i giorni, i mesi. 

Perché non tornano più. Sob!   

Succede ogniqualvolta

 


Succede ogniqualvolta entro nel magico mondo Apple, anche per le piccole cose, ad esempio una tastiera, una piccola tastiera che si, è vero l'ho pagata tanto per essere una tastiera, ma il piacere di vederla e, soprattutto, di assaggiarla con i polpastrelli val bene l'esborso. La cerimonia di apertura del sottilissimo pacchetto, con quel nylon che non si vuol rimuovere tanto è tutt'uno con il contenuto, la fuoriuscita del prodotto, praticamente una sottiletta - suvvia correttore fammela scrivere anche se non è italica: sottiletta non sottometta, voglio dire sottiletta come quelle che metti nei toast! - e la scoperta del cavetto che, visto lo spessore, mi fa pensare, me tapino, al ritorno all'antichità, no, non ci voglio credere, senza pile e col cavetto! Mr Steve che hanno fatto! Ma la miscredenza è arte del diavolo, si sa: sono scomparse le pile dalla Magic tastiera perché ora c'è la batteria-ia-ia-oh! Una batteria incomprensibilmente stivata nei micron della leggerissima, con i tasti che si sfiorano soltanto per scrivere, con i comandi che si moltiplicano rendendo commovente tutto quanto!
Non finirò mai di ringraziare la MelaMorsa, per l'incredibile effluvio di tecnologia che effonde nel globo.
Grazie ragazzi!

La giostra

Dunque la rassegnazione la sta facendo da padrona, lo sgomento pure, per non parlare della nausea: si stanno azzuffando per il solito leitmotiv ultradecennale, surrogato del commisto malsano tra potere e malaffare, noncuranti della catastrofe immane già assassina di sessantamila connazionali. Cruna dell'ago, sofismi, miasmi, cicalecci, sotterfugi, tresche, capestri, arzigogoli issati ad hoc per il fine comune, la ripresa del tanto amato e mai dimenticato "volemose bene". Tra loro ed il traguardo rimangono solo alcuni scapestrati guidati da un uomo per bene, sicuro di sé, forse troppo, fedele all'impegno per una nazione migliore e soprattutto più pulita, ma si, forse è chiedere troppo visto l'accerchiamento pedissequo, l'attacco smodato, continuo, determinato anche in giorni di lutto come questi, il tentar follemente di affossare un'idea, un cammino lontano e distinto dai soliti giochini del mai depauperato establishment, un sogno incrinato del poter garantire a chi verrà di respirare aria salubre, disinfettata. 

Ed invece probabilmente non accadrà nulla, menti occluse si stanno adoperando per ritornare al solito mercanteggio di potere,  dei famigerati "do ut des" blasoni per quella politica di sangue e merda che ha reso la nazione al servizio di pochi, scellerati e pochi. 

Non ci resta che piangere ed assistere all'ennesimo teatrino con saltimbanchi datati ma potenzialmente ancora dannosi, non ci resta che udire i dorati discorsi di chi spera, e forse riuscirà, di inchiappettarci ancora, per l'ennesima volta, dietro ai soliti paraventi tipo "è l'ora dei sacrifici per tutti" - "ce lo chiede l'Europa" - "incentivare il sistema industriale, vera fucina di benessere per tutti" - "per il bene del paese" etc.

Il governo probabilmente non cadrà ma dovrà scendere a patti con energumeni statici e granitici, pronti ad espletare la loro migliore arma onnivora, capace di trasformarli in monarchici o in terrapiattisti in un batter d'occhio, purché portino potere e privilegi per loro e per i loro scuderi, pennivendoli compresi. 

Se la politica è arte dello scendere a patti, l'attuale pandemico momento aveva bisogno di altro e non di ciò, visto i lobbistici ed immensi egoismi di pochi sull'interesse comune. Sapranno ripresentarsi come hanno saputo sempre fare, smanieranno di salire festanti sulla mai dimenticata giostra, per l'ultimo giro.

lunedì 7 dicembre 2020

Pietà



Spezzo una lancia per l’esimio assessore: lui non sa dov’è, non sa chi è e, soprattutto, cosa ci faccia in regione Lombardia. Chiedo venia per lui!

Fini meditativo


LUPI E AGNELLI - IL POTERE INVISIBILE
I mercati, anatomia da colpo di stato
LE ENTITÀ CHE MANOVRANO LA FINANZA SONO TEORICAMENTE ASTRATTE, LE “VITTIME” INVECE SONOREALI: CIOÈ I PICCOLI E MEDI RISPARMIATORI. È UNA “DEMOCRAZIA” A SENSO UNICO. MA IL LIBERISMO COLLASSERÀ SU SE STESSO

di Massimo Fini

“La reazione dei mercati è stata positiva”, “incertezza sui mercati”, “si attendono le reazioni dei mercati”. Quante volte abbiamo sentito o letto tali frasi o altre similari? Ma cosa sono i “mercati”? Chi sono i “mercati”?

Che esistano ognun lo dice, dove siano nessun lo sa. In realtà i mercati, come tutte le cose dell’odierno mondo, stanno nell’etere, sono astratti come ciò di cui si occupano: il denaro. Chi lavora col denaro? Sono in genere entità altrettanto astratte, banche, fondi di investimento, compagnie di assicurazioni o in qualche caso persone fisiche, comunque (entità giuridiche o fisiche che siano) tutta gente che conosce molto bene i complessi meccanismi del denaro e della finanza e ci specula sopra. Questo per una parte, l’altra, il giustamente disprezzato “parco buoi”, è formata da piccoli o medi risparmiatori che entrano in questo grande gioco sperando nel colpo di fortuna e ne escono regolarmente pelati. Tra l’altro il risparmiatore, anche se non si impegna nel gioco della finanza, è il fesso istituzionale del sistema. Perché il risparmio è credito e come dice Vittorio Mathieu enunciando una regola generale: “I debiti alla lunga non vengono pagati”. Perciò i ricchi, che se ne intendono, hanno più debiti che crediti.

C’è un’ovvia differenza fra l’industria e la finanza. L’industria produce cose, oggetti, vestiti e, in campo alimentare, il più essenziale di tutti i beni, il cibo. La finanza non produce nulla, partorisce semplicemente altra finanza, è denaro che partorisce altro denaro, cosa che scandalizzava Aristotele per il quale il denaro essendo inanimato non poteva essere fertile (Politica). La finanza è una semplice “partita di giro” a somma zero. “Nulla si crea e nulla si distrugge”, diceva Democrito. Si può star certi che se c’è un rialzo alla Borsa di New York altri, in diverse aree del mondo, stanno perdendo qualcosa, non necessariamente denaro ma per esempio posti di lavoro. Le Borse vanno in visibilio quando una grande azienda licenzia un migliaio di dipendenti.

La finanza, a differenza dell’industria che ha bisogno di operai, di tecnici, di impiegati, di portieri, non dà nemmeno lavoro. Basta un individuo particolarmente abile con computer veloce e costui schiaccia un pulsante e mette in ginocchio un intero Paese. Intendiamoci, questi trucchetti sul denaro ci sono praticamente da quando esiste il denaro, anche se nel corso dell’evoluzione, chiamiamola così, hanno preso dimensioni un tempo sconosciute. Nel Medioevo il grande mercante pagava le maestranze in moneta povera, sostanzialmente rame, che i poveracci usavano fra di loro (sarebbe stato inutile e assurdo tesaurizzarla) mentre il mercante realizzava sui mercati internazionali in oro e argento. È quanto succede anche oggi nei Paesi sottosviluppati, detti pudicamente “in via di sviluppo”, dove i locali spendono moneta locale, che non val nulla, mentre i loro datori di lavoro realizzano in dollari, euro, sterline.

Il mercato è onnipresente. Esiste una vera e propria “dittatura dei mercati” di cui si preferisce non parlare o solo bisbigliare, anche se di recente due film, non a caso americani, The Wolf of Wall Street di Scorsese e Panama Papers di Soderbergh hanno affrontato in modo serio la questione. Questa dittatura però è sfuggente perché anonima. Sono finiti i bei tempi in cui il dittatore era un soggetto in carne e ossa e quindi potevi sempre sperare di sparargli col tuo fucilino a tappo e farlo fuori. Sparare contro “i mercati” è come cercare di colpire un fantasma.

Il mercato è quindi invincibile? Teoricamente no. Al mercato si oppone l’economia di Stato quale è esistita, per fare l’esempio più noto, in Unione Sovietica. Ma l’economia di Stato è infinitamente meno efficiente di quella a libero mercato. Se l’Urss ha perso la Guerra fredda con l’Occidente non è perché aveva meno atomiche, meno bombardieri, meno carri armati, insomma meno armi, meno popoli arbitrariamente soggiogati, l’ha persa sul piano dell’economia. Un Paese a economia di Stato circondato da Paesi “liberisti” è spacciato. Dovrebbe essere talmente forte da occupare una buona parte del globo, per questo Trotzkij affermava “la Rivoluzione o è permanente o non è”. E infatti non è stata. Gli antichi Imperi fluviali, sostanzialmente collettivisti, comunisti, dov’era prevalente il concetto di “equivalenza” e di una ragionevole redistribuzione della ricchezza fra i sudditi, hanno potuto resistere tremila anni perché così immensi da non temere una concorrenza esterna.

Allora siamo costretti a morire “democratici” (la democrazia è l’involucro legittimante del modello di sviluppo di libero mercato, la colorata carta che ricopre la caramella, cioè la polpa avvelenata del sistema) e “liberisti”? In teoria esiste una terza via, la famosa “terza via”, fra capitalismo e comunismo e si chiama socialismo. Il socialismo non rinnega l’economia di mercato, ma gli taglia parecchio le unghie con un forte intervento, in senso equitativo, dello Stato, inoltre coniuga il sistema con le libertà civili che è quanto è estraneo al comunismo ovunque si sia affermato. L’etica di Stato di hegeliana memoria nel socialismo non ha parte. Ma quel poco di socialismo che rimane nel mondo è attaccato da tutte le parti. L’esempio è Nicolás Maduro, definito regolarmente dai media occidentali come “dittatore”. Ora io vorrei sapere in quale dittatura un soggetto che ha tentato un colpo di Stato armato, con l’aiuto degli americani, come “il giovane e bell’ingegnere” Juan Guaidó, sarebbe a piede libero. Nella democratica Spagna sette indipendentisti catalani, che non hanno usato la violenza e che avevano qualche buona ragione in più del “bell’ingegnere”, sono in galera da quasi tre anni, il loro leader Carles Puigdemont in esilio. Non importa, Maduro è un “dittatore”, il generale Abdel Fattah al-Sisi che con un colpo di Stato ha decapitato l’intera dirigenza dei Fratelli Musulmani che avevano vinto le prime elezioni libere in Egitto, e assassinato circa 2.500 oppositori e altrettanti disperdendone nei “desaparecidos” è, come si espresse Matteo Renzi quando era premier, “un grande uomo di Stato” (io direi: di colpi di Stato).

Allora siamo davvero destinati a morire “liberisti”? No, sarà il sistema stesso a suicidarsi in grande stile. Un sistema che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, quando non potrà più crescere collasserà su se stesso. In modo molto rapido. Avete presente le vecchie cassette con le quali fino a qualche anno fa guardavamo i film? Durante il film andavano a ritmo regolare, ma volendo tornare indietro si avvolgevano a velocità supersonica. E questo, prima o poi, più prima che poi, accadrà. E allora non saremo più “liberisti”, ma finalmente liberi.

domenica 6 dicembre 2020

Governatori ad minchiam


Vollero non intervenire attendendo il governo centrale, ed oggi si capisce perché: per poterlo attaccare cercando di salvare la faccia. Questi sono i governatori del centro destra, Toti impegnati a travalicare il buon senso in nome dell’indecoroso sviamento di responsabilità che si perde nella memoria estiva e tra toti emerge quello lombardo, un compendio di inefficienza e mal arte difficilmente riscontrabile altrove. Sono toti così, chi più e chi meno. E ci vergogniamo per toti loro.

Fantascienza dell’idiozia


Che faccio, compro?

di Marco Travaglio

Dopo le ultime performance sui vaccini antinfluenzali, più introvabili della pietra filosofale, si pensava che Giulio Gallera avesse definitivamente scalzato Attilio Fontana nell’ambìto ruolo di capocomico del duo “I Nuovi Legnanesi”. Invece, con una zampata da grande guitto, lo sgovernatore ha scavalcato l’assessore proprio sul finale, ricacciandolo al rango di spalla. La sua lettera ai quattro pm che l’hanno indagato per frode in pubbliche forniture per la commessa dei camici, affidata senza gara dalla sua Regione alla ditta di suo cognato, si inscrive nella nobile tradizione di quella di Totò e Peppino alla malafemmina e di Benigni e Troisi a Savonarola. Titolo: “Che faccio, compro?”. Trama, semplice e travolgente: il presidente leghista, dopo averlo negato per mesi, si accorge finalmente che il “modello Lombardia” non riesce neppure a vaccinare dall’influenza medici, infermieri e i malati cronici over 80: “Regione Lombardia si trova, ancora una volta, al centro di un problema emergenziale relativo al vaccino antinfluenzale”, la cui “reperibilità è, come è noto, assai problematica”. Ma, anziché guardarsi allo specchio e sputarsi solennemente in un occhio per manifesta incapacità, magari invitando alla cerimonia anche Gallera, se ne lagna con gli “Ill.mi Magistrati”, che non c’entrano una mazza. E – dopo aver tentato invano di far importare dei vaccini indiani da un dentista di Bolzano (non autorizzato) tramite un intermediario turco con gli auspici di un conoscente cinese – li informa di aver finalmente trovato “un fornitore” addirittura “autorizzato: l’importatore svizzero Unifarma”, che ne ha “350 mila dosi”. Un po’ pochine, per 10 milioni di abitanti, ma meglio di niente. Solo che, essendo dicembre con l’epidemia influenzale in pieno corso (infatti tutti si vaccinano a ottobre-novembre), non c’è tempo per bandire una gara (altrimenti il vaccino arriva per quella dell’anno prossimo): bisogna “addivenire all’acquisto a trattativa privata”, prima che “i suddetti vaccini spariscano dal mercato”. E qui, anziché prendersela con chi non ci ha pensato a luglio-agosto (come si fa ogni anno dalla notte dei tempi), cioè con se stesso e la spalla, scarica tutto sui dirigenti della centrale acquisti regionale Aria Spa, indagati con lui per i camici del cognato, che “si rifiutano di procedere all’acquisto, salvo che il Presidente Fontana ottenga l’autorizzazione della Procura della Repubblica (!)”. Il punto esclamativo è suo, ma pure nostro. Lui ovviamente è “lungi dal chiedere, seppur implicitamente, salvacondotti o autorizzazioni che appaiono indebite”, però li chiede. E “si assume la responsabilità” dell’acquisto.

Però la scarica sui pm, che con l’inchiesta sui camici gli han paralizzato l’Aria Spa. E domanda senza domandarlo: “Che faccio, compro?”, anzi, “addivengo all’acquisto?”. Come se sapesse che ciò che sta per fare è illegale, visto che le commesse senza gara sono giustificate per l’emergenza Covid (ma per quelle c’è il commissario Arcuri) e non per quelle di routine, tipo i vaccini antinfluenzali, che si fanno da sempre con la mano sinistra e che la sua Regione è riuscita a cannare in toto, con 12 gare deserte o riuscite con esiti tragicomici (dosi pagate ora 5 euro, ora 27). Senza contare che il parallelo fra camici del cognato e vaccini non regge: a meno che, dietro il fornitore svizzero, si nasconda un altro parente, tipo un cugino, un nipote, una zia; o che anche stavolta vengano fuori conti milionari in Svizzera, trust alle Bahamas, scudi fiscali. Pur ammirati dal sense of humour, ci permettiamo di aggiungere alle sue un paio di domande. Risulta che Fontana sia avvocato: ma nei suoi studi di giurisprudenza, salvo che si siano svolti al Cepu o per corrispondenza alla scuola Radio Elettra o coi punti della Miralanza, ha mai saputo di indagati che avvertono i pm che stanno per riviolare la legge? In quale Codice, fuori da Paperopoli e Topolinia, è prevista questa prassi, volgarmente detta “mettere le mani avanti” o “pararsi il culo”? E se, come traspare dai punti esclamativi, essa pare bizzarra pure a lei, perché l’ha seguita? Davvero si aspettava che i pm rispondessero alla letterina a Babbo Natale se non per dire che non sono affari loro?

Le possibili risposte alternative erano solo due: “Faccia pure, presidente, che sarà mai la legge vigente: ma proprio perché è lei, e che non si ripeta più”; oppure “Non si azzardi, sennò finisce dentro”. La seconda sarebbe uno splendido alibi per scaricare sulle solite toghe rosse le colpe della sua incapacità. La prima sarebbe un’amnistia preventiva ad personam e farebbe schiattare d’invidia B.. Il quale, a saperlo, si sarebbe risparmiato un mare di guai passando la vita a scrivere letterine alle Procure su un modulo prestampato con la casella dei reati in bianco: “Che faccio, ingaggio Mangano o deludo Dell’Utri?”, “Che faccio, chiamo la Questura per la nipote di Mubarak o lascio stare?”, “Che faccio, frodo il fisco o pago le tasse?”, “Che faccio, falsifico i bilanci o ci metto tutto?”, “Che faccio, compro la sentenza Mondadori o dico a Previti di farsi un giro?”, “Che faccio, corrompo Mills e le Olgettine o li lascio parlare?”, “Che faccio, bonifico 23 miliardi a Craxi o pago in natura?”, “Che faccio, compro i senatori o li lascio a Prodi?”, “Che faccio, bungabunga o astinenza?”, “Punto, punto e virgola, due punti. Massì, abbondiamo! Abbondantis abbondandum”.