martedì 11 agosto 2020

Ahò che te serve?



Avrei voluto non dir nulla per godermi il ferragostano riposo, ma il coro degli inani sulla decisione della sindaca Raggi a ricandidarsi, impone un commento sfanculante l’immarcescibile establishment, rosicante e fuori dalle stanze del potere della capitale. Gasparri e la Sora Cicoria ad esempio che latrano sulla norma pentastellata di chiudere l’impegno politico dopo due mandati: nulla di più becero da parte di chi da tempo immemore vive e vegeta col fancazzismo arzigogolante. La sindaca ha dovuto spezzare le catene dell’affarismo alla “ahò! c’ho un amico che ha un amico che conosce er cugino dell’assessore”, metodi che permettevano a pochi di raggranellare soldi pubblici con facilità scorcertante, con assunzioni ad minchiam tipiche dell’era Alèdanno, continuate dai diversamente pidini capaci di andare dal notaio per scrollarsi di dosso Marino e quell’inizio di aria fresca deturpante progetti comuni di amici trasversali uniti dal comune impegno tecnorapto. La sindaca Raggi ha dunque compiuto con immane fatica quella disinfestazione i cui effetti si vedranno negli anni a venire, ed è giusto che sia lei a gustarne i benefici, mentre il triste pollaio degli indicanti il dito invece che la Luna, rancorosamente sta tentando di inabissarla per poter riprendere la catastrofica sequela del diabolico “ahò che te serve?”

domenica 9 agosto 2020

Scelta


Canicola: la moda e l’ovvio consiglierebbero sole e mare, ma tu sai che gli dei vorrebbero qualcos’altro, tipo un pranzo all’ombra in Val Durasca recalcitrante vegani con quella grigliata di maiale simile all’aglio per i vampiri. Ok d’accordo l’aria è immota, venticello poco ed impercettibile; ma il rosso fresco e il free paglia corroborano lo spirito come nessun’altra cosa! Ed il pensiero di finire a breve nelle braccia di Morfeo è la ciliegina finale del capolavoro, mentre attorno s’odono gli sbuffi di chi s’infervora per un cono Cinquestelle al croccantino, lenente gli schiaffeggi della comune stella e quella sensazione scomoda che da il salmastro in zona reproduction.

Fuori i nomi



Dai, diteci i nomi! Fateci conoscere questi nostri rappresentanti che durante la pandemia hanno avuto il coraggio, l’ardire, la sfrontatezza di chiedere i seicento euro, poi divenuti mille, previsti dal decreto Cura Italia. Dai! Sono solo cinque. Vorremmo guardarli in faccia! Per vedere l’effetto che fa!

Motivetto


Quando vidi quell’episodio rimani basito, pensando alla cultura musicale di chi l’aveva scelto per essere canticchiato in Breaking Bad. Ora Robecchi racconta la storia di questo brano:

La “Crapa pelada” del duce e la Peppa che amò Caravaggio
STORIA DELLA FILASTROCCA CHE ARRIVA ALLA SERIE TV

di Alessandro Robecchi

Cosa diavolo può legare il Caravaggio, la cristallina idiozia della censura fascista, la serie americana più cool di sempre, la Milano del ’600 (pre peste), il jazz? Seguire il filo, risalire alle fonti, alle origini, alle leggende, fino al salto sulla sedia quando uno, vedendo Breaking Bad, la serie di Vince Gilligan, una delle più famose e popolari su Netflix, pilastro contemporaneo della fiction mondiale, sente quella musica, la riconosce (e come non riconoscerla?). Maddai, possibile?

La canticchia Gale, per la precisione, chimico specializzato che “cucina” cristalli di metanfetamine, e la canticchia con il sottofondo dell’originale – un disco – mentre si prepara la cena. Il disco sta ancora girando che lo ammazzano malamente (terza stagione, episodio 13).

Ma che musica? Ecco, giusto, prima le fonti.

“Crapa pelada

l’ha fa i turtei/

Ghe ne dà minga

ai so’ fradei/

I so’ fradei fan

la fritada/

Ghe ne dan minga

a crapa pelada”.

Filastrocca scemetta, per bambini, una solfa, una tiritera divertente. Chi lo direbbe che è una cosa che parte dal Caravaggio, arriva a Rabagliati, viene combattuta dal fascismo, trionfa alla Liberazione e sbarca nella super-fiction americana?

Non facciamola lunga: piccola storia di una grande canzone.

Prima la leggenda, la genesi. Il Caravaggio, era ancora “soltanto” Michelangelo Merisi, viveva a Milano, più o meno il 1590. Testa calda, lo sappiamo, ma capace di innamorarsi. “Lei” si chiama Peppa Muccia, prostituta, lui la rapisce (ah, l’amore!), i fratelli di lei (tre, dice la leggenda) non possono perdonare, recuperano la ragazza, danno una sonora mazzolata al pittore e a lei, punizione umiliante, rasano i capelli a zero. Ecco Crapa pelada viene da lì, tradizione orale, storia di dispetti e di ripicche: lei fa i tortelli ma ai fratelli non li dà, li darebbe solo al suo amore, che però chissà dov’è (ve lo dico io: a Roma, dove di lì a qualche anno diventerà “Il Caravaggio”).

Un passaparola di generazioni. Per trovarla in forma di canzone – e che canzone! – bisogna aspettare secoli, il 1936, quando Giovanni (Tata) Giacobetti, cantante, contrabbassista, futuro fondatore del Quartetto Cetra, si ricorda della filastrocca popolare, la riscrive insieme a Gorni Kramer (Francesco Kramer Gorni, inarrivabile maestro di fisarmonica, precursore del jazz in Italia, re del varietà).

La musica viene da uno standard americano, precisamente da It Don’t Mean a Thing, che Duke Ellington scrive nel 1932, tutto è saltellante e sincopato, le parole in dialetto lombardo rimbalzano su quella tessitura che è un piacere, c’è ironia, forse sarcasmo, jazz, swing, accidenti!

Funziona. La canta Alberto Rabagliati. Funziona pure troppo. E poi la stupidità della censura fa il resto.

Basta leggere il Radiocorriere di quegli anni si capisce perché: “Musica negroide”, espressamente vietata dal ’37, ma sottotraccia si suona ancora, la Resistenza è anche un po’ swing. E dopotutto cosa regala Milton a Fulvia in Una questione privata di Fenoglio? Over the rainbow…

C’è di peggio (non ridete) il jazz è anche “musica afro-demo-pluto-giudo-masso-epilettoide”. Insomma, contrabbassi e orchestrine al posto di chitarre e mandolini? Non scherziamo, dove andremo a finire? Non c’è molto da ridere, se pensate che Giorgia Meloni se la prende con Imagine di John Lennon… Il lupo, il vizio, ecc. ecc.

Dunque la canzone non si sente, non passa all’Eiar, la radio, ma la canticchia mezza Italia, divertita, di nascosto, l’infantile Crapa pelada ritmata con curvature vocalese nel ritornello, così americana, esotica, divertente; nei locali da ballo la si canta alla fine, quando un po’ di gente se n’è andata, anche le guardie: carboneria jazz degli anni Trenta.

Il fatto è che nel 1936, in Italia, quando la canzone conquista tutti, Crapa Pelada è uno solo. Lui, il mascellone volitivo, il duce dell’Impero, la macchietta solenne del fascismo, l’assassino di Palazzo Venezia. Ridere del potere, ammiccare, fischiettare, alludere, sono tutte cose che i regimi temono come la peste nera. Canticchiare Crapa pelada ti può costare la galera: un grande successo semiclandestino.

La storia delle censure fasciste alle canzonette è vasta e in certi casi anche esilarante. Quando Italo Balbo si schianta in aereo, per dire, diventerà un problema anche cantare Maramao perché sei morto (Consiglio-Panzeri, 1939, esecuzione del Trio Lescano), con quel verso meraviglioso e italianissimo, “Pan e vin non ti mancava”, e quindi che cazzo andavi a schiantarti nei cieli di Tobruk? Malumori nel regime, canzonette divertenti, fischiettate come segnali, una resistenza piccola, passiva, fatta di minimi gesti, segni di riconoscimento, bastava una strofa e si sapeva come la pensavi.

Poi, il regime finiva come si sa, Crapa pelada, quello vero, pure, e nel 1945 il Quartetto Cetra ne incideva – sembra un festeggiamento – una versione portentosa, prima melodica e poi (mi scuso) swinghissima, vorticosa, che diceva sì, certo, usiamo lo swing per cantare filastrocche assurde, cretinate, frittate e tortelli, ma anche per dire che si può, finalmente. Si liberava tutto, si liberava anche una canzone. Grande successo.

Che Crapa pelada sia poi finita nella raffinatissima colonna sonora di Breaking Bad, e quindi definitivamente consegnata al culto pop dei nostri anni, può essere un caso, ma ne fa in qualche modo uno standard del jazz mondiale, con milioni di visualizzazioni, una cosa che non morirà, andrà avanti ancora, da quando tre fratelli di Milano diedero una manica di botte al Caravaggio.

Come se...



Mettere Andrea Pirlo, di cui ho massimo rispetto per l’incommensurabile classe pallonara e per i trionfi che ci ha regalato quand’era savio (la coppaconleorecchie l’ha vinta solo con noi), ad allenare la prima squadra, è un po’ come se qualcuno che decidesse di farsi una nuova casa, scegliesse per costruirla il figlio di un amico, bravissimo a dipingere squarci di centri storici.

sabato 8 agosto 2020

Quando si dice coerenza

 

Guardate le date con cui questo Scaramacai Imbelle invocava la chiusura totale, mentre ora straparla di italiani sequestrati da Conte, e fatevene una ragione: è un imbecille incommensurabile! 


Potpourri