Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 16 luglio 2020
Il post Depredon
Finalmente Sansa dietrologie!
“Tutte le statistiche dimostrano che l’emergenza lavoro e disoccupazione in Liguria negli ultimi anni è aumentata enormemente, dimostrano che qui il Covid nel mese di maggio ha avuto la più alta percentuale di mortalità in Italia, dimostrano che siamo al collasso nei trasporti. La Regione di Toti ha delle grandi responsabilità in questi disastri”.
Volete rattristarvi?
L’amarezza di Benetton “Fin dal primo istante volevano l’esproprio”
dal nostro inviato Giampaolo Visetti
TREVISO — «Non mi sorprendono gli interessati attacchi politici di persone senza qualità. Mi indigna la sistematica opera di demonizzazione del nome della nostra famiglia, promossa dai vertici dello Stato. Mai mi sarei aspettato certi termini e certi toni pubblici dal premier Conte e da alcuni suoi ministri». Al termine della lunga notte dell’accordo su Autostrade, vissuto «come il tentativo di un esproprio fin dal primo istante», Luciano Benetton si sfoga con i famigliari e i collaboratori più stretti. A 85 anni vede crollare il suo impero costruito assieme alla sorella Giuliana, ai fratelli Gilberto e Carlo, morti due anni fa. A chi gli è vicino in queste ore confida di essere «prostrato da una gravissima sofferenza personale, ma ancora deciso a combattere ». A preoccuparlo, più ancora del dossier Aspi-Atlantia, sono «le conseguenze umane, occupazionali e finanziarie di un accanimento istituzionale che i protagonisti della vita pubblica dovrebbero al contrario moderare». Anche ieri, come ogni giorno, il fondatore di un marchio che conserva 4700 negozi in tutto il mondo, 1200 dei quali gestiti direttamente, è rimasto alla sua scrivania a Villa Minelli. Come Giuliana e il figlio Alessandro, non ha partecipato direttamente al braccio di ferro sulla minacciata revoca della concessione, conseguenza del crollo del ponte Morandi che ha causato la morte di 43 persone.
Nulla però, non una sola parola e una sola azione, sfugge a un imprenditore abituato a seguire ogni dettaglio del suo business in prima persona. «Ci stanno trattando — sbotta nel pomeriggio con chi lo incontra — peggio di una cameriera. Chi caccia una domestica da casa è obbligato a darle quindici giorni di preavviso. A noi, che per mezzo secolo abbiamo contribuito al boom economico dell’Italia, intimano di cedere i nostri beni entro una settimana. Non possiamo accettare di essere trattati come ladri, dopo aver distribuito tanta ricchezza e tanta cultura, non solo economica ». A «devastare tutta la famiglia », divisa tra Ponzano, Treviso e Cortina d’Ampezzo, non sono ora le prospettive di crollo anche del Gruppo tessile, che in otto anni ha accumulato 756 milioni di perdite e visto precipitare il fatturato da 2 miliardi e 1236 milioni. Il «colpo a tradimento », che minaccia di spaccare ancora di più una parentela ormai allargata ad oltre venti persone tra figli e nipoti, è «la demolizione del nome e del marchio Benetton, che la politica via social getta irresponsabilmente in pasto alla propaganda e al populismo». «Da un Di Battista qualsiasi — si sfoga Luciano — nessuno si aspetta prudenza e dignità: da un presidente del Consiglio e da una forza di governo come i Cinque Stelle, che guidano la seconda potenza esportatrice dell’Europa, le si pretende». Nessuno, in casa Benetton, nega oggi «i molti errori compiuti, a partire dalla fiducia totale riconosciuta ai manager scelti da Gilberto per permettere alla famiglia di fare solo l’azionista».
La «grande prostrazione» deriva però dai «troppi opportunismi» delle ultime ore, dopo che «nessuno aveva più nulla in contrario a scen dere in minoranza in Atlantia e in Aspi». Perché allora, domandano figli di Luciano, Giuliana e Gilberto, «un simile immotivato accanimento contro di noi, che brucia valore senza preoccuparsi delle sue conseguenze? ». Con Gianni Mion, amico della prima ora, richiamato alla presidenza di Edizione dopo la morte di Gilberto «distrutto dalla tragedia del ponte Morandi», Luciano in serata si lascia andare anche ai ricordi. «Trent’anni fa — confida — all’aeroporto di Los Angeles un poliziotto mi riconobbe dal passaporto e mi chiese a bruciapelo quanti negozi avessi aperto quel giorno. A Montreal una signorina del check-in non voleva credere di trovarsi davanti Gilberto.
Nel 2000 la direttrice del New Yorker ci invitò a pranzo nella sua casa di Manhattan per sapere cosa pensasse del mondo la famiglia Benetton, icona dello stile e del successo italiano. All’estero ci rispettano e non capiscono perché un grande gruppo privato, sconvolto da una tragedia che tocca alla magistratura chiarire, viene fatto a pezzi da uno Stato che ha sempre sostenuto, mentre il Paese affonda in una crisi senza precedenti».
Dalla galassia Benetton dipendono oggi 7 mila persone. L’urgenza lasciata da Gilberto è «trovare un partner prima che sia troppo tardi». L’incubo adesso è fare la fine di Stefanel, o dei Marzotto, altre grandi famiglie Venete e altri marchi globali incapaci di sopravvivere a successioni, interessi bancari, crolli azionari e concorrenza delle multinazionali. Per questo Luciano si guarda bene dal chiedere «assoluzioni sommarie» per il ponte Morandi, che definisce «la più grande tragedia della mia vita». Non riesce invece ad accettare «di essere insultato come uomo e come imprenditore» che al tramonto della propria esistenza «è costretto ad assistere al disfacimento di ciò che ha costruito», partendo dal bagagliaio di un’utilitaria pieno di maglioni colorati venduti per strada. «Ad affrontare certi problemi — ammette infine — non ero preparato».
Eccolo!
Monumento ai caduti
di Marco Travaglio
Quando, 23 mesi fa, crollò il Ponte Morandi seppellendo 43 morti, Autostrade era figlia di NN. Per i giornaloni, i colpevoli del crollo non erano i concessionari Benetton che lucravano da 19 anni su un bene pubblico con l’impegno di manutenerlo e invece l’avevano mandato a ramengo. Ma i 5Stelle e gli ambientalisti anti-Gronda: il faraonico passante autostradale da 5 miliardi di euro che, anche se fosse stato realizzato in tempo utile (10 anni di cantieri), si sarebbe aggiunto al viadotto pericolante senza sostituirlo e comunque era stato bloccato dall’inettitudine di chi aveva governato Genova, la Liguria e l’Italia (centrodestra e centrosinistra). Ai funerali, il premier Conte e i suoi vice Di Maio e Salvini, acclamati dalla folla, promisero che mai più i Benetton avrebbero gestito Autostrade. E lì i giornaloni tutti, seduti su montagne di milioni regalati dai Benetton in forma di pubblicità (maglioni, bimbi e pecore multicolor), sponsorizzazioni (le feste Rep Idee e le guide turistiche di Repubblica) e gettoni di presenza (nel board Atlantia sedevano Cassese, giurista del Corriere&C, e la Mondardini, amministratore di Repubblica), iniziarono a nominare i Benetton. Ma per difenderli. Cantavano tutti la stessa canzone alla Squallor, scritta direttamente a Ponzano Veneto: nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva, fino alla Cassazione non si può dire se la colpa è dei manager Benetton o del destino cinico e baro, chissà mai chi è stato.
Nel giro di una settimana Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero e Giornale riuscirono a scrivere che chiunque incolpasse Atlantia per le colpe di Atlantia era affetto dalle seguenti patologie: populismo, giustizialismo, moralismo, giustizia sommaria, punizione cieca, voglia di ghigliottina, ansia da Piazzale Loreto, sciacallaggio, speculazione, ansia vendicativa, barbarie umana e giuridica, cultura anti-impresa che dice no a tutto, pericolosa deriva autoritaria, ossessione del capro espiatorio, esplosione emotiva, punizione cieca, pressappochismo, improvvisazione, avventurismo, collettivismo, socialismo reale, aggiotaggio, decrescita, oscurantismo. Francesco Merlo intervistò su Repubblica il capofamiglia Luciano, quello coi capelli turchini, definendolo “imprenditore di sinistra” (nelle foto di famiglia sta sempre da quella parte). Prima domanda, e ho detto tutto: “È vero che il crollo del Ponte Morandi con i suoi 43 morti ha ferito lei e ha ucciso suo fratello?”. Mancò poco che chiedesse ai parenti dei 43 morti di pagargli i danni. Intanto Salvini, a cui forse qualche vecchio leghista aveva rinfrescato la memoria, diventò il miglior alleato dei Benetton.
E rovesciò il Conte 1. Così, per l’alternanza all’italiana, toccò al Pd difendere gli United Colors. Ai Trasporti andò Paola De Micheli che, coi suoi modi ruspanti da cassiera di drogheria e la cultura consociativa da ex-Pci Vecchia Romagna, riprese a inciuciare. I giornaloni intanto pubblicavano sempre lo stesso pezzo dettato da Ponzano Veneto: finirà a tarallucci e vino, Conte rinvierà alle calende greche e il M5S ingoierà anche quel rospo. Ancora il 5 luglio quel genio di Claudio Tito sparava su Repubblica: “Il governo spera nella Consulta per lasciare la concessione ad Aspi”. Come sempre, era vero il contrario: Conte sperava nella Consulta per levare la concessione ad Aspi o levare i Benetton da Aspi. L’ha annunciato lunedì al Fatto e martedì notte in Cdm l’ha fatto. Ora si contano i caduti. De Benedetti, due giorni fa, con tempismo pari alla perspicacia, definiva Conte “una nullità” proprio per Autostrade. E tutti i giornaloni, ancora ieri, non riuscivano a immaginare un governo che caccia a pedate un potere forte anziché chinarsi a 90 gradi. Repubblica: “Conte lavora a un patto coi Benetton”. Sì, ciao, buonanotte. Il Foglio: “Su Aspi l’unica strada è il rinvio”. Certo, come no. Giornale: “Governo bloccato. Cdm rinviato. La linea dura vacilla. Revoca suicida, pagheremo 17 miliardi”. Le pazze risate.
Corriere, Repubblica, Stampa e Verità sparavano la lettera “riservata personale” della De Micheli a Conte del 13 marzo, fatta uscire per salvare in extremis i Benetton e tornata alla mittente come un boomerang: doveva screditare Conte per aver ignorato per 4 mesi una ghiotta transazione, invece ha screditato la ministra per non aver capito (o aver capito fin troppo bene) la boiata che era. Una patacca che, per la Verità, “sbugiarda Conte”. E, per Paolo Baroni de La Stampa, dimostra i “quattro mesi persi” dal premier, che “in tutto questo tempo ha dormito” perché “il 13 marzo era la giornata mondiale del sonno”: questo frescone dimentica che il 13 marzo il premier aveva appena chiuso l’Italia e si occupava full time di Covid (250 morti e 2.547 contagiati solo quel giorno), ma trovò il tempo con Gualtieri di respingere l’ennesimo accordo-trappola caldeggiato da madama. Ma il Premio Nostradamus va a Stefano Folli, l’oracolo di Repubblica, che martedì sera è andato a nanna giulivo dopo aver consegnato il quotidiano De Profundis per il governo: “Una stagione al tramonto”, “Autostrade può essere l’incidente su cui il governo inciampa”, “una stagione politica si sta concludendo”, “l’esaurimento del Conte2 è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere”, “la decadenza di una formula politica”, “l’agonia”. Poi ieri, forse, si è svegliato. Una prece.


