domenica 21 giugno 2020

Profanatore di weekend


Ricomincia l’odissea estiva di molti che vengono in queste terre per un po’ di sole e di mare. La domanda regina, per chi come me vorrebbe tanto conoscerlo, è se il signore deputato all’organizzazione dei cantieri sulla Cisa, dovrebbe essere normodotato ma ho dei dubbi in merito, abbia organizzato quello che sta creando 23 km di coda per necessità impellente o perché non essendo stabile mentalmente non riesce a capire la differenza tra una domenica ed un martedì. E visto che i cantieri autostradali sono all’aria aperta, porcaccia miseria, questo cazzo di cantiere non si sarebbe potuto fare durante il lockdown quando sulla Cisa ci passavano si e no tre macchine al giorno guidate da mufloni? Sono domande che rivolgo al sommo architetto stradale. Nell’attesa di conoscere la verità, lucido i miei scarponi da montagna, sperando chissà un giorno di poterli usare sulle terga di questo profanatore di weekend.

La Bbaaand!



Quarant’anni fa la Muse del cinema e della musica, abbastanza annoiate, decisero, tra l’incredulità generale, di unirsi in un progetto comune che avrebbe dovuto allupare come non mai le future generazioni. Il grande John Landis ebbe l’onore e l’illuminazione di accoppiare il mitico John Belushi con Dan Aykroyd (tra l’altro pure sceneggiatore) per creare la fantasmagorica coppia dei fratelli Jake ed Elwood Blues, contornata da una schiera di eterni ed intramontabili musicisti mai prima di allora riunita in un progetto artistico. Quello che ne uscì fu un capolavoro capace di frizzare milioni di cuori, elettrizzandone valvole e neuroni, col chiaro intento di tramandare il concetto cardine ad imperitura memoria, che cioè il blues e il rock continueranno a sparare confetti per nobili coclee sino a quando il tutto non si riordinerà nella bellezza della Band! La Bbaaandd!

Via!



Palapal amara



Come quei ragazzini presi dai nonni a trangugiar ciliegie che subito dopo la tirata d'orecchie, agitandosi, accusano gli amici di prima di averne mangiate molto di più, così questo PalapalaAmara, appena resosi conto di essere stato sbattuto fuori dall'Associazione Nazionale Magistrati, ha iniziato a far nomi e cognomi di coloro che, a suo parere, avrebbero agito e cogitato come lui stesso, ovvero in modalità ben lontana dal ruolo e importanza che la magistratura stessa richiederebbe. 
Una sit comedy tra le più intricate questa, tra sigle, personaggetti (cit.), propositi, imboscate, spifferate, burattinai e, ahimè, politici. 
La funzione della magistratura in tutta la sua globalità esigerebbe un altro comportamento, puro e senza nessuna macchia. Tutto quello che è avvenuto invece, la riduce ad un mercato rionale con conseguente perdita di credibilità. 
Il famigerato sottobosco, alla Cosimo Ferri per intenderci, andrebbe vissuto ed usato solo per cercare funghi. In altri luoghi, soprattutto dove si decide sulla reclusione di persone e conseguentemente della verità su fatti delittuosi, occorre che la macchina giri oliata e pulita, lontana da quelle inettitudini tipiche dei sontuosi luoghi del parlare forbito popolato da uomini e donne scelte dal popolo affinché alimentino la democrazia in loro nome, il parlamento appunto. 
Se la magistratura riuscirà a scrollarsi di dosso le variopinte e pullulanti sanguisughe, alimentanti il potere personale grazie alle voci sparse ad hoc in cui si racconta di manovre per nomine di giudici ed affini, potrà farlo solo e soltanto affidandosi ai tanti valorosi appartenenti alla categoria che da sempre, spendendo la propria vita, sono vanto e difesa dei principi costituenti lo stesso stato. 
Nomi non ne faccio, ma arrivarci è facile, molto facile. 

Reazione



Un ottimo Serra


Alex tira fuori il meglio di noi


di Michele Serra


Intorno ad Alex Zanardi, aggrappato alla vita, c’è tutta Italia che lo sostiene. È un sostegno strameritato, non bastasse il coraggio da eroe omerico, Zanardi ha messo in campo, nella sua seconda vita, una leggerezza strepitosa perché fosse ben chiaro che non voleva far pesare a nessuno le sue tribolazioni. Menomato e vittorioso, menomato e spiritoso, unico nella sua straordinaria parabola eppure fratello di tutti.
Di più che cosa si può dare agli altri? È così perfetto, Zanardi, come oggetto di amicizia e di ammirazione, che viene il sospetto che volergli bene sia troppo facile, troppo inevitabile. Il popolo che lo abbraccia, e maledice la sua sfortuna, è anche lo stesso popolo che arpiona, nella tonnara dei social, qualunque debolezza; che ha inventato e adopera con gusto, in segno di scherno per ogni moto di solidarietà, la parola "buonismo"; che nelle varie piazze televisive usa l’insofferenza e il malumore (le due qualità meno zanardiane al mondo) come modalità quasi fissa; un popolo la cui proiezione politica è tra le più lacerate e aggressive d’Europa, come se stare in società significasse soprattutto disprezzarsi, e desiderare l’annientamento altrui.
Poi questo popolo — vedi i giorni della pandemia — manifesta improvvisi, travolgenti sentimenti di unità e di solidarietà. Si sente buono senza sospettare buonismi, ha il ciglio umido senza temere retorica, canta volentieri lo stesso Inno che il giorno prima gli pareva una marcetta strombettante, ostenta italianità dopo averla deprecata per una vita, si raduna al capezzale di una persona bella e sfortunata senza farsi domande sugli altri partecipanti, che sono milioni e tutti molto diversi, ma resi tutti uguali dalla trepidazione per l’amico Alex. È come se una routine depressa, e abbastanza cinica, trovasse momenti di vigoroso e necessario rimedio, nei quali i buoni sentimenti, e addirittura l’incredibile sentimento della concordia, possono finalmente sboccare con naturalezza. La morte in agguato (quella da virus e quella che prova a ghermire per la seconda volta un uomo pubblico molto amato) fa da catalizzatore, il pericolo rinserra i ranghi, si torna a sentirsi popolo non nel senso, meschino e limitato, della propria fazione politica, ma in quello, più pieno e nobile, di un destino comune.
Certo se i due vasi non comunicanti della psicologia pubblica italiana, quello della quotidianità sciatta, quello dell’emergenza eroica, fossero un po’ meno separati, non sarebbe male. Se solo un decimo dell’emozione pro-Zanardi restasse poi in circolo anche per necessità più convenzionali, diciamo per la gestione ordinaria dei rapporti tra italiani, e dunque fossero anche i piccoli sentimenti, le piccole occasioni di rispetto e di cura a poter contare su di noi. Se per sentirsi italiani, con la minuscola, non ci fosse bisogno di avere le Frecce Tricolori che passano sopra il tetto, o il tenore che canta il Nessun dorma (non se ne può più, tra l’altro, lo stesso Puccini supplica di sospendere almeno qualche replica), o il campione esemplare, l’amico di tutti, che giace esanime e intubato. E se dunque bastasse la ragionevole, non emotiva, non retorica cognizione che siamo italiani semplicemente perché abitiamo qui, non perché una minaccia o un dramma ci costringe a esserlo; beh, sarebbe bello. Vorrebbe dire cominciare a trovare l’unica cosa che davvero ci manca, come popolo, che è la misura. Le nostre vele o si gonfiano per tempeste emotive, oppure si afflosciano miseramente. Ma i venti di media portata sono i migliori per navigare, e per arrivare primi, come Zanardi insegna, l’allenamento quotidiano è la sola via.

sabato 20 giugno 2020

Addio ad un Campione



Ero ragazzino e pur essendo già rossonero, invidiavo ai cugini quel sinistro magico, soprattutto sulle punizioni, fu lui l’inventore della “foglia morta”. Essendo mancino e sentendomi diverso, a quel tempo obbligavano a scrivere con la destra, non nel mio caso in quanto avrei composto geroglifici strani, stravedevo quindi per i sinistri, in primis per Rombo di Tuono che fu l’unico in grado di incunearmi il tradimento per abbracciare il suo Cagliari, ma la cosa non andò in porto, il cuore si sa non può modificarsi. E poi appunto Mariolino, quello con i calzini perennemente abbassati. Un faro nella notte brumosa di quei tempi. Riposa in pace Campione!