lunedì 6 aprile 2020

L'Isola Mento - giorno 23



Per aver una netta sensazione del baratro ove siamo piombati basterà pensare ad un mese fa, quando alla notizia della morte di 4 persone in auto, o di uno scoppio di una casa con feriti e qualche vittima, inorridivamo solo al pensiero; ieri alla notizia che il numero dei decessi per Covid è diminuito rispetto al giorno precedente, fermandosi a 525 abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo. Cinquecentoventicinque persone hanno perso la vita e per noi questo dato è confortante. Come nel periodo bellico si sta perdendo l'orizzonte umano, viene velato il vulcano di emotività, di sofferenza che una quantità così spaventosa provocherebbe in tempi di pace. 

Per non perdere la bussola altre notizie inducono a far meditazione: ad esempio il Pio Albergo Trivulzio, la morte sospetta di molti anziani ospiti, l'indagine della magistratura, e il pensiero, la probabilità che vi siano stati dei tentativi di occultarne la gravità. Nessuno al momento è indagato, né il direttore generale Calicchio, né l'assessore ai servizi sociali lombardi Bolognini, vicinissimo al Cazzaro. Staremo a vedere. 

Quello che invece è certo è la corsa a fare il vaccino per primo tra le mega multinazionali farmaceutiche mondiali con bilanci da nazione media. 
Sarà una corsa all'oro? Credo proprio di si. Personalmente ho già espresso più volte il concetto che vorrei fosse adottato: la salute e le medicine dovrebbero essere gratis per tutti, la ricerca gestita da organizzazioni mondiali e il ricavato destinato alla ricerca. 
Lo so, è pura chimera ma il voltastomaco che deriva da queste dannate ed affannose corse inumane mi irritano oltremodo. 

Al proposito un brano dal Fatto Quotidiano di oggi a firma Nicola Borzi: 

Tuttavia, sono relativamente pochi i produttori di vaccini in grado di soddisfare gli standard di qualità stabiliti dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). I mercati dei singoli vaccini sono così ormai ridotti a monopoli o oligopoli. Inoltre per le imprese farmaceutiche investire denaro tempo e ricerca nella produzione di vaccini in grado di sradicare totalmente una malattia, come avvenuto nei decenni scorsi con il vaiolo, non è conveniente quanto produrre farmaci per curare malattie croniche. Nel 2018, la banca d’affari Goldman Sachs ha stimato che il trattamento prodotto da Gilead Science per l’epatite C, che ha prodotto tassi di guarigione superiori al 90%, nel 2015 aveva fatturato solo negli Usa 12,5 miliardi di dollari che però tre anni dopo si erano ridotti ad “appena” 4 miliardi perché si era “gradualmente esaurito il pool disponibile di pazienti curabili”. Anche uno studio di McKinsey spiega che la ricerca e sviluppo di nuovi vaccini vanno incontro a controlli più stretti sui prodotti più complessi, con tempi più lunghi per l’approvazione dei prodotti. Ovvero costi più elevati: “Data la natura preventiva di questi farmaci, i vaccini affrontano un livello elevato di qualità e sicurezza, che pertanto aggiunge complessità e costi aggiuntivi durante tutto il processo di sviluppo”. Così investire nella produzione di farmaci rende spesso il doppio o il triplo rispetto a finanziare dei vaccini, anche nei casi di maggior successo come quello del vaccino pneumococcico coniugato che ha avuto un picco di fatturato di 6 miliardi di dollari.

Per finire, le parole della Regina e l'umorismo per la sua eternità! 

(24. continua ... Tourmalet permettendo...) 

domenica 5 aprile 2020

L'Isola Mento - giorno 23



Arrivato di bolina, ripulita la poppa, posato il mezzomarinaio, riavvolta la randa, mi accingo, dopo la solita pantagruelica navigata sul web in caccia di notizie su varie testate, ad ordinare idee, spunti e pensieri. 

Il primo nome che mi sgorga è quello di Luca Morisi, con il suo, chiamiamolo così, coraggio mediatico. Per chi non lo conoscesse il tapino informatico è il guru, il factotum al servizio del Cazzaro Verde, colui che in pratica dirige e svolge quella particolare attività, molto remunerativa in acchiappa allocchi, ricordante l'estrazione dei denti d'oro ai defunti da parte di spregiudicati balordi al tempo del far west, e non solo. 
Come faccia a convivere con un tale abnorme pelo sullo stomaco il Morisi è mistero che futuri scienziati studieranno; riuscire cioè anche in questo drammatico momento, pregno di dolore, di sofferenza, a confezionare spregiudicate, invereconde, vomitevoli falsità al servizio del Felpato è un irrisolvibile enigma pari a quelli dei faraoni egizi. Riuscire a lucrare mediaticamente di questi tempi, rimarrà nella hall of fame dei grandi misfatti contro la ragione ed il libero pensiero. Ultima delle merdate by Morisi è la richiesta di lasciare aperte le chiese per Pasqua, condita dalla sarcastica frase "la scienza non basta" che se fosse proferita da un abate monastico ci potrebbe pure stare; detta dal Quattrostagioni Ridanciano invece invoglia a rispondere, alla pari: "si, è vero la scienza non basta per comprendere la tua abissale idiozia!" 

Ma siccome siamo in apertura di settimana santa, allego qui sotto una breve considerazione di Maurizio Patricello su Avvenire di oggi: 

"Non credo che l’attenta osservanza delle regole di salute pubblica da parte della Chiesa possa essere fraintesa. Al contrario, credo che, ancora una volta, noi cristiani siamo chiamati a rendere testimonianza in prima persona di un amore più grande. È tuttavia consolante, in queste settimane, sapere della sofferenza di tanti credenti nell’essere privati della Messa. Dio, che sa trarre il bene perfino dal male, trasformerà questo digiuno eucaristico, in nutrimento spirituale per il futuro. Passata la tempesta, impareremo forse a comprendere di più e meglio, la ricchezza che la Chiesa ci dona a piene mani e che non sempre abbiamo saputo apprezzare. Il cuore dell’anno liturgico, celebrato come mai era accaduto prima ci fa soffrire tutti, credenti e celebranti. Cerchiamo, però, di allungare lo sguardo in avanti."

E sempre sul tema della solitudine dei fedeli ecco di seguito un parere di Alberto Melloni:

Sì, e i riti deprivati del popolo visti in tv da un popolo deprivato dei riti commuoveranno il pubblico generico. Ma attendono di essere compresi, senza moralismi, come una "spina nella carne" (2 Cor 12,7) della Chiesa. La Chiesa, che tenne la salma di Welby sul sagrato, oggi non può accogliere i figli che vorrebbe benedire. La Chiesa, che negò la comunione ai divorziati penitenti, oggi non la può dare a nessuno. La Chiesa, che snobbò il bisogno di eucarestia dei popoli senza preti, deve sperare che nelle case qualcuno si assuma il compito (un ministero, nel linguaggio ecclesiale) di ricordare con gioia penitente la Pasqua di Gesù. 


Di Corona oramai si parla troppo ovunque, inteso come virus. Quell'altro invece ai domiciliari che ha ricevuto di questi tempi il personal trainer, non indigna neppure più, al massimo induce alla pietà. Dovesse ritornare in galera, spero che più nessuno ne richieda nuovamente la scarcerazione. Per una questione di decenza. 

Oggi è un mese esatto dalla tua dipartita caro papà. Mi viene da pensare "è già passato un mese!" ma anche "è solo un mese che non lo vedo!" 
Tristezza, riavvolgimento del nastro degli ultimi giorni, una moviola incessante che mi fa rivivere fotogramma per fotogramma sguardi, smorfie, frasi mozzate, sospiri. E tutto si trasforma in compartecipazione verso chi, tantissimi, in questi giorni non ha potuto star vicino al proprio babbo, mamma, nonno, figlio, figlia, soffrendo a distanza, guardando lancette semoventi col pensiero lancinante dell'impossibilità a partecipare con l'insostituibile affetto a cotanta tragedia.

Per concludere un bellissimo articolo di Giorgio Meletti dal Fatto Quotidiano, contenente tutto quanto avrei voluto esternare da tempo in materia, ma la mia incompetenza me lo ha sempre impedito. Complimenti Meletti! 

Non voler capire in che guai siamo
Confindustria & C. - Quelli che la crisi Coronavirus si risolve con il “primato della politica”


Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia ha trasmesso a un Paese impaurito un messaggio che moltiplica lo sconforto. “È il momento del primato della politica”, dice, rilanciando un vecchio motto della Dc. Lo propugnava Paolo Cirino Pomicino a fine anni 80. Antonio Patuelli, che oggi se la tira da banchiere ma allora era anche ufficialmente un politicante di seconda fila, lo accusava di volere “una restaurazione del primato della politica sull’efficienza e la produttività”. Il primato della politica per lorsignori è trafficare, e Boccia muore dalla voglia come molti dei suoi colleghi imprenditori per finta, spesso solo prenditori di denaro pubblico.
La nenia la sappiamo a memoria. Serve un fiume di denaro pubblico per dare liquidità a un’economia collassata, e tutti d’accordo, poi c’è il salto logico: la seconda mossa necessarissima sono le “semplificazioni che permettano l’attivazione immediata delle opere pubbliche e dei cantieri”. Sembra una vera ossessione. Non solo Boccia, anche il suo probabile successore Carlo Bonomi vuole fermare il Coronavirus con semplificazioni e grandi opere, e anche l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e, più scatenato di tutti, il viceministro delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, che vuole accelerare i cantieri Tav mentre il suo partito, il M5S, chiede di fermare i cantieri della Torino-Lione per destinare il denaro a più sensati impieghi.
È come se – a forza di raccontare che i grandi cantieri erano l’unico modo di tirar fuori l’Italia dal suo declino ventennale – nei loro cervelli fosse rimasto solo quel pensiero, e non si rendessero conto della drammaticità del momento. Per dire, due vecchi democristiani come Pier Ferdinando Casini e lo stesso Cirino Pomicino parlano di patrimoniale. In tutto il mondo ci si preoccupa di salvare le piccole e medie imprese, non le grandi. L’economista Michele Boldrin, liberista a 24 mila carati, dice che i titolari di redditi sicuri (statali e pensionati) dovrebbero cedere il 20 per cento del loro netto mensile a chi è rimasto per strada.
Di questo si parla. E qui siamo a gloriarci dell’ipotetica accelerazione (nb: partenza dei cantieri se va bene in 3-4 anni anziché 6 o 7) della tratta ferroviaria Fortezza-Ponte Gardena, 28 chilometri al costo di oltre un miliardo di euro che in un futuro indefinito e remoto (mentre controlliamo l’andamento della pandemia sulla scala dei giorni) collegherà il nuovo tunnel del Brennero alla nuova ferrovia Ponte Gardena-Verona che completerà il corridoio di collegamento ferroviario tra una città portuale, Helsinki, e un’isola, Malta, distanti 4 mila chilometri.
Abituati a succhiare il denaro dei contribuenti per poi dare la colpa del debito pubblico a malati e pensionati, si sono convinti che i soldi pubblici non finiscano mai. Questa classe dirigente è più lenta degli spiantati a capire che cosa ci sta arrivando addosso, e che bisognerà fare scelte e rinunce dolorose, decidere se dare da mangiare ai camerieri dei ristoranti rimasti a piedi o scavare tunnel ferroviari. E se chiediamo soldi all’Europa per il Coronavirus chi glielo dice poi agli “antipatici” olandesi che li spendiamo per le nostre cattedrali nel deserto?
Molti pensano che nel Dopoguerra, troppo spesso evocato a sproposito, l’Italia abbia conosciuto un’età dell’oro grazie al piano Marshall, e che ci aspetta una riedizione di quell’epoca felice e fiera di riscatto. Sarà bene che questi allegroni aprano almeno un libro, e scoprano che in milioni fecero la fame; che con il piano Marshall gli Stati Uniti ci hanno regalato meno del 2 per cento del Pil, e che i nostri padri se lo fecero bastare; e che oggi sarebbero 30-40 miliardi di euro che nessuno ci regalerà perché anche i ricchi stanno contando i morti. Il “primato della politica” sarà il benvenuto quando darà ai governi la dignità di ignorare le stupidaggini (interessate) di Confindustria.   

(23. continua ... Tourmalet permettendo...)




Tempi travagliati


Pochette Party
di Marco Travaglio | 5 APRILE 2020
Fa sempre piacere guadagnarsi una citazione da Luigi Bisignani, purché – si capisce – sia negativa. Stiamo parlando di uno dei più preclari figuri della storia repubblicana. Un enfant prodige che a 23 anni era già con Andreotti, a 28 era già nella P2, a 36 era già con Montezemolo a organizzare Italia 90, a 39 era già nel gruppo Ferruzzi a riciclare allo Ior i fondi neri delle mazzette di Gardini, a 41 era già in galera per Tangentopoli, a 45 era già pregiudicato con una condanna a 2 anni e 6 mesi, a 49 era già radiato dall’Ordine dei giornalisti, a 55 era già a Palazzo Chigi con B.&Gianni Letta, a 58 era già riarrestato per la loggia P4 (si era perso solo la P3 per un attimo di distrazione), a 59 era già bi-pregiudicato patteggiando 1 anno e 7 mesi, a 61 era già triarrestato per una frode fiscale sull’appalto dell’informatizzazione della Presidenza del Consiglio e tripregiudicato per il patteggiamento di altri 2 mesi, dunque era pronto per diventare opinionista fisso di Virus di Nicola Porro su Rai2 ed editorialista dei giornali di Angelucci, Il Tempo e Libero. E qui, su Libero, ha piazzato uno scoop dei suoi: “Il partito di Conte è pronto. Il piano segreto del premier”. Che, malgrado le apparenze, non si sta mica occupando del coronavirus. No, si sta facendo il partito: “dovrebbe chiamarsi ‘Insieme con Conte’”.
E indovinate insieme a chi altri? Ad Andrea Scanzi e a me. Non da soli, ci mancherebbe: sono della partita un certo Gianluca Rospi, che ha “un ufficio in via della Pigna”, e un “fidatissimo collaboratore, Gerardo Capozza”. Due trascinatori di folle mica da ridere, senza contare che il premier ha “stretto alleanze sempre più operative con i gruppi vicini alla figura di San Francesco d’Assisi” (santa Chiara e il lupo di Gubbio), “i ciellini di Giorgio Vittadini, il volontariato, la Comunità di Sant’Egidio e gli intransigenti di Civiltà Cattolica”. Ma non solo: ci sono pure “i manager pubblici che gli scodinzolano attorno in attesa di nomine” (quelli, si presume, che fino a due governi fa scodinzolavano attorno a Bisignani allo stesso scopo) e, tenetevi forte, “pezzi dell’intelligence che fanno capo al generale Vecchione capo del Dis”. L’altroieri, per dire, ci siamo riuniti clandestinamente nell’ufficio di Rospi (lontano cugino di Giovanni Rana): c’erano Conte, Capozza, Vecchione, un gesuita intransigente di Civiltà Cattolica, un francescano, un ciellino, Sant’Egidio in persona, 2 coccodrilli, un orangotango, 2 piccoli serpenti, un’aquila reale, un gatto, un topo e un elefante, ciascuno scortato da un manager pubblico che scodinzolava come un cane per dare agli altri la scusa di uscire di casa.
Lì Conte, dopo aver confabulato con Vecchione del rapporto Barr sull’affaire Mifsud di imminente pubblicazione in America (dove non si parla d’altro), ci ha spiegato come – per dirla con l’informatissimo Bisignani – “zitto zitto si costruisce il partito”: “ha iniziato a prendersi tutta la scena, sfruttando ogni e qualsiasi media (sic, ndr), grazie anche l’inconsistenza di maggioranza e opposizione, con la sola eccezione di Matteo Renzi”. In effetti, è molto preoccupato per la solida consistenza dell’Innominato, che l’altra sera, per dire, ha mostrato tutta la sua impressionante potenza di fuoco con una diretta Instagram seguita da ben 610 spettatori, poi ridottisi dopo 5 minuti al ragguardevole zoccolo duro di 480 anime. La “strategia mediatica” del premier è “ben precisa”, a botte di “orazioni televisive notturne per drammatizzare ancor di più la narrazione e, al tempo stesso, evitare commenti scomodi a caldo”. Furbo, lui: non fa una mazza tutto il giorno, poi la notte appare in tv e zac!, il gioco è fatto. Ora ha 2,4 milioni di follower su Facebook che, se tenesse orazioni diurne, se li scorderebbe. Voi direte: ma che c’entra Scanzi? C’entra, c’entra. Anche lui, quatto quatto, su Facebook “si fa pubblicità in piena notte”, così non trova nessuno sveglio e ad aprile ha “raggiunto 821 mila seguaci” diventando “il quarto giornalista italiano più seguito dopo Saviano, Travaglio e Mentana” (che però di notte dormono, ma fa lo stesso). Come faccia, a parte le orazioni notturne, non è dato sapere, perché “per i giornalisti non vale lo stesso sistema di trasparenza al quale devono sottostare i politici”. E Bisignani sulla trasparenza – come dice la sua biografia – transige ancor meno della Civiltà Cattolica. Almeno quando si leva il cappuccio.
Ma non ci sono soltanto i social. Gli house organ del partito di Conte sono già schierati: “La tv di Stato, Corriere della Sera, Repubblica, La7 e il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio”. Senza spoilerare i tanti segreti di cui sono depositario, posso assicurare che siamo a buon punto. Il nome “Insieme con Conte” è suggestivo, ma un po’ cacofonico, tant’è che Rospi e Capozza propongono il più stringato e immediato “Con-te”; mentre il fronte francescan-gesuitico-ciellino preferirebbe la giaculatoria “Gesù, Giuseppi e Maria”; e il generale Vecchione, Barr e Mifsud – i soliti esterofili – insistono per “Pochette Party”. Per il logo indiremo un concorso pubblico come ha fatto per Iv l’Innominabile, che purtroppo ci ha fregato il simbolo più accattivante su piazza: l’assorbente con le ali sui colori del Vagisil, disponibile anche nella versione da uomo. Ma i nostri grafici stanno lavorando sulla pochette a quattro punte. Poi decideremo la nostra Leopolda o Pontida: si pensava al santuario di Padre Pio, che è in zona Volturara Appula (San Francesco e Sant’Egidio permettendo). Infine distribuiremo gli incarichi. E sia io sia Scanzi abbiamo ottime chance perché con Conte si fa sempre notte: e io vado a letto tardi, Andrea resta sveglio per farsi pubblicità su Fb, gli altri non so. Magari chiedo a Bisignani, finché è a piede libero.

sabato 4 aprile 2020

Fakelonia news


Fakelonia e il suo incontrastato sovrano spargono in aere fregnacce a beneficio di famelici gonzi, per intorbidire la già ammalorata quotidianità, appagando la voglia innata di rappresentare al meglio lo sciacallo che è in lui.

L'Isola Mento - giorno 22




La fatica si fa sentire, l'ascesa rallenta, l'alzata mattutina inizia a presentare il conto. Le notizie che arrivano dalla Protezione, le previsioni di ancora molti giorni simili tra loro, infastidiscono la mente, assopendola. M'accorgo attorno che lo sbuffare è generale visto che sono scomparse le iniziative cantanti dai balconi. Non essendo monaci claustrali infatti l'abitudine porta alla scocciatura standardizzata, la lettura si fa affannosa, la musica per certi versi infastidisce un po'. Complice di questo è il meteo, da anni non c'era un fine marzo - aprile così perfetto e questo, a mio parere, suona come una piccola presa per i fondelli del fato. 

Pennivendoli di tutte le salse cercando la visibilità in ogni modo, alla Bomba per intenderci: attacchi a Conte, alla maggioranza, "con il senno di poi" che regna sovrano, tanti nonni diventati carretti perché forniti di ruote dai soloni del dopo che, commentando il prima, cercano di dimostrare scaltrezza, saggezza, ma oramai nulla possono in menti pur stordite dall'ex dolce far niente. 

La tristezza mi pervade ogniqualvolta m'immergo in Instagram, con quella selva di fagocitanti visibilità che, soffrendo le pene dell'inferno, tenta di postare foto anelanti un like; molte vippette svuotano armadi per presentarsi scintillanti con kit di sorrisi ammalianti. Altri si sono trasformati in ginnasti olimpici, parecchi dicono la loro filosofeggiando in aree che nel pre-Covid sfanculavano attraverso loro idiozie latenti, essendo devoti al dio del grano, del gettone per una comparsata in programmi demenziali da chiudere quale segno di civiltà, e mi sovviene il nome della reginetta del vuoto a perdere recentemente orante con un baccalà idiota, senza alcuna dignità.

Mi sforzerò di perseverare nella lettura, lo svago lo trovo nel nuovo canale Disney trascinante spirito e cuore nei tempi belli adolescenziali; su Netflix è ripartita la Casa di Carta. Per far rifornimento in cervice abbandonerò momentaneamente il rock, sparandomi del sano Ludwig. 

Per il resto domani è una domenica delle Palme anomala, stranissima. Non mi resta che far benedire mediaticamente la parte interna delle mani...

(22. continua ... Tourmalet permettendo...) 

Dio benedica Selvaggia!



Tamponi e dottori: ecco perché Gallera dovrebbe scusarsi

di Selvaggia Lucarelli | 4 APRILE 2020

Potremmo aspettare che tutto finisca e tirare le somme quando l’ultimo mucchietto di cenere sarà consegnato, quando avremo un vaccino che ci restituirà gli abbracci e i Pronto soccorso torneranno a essere affollati di malati immaginari. E invece, spiegare cosa c’è che non va a chi ha il compito difficile di tirarci fuori da questo inferno, è qualcosa che va fatto oggi, perché è oggi che siamo appesi ai bollettini, alle speranze, alle buone a alle cattive notizie. È oggi che quello che si fa, che quello che si dice, fa la differenza. Domani, al massimo, sarà tutto un esercizio di memoria. Un chiedere il conto a pranzo finito da troppo tempo, quando ci sarà stato il tempo di digerire, di assolvere, di voltare pagina. Gallera, Fontana, Borrelli e chi oggi interpreta grafici, chi ci parla alla tv e taglia nastri, perfino, deve sapere cosa avrebbe potuto dire – non dico fare – per rendere tutto meno penoso a chi sta a casa.
Quel qualcosa è la trasparenza, perché il gioco delle tre carte è stato fatto troppe volte. Lo studio, perché saper interpretare i grafici o dare consigli sanitari è solo questione di studio. Il coraggio, perché certe volte bisogna ammettere di non avere sempre il controllo del timone, per essere credibili. Non si è mai visto, in chi sta gestendo l’emergenza in Lombardia, nulla di tutto questo. Anziché dire “Siamo stati fortunati che sia accaduto in Lombardia, chissà cosa sarebbe accaduto se tutto questo fosse successo altrove”, cercando il confronto col compagno di classe che ha la media del 3, Gallera avrebbe potuto dire: “Senza una prevenzione e col virus che si è diffuso senza che ce ne accorgessimo, la sanità lombarda si trova adesso ad arginare qualcosa di troppo grande perché nei prossimi mesi possa esserci spazio per vantarsi di qualcosa. Una sanità di cui vantarsi è quella che anticipa la corsa all’ultimo respiratore, non quella che ne compra a centinaia mentre tanti cittadini che potevano essere salvati stanno morendo”.
Avrebbe potuto dire, Gallera, la verità sui tamponi, sulle mancate mappature dei contatti, sulle difficoltà nel contenimento anziché andare in tv a raccontare che i tamponi in Lombardia si fanno anche a quelli con sintomi lievi. Bastava dire la verità: “Vorremmo fare i tamponi a tutti, soprattutto ai sintomatici, ma la Lombardia ha 10 milioni di abitanti e per quello che ne sappiamo i contagiati potrebbero essere anche il 25% della popolazione, ovvero 2 milioni e mezzo di persone, di cui molte con sintomi. Non abbiamo tamponi per tutti, e sì, lo sappiamo, tra quei ‘tutti’ ci sono anche persone che stanno male e che non riusciamo ad aiutare come vorremmo. E anche se li avessimo, i tamponi per tutti, non ci sarebbero neppure laboratori a sufficienza per elaborare così tanti dati in un numero di giorni accettabile per una diagnosi. E se pure ci fossero tamponi e laboratori, non avremmo così tanti medici disponibili ad andare nelle case dei malati perché non ci sono dpi e non vorremmo mai che chi fa i tamponi si ammalasse a sua volta, o facesse ammalare persone magari già debilitate per altre ragioni. Ce la metteremo tutta, faremo del nostro meglio, salveremo più vite possibili, ma avverranno cose tante ingiuste quanto ineluttabili. Cercheremo di aggiustare il tiro più velocemente possibile, almeno nella seconda fase in cui avremo imparato dagli errori e la situazione sarà più gestibile. Perdonateci”.
Avrebbero dovuto, Gallera o Fontana, non definire medici e personale ospedaliero “eroi”. Dire “eroi” a medici, infermieri, oss, addetti alle pulizie degli ospedali spettava a noi cittadini, al limite. Gallera e Fontana avrebbero dovuto dire “Chiediamo scusa ai medici per averli resi eroi. Dovevano essere solo persone che facevano il loro mestiere in una situazione di massima emergenza e invece li abbiamo mandati allo sbaraglio, talvolta a morire, senza protezioni, senza linee guida, senza protocolli omogenei ed efficaci fin dalla vigilia di questo orrore”. Avrebbero dovuto dire, Gallera e Fontana, anziché quei “sono molto preoccupato” o “vedo segnali positivi” a 24 ore di distanza, un qualcosa che somigliasse a una frase così: “I numeri che noi o Borrelli vi leggiamo ogni giorno sono imprecisi e alterati. Quelli dei morti non tengono conto delle persone morte in casa o altrove senza aver fatto il tampone. Quelli dei contagiati non tengono conto degli asintomatici e di chi avrebbe i sintomi, ma non riesce ad avere un tampone e variano perché ci sono giorni in cui facciamo più tamponi. I guariti non sono guariti ma sono i dimessi, positivi o negativi che siano. Quelli della terapia intensiva, in definitiva, sono sempre gli stessi non perché la situazione non vada migliorando, ma perché quando si libera un posto o cento, ci sono cento persone che attendevano di avere una possibilità in più per sopravvivere. Scusateci, se i nostri numeri non riescono a fotografare la realtà con nitidezza, ma ci sono così tante macchie scure in un’epidemia che per imparare leggerle ci vuole tempo. Scusate se vi abbiamo detto ‘state a casa’ anche quando sareste dovuti essere in un letto d’ospedale. Non ce l’abbiamo fatta”.
E invece, un mucchio di alibi, bugie, rimpalli e manipolazioni.
Tutte cose imperdonabili. Perfino più dei morti.

venerdì 3 aprile 2020

L'Isola Mento - giorno 21



E' forte il rombo della Locomotiva, il suono arrembante delle vaghe idee di socialismo (cit.) che impastano le ore solitarie, per fortuna, in balia della mente. 
S'accaniscono rimbotti d'ogni specie, le frattaglie emergono dal limbo per venir spazzate dal risveglio di questa opportunità epocale, mentre tutt'attorno è pianto e stridore di denti. 

Forti sono gli spunti con cui l'alba farcisce il piatto della cognizione al punto che, a volte, mi soggiace la passione per tutto quello che credevo svanito, evaporato. 

Sul Corriere ad esempio il Premio Nobel Olga Tokarczuk scrive uno straordinario racconto sul suo isolamento. Alcuni brani:

"O non sarà forse che siamo tornati a un normale ritmo di vita? Che non è il virus l'alterazione della norma, ma proprio l'opposto - che nel mondo febbrile di prima del virus era anormale? 
Il virus del resto che ha ricordato qualcosa che abbiamo negato con passione - che siamo esseri fragili, costruiti della materia più delicata. Che moriamo, che siamo mortali. Che non siamo separati dal mondo con la nostra "umanità" ed eccezionalità, ma il mondo è parte di una grande rete alla quale apparteniamo, collegati agli esseri tramite un invisibile filo di responsabilità e influenza. 

Sappiamo inoltre che il virus ci ricorderà un'altra vecchia verità, quanto davvero non siamo uguali. Alcuni di voi volano con aerei privati a casa su un'isola oppure stanno isolati nel bosco, altri rimangono in città per lavorare in una centrale elettrica o in un acquedotto. Alcuni guadagneranno con l'epidemia, altri perderanno i risparmi di una vita intera. 

Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma delle civiltà che ci ha formato negli ultimi duecento anni: che siamo i signori del Creato, possiamo tutto e tutto appartiene a noi.
Stanno arrivando tempi nuovi." 

 E la scrittrice Annie Ernaux si è così rivolta al nipotino di zia sua, Macron:

«Si guardi, signor Presidente, dagli effetti di questo periodo di confino. È un tempo propizio per desiderare un mondo nuovo. Non il suo, non quello in cui i politici e i finanzieri già riprendono senza pudore l’antifona del “lavorare di più”, fino a 60 ore la settimana. Sappia, signor Presidente, che non ci lasceremo più rubare la nostra vita, non abbiamo che questa e nulla vale quanto la vita»

Per ultimo, incitando tutti ad usare al meglio di questo tempo, riporto il pensiero di Vito Mancuso su Repubblica oggi, una meravigliosa galoppata attorno alla preghiera (la mia Era del Coniglio per intenderci)

I giorni del congiuntivo
di Vito Mancuso

I milioni di persone davanti alla tv per il Papa e per il rosario segnalano un bisogno di pregare che forse si riteneva superato. Ma cosa significa pregare? Nel 1916 Wittgenstein si trovava sul fronte orientale della Prima guerra mondiale mentre si scatenava il più grande attacco nemico, la cosiddetta Offensiva Brusilov. In mezzo a perdite altissime la sua azione ebbe un certo rilievo, visto che il 1° giugno venne promosso caporale e il 4 decorato. Pochi giorni dopo, l’11, colui che diventerà uno dei più grandi logici e filosofi del Novecento, annotava: "Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio… Pregare è pensare al senso della vita". Nelle trincee del fronte, tra il sangue e la sporcizia, Wittgenstein pregava pensando al senso della vita.
Ma pregare è veramente pensare al senso della vita? Pregare viene dal verbo latino precari da cui anche l’aggettivo "precario". Ovvero: chi non ha problemi non prega, chi è nella precarietà prega. Le parole non mentono. A sua volta l’etimologia del verbo pensare viene da pesare : chi pensa pesa, soppesa, pondera, dà un peso alla realtà.
Che peso ha la realtà? Prendiamo la natura che in questi giorni ci mostra il suo volto terribile: che peso ha?
Domandarselo significa fare della mente una bilancia che pondera i vari argomenti a favore del senso o del non-senso della natura, del suo essere madre o matrigna. Lo stesso vale per la vita, la morte, l’amore, la bellezza, il diritto, il divino e chissà che altro: che peso hanno tutte queste cose? E che peso dare loro nella nostra esistenza? Porsi queste domande significa pensare, pensare al senso della vita. Ma perché allora Wittgenstein scriveva che "pregare" è pensare al senso della vita?
Il rigore del pensiero esige che si valutino i singoli argomenti in modo obiettivo, senza sbilanciarsi a favore del bene o del male, ma piuttosto collocandosi "al di là del bene e del male".
Noi però non siamo solo freddo pensiero: siamo anche passione, desiderio, volontà. E quando in noi si afferma questa dimensione calda, il pensiero non è più puro ma diviene di parte, parteggia, si fa partigiano. Chi prega è un partigiano della realtà: del suo senso e della sua carica positiva. Se la mente di chi pensa è una bilancia che pesa in perfetto equilibrio, la mente di chi pensando prega è una bilancia sbilanciata a favore del bene rispetto al male, della vita rispetto alla morte, del senso rispetto all’assurdo.
Per questo la preghiera è al congiuntivo. Se fosse puro pensiero, e ssa sarebbe all’indicativo, come Emanuele Severino ritrascriveva il Padre nostro : "Padre nostro che sei nei cieli, è santificato il tuo nome, viene il tuo regno, è fatta la tua volontà". Ma la preghiera di Gesù è al congiuntivo, un modo verbale che non si limita a indicare ma vuole congiungere, unire ciò che unito non è. Che cosa non lo è? La volontà di Dio e lo stato del mondo. Il mondo nella sua libertà spesso non rispecchia la volontà di Dio e per questo Gesù insegnò a pregare al congiuntivo: "Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà". L’indicativo è neutrale, il congiuntivo è partigiano.
Io penso che oggi, quando siamo così separati che non possiamo più neppure darci la mano, tutti abbiamo un grande bisogno di sentirci congiunti, di sperimentare la forza congiuntiva del pensiero che prega, cioè parteggia a favore del bene. Questi sono i giorni del congiuntivo.
La preghiera può essere rivolta a un Dio o a una Dea, a un santo o a un saggio, a una montagna o al mistero muto dietro le stelle. Può essere fatta di parole o di silenzi. Può essere religiosa o laica. In tutte le sue forme essa si manifesta come forza congiuntiva. E noi abbiamo un bisogno immenso di essere congiunti per far pendere il piatto del nostro amato Paese a favore della salute, dell’armonia, dell’unità. Perché la vera differenza, diceva Norberto Bobbio e ripeteva il cardinal Martini, non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa. Pregare significa pensare al senso della vita, perché venga, perché sia fatto, in qualunque modo ne siamo capaci. Come un secolo fa aveva intuito Wittgenstein.

In alto i cuori, le menti in ricordo dei tanti che ci hanno lasciato e per rinnovare tempi e modalità di vita quaggiù! 

Besos en la nuca! 

(21. continua... Tourmalet permettendo...)